01 marzo, 2023

Volgograd, Autobus linea 29, 21 ottobre 2013


TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: attacco suicida
DATA:
21 ottobre 2013
STATO: Russia
LUOGO: Volgograd, Autobus linea 29
MORTI:
7
FERITI:
37

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 21 ottobre 2013, è una mattinata gelida questo lunedì e a Volgograd, la ex Stalingrado, a 650 chilometri a nord-est del Caucaso settentrionale con oltre un milione di abitanti e capoluogo dell'Oblast' omonima nella Russia europea lungo le rive del fiume Volga, gli studenti stanno facendo rientro a casa. L’autobus della linea 29 ne ha appena raccolto alcuni, lo attendevano alla fermata ormai da decine di minuti. Il freddo è pungente, i passeggeri hanno solo voglia di tornare a casa al caldo e il loro sguardo si perde oltre i finestrini appannati. Seduta sul retro del mezzo, accanto al bigliettaio, c’è una donna, indossa un velo scuro, è calma, riservata e anche lei ha lo sguardo verso l’esterno. Si chiama Naida Sirazhudinovna Asiyalova, è salita da poco, qualcuno dei 56 passeggeri l’ha notata, attirato dalla lunga sciarpa verde che indossa in forte contrasto col velo scuro avvolto attorno al capo. Conosciuta col nome di "Amaturahman" Naida Asiyalova ha 30 anni, è cresciuta nell'insediamento montuoso di Gunib, nella repubblica del Daghestan, una parte della Russia che si trova sul Mar Caspio. È una Vedova Nera, un elemento caratteristico della campagna di terrore islamico ceceno. Spesso segnate dalla tragedia di aver perso mariti, figli e parenti nella Prima Guerra Russo-Cecena del ’94-’96, queste donne disposte a diventare martiri delle loro convinzioni e dei loro cari perduti hanno raggiunto la triste fama internazionale dopo aver preso parte all’incursione nel teatro Dubrovka di Mosca nel 2002 durante il secondo atto dello spettacolo teatrale Nord-Ost in corso la sera del 23 ottobre. Quella sera 42 membri di un commando di militanti armati ceceni composto principalmente da donne aveva fatto irruzione prendendo in ostaggio 850 persone rivendicando fedeltà al movimento separatista ceceno e chiedendo il ritiro immediato delle forze russe dalla Cecenia e di conseguenza la fine della Seconda Guerra iniziata nel 1999. Destando meno sospetti e consce che il martirio al femminile ottenga maggiore risonanza mediatica ed effetto psicologico, dal 2000 decine di donne si sono fatte esplodere in Russia mietendo centinaia di vittime, per lo più civili, facendosi saltare in aria all’interno di  aeroporti, nei concerti, assaltando edifici scolastici fino a lanciarsi a tutta velocità con camion pieni di esplosivo contro le caserme della polizia. Secondo la retorica ufficiale fanno parte di una rete terroristica internazionale legata ad al-Qaida, il movimento fondamentalista islamista sunnita paramilitare terroristico nato nel 1988 durante la Guerra in Afghanistan e guidato dal milionario saudita Osāma bin Lāden, 17esimo dei 57 figli dell’immobiliarista yemenita Mohammed bin Awad bin Lāden, che avvalso della guida ideologica di Ayman al-Zawāhirī, scrittore, poeta e medico de Il Cairo appartenente ad una famiglia di dotti religiosi e di magistrati, aveva deciso di utilizzare soldi e macchinari della propria impresa di costruzioni per aiutare la resistenza dei mujaheddin durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Questa rete ha come obiettivo la destabilizzazione della Russia, un Paese che, proprio come gli Stati Uniti d’America, si trova in prima linea nella lotta alla jihad globale. La realtà è molto più complessa, è vero che il Caucaso sia meta di fondi e militanti dal mondo arabo, come è altresì vero che gli jihadisti stranieri abbiano influenzato i terroristi musulmani russi, ma Naida Asiyalova, come le tante altre “vedove nere” e i loro comandanti, non sono parte della rete globale di al-Qaida di cui parla tanto. Non sono mosse né dall’odio verso l’Occidente né da quello per Israele, si preoccupano poco di quello che succede in Iraq, in Pakistan, in Afghanistan o in Palestina, i loro bersagli non sono mai occidentali ma sempre e solo russi con rivendicazioni di ispirazione locale. Selezionate con cura, vulnerabili, facilmente influenzabili e, ovviamente, profondamente religiose, sono donne portate a diventare “Shahīd”, martiri, spinte ad agire, usate con cinismo e viltà dagli estremisti di sesso maschile che le indottrinano e lavano loro il cervello col potere manipolatorio della religione. Ma la fede fanatica nel martirio spiega solo in parte il fenomeno delle Vedove Nere, che trova radici e alimento in una brutalità di un conflitto cominciato in Cecenia e diffusosi nel frattempo anche alle repubbliche dell’Inguscezia e del Daghestan, dove le normali regole di ingaggio non valgono nulla. Rapimenti, torture, mutilazioni, decapitazioni ed esecuzioni sommarie, è