01 marzo, 2022

Bologna, Stazione ferroviaria, 2 agosto 1980


TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: carica occultata
DATA:
2 agosto 1980
STATO: Italia
LUOGO: Bologna, Stazione ferroviaria
MORTI:
85
FERITI:
206  

Ultimo aggiornamento: 10 giugno 2026

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

Viaggiatori trafelati, borse con costumi da bagno, teli da mare, riviste da leggere sotto l’ombrellone, per molti italiani stanno per iniziare le vacanze. Siamo nell’estate del 1980 a Bologna, il primo sabato d’agosto e fa molto caldo. I treni sono in ritardo e in tanti, giunti nel capoluogo emiliano, si devono rassegnare a coincidenze saltate e a corse successive da attendere con un sospiro scrutando impazientemente l’orologio. La stazione ferroviaria situata in piazza Medaglie d’Oro è piena di persone, presa d’assalto da turisti che vanno e vengono poichè Bologna è il crocevia d’Italia, lo snodo per eccellenza, un luogo fondamentale per la rete ferroviaria italiana, chi dal Nord scende sulla riviera adriatica passa per Bologna, chi dal Centro-Sud sale per recarsi ai laghi o in montagna passa per Bologna. È il centro del mondo, uno snodo ferroviario che smista famiglie intere, giovani e anziani, coppie di sposi e fidanzati, bambini in sandali col sacchetto dei giochi impazienti di raggiungere il mare o la montagna, ignari che l’orologio del destino ha già decretato la loro sorte. È rovente l'aria questa mattina, l'estate picchia duro e i viaggiatori cercano invano refrigerio nel bar-ristorante, sotto le pensiline e nelle sale d'aspetto piene. Ed è proprio qui, nella sala d'aspetto di seconda classe, attigua alla prima e al bar-ristorante, un ambiente destinato a contenere una sessantina di persone affollato di persone in partenza, che entrano due persone, all’apparenza come tante. Fanno qualche metro in questo stanzone arredato con sedie e tavoli di legno, individuano un tavolino portabagagli in muratura a circa 50 centimetri da terra, rivolto verso il primo binario e posizionato proprio a ridosso del muro portante dell’Ala Ovest che li separa dalla sala d'aspetto, e vi appoggiano due valigie, prima una, poi l’altra. Una delle due è pesante, pesantissima, è del tipo in similpelle coi piedini in metallo. Nessuno si accorge di niente, nessuno fa caso a loro, non il ragazzino che legge un fumetto né la giovanissima mamma con in grembo la figlia di tre anni. I due, un uomo e una donna, lasciati i bagagli e dato un rapido sguardo attorno e ai presenti, vanno via nella totale indifferenza con cui sono entrati. Lui si chiama Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giuvsa, ha 22 anni ed è di Rovereto. È un uomo di una violenza inaudita, ha ucciso avversari, passanti e uomini del suo stesso gruppo per rappresaglia, ha ucciso per dare una lezione o semplicemente per paura che potessero parlare. La sua faccia di ragazzino è conosciuta da tutti in Italia grazie alla sua partecipazione a numerose serie televisive, la più famosa è “la famiglia Benvenuti”, e in alcuni spaghetti western. Il suo curriculum parte dalla sottrazione di due casse di bombe a mano durante una guardia notturna mentre faceva il servizio militare, detenzione illegale di armi, traffico di stupefacenti, rapina, ricettazione, associazione per delinquere, lesioni personali, danneggiamento e associazione sovversiva. Lei si chiama Francesca Mambro, chietina, ha 21 anni, milita del FUAN, il fronte giovanile dell’MSI, il Movimento Sociale Italiano, il partito neofascista di Giorgio Almirante e Pino Romualdi, reduci della Repubblica Sociale Italiana, il regime collaborazionista della Germania nazista. Il suo curriculum, cha nulla ha da invidiare a quello di Fioravanti, spazia dalla banale affissione abusiva alle rapine, dai sequestri di persona alla violazione di domicilio, ricettazione, violazione delle disposizioni sul controllo delle armi, lesioni personali, associazione sovversiva, violenza privata, falso, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e contraffazione di impronte. I due, fidanzati, dopo aver percorso l’atrio della stazione verso l’uscita attraversando gruppi di persone che nemmeno si accorgono di loro, si ricongiungono con Luigi Ciavardini, Gengis Khan, che li attendeva nel piazzale. 