TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: carica occultata
DATA: 2 agosto 1980
STATO: Italia
LUOGO: Bologna, Stazione ferroviaria
MORTI: 85
FERITI: 206
Ultimo aggiornamento: 10 giugno 2026
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
Viaggiatori trafelati, borse con costumi da bagno, teli da mare, riviste
da leggere sotto l’ombrellone, per molti italiani stanno per iniziare le
vacanze. Siamo nell’estate del 1980 a Bologna, il primo sabato d’agosto e fa
molto caldo. I treni sono in ritardo e in tanti, giunti nel capoluogo emiliano,
si devono rassegnare a coincidenze saltate e a corse successive da attendere
con un sospiro scrutando impazientemente l’orologio. La stazione ferroviaria
situata in piazza Medaglie d’Oro è piena di persone, presa d’assalto da turisti
che vanno e vengono poichè Bologna è il crocevia d’Italia, lo snodo per
eccellenza, un luogo fondamentale per la rete ferroviaria italiana, chi dal
Nord scende sulla riviera adriatica passa per Bologna, chi dal Centro-Sud sale
per recarsi ai laghi o in montagna passa per Bologna. È il centro del mondo, uno
snodo ferroviario che smista famiglie intere, giovani e anziani, coppie di
sposi e fidanzati, bambini in sandali col sacchetto dei giochi impazienti di raggiungere
il mare o la montagna, ignari che l’orologio del destino ha già decretato la
loro sorte. È rovente l'aria questa mattina, l'estate picchia duro e i
viaggiatori cercano invano refrigerio nel bar-ristorante, sotto le pensiline e
nelle sale d'aspetto piene. Ed è proprio qui, nella sala d'aspetto di seconda
classe, attigua alla prima e al bar-ristorante, un ambiente destinato a
contenere una sessantina di persone affollato di persone in partenza, che
entrano due persone, all’apparenza come tante. Fanno qualche metro in questo stanzone
arredato con sedie e tavoli di legno, individuano un tavolino portabagagli in
muratura a circa 50 centimetri da terra, rivolto verso il primo binario e posizionato
proprio a ridosso del muro portante dell’Ala Ovest che li separa dalla sala
d'aspetto, e vi appoggiano due valigie, prima una, poi l’altra. Una delle due è
pesante, pesantissima, è del tipo in similpelle coi piedini in metallo. Nessuno
si accorge di niente, nessuno fa caso a loro, non il ragazzino che legge un
fumetto né la giovanissima mamma con in grembo la figlia di tre anni. I due, un
uomo e una donna, lasciati i bagagli e dato un rapido sguardo attorno e ai
presenti, vanno via nella totale indifferenza con cui sono entrati. Lui si
chiama Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giuvsa, ha 22 anni ed è di Rovereto.
È un uomo di una violenza inaudita, ha ucciso avversari, passanti e uomini del
suo stesso gruppo per rappresaglia, ha ucciso per dare una lezione o
semplicemente per paura che potessero parlare. La sua faccia di ragazzino è
conosciuta da tutti in Italia grazie alla sua partecipazione a numerose serie
televisive, la più famosa è “la famiglia Benvenuti”, e in alcuni spaghetti
western. Il suo curriculum parte dalla sottrazione di due casse di bombe a mano
durante una guardia notturna mentre faceva il servizio militare, detenzione
illegale di armi, traffico di stupefacenti, rapina, ricettazione, associazione
per delinquere, lesioni personali, danneggiamento e associazione sovversiva.