questa violenza indicibile che trasforma le parenti femmine degli estremisti uccisi in radicali religiose. Ed è proprio questa violenza a generare una sete insaziabile di vendetta poiché i metodi brutali usati dai russi per reprimere i ribelli islamici hanno, oltre a decimare il loro esercito, radicalizzato ulteriormente gli estremisti fino a trasformare queste donne in fredde macchine vendicative senza emozioni. Naida Asiyalova si era recata nel cuore della foresta del Daghestan da giovane e solitaria naufraga. Nata da una famiglia di Dagetsani musulmani sunniti e allevata in una famiglia dignitosa che disapprovava indossare l’hijab, il velo tradizionale islamico allacciato sotto la gola utilizzato dalle donne per coprire il capo e le spalle, era stata cresciuta per lo più da sua nonna. Dopo aver lasciato presto il suo villaggio per trasferirsi a Makhchkala, la Capitale, nel 2010 aveva iniziato a convivere con un uomo di nazionalità russa, Dmitri Sokolov, di 8 anni più giovane e incontrato quello stesso anno all’Università, sposandolo e indottrinandolo con l’islam radicale in cui aveva iniziato a credere poco prima di incontrarlo. Interrompendo i contatti con la sua famiglia nel luglio 2012 non aver più fatto ritorno a casa dai corsi di lingua araba che stava frequentando in una moschea di Mosca, si era unito assieme alla moglie ai gruppi ribelli della repubblica russa meridionale del Daghestan convertendosi all’islam con il nome di Abduldzhabbar, punto di partenza per la carriera di esperto costruttore di bombe e futura guida della guerriglia caucasica. È proprio lui ad aver costruito a Naida Asiyalova la “bomberpilot Jacket” che indossa sotto gli abiti questa mattina del 21 ottobre, un giubbotto caricato con 600 grammi di esplosivo ad alto potenziale, il Semtex-H. Di tipo plastico, di colore tra l’arancio e il giallo e solitamente confezionato in pani color mattone del peso di 2,5 chilogrammi è una delle varianti dell’esplosivo Semtex. Il suo nome sta per SEMTìn, un sobborgo di Pardubice nella attuale Repubblica Ceca, dove il composto era stato prodotto per la prima volta in grandi quantità dalla East Bohemian Chemical Works Synthesia nel 1964, ed EXplosive. Progetto del chimico cecoslovacco Stanislav Brebera, era stato sintetizzato negli anni ’50. Questa variante H, prodotta su larga scala dal 1967, destinata all’esportazione, soprattutto per la bonifica di mine terrestri in Vietnam, era stata studiata per impieghi civili e per l’attività estrattiva. Il Semtex, molto simile al plastico militare C-4 ma con un diverso colore, è impermeabile e utilizzabile in un campo di temperature più vasto. Esportato in tutto il mondo in grandi quantità fino al 1981 e in quantità ridotte solo nei paesi membri del Patto di Varsavia fino al 1989 con la sospensione delle esportazioni legali, attualmente le grosse organizzazioni terroristiche e criminali ne controllano il traffico e la detenzione. Il Semtex-H è il prodotto dell’unione di due elementi esplosivi primari: 40.9% in peso di Pentrite, uno degli esplosivi più sensibili potenti, un “super-esplosivo” preparato per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens; 41,2% in peso di RDX, formalmente Ciclotrimetilenetrinitramina, di caratteristiche eccezionali scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898 e codificato con questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e "X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva; il legante gomma Stirene-Butadiene per il 9% in peso, il plastificante n-ottilftalato al 7,9% in peso, lo 0,5% di antiossidante N-fenil-2-naftilammina e lo 0,5% di colorante ne assicurano il riconoscimento e la malleabilità. Dopo averle fatto indossare il giubbotto e averglielo stretto ai fianchi, Sokolov ha armato i panetti di esplosivo con un circuito di 4 detonatori elettrici collegati in serie, ciascuno contenente una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescato a sua volta da uno primario, l’Azoturo di Piombo, sensibilissimo ad urti e calore, preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, attivato da una sostanza infiammabile accesa da un ponticello arroventato dal passaggio della corrente elettrica. I detonatori, versioni moderne di quelli inventati nel 1876 da Julius Smith, sono attivati da un interruttore a pressione collegato a delle batterie. Il quantitativo di esplosivo ad alto potenziale contenuta nel giubbotto è stata studiata, oltre che per avere un effetto immediatamente distruttivo, per uno secondario propellente in grado di sparare a gran velocità una grossa quantità di chiodi, viti e bulloni nastrati ai panetti al fine di massimizzarne la capacità distruttiva anche sulla lunga distanza. Questo tipo di dispositivo ha origini “antiche”, inventato dalle Tigri Tamil, un gruppo paramilitare di stampo terroristico