17enne aquilano di nascita e romano di adozione, Ciavardini nonostante la giovane età ha già preso parte ad azioni d’attacco, una conclusasi con la morte dell’agente di polizia Maurizio Arnesano durante un agguato ai danni della pattuglia di polizia in servizio di vigilanza davanti all'ambasciata del Libano a Roma con lo scopo di disarmarli ed impadronirsi di un mitra, un’altra con l’omicidio dell’appuntato di polizia Francesco Evangelista, un’altra ancora con l’esecuzione del Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma Mario Amato, giustiziato con un colpo di pistola alla nuca dopo essere stato sorpreso alle spalle mentre aspettava l’autobus per recarsi in Procura. I tre, senza voltarsi indietro e consci di stare per scrivere una pagina nera sui libri di storia, si allontanano dalla stazione. Sono tutti esponenti di spicco del gruppo eversivo di ispirazione neofascista NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, nati verso la fine del 1977 attorno alla sede dell’MSI, come teorici dello spontaneismo armato nazional-rivoluzionario avevano impugnato apertamente le armi contro lo Stato proponendo una comunanza di intenti con elementi della sinistra armata anti-borghese, un'alleanza operativa fra gruppi ideologicamente diversi che, però, avevano come unico denominatore comune la lotta contro la borghesia capitalista e l'imperialismo sia sovietico che statunitense. Intanto nella sala d’aspetto di seconda classe, all’interno della valigia più pesante, 23 chilogrammi di esplosivo ad altissimo potenziale sono lì, ad una cinquantina di centimetri dal suolo, silenti, abbandonati, innescati. La bomba non è un ammasso grossolano di dinamite da cava, ma un ordigno a tempo militare e artigianale altamente sofisticato, strutturato per massimizzare la velocità di detonazione e l'effetto di sventramento. La sua micidiale efficacia non dipende dalla quantità assoluta, ma dalla qualità e dalla miscelazione dei componenti. Il braccio armato rivoluzionario era riuscito a confezionare una carica composta da un miscuglio di esplosivi molto particolari: la Tritolite e il Tetrile. Il primo, realizzato all’inizio della Seconda Guerra Mondiale dai laboratori di ricerca americani e inglesi, è una miscela di due esplodenti primari: il Trinitrotoluene, di velocità di detonazione di 6.900 metri al secondo preparato la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt, e l’RDX. Formalmente chiamato ciclotrimetilenetrinitramina, l’RDX ha caratteristiche eccezionali, di velocità di detonazione di 8.750 metri al secondo è stato scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898. È stato codificato con questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e "X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva. L’RDX è un esplosivo stabile e i tecnici della rivoluzione lo sapevano, così come sapevano che viene considerato il più potente tra gli esplosivi militari di alta potenza. Ingrediente base per una serie di composizioni esplosive, viene impiegato principalmente come potenziante di esplosivi più deboli. Creato sostanzialmente per sommare i pregi e annullare i difetti di entrambi gli esplosivi primari, utilizza l’RDX per garantire la massima potenza dirompente e il TNT con la funzione di "flegmatizzante", ovvero di riduzione della sensibilità del precedente rendendolo sicuro poiché, pur essendo drammaticamente più potente e dirompente del TNT è estremamente sensibile agli urti e alla frizione e quindi pericoloso da maneggiare e fonde a temperature troppo alte, circa 205 gradi centigradi, rendendo impossibile e pericolosissimo il processo di fusione e colata industriale. Grazie al TNT, l'intera miscela poteva essere fusa a temperature inferiori ai 100 gradi centigradi e colata direttamente nelle testate dei i siluri sottomarini, delle bombe d'aereo e dei proiettili d'artiglieria pesante, garantendo un potere distruttivo nettamente superiore rispetto a quello delle forze dell'Asse, che inizialmente facevano ancora largo uso di TNT puro o miscele meno efficienti come l'amatolo. Per migliorare la stabilità e la sicurezza durante lo stoccaggio a lungo termine, alla formula veniva aggiunto un 1% di cera idrocarburica. Assieme alla Tritolite, di velocità di detonazione di 7.900 metri al secondo conosciuta anche col nome di Composizione B e composta quindi da un 59,5% di RDX, 39,5% di Tritolo e un 1% di cera sintetica di paraffina, c’è il Tetrile, di velocità di detonazione di 7.200 metri al secondo, esplosivo sensibilissimo agli urti sintetizzato per la prima volta nel 1877 dal chimico olandese Michler per poi essere perfezionato e prodotto negli stabilimenti dell’Esercito degli Stati Uniti agli inizi del 1900 e continuamente sviluppato durante la Prima Guerra Mondiale, con qualità esplosive nettamente superiori a quelle del Tritolo. La Tritolite come carica principale e il Tetrile come rinforzo, vengono da residuati bellici inesplosi di cui costituivano il riempimento. In Italia, nel dopoguerra, enormi quantità di munizioni e bombe inesplose sono rimaste sepolte o abbandonate. Esiste un mercato clandestino, alimentato da ditte di disinnesco o da trafficanti privati, in cui gli ordigni vengono svuotati per recuperare l'esplosivo che viene poi venduto alla criminalità e all'eversione nera. Lo sconfezionamento dei residuati bellici e il furto di esplosivi civili sono pratiche collaudate nell'Italia di questi anni, alimentate da mercati clandestini in cui la criminalità organizzata e il terrorismo attingono a piene mani. Nel nord Italia non sono in tanti ad essere capaci di questo. Dei tanti personaggi reazionari atlantizzati e statalizzati, da parecchio tempo in stretti e organici rapporti con i servizi segreti, c’è Massimiliano Fachini, nato a