Lei si chiama Francesca Mambro, chietina, ha 21 anni, milita del FUAN, il
fronte giovanile dell’MSI, il Movimento Sociale Italiano, il partito
neofascista di Giorgio Almirante e Pino Romualdi, reduci della Repubblica
Sociale Italiana, il regime collaborazionista della Germania nazista. Il suo
curriculum, cha nulla ha da invidiare a quello di Fioravanti, spazia dalla
banale affissione abusiva alle rapine, dai sequestri di persona alla violazione
di domicilio, ricettazione, violazione delle disposizioni sul controllo delle
armi, lesioni personali, associazione sovversiva, violenza privata, falso, resistenza
a pubblico ufficiale, danneggiamento e contraffazione di impronte. I due,
fidanzati, dopo aver percorso l’atrio della stazione verso l’uscita attraversando
gruppi di persone che nemmeno si accorgono di loro, si ricongiungono con Luigi
Ciavardini, Gengis Khan, che li attendeva nel piazzale. 17enne aquilano di
nascita e romano di adozione, Ciavardini nonostante la giovane età ha già preso
parte ad azioni d’attacco, una conclusasi con la morte dell’agente di polizia
Maurizio Arnesano durante un agguato ai danni della pattuglia di polizia in
servizio di vigilanza davanti all'ambasciata del Libano a Roma con lo scopo di
disarmarli ed impadronirsi di un mitra, un’altra con l’omicidio dell’appuntato
di polizia Francesco Evangelista, un’altra ancora con l’esecuzione del
Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma Mario Amato, giustiziato con un
colpo di pistola alla nuca dopo essere stato sorpreso alle spalle mentre
aspettava l’autobus per recarsi in Procura. I tre, senza voltarsi indietro e consci
di stare per scrivere una pagina nera sui libri di storia, si allontanano dalla
stazione. Sono tutti esponenti di spicco del gruppo eversivo di
ispirazione neofascista NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, nati verso la
fine del 1977 attorno alla sede dell’MSI, come teorici
dello spontaneismo armato nazional-rivoluzionario avevano impugnato
apertamente le armi contro lo Stato proponendo una comunanza di intenti con
elementi della sinistra armata anti-borghese, un'alleanza operativa fra gruppi
ideologicamente diversi che, però, avevano come unico denominatore comune la
lotta contro la borghesia capitalista e l'imperialismo sia sovietico che
statunitense. Intanto nella sala d’aspetto di seconda classe, all’interno della
valigia più pesante, 23 chilogrammi di esplosivo ad altissimo potenziale sono
lì, ad una cinquantina di centimetri dal suolo, silenti, abbandonati, innescati.
La bomba non è un ammasso grossolano di dinamite da cava, ma un ordigno a tempo
militare e artigianale altamente sofisticato, strutturato per massimizzare la
velocità di detonazione e l'effetto di sventramento. La sua micidiale efficacia
non dipende dalla quantità assoluta, ma dalla qualità e dalla miscelazione dei
componenti. Il braccio armato rivoluzionario era riuscito a confezionare una
carica composta da un miscuglio di esplosivi molto particolari: la Tritolite e il
Tetrile. Il primo, realizzato all’inizio della Seconda Guerra Mondiale dai
laboratori di ricerca americani e inglesi, è una miscela di due esplodenti
primari: il Trinitrotoluene, di velocità di detonazione di 6.900 metri al
secondo preparato la prima volta nel 1863 dal chimico
tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz
Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di
Tritolo o Tnt, e l’RDX. Formalmente chiamato ciclotrimetilenetrinitramina,
l’RDX ha caratteristiche eccezionali, di velocità di detonazione di 8.750 metri
al secondo è stato scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg
Friedrich Henning nel 1898. È stato codificato con questo nome prima
dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga
scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e
sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e
"X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta
definitiva. L’RDX è un esplosivo stabile e i tecnici della rivoluzione lo
sapevano, così come sapevano che viene considerato il più potente tra gli esplosivi
militari di alta potenza. Ingrediente base per una serie di composizioni
esplosive, viene impiegato principalmente come potenziante di esplosivi più deboli.
Creato sostanzialmente per sommare i pregi e annullare i difetti di entrambi
gli esplosivi primari, utilizza l’RDX per garantire la massima potenza
dirompente e il TNT con la funzione di "flegmatizzante", ovvero di
riduzione della sensibilità del precedente rendendolo sicuro poiché, pur
essendo drammaticamente più potente e dirompente del TNT è estremamente
sensibile agli urti e alla frizione e quindi pericoloso da maneggiare e fonde a
temperature troppo alte, circa 205 gradi centigradi, rendendo impossibile e
pericolosissimo il processo di fusione e colata industriale. Grazie al TNT, l'intera
miscela poteva essere fusa a temperature inferiori ai 100 gradi centigradi e
colata direttamente nelle testate dei i siluri sottomarini, delle bombe d'aereo
e dei proiettili d'artiglieria pesante, garantendo un potere distruttivo
nettamente superiore rispetto a quello delle forze dell'Asse, che inizialmente
facevano ancora largo uso di TNT puro o miscele meno efficienti come l'amatolo.