di ideologia comunista e nazionalista Tamil presente nella zona nordorientale dello Sri Lanka, è stato utilizzato per la prima volta nel 1991, ironia della sorte, proprio da una donna, Thenmuli Rajaratnam, immolatasi in pubblicamente assassinando il Primo Ministro indiano Rajiv Gandhi. Naida Asiyalova è sempre lì, silenziosa, indebolita dalla malattia alle ossa che la perseguita e la rende schiava di tranquillanti e antidolorifici, passeggera di un mezzo che sta percorrendo le vie periferiche della città e con addosso il giubbotto armato pronto a scatenare il suo carico di morte. Ma la linea 29 non è altro che un ripiego, il piano B di uno originario con destinazione Mosca rivelatosi all’ultimo troppo rischioso. Sono giorni che le agenzie di sicurezza russe monitorano gli spostamenti dei daghestani, perquisizioni e posti di blocco ovunque hanno reso la tratta per la Capitale impossibile da percorrere. Ha ancora in borsa il biglietto comprato a Makhachkala ma il piano B è appena diventato il piano A e non si torna più indietro. Sono le ore 14:04, l’autobus è pieno, sta costeggiando una fila di alberi procedendo a velocità costante sulla Azure Street a tre corsie. Sono passate tre fermate da quando la Asiyalova è salita e distogliendo lo sguardo dal finestrino infila la mano nella tasca della giacca. Il pulsante viene premuto, il circuito elettrico si chiude, la scarica di corrente percorre i cavi elettrici dalle batterie ai detonatori. I ponticelli si arroventano, la miscela incendiaria si accende dando il via alla reazione a catena. In una frazione di secondo l’Azoturo di Piombo di ogni detonatore attiva la Pentrite che innesca il Semtex-H. Il mezzo si illumina con un boato. Con una velocità di 8.100 metri al secondo la donna-bomba-suicida esplode dilaniando l’interno dell’autobus. Il suo corpo viene disintegrato, le vetrate si frantumano, le lamiere si deformano, sedili e passeggeri sono catapultati in avanti mentre i pezzi di metallo a contatto con le cariche sono trasformati in lame affilate sparate ovunque che investono e trafiggono. Una nuvola di fumo riempie l’autobus che si arresta qualche decina di metri più avanti con le fiancate crivellate e lo scheletro messo a nudo. Qualcuno si lancia fuori dal vuoto lasciato dai finestrini lasciandosi dietro un tappeto di distruzione e il sangue di 37 persone che urlano, imprecano, piangono, supplicano aiuto immersi in una soffocante nuvola grigia che odora di carne bruciata, così fitta da ricoprire i corpi maciullati dai chiodi e dai bulloni, resi irriconoscibili da abiti anneriti fusi con la pelle. Di chi era seduto nelle file posteriori non resta che qualche pezzo di carne dilaniato da schegge volanti, smembrato dall’onda d’urto, carbonizzato dalla fiammata di 3.500 gradi centigradi che dopo averlo investito ha sfogato verso l’esterno. In 7 non torneranno mai a casa. Dmitry Sokolov, quello che è stato il marito di una martire, l’amore di una donna, il punto di riferimento di un’anima persa, ora è in fuga mentre i resti di chi pendeva dalle sue labbra sono spalmati gocciolanti sul tetto in lamiera della linea 29. Questo di Amaturahman, assieme a quello del 29 marzo del 2010 nella metropolitana di Mosca dove una doppia esplosione provocata da due donne aveva ucciso 40 persone, segna l’ennesimo episodio che si inserisce in una serie di attacchi sferrati da attentatrici suicide provenienti dal Daghestan. Nel suo caso però, manca la componente biografica che di solito le persone sulle missioni suicide condividono: il motivo della vendetta. La sua assenza indica una tendenza emergente a questo tipo di terrorismo, che non può più essere definito come un atto di rimborso per una perdita o una forma radicale di patriottismo, ma il modo più conveniente di condurre una guerra col terrore, una donna trasformata in arma, scelta per la sua debolezza e per la facilità con cui è stata manipolata. L’esatto contrario di ciò che aveva spinto un’altra donna, Malizha Mutaeva, 30 anni, che aveva perso la casa di famiglia a causa dei raid aerei russi nella regione della Cecenia, a farsi saltare in aria nel 2004 durante il micidiale assedio al Teatro Dubrovka di Mosca. Le bombe russe avevano fatto esplodere tutto ciò che possedeva: la casa, i suoi averi, le foto di famiglia, ogni cosa, ogni ricordo. Aveva un rancore da sopportare, così grande da trasformarsi in odio e col tempo in furia omicida. Ma Naida Asiyalova non aveva un motivo apparente, non era in lutto per la perdita di una persona cara, la Russia non l'aveva privata della sua casa o della sua possibilità di vivere in modo dignitoso, lei era solo indebolita, fisicamente e moralmente, quella debolezza che mese dopo mese era riuscita a renderla un'arma utile e sacrificabile nella guerra di qualcun altro.

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