Tirana il 6 agosto 1942 e residente a Padova ed esponente di spicco e referente per il Veneto di Ordine Nuovo. Questo, movimento neofascista falange extraparlamentare di estrema destra nato nel dicembre del 1969 poco prima della strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, è guidato dal politico Clemente Graziani e da alcuni militanti dell’associazione politico-culturale di estrema destra Centro Studi Ordine Nuovo, fondata nel 1956 dal politico Pino Rauti, esponente del Movimento Sociale Italiano. Fachini aveva smontato diversi M107 HE americani, proiettili in acciaio ad alto potenziale del calibro di 155 millimetri lunghi 800 millimetri e contenenti una testata da 6,6 chilogrammi. Maneggiare oggetti come questo, spesso recuperati in mare, nei laghi o dissotterrati, è un'operazione estremamente pericolosa, effettuata da "recuperanti" civili esperti o artificieri infedeli. La spoletta è il meccanismo d'innesco, meccanico o chimico, posizionato sulla testa o sulla coda dell'ordigno. Dopo decenni sotto terra o in acqua, le spolette si presentano spesso fortemente ossidate, arrugginite e chimicamente instabili. Nei laboratori clandestini l'ordigno era stato bloccato in morse speciali e per evitare scintille, che avrebbero causato la detonazione immediata, si erano utilizzate chiavi e attrezzi in leghe di bronzo o ottone, materiali antiscintilla, e oli penetranti o solventi per sciogliere la ruggine dei filetti. Lo svitamento era avvenuto con estrema lentezza. Se la spoletta fosse stata totalmente bloccata o pericolosa si sarebbe proceduto a tagliarla via isolandola dal resto del corpo della bomba, oppure si sarebbe segato direttamente l'involucro d'acciaio della bomba nella parte centrale, lontano dai sistemi d'innesco. Una volta rimossa la spoletta o tagliato l'involucro in acciaio, si era ottenuto l'accesso alla carica interna, che si presentava come un blocco solido e compatto simile a roccia grigiastra. Con un processo artigianale di colaggio dell’esplosivo portato allo stato liquido con vapore ad alta temperatura, Fachini era riuscito a recuperarlo in forma stabile solidificandolo fino a renderlo riutilizzabile. A livello teorico e ingegneristico, le procedure per lo svuotamento degli ordigni si basano su principi chimico-fisici volti a minimizzare il rischio di detonazione per attrito, calore o impatto. La Tritolite, essendo una miscela a base di TNT, reagisce bene ai trattamenti termici controllati o meccanici ad alta pressione. Poiché la matrice di TNT della Tritolite fonde a circa 80 gradi centigradi, erano stati iniettati all’interno dei corpi d’artiglieria aperti getti di vapore acqueo surriscaldato con una temperatura compresa tra gli 85 e i 95 gradi centigradi facendo liquefare il TNT trasformandolo in una pasta densa che si era trascinato con sé i cristalli di RDX in sospensione. Il liquido poi era stato raccolto in vasche d'acqua dove, raffreddandosi, si era solidificato in un blocco per essere riciclato. Per il Tetrile invece, poiché si trova spesso nei vecchi ordigni sotto forma di cannelle o pastiglie pressate, a causa dell’alta sensibilità del composto all’attrito e all’invecchiamento non era stato possibile lo svuotamento manuale, quindi, essendo solubile in solventi organici come l'acetone, era stato solubilizzato e riportato allo stato solido fuori dal corpo bomba facendo evaporare il solvente. Questo era stato possibile aggiungendo alla soluzione di acetone e una grande quantità d’acqua e poiché l'acetone si lega istantaneamente all'acqua ma il Tetrile è insolubile in acqua, quest'ultimo era stato forzato ad uscire dalla soluzione precipitando immediatamente sotto forma di cristalli fini. Operazione particolarmente rischiosa poiché quando il Tetrile ricristallizza da un solvente organico in modo non rigorosamente controllato, tende a formare cristalli lunghi, aghiformi o aggregati irregolari, struttura cristallina molto più sensibile all'attrito e alle sollecitazioni meccaniche rispetto alla polvere granulare originaria. Il semplice atto di raschiare o manipolare questi cristalli asciutti dal contenitore di recupero avrebbe potuto innescare una detonazione accidentale. Il materiale ottenuto da queste operazioni, risolidificato una volta raffreddato, era stato frantumato in pezzi compatti in modo da creare un blocco solido che occupasse il minor volume possibile, pressati e sagomati per ottimizzare lo spazio e l'occultamento. La gigantesca carica costituita da quella di spinta costituita dal Tetrile, e quella principale, di volume maggiore, di Composizione B, era stata armata e chiusa in una valigia in tessuto pesante, una come tante che questa mattina del 2 agosto all’interno della stazione ferroviaria accompagnano le centinaia di viaggiatori. La parte meccanica dell’armamento è un consegno a tempo costituito da un orologio modificato. Questo genere di innesco era stato assemblato artigianalmente unendo una batteria comune come fonte di energia e un orologio da tavolo alle cui lancette erano