Per migliorare la stabilità e la sicurezza durante lo stoccaggio a lungo
termine, alla formula veniva aggiunto un 1% di cera idrocarburica. Assieme alla
Tritolite, di velocità di detonazione di 7.900 metri al secondo conosciuta
anche col nome di Composizione B e composta quindi da un 59,5% di RDX, 39,5% di
Tritolo e un 1% di cera sintetica di paraffina, c’è il Tetrile, di velocità
di detonazione di 7.200 metri al secondo, esplosivo sensibilissimo agli urti sintetizzato
per la prima volta nel 1877 dal chimico olandese Michler per poi essere
perfezionato e prodotto negli stabilimenti dell’Esercito degli Stati Uniti agli
inizi del 1900 e continuamente sviluppato durante la Prima Guerra Mondiale, con
qualità esplosive nettamente superiori a quelle del Tritolo. La Tritolite come
carica principale e il Tetrile come rinforzo, vengono da residuati bellici
inesplosi di cui costituivano il riempimento. In Italia, nel dopoguerra, enormi
quantità di munizioni e bombe inesplose sono rimaste sepolte o abbandonate.
Esiste un mercato clandestino, alimentato da ditte di disinnesco o da
trafficanti privati, in cui gli ordigni vengono svuotati per recuperare
l'esplosivo che viene poi venduto alla criminalità e all'eversione nera. Lo sconfezionamento
dei residuati bellici e il furto di esplosivi civili sono pratiche collaudate
nell'Italia di questi anni, alimentate da mercati clandestini in cui la
criminalità organizzata e il terrorismo attingono a piene mani. Nel nord Italia
non sono in tanti ad essere capaci di questo. Dei tanti personaggi reazionari
atlantizzati e statalizzati, da parecchio tempo in stretti e organici
rapporti con i servizi segreti, c’è Massimiliano Fachini, nato a Tirana il 6
agosto 1942 e residente a Padova ed esponente di spicco e referente per il
Veneto di Ordine Nuovo. Questo, movimento neofascista falange extraparlamentare
di estrema destra nato nel dicembre del 1969 poco prima della strage
di Piazza
Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, è guidato dal politico
Clemente Graziani e da alcuni militanti dell’associazione politico-culturale di
estrema destra Centro Studi Ordine Nuovo, fondata nel 1956 dal politico
Pino Rauti, esponente del Movimento Sociale Italiano. Fachini aveva smontato
diversi M107 HE americani, proiettili in acciaio ad alto potenziale del calibro
di 155 millimetri lunghi 800 millimetri e contenenti una testata da 6,6
chilogrammi. Maneggiare oggetti come questo, spesso recuperati in mare, nei
laghi o dissotterrati, è un'operazione estremamente pericolosa, effettuata da
"recuperanti" civili esperti o artificieri infedeli. La spoletta è il
meccanismo d'innesco, meccanico o chimico, posizionato sulla testa o sulla coda
dell'ordigno. Dopo decenni sotto terra o in acqua, le spolette si presentano
spesso fortemente ossidate, arrugginite e chimicamente instabili. Nei
laboratori clandestini l'ordigno era stato bloccato in morse speciali e per
evitare scintille, che avrebbero causato la detonazione immediata, si erano utilizzate
chiavi e attrezzi in leghe di bronzo o ottone, materiali antiscintilla, e oli
penetranti o solventi per sciogliere la ruggine dei filetti. Lo svitamento era
avvenuto con estrema lentezza. Se la spoletta fosse stata totalmente bloccata o
pericolosa si sarebbe proceduto a tagliarla via isolandola dal resto del corpo
della bomba, oppure si sarebbe segato direttamente l'involucro d'acciaio della
bomba nella parte centrale, lontano dai sistemi d'innesco. Una volta rimossa la
spoletta o tagliato l'involucro in acciaio, si era ottenuto l'accesso alla
carica interna, che si presentava come un blocco solido e compatto simile a
roccia grigiastra. Con un processo artigianale di colaggio dell’esplosivo
portato allo stato liquido con vapore ad alta temperatura, Fachini era riuscito
a recuperarlo in forma stabile solidificandolo fino a renderlo riutilizzabile. A
livello teorico e ingegneristico, le procedure per lo svuotamento degli ordigni
si basano su principi chimico-fisici volti a minimizzare il rischio di
detonazione per attrito, calore o impatto. La Tritolite, essendo una miscela a
base di TNT, reagisce bene ai trattamenti termici controllati o meccanici ad
alta pressione. Poiché la matrice di TNT della Tritolite fonde a circa 80 gradi
centigradi, erano stati iniettati all’interno dei corpi d’artiglieria aperti
getti di vapore acqueo surriscaldato con una temperatura compresa tra gli 85 e
i 95 gradi centigradi facendo liquefare il TNT trasformandolo in una pasta
densa che si era trascinato con sé i cristalli di RDX in sospensione. Il
liquido poi era stato raccolto in vasche d'acqua dove, raffreddandosi, si era solidificato
in un blocco per essere riciclato. Per il Tetrile invece, poiché si trova
spesso nei vecchi ordigni sotto forma di cannelle o pastiglie pressate, a causa
dell’alta sensibilità del composto all’attrito e all’invecchiamento non era
stato possibile lo svuotamento manuale, quindi, essendo solubile in solventi
organici come l'acetone, era stato solubilizzato e riportato allo stato solido
fuori dal corpo bomba facendo evaporare il solvente. Questo era stato possibile
aggiungendo alla soluzione di acetone e una grande quantità d’acqua e poiché
l'acetone si lega istantaneamente all'acqua ma il Tetrile è insolubile in
acqua, quest'ultimo era stato forzato ad uscire dalla soluzione precipitando
immediatamente sotto forma di cristalli fini. Operazione particolarmente
rischiosa poiché quando il Tetrile ricristallizza da un solvente organico in
modo non rigorosamente controllato, tende a formare cristalli lunghi, aghiformi
o aggregati irregolari, struttura cristallina molto più sensibile all'attrito e
alle sollecitazioni meccaniche rispetto alla polvere granulare originaria. Il
semplice atto di raschiare o manipolare questi cristalli asciutti dal
contenitore di recupero avrebbe potuto innescare una detonazione accidentale. Il
materiale ottenuto da queste operazioni, risolidificato una volta raffreddato,
era stato frantumato in pezzi compatti in modo da creare un blocco solido che
occupasse il minor volume possibile, pressati e sagomati per ottimizzare lo
spazio e l'occultamento. La gigantesca carica costituita da quella di spinta
costituita dal Tetrile, e quella principale, di volume maggiore, di Composizione
B, era stata armata e chiusa in una valigia in tessuto pesante, una come tante
che questa mattina del 2 agosto all’interno della stazione ferroviaria
accompagnano le centinaia di viaggiatori. La parte meccanica dell’armamento è un
consegno a tempo costituito da un orologio modificato. Questo genere di innesco
era stato assemblato artigianalmente unendo una batteria comune come fonte di
energia e un orologio da tavolo alle cui lancette erano saldati dei fili
elettrici che all’orario prestabilito avrebbero incrociato due perni metallici
saldati al quadrante, alle estremità dei quali sono fissati altri due fili
elettrici. Il contatto tra questi avrebbe chiuso un circuito cablato a due
detonatori elettrici. Il tecnico capace di assemblare tali congegni aveva
programmato l’attivazione alle 10:25, garantendo ai trasportatori il tempo di
posizionare la valigia sul luogo più idoneo a massimizzare gli effetti e allontanarsi
dalla stazione. Per la sicurezza nel trasporto invece aveva creato un interruttore
On-Off costituito da una levetta metallica ricavata da un interruttore per
tergicristalli di automobile saldata su una staffa di metallo piegata ad hoc
lunga c10 centimetri e larga 3. Questo componente, definito tecnicamente "interruttore
di sicurezza per l'operatore", sarebbe servito a tenere il circuito
elettrico del congegno a tempo interrotto e totalmente isolato durante il
viaggio in treno e a piedi, evitando che vibrazioni o urti potessero attivare i
detonatori prima del tempo. Una volta posizionata la valigia sul tavolino della
sala d'aspetto, il trasportatore avrebbe girato la levetta su On dando
"luce verde" all’orologio che avrebbe continuato il suo conto alla
rovescia fino alle 10:25 con il circuito elettrico operativo e i detonatori
armati. Tutto è stato calcolato con precisione chirurgica, compresa l’affidabilità
dei detonatori elettrici, in numero di due e collegati in serie per la certezza
di una ridondanza in caso di malfunzionamento. Questi sono degli artifizi
esplosivi primari costituiti da un piccolo corpo cilindrico in alluminio contenente
una prima quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, di velocità di