saldati dei fili elettrici che all’orario prestabilito avrebbero incrociato due perni metallici saldati al quadrante, alle estremità dei quali sono fissati altri due fili elettrici. Il contatto tra questi avrebbe chiuso un circuito cablato a due detonatori elettrici. Il tecnico capace di assemblare tali congegni aveva programmato l’attivazione alle 10:25, garantendo ai trasportatori il tempo di posizionare la valigia sul luogo più idoneo a massimizzare gli effetti e allontanarsi dalla stazione. Per la sicurezza nel trasporto invece aveva creato un interruttore On-Off costituito da una levetta metallica ricavata da un interruttore per tergicristalli di automobile saldata su una staffa di metallo piegata ad hoc lunga c10 centimetri e larga 3. Questo componente, definito tecnicamente "interruttore di sicurezza per l'operatore", sarebbe servito a tenere il circuito elettrico del congegno a tempo interrotto e totalmente isolato durante il viaggio in treno e a piedi, evitando che vibrazioni o urti potessero attivare i detonatori prima del tempo. Una volta posizionata la valigia sul tavolino della sala d'aspetto, il trasportatore avrebbe girato la levetta su On dando "luce verde" all’orologio che avrebbe continuato il suo conto alla rovescia fino alle 10:25 con il circuito elettrico operativo e i detonatori armati. Tutto è stato calcolato con precisione chirurgica, compresa l’affidabilità dei detonatori elettrici, in numero di due e collegati in serie per la certezza di una ridondanza in caso di malfunzionamento. Questi sono degli artifizi esplosivi primari costituiti da un piccolo corpo cilindrico in alluminio contenente una prima quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, di velocità di detonazione pari a 8.400 metri al secondo, dirompente ed innescante preparata per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, di caratteristiche così elevate da classificarsi come "superesplosivo”, innescata a sua volta da uno primario, l’Azoturo di Piombo, con velocità di detonazione di 5.300 metri al secondo, preparato della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory del 1890 e sensibilissimo al calore. Una miscela incendiaria pronta ad essere accesa da un ponticello arroventato da una corrente elettrica avvierà la reazione all’interno degli artifizi esplosivi, questi diretti discendenti di quelli inventati nel 1876 da Julius Smith. Questi sono di tipo civile e utilizzati nelle cave delle Alpi Apuane quotidianamente e in quantità industriali per "coltivare" il marmo, ovvero per staccare i grandi blocchi dalla montagna. L'approvvigionamento dei detonatori da parte dei terroristi neri avviene principalmente attraverso due canali: I furti mirati e la complicità degli esplosivisti. I depositi di esplosivo delle cave, le polveriere, sono situati in zone isolate di montagna, spesso protetti solo da porte metalliche e lucchetti, senza sistemi di sorveglianza elettronici, se non rudimentali e poco affidabili. I terroristi, al bisogno, effettuano veri e propri raid notturni, scardinando gli accessi e rubando intere cassette di detonatori. Nel secondo caso viene contattato direttamente il tecnico specializzato abilitato a maneggiare l'esplosivo e a far brillare le mine nella cava. In questi anni il controllo burocratico sui consumi reali di materiale è estremamente blando, pertanto la persona, compiacente o minacciato, può denunciare nei registri di cava l’utilizzo di una quantità non veritiera, con gli artifizi detonanti nascosti e accumulati giorno dopo giorno. Questo "surplus", che trattandosi di materiale commerciale è privo di tracciabilità militare, il che lo rende perfetto per non lasciare tracce, viene poi rivenduto al mercato nero o consegnato direttamente ai camerati della galassia dell'eversione neofascista toscana, che fa da cerniera logistica per i buchi neri del terrorismo nazionale. In questo modo, unendo la devastante potenza d'urto del Compound B rubato alla storia e rimodellato nei laboratori clandestini, e la forza d'espansione del Tetrile, era stata confezionata la bomba. Il resto lo farà invece la posizione, sollevata da terra e vicino a muri resistenti La detonazione all’interno di un ambiente come una stazione ferroviaria non sarebbe stata una semplice esplosione, ma un fenomeno di dinamica delle strutture e fisica degli esplosivi di estrema complessità. La letalità straordinaria di quell'evento non sarebbe dipesa solo dalla potenza dell'ordigno, ma da una combinazione di fattori ambientali, geometrici e strutturali all'interno dell'edificio. Nel momento esatto dell'innesco, la carica di esplosivo sarebbe passata dallo stato solido a quello gassoso ad una velocità spaventosa formando istantaneamente una bolla di gas ad altissima temperatura e a una pressione calcolata in decine di migliaia di atmosfere. Questa bolla avrebbe spinto radialmente l'aria circostante creando un'onda d'urto invisibile ma solidissima, che avrebbe viaggiato a velocità supersonica. Se la bomba fosse esplosa all'aperto, l'onda