detonazione pari a 8.400 metri al secondo, dirompente ed innescante preparata
per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, di caratteristiche
così elevate da classificarsi come "superesplosivo”, innescata a sua volta
da uno primario, l’Azoturo di Piombo, con velocità di detonazione di 5.300
metri al secondo, preparato della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory del
1890 e sensibilissimo al calore. Una miscela incendiaria pronta ad essere
accesa da un ponticello arroventato da una corrente elettrica avvierà la
reazione all’interno degli artifizi esplosivi, questi diretti discendenti di
quelli inventati nel 1876 da Julius Smith. Questi sono di tipo civile e utilizzati
nelle cave delle Alpi Apuane quotidianamente e in quantità industriali per
"coltivare" il marmo, ovvero per staccare i grandi blocchi dalla
montagna. L'approvvigionamento dei detonatori da parte dei terroristi neri avviene
principalmente attraverso due canali: I furti mirati e la complicità degli
esplosivisti. I depositi di esplosivo delle cave, le polveriere, sono situati
in zone isolate di montagna, spesso protetti solo da porte metalliche e
lucchetti, senza sistemi di sorveglianza elettronici, se non rudimentali e poco
affidabili. I terroristi, al bisogno, effettuano veri e propri raid notturni,
scardinando gli accessi e rubando intere cassette di detonatori. Nel secondo
caso viene contattato direttamente il tecnico specializzato abilitato a
maneggiare l'esplosivo e a far brillare le mine nella cava. In questi anni il
controllo burocratico sui consumi reali di materiale è estremamente blando,
pertanto la persona, compiacente o minacciato, può denunciare nei registri di cava
l’utilizzo di una quantità non veritiera, con gli artifizi detonanti nascosti e
accumulati giorno dopo giorno. Questo "surplus", che trattandosi di
materiale commerciale è privo di tracciabilità militare, il che lo rende
perfetto per non lasciare tracce, viene poi rivenduto al mercato nero o
consegnato direttamente ai camerati della galassia dell'eversione neofascista
toscana, che fa da cerniera logistica per i buchi neri del terrorismo
nazionale. In questo modo, unendo la devastante potenza d'urto del Compound B
rubato alla storia e rimodellato nei laboratori clandestini, e la forza
d'espansione del Tetrile, era stata confezionata la bomba. Il resto lo farà
invece la posizione, sollevata da terra e vicino a muri resistenti La
detonazione all’interno di un ambiente come una stazione ferroviaria non
sarebbe stata una semplice esplosione, ma un fenomeno di dinamica delle
strutture e fisica degli esplosivi di estrema complessità. La letalità
straordinaria di quell'evento non sarebbe dipesa solo dalla potenza
dell'ordigno, ma da una combinazione di fattori ambientali, geometrici e
strutturali all'interno dell'edificio. Nel momento esatto dell'innesco, la
carica di esplosivo sarebbe passata dallo stato solido a quello gassoso ad una
velocità spaventosa formando istantaneamente una bolla di gas ad altissima
temperatura e a una pressione calcolata in decine di migliaia di atmosfere.
Questa bolla avrebbe spinto radialmente l'aria circostante creando un'onda
d'urto invisibile ma solidissima, che avrebbe viaggiato a velocità supersonica.
Se la bomba fosse esplosa all'aperto, l'onda d'urto si sarebbe dispersa nello
spazio. L'ordigno, invece, piazzato all'interno di un volume chiuso, avrebbe
creato un’onda d’urto che colpendo il pavimento, il soffitto e le pareti della
sala, non potendo sfondarle istantaneamente tutte insieme, sarebbe rimbalzata.
In fisica delle esplosioni, questo fenomeno genera onde riflesse che si sommano
tra loro. A questo punto, l'aria arroventata e compressa avrebbe cercato la via
di fuga più rapida, sfogandosi con violenza inaudita verso l'esterno attraverso
le grandi vetrate della sala d'aspetto che danno sul primo binario con un
effetto simile ad un tappo di spumante. La vicinanza millimetrica della bomba
alla muratura inoltre avrebbe fatto sì che l'onda d'urto iniziale, quella a
massima brisanza, ovvero l'attitudine di una sostanza esplosiva a frantumare,
spezzare o ridurre in piccoli pezzi il suo contenitore o il materiale su cui è
appoggiata, investisse direttamente la base dei pilastri e dei muri di mattoni.