d'urto si sarebbe dispersa nello spazio. L'ordigno, invece, piazzato all'interno di un volume chiuso, avrebbe creato un’onda d’urto che colpendo il pavimento, il soffitto e le pareti della sala, non potendo sfondarle istantaneamente tutte insieme, sarebbe rimbalzata. In fisica delle esplosioni, questo fenomeno genera onde riflesse che si sommano tra loro. A questo punto, l'aria arroventata e compressa avrebbe cercato la via di fuga più rapida, sfogandosi con violenza inaudita verso l'esterno attraverso le grandi vetrate della sala d'aspetto che danno sul primo binario con un effetto simile ad un tappo di spumante. La vicinanza millimetrica della bomba alla muratura inoltre avrebbe fatto sì che l'onda d'urto iniziale, quella a massima brisanza, ovvero l'attitudine di una sostanza esplosiva a frantumare, spezzare o ridurre in piccoli pezzi il suo contenitore o il materiale su cui è appoggiata, investisse direttamente la base dei pilastri e dei muri di mattoni. frantumato e polverizzato i primi metri della struttura portante verticale, annullando la loro capacità di sorreggere il peso sovrastante, come se all'edificio fossero state improvvisamente recise le gambe. La bomba è arrivata in città ieri sera, ma non è stata trasportata da Fioravanti e dalla Mambro. Questi, assieme a Ciavardini hanno passato la notte a Villorba, in provincia di Treviso, a casa di Flavia Sbrojavacca, compagna di un quarto uomo, Gilberto Cavallini, ignara sia dell’identità dei due, presentati come Riccardo e Chiara, sia di quella del marito, per lei Luigi Pavan, Gigi per tutti, 28 anni, milanese, impiegato in una compagnia petrolifera che lo costringe a frequenti trasferte ma che in realtà sono la copertura perfetta per la sua attività terroristica. In assenza di lei, che a casa non c’è quasi mai perché diventata mamma da meno di un mese e trascorre quasi tutto il tempo a casa dei suoi, Fioravanti, la Mambro, Ciavardini e Cavallini, altro nome di spicco dell’organizzazione nonché la mano che ha sparato contro il Sostituto Procuratore Amato, i quattro, che lavorano assieme da mesi, dall’assalto ai locali del distretto militare di Padova dove avevano portato via quattro mitragliatrici, cinque fucili automatici, pistole e proiettili, agli agguati contro forze di polizia, hanno rivisto i piani, dalla fuga per il nord alla presa in consegna della valigia, bagaglio arrivato stamattina intorno alle ore 10:00. A consegnarlo ai due, nell’atrio della stazione, è stata una quinta persona: Paolo Bellini. Membro di Avanguardia Nazionale, un’organizzazione neofascista golpista fondata il 25 aprile del 1960 dal Politico esponente della destra neofascista Stefano Delle Chiaie, conosciuto soprattutto per traffico di opere d’arte è in Italia dal ’78. Non è un delinquente comune, soprannominato l’”aviere” per via del suo brevetto di volo ottenuto grazie ai molteplici contatti di Delle Chiaie, infiltrato per conto dei membri dell’MSI Franco Mariani e Giorgio Almirante con lo scopo di informarli della presenza o meno di elementi collegati all’estremismo duro che vadano contro la nuova destra moderata della politica di Almirante, è in Italia col nome di Roberto da Silva dopo aver trascorso due anni in Sudamerica facendo la spola tra il Brasile e il Paraguay. È sposato con Maurizia Bonini, una donna di 25 anni che non è a conoscenza della doppia vita del marito e che si fida talmente di lui da creargli l’alibi di una partenza per le vacanze da Rimini per il valico alpino del Passo del Tonale senza fare domande. Bellini, Cavallini, Fioravanti, la Mambro, Ciavardini, Bellini, sono solo un ingranaggio, fondamentale certo, ma che ha dietro un disegno ben più ampio, quello creato dai vertici di un’associazione di impronta anticomunista che punta a frenare qualsiasi velleità riformatrice, composta da politici, industriali, uomini della finanza, giornalisti, militari, funzionari e vertici di polizia e servizi segreti, un crocevia di poteri conservatori intervenuti nei fatti più gravi della storia del paese, una convergenza di interessi con un livello del potere occulto, silenzioso, riservato, un gruppo di potere con un capo indiscusso: Licio Gelli. Si chiama P2, Propaganda 2, una loggia massonica segreta fondata nel 1877 e aderente al più grande “Grande Oriente” istituito a Milano nel 1805, dove le sue mani, unite e guidate da un unico scopo, portare avanti un cosiddetto “Piano di rinascita democratica”, mirano a sostituire le alte sfere delle istituzioni con membri aderenti alla loggia con l’obiettivo finale di portare alle estreme conseguenze la cosiddetta “strategia della tensione”, una strategia di destabilizzazione del paese tramite una serie preordinata e ben congegnata di attentati terroristici al fine di trasformare l’Italia in una dittatura “morbida”. Ciò avverrebbe soltanto portando il paese a un livello di terrore tale da rendere necessarie misure eccezionali fino all’intervento dell’esercito, obiettivo raggiungibile soltanto attraverso attentati di gravità crescente. Questa strategia, inaugurata con l’eclatante attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969 e che comprende anche i sanguinosi attacchi al treno Freccia del Sud del 22 luglio 1970, alla manifestazione sindacale di Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974 e al treno Espresso 1486 Italicus il 4 agosto 1974, è gestita da una pluralità di soggetti: la componente neofascista e rivoluzionaria, mera manovalanza, che spinta da elementi infiltrati all’interno la stanno spingendo a compiere azioni terroristiche, la componente dei servizi segreti del SID, il Servizio Informazioni e Difesa, che non privi di complicità e legami internazionali stanno fornendo gli elementi infiltranti e garantendo la copertura degli eventi attribuendone la paternità ad altri o sfruttando mediaticamente a proprio favore perfino episodi esterni alla strategia, e la componente massonica, che sta fungendo da direttivo. L’ordine di colpire Bologna, la città comunista in occidente, la “vetrina rossa” del buongoverno di sinistra che attira l’attenzione di giornalisti e politici di tutto il mondo, era arrivato a febbraio dell’anno scorso direttamente dalla cuspide della Loggia, da Gelli, il capo supremo, il Gran Maestro Venerabile. Umberto Ortolani, faccendiere, il suo braccio destro, si era occupato del suo finanziamento, un milione di dollari, Federico Umberto d’Amato, direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, aveva garantito che dal punto di vista tecnico il progetto fosse portato avanti ed eseguito, Mario Tedeschi, politico dell’MSI e direttore del giornale di destra Il Borghese, aveva organizzato un piano di futuro depistaggio che avrebbe attirato, chiunque si fosse occupato di indagare sull’accaduto, su vicoli ciechi. Stamattina i binari sono affollati, il via vai delle persone è ininterrotto così come quello del personale di servizio. C’è anche il bigliettaio Roberto Castaldo, che sarebbe dovuto essere di turno a Cremona ma che all'ultimo momento è stato dirottato a Bologna. Sta aspettando l’Adria-Express, il treno straordinario 13534 Ancona-Basila che è in ritardo. Il caldo è afoso, la calca dei passeggeri non dà tregua, Castaldo pensa sia meglio ingannare l’attesa spostandosi in un posto meno affollato con altri due colleghi: il deposito del personale viaggiante. Un caffè, quattro chiacchiere e l’altoparlante annuncia finalmente l’arrivo del treno sul primo binario. Si ricompongono prima di percorrere le decine metri che separano il deposito del personale dai binari. Durante il tragitto i bigliettai passano davanti alla sala d'aspetto di seconda classe. Non notano nulla di anomalo, ci sono persone e bagagli, una cosa normale in una sala d’attesa. Proseguono tra la calca. C'è gente seduta sulle panchine, sui marciapiedi, ovunque, anche il gelataio è affollato, così come i tavolini del chiosco dei panini e dei ristoranti, tutti pieni. Sono le ore 10:10. I tre arrivano alla testa del convoglio, il capotreno assegna loro i compiti: il primo conduttore andrà in coda, uno rimarrà in testa, il terzo al centro. Prese le consegne, Roberto Castaldo si dirige verso la posizione assegnata. Alcuni passeggeri lo chiamano dall’interno del treno, appoggiati ai finestrini lo fermano per chiedere informazioni sugli orari. Con la faccia rivolta verso la coda del treno e la sala d’aspetto proprio alla sua destra, volge lo sguardo verso l’orologio che sta segnando in questo momento le 10:25. Il capotreno fischia, Castaldo si gira, il segnale è verde. Mentre alza il braccio destro, a pochi metri da lui nella sala d’aspetto, all'interno della valigia il meccanismo a tempo si ferma chiudendo il circuito elettrico. Le lancette dell’orologio sfiorano i perni saldati al quadrante che consentono alla batteria di dare corrente ai detonatori elettrici collegati in serie che accendendo in sequenza i ponticelli interni imbevuti nella miscela infiammabile attivavo l’Azoturo di Piombo e quindi la Pentrite. La carica principale viene attivata, i 23 chilogrammi di esplosivo, lasciati in quella specifica posizione, detonano con tutta la loro cattiveria. Castaldo non fa in tempo a prendere il via libera dal conduttore di coda che un boato squarcia l’aria. Con una velocità di detonazione di 8.000 metri al secondo dalla valigia abbandonata si spalanca l’inferno. La bomba, collocata a ridosso di muri robusti, strutturali, dopo averli investiti scatena la sua cieca potenza convogliando gran parte dell’energia distruttiva in una direzione. Come era stato previsto, mentre uno spazio aperto l'onda d'urto si sarebbe dispersa rapidamente, all'interno di uno spazio come quello di una stazione ferroviaria, la presenza di soffitti, pavimenti in marmo e solai in cemento, colonne e pareti perimetrali, ha cambiato tutto. L'onda d'urto primaria colpisce le pareti e il soffitto, rimbalzando. Queste onde riflesse si sovrappongono a quella principale. La pressione dell'aria totale, la sovrapressione, si moltiplica istantaneamente di cinque volte agendo come un enorme maglio invisibile su tutto ciò che incontra aprendosi un varco nelle vetrate e nelle pareti. Il tetto si solleva, le pareti si gonfiano e una fiammata rovente di 3.400 gradi centigradi invade gli spazi incendiando immediatamente i materiali infiammabili. Giornali, bagagli, arredi in legno e in plastica si vaporizzano, l’intera ala della stazione che contiene la sala d’aspetto, gli uffici al secondo piano e il bar-ristorante viene sollevata per aria. Privata dei supporti alla base, con l’entrata in gioco la forza di gravità, l'ala ovest viene giù sotto il proprio peso tirandosi dietro tutto, dal solaio di calpestio a quello di copertura, secondo una dinamica strutturale nota come crollo progressivo. Nell’atrio della stazione il muro d’aria investe i passeggeri sollevandoli da terra e schiacciandoli contro il pavimento mentre i materiali, sotto l'effetto dell'onda d'urto che viaggia a 7.000 metri al secondo, si trasformano in proiettili letali. Mattoni, pezzi di cemento, intonaco e piastrelle vengono scagliati ovunque ad altissima velocità. I solai in calcestruzzo e 30 metri di pensilina in lamiera, crollando sulla gente a terra sollevano una nuvola densa di polvere che riempie i vuoti fino al piazzale portandosi via i taxi in attesa di clienti come fossero giocattoli. Dalla parte opposta, l’energia sfoga sulle banchine, spazi lunghi e coperti da tettoie. Qui si incanalata lungo i binari trasformando qualsiasi oggetto rigido in un proiettile letale. Frammenti di muratura, mattoni, valigie e migliaia di schegge di vetro tagliente sono scagliati a velocità balistica verso il primo binario dove fermo, in ritardo, si trova il treno straordinario Ancona-Chiasso. L'onda d'urto e la pioggia di detriti investito in pieno le carrozze. I finestrini vanno in frantumi. La pressione non si limita a rompere il vetro, ma lo accelera. Migliaia di frammenti di vetro temperato vengono proiettati all'interno degli scompartimenti a velocità balistica di centinaia di chilometri orari trasformandosi in una pioggia di schegge taglienti. Le lamiere vengono deformate dall'energia termica e cinetica e la forza dello spostamento d'aria è tale da sollevare parzialmente e spostare dai binari alcuni vagoni, uccidendo e ferendo gravemente i passeggeri seduti all'interno dello scompartimento rivolto verso la stazione. All’interno della stazione, chi può tenta di uscire dal buio del fumo seguendo il bagliore del sole in lontananza, senza indumenti o con pochi stracci diventati tutt’uno con la pelle, mentre il fumo sale verso il cielo riavvolgendosi su sé stesso. I Primi minuti che passano sembrano eterni, stranamente silenziosi, un silenzio irreale, tremendo, assordante, con la polvere che comincia a precipitare verso il basso coprendo tutto. Il crollo dei materiali e la polverizzazione del cemento stanno saturando completamente l'aria con una nube fittissima di polvere e fumo. La visibilità è azzerata e l'aria è diventata irrespirabile a causa della miscela di polvere, monossido di carbonio e ossidi di zolfo residui della combustione. I morti sono ovunque, c’è tanto sangue, la gente grida, qualcuno corre lungo i binari coi vestiti laceri e una maschera di sangue, voltandosi indietro, come per vedere se qualcuno lo insegue. Una porzione di muro rimasta in piedi cede schiacciando chi è sotto, altro fumo, altra polvere. È un disastro. La bomba, posizionata in quel punto non casuale, ha moltiplicato i suoi effetti provocando il crollo dell'Ala Ovest dell'edificio. Il soffitto della sala d'aspetto è venuto giù per primo, non avendo più i muri a sostenerlo. Questo ha trascinato giù istantaneamente il primo piano dell'edificio, dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e gli alloggi del personale. La pesantissima pensilina in calcestruzzo armato esterna, agganciata alla facciata ormai disintegrata, si è spezzata ed è collassata verso il basso, schiacciando le persone che si trovavano sulla banchina in attesa dei treni. Il collasso della struttura è avvenuto in pochissimi secondi. La maggior parte delle vittime nella sala d'aspetto e sul primo binario non è morta per l'effetto diretto del calore o dell'onda d'urto, ma per il trauma da schiacciamento causato dalle centinaia di tonnellate di macerie che sono piovute dall'alto. Del ristorante, degli uffici del primo piano e della copertura non resta praticamente niente, così come dei corpi di uomini, donne e bambini, schiacciati, eviscerati, fatti a pezzi. A terra è una distesa di detriti. Ferro, cemento e mattoni sono mischiati a 85 corpi dilaniati. Ci sono brandelli di carne sulle travi, tronchi rivoltati, sangue sulle pareti, uno scalpo è sui binari a pochi metri da una mano. La palazzina, a fianco del corpo centrale della stazione, dove c’erano le sale d’aspetto di prima e seconda classe e l’entrata ai sottopassaggi, è ora un buco attraverso il quale si vedono i treni fermi sui binari, la tettoia di ferro del primo binario completamente squarciata con sotto le carrozze 611 e 612 di prima classe dell’Adria Express che era in partenza e che l’esplosione ha investito in pieno. Il treno sembra essere stato investito da un ciclone, l’energia cinetica dei gas e la struttura metallica del convoglio hanno fatto sì che si verificasse un’interazione fisica estremamente violenta. Il treno ha agito sia come uno scudo, che ha assorbito e riflesso l'energia, sia come una cassa di risonanza, che ha amplificato gli effetti distruttivi al suo interno. Quando l'onda d'urto è uscita dalle mura della stazione viaggiava come un muro invisibile di aria compressa ad altissima velocità. Nel momento in cui questo muro d'aria ha impattato contro la fiancata d'acciaio del treno, una superficie piana, verticale e rigida, è stata bruscamente arrestata rimbalzando. Questo arresto improvviso ha generato un fenomeno fisico chiamato pressione riflessa dove la forza esercitata sulla lamiera del treno è diventata fino a quattro volte superiore rispetto alla pressione dell'onda d'urto originale, con ognuna delle carrozze passeggeri, lunga 26 metri, alta quasi 3 e pesante 50 tonnellate, sollevata e spostata dai binari dalla forza laterale comportandosi come una gigantesca vela che ha fatto sì che la sua superficie, così vasta, abbia ottenuto una forza totale di decine di tonnellate applicata istantaneamente su un solo lato. Il risultato è stato una spinta laterale simmetrica che ha deformato la lamiera esterna schiacciandola verso l'interno e scaricato sui carrelli e sulle ruote un'energia tale da far oscillare violentemente il vagone, provocando il salto delle ruote fuori dalle rotaie. Dopo aver distrutto i finestrini, l'onda d'urto è penetrata all'interno della carrozza ferroviaria. L'interno di un treno è un tubo stretto, diviso in scompartimenti e corridoi. L'onda d'urto, entrando da un lato, non ha potuto disperdersi quindi è rimbalza contro il soffitto del vagone, le pareti divisorie degli scompartimenti e i sedili creando picchi di pressione ripetuti all'interno del vagone. Immediatamente dietro il fronte dell'onda d'urto, che è puramente pressoria, è arrivato il vento di detonazione, ovvero lo spostamento fisico della massa d'aria e dei gas caldi generati dall'esplosivo. Questo vento, che viaggiava a velocità superiori a quelle di un uragano, è penetrato nei vagoni sventrati portando con sé i detriti ad alta velocità che hanno investito i passeggeri. Subito dopo l'onda di pressione positiva, si è verificata una temporanea fase di depressione dove l'aria rimasta all'interno del vagone è stata violentemente risucchiata verso l'esterno, in direzione della stazione. Questo repentino cambio di pressione ha causato un secondo stress strutturale alle lamiere proiettando oggetti e corpi fuori dai finestrini distrutti facendo subire ai passeggeri gli stessi identici effetti di chi si trovava sulla banchina, con l'aggravante che la struttura stessa del treno, frammentandosi, ha generato ulteriori detriti letali. Qualche decina di metri più in là, in quella che una volta era la sala d’aspetto di seconda classe, il tavolino portabagagli non c’è più, al suo posto c’è un cratere del diametro di 120 per 100 centimetri e profondo 35, e poi sangue, moltissimo sangue, arti e visceri impastati con la polvere. All’esterno, tassisti e passanti si rialzano dopo essere stati investiti da un uragano di pietre. Alcuni fuggono in preda ad un panico incontrollato, altri, ancora frastornati si precipitano all’interno alla ricerca di sopravvissuti. Ma una volta varcato quel buco i loro volti sono lacerati dall’orrore nel vedere una folla in festa trasformata in un insieme di corpi straziati che ricoprono ciò che resta del pavimento della stazione. Le urla di chi cerca di aiutare si mischiano a quelle di chi cerca di attirare l’attenzione. In mezzo alla polvere, al fumo persistente e all’odore acre dell’esplosivo che arriva fino in fondo alla gola, c’è chi cerca di portare il proprio aiuto intralciando, involontariamente, l’operato dei primi soccorritori. Ma mentre le mani scavano, si feriscono, spostano pietre, nessuno fa caso ad un uomo che osserva tutto da dietro una colonna. È di corporatura magra, ha i capelli ricci, i baffi, indossa una maglietta celeste e al collo una catena d’oro con un crocifisso: è Paolo Bellini. Ripreso nel video Super 8 girato da un turista svizzero 12 minuti prima dell’esplosione mentre al binario 1 tra i viaggiatori era intento ad osservare i presenti, ora è di nuovo qui, questa volta tra i soccorritori. Guarda i feriti, mutilati e agonizzanti, venire strappati via dalle macerie. Sono tanti, le ambulanze non bastano. Autobus e macchine civili vengono immediatamente convertiti a mezzi di soccorso improvvisati che sfrecciano per le vie di Bologna in direzione degli ospedali. A segnalare il prezioso carico un lenzuolo bianco fuoriesce da uno dei finestrini. La città si è fermata, nessuno pensa a cosa succederà, ci si penserà domani, ora è il momento di salvare più vite possibili.

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