frantumato e polverizzato i primi metri della struttura portante verticale,
annullando la loro capacità di sorreggere il peso sovrastante, come se
all'edificio fossero state improvvisamente recise le gambe. La bomba è arrivata
in città ieri sera, ma non è stata trasportata da Fioravanti e dalla Mambro. Questi,
assieme a Ciavardini hanno passato la notte a Villorba, in provincia di Treviso,
a casa di Flavia Sbrojavacca, compagna di un quarto uomo, Gilberto Cavallini,
ignara sia dell’identità dei due, presentati come Riccardo e Chiara, sia di
quella del marito, per lei Luigi Pavan, Gigi per tutti, 28 anni, milanese, impiegato
in una compagnia petrolifera che lo costringe a frequenti trasferte ma che in
realtà sono la copertura perfetta per la sua attività terroristica. In assenza
di lei, che a casa non c’è quasi mai perché diventata mamma da meno di un mese
e trascorre quasi tutto il tempo a casa dei suoi, Fioravanti, la Mambro,
Ciavardini e Cavallini, altro nome di spicco dell’organizzazione nonché la mano
che ha sparato contro il Sostituto Procuratore Amato, i quattro, che lavorano
assieme da mesi, dall’assalto ai locali del distretto militare di Padova dove
avevano portato via quattro mitragliatrici, cinque fucili automatici, pistole e
proiettili, agli agguati contro forze di polizia, hanno rivisto i piani, dalla
fuga per il nord alla presa in consegna della valigia, bagaglio arrivato
stamattina intorno alle ore 10:00. A consegnarlo ai due, nell’atrio della stazione,
è stata una quinta persona: Paolo Bellini. Membro di Avanguardia Nazionale, un’organizzazione
neofascista golpista fondata il 25 aprile del 1960 dal Politico esponente della
destra neofascista Stefano Delle Chiaie, conosciuto soprattutto per traffico di
opere d’arte è in Italia dal ’78. Non è un delinquente comune, soprannominato
l’”aviere” per via del suo brevetto di volo ottenuto grazie ai molteplici
contatti di Delle Chiaie, infiltrato per conto dei membri dell’MSI Franco
Mariani e Giorgio Almirante con lo scopo di informarli della presenza o meno di
elementi collegati all’estremismo duro che vadano contro la nuova destra moderata
della politica di Almirante, è in Italia col nome di Roberto da Silva dopo aver
trascorso due anni in Sudamerica facendo la spola tra il Brasile e il Paraguay.
È sposato con Maurizia Bonini, una donna di 25 anni che non è a conoscenza
della doppia vita del marito e che si fida talmente di lui da creargli l’alibi
di una partenza per le vacanze da Rimini per il valico alpino del Passo del Tonale
senza fare domande. Bellini, Cavallini, Fioravanti, la Mambro, Ciavardini, Bellini,
sono solo un ingranaggio, fondamentale certo, ma che ha dietro un disegno ben
più ampio, quello creato dai vertici di un’associazione di impronta
anticomunista che punta a frenare qualsiasi velleità riformatrice, composta da
politici, industriali, uomini della finanza, giornalisti, militari, funzionari
e vertici di polizia e servizi segreti, un crocevia di poteri conservatori
intervenuti nei fatti più gravi della storia del paese, una convergenza di
interessi con un livello del potere occulto, silenzioso, riservato, un gruppo
di potere con un capo indiscusso: Licio Gelli. Si chiama P2, Propaganda 2, una
loggia massonica segreta fondata nel 1877 e aderente al più grande “Grande
Oriente” istituito a Milano nel 1805, dove le sue mani, unite e guidate da un
unico scopo, portare avanti un cosiddetto “Piano di rinascita democratica”,
mirano a sostituire le alte sfere delle istituzioni con membri aderenti alla
loggia con l’obiettivo finale di portare alle estreme conseguenze la cosiddetta
“strategia della
tensione”, una strategia di destabilizzazione del paese tramite una
serie preordinata e ben congegnata di attentati terroristici al fine di
trasformare l’Italia in una dittatura “morbida”. Ciò avverrebbe soltanto
portando il paese a un livello di terrore tale da rendere necessarie misure
eccezionali fino all’intervento dell’esercito, obiettivo raggiungibile soltanto
attraverso attentati di gravità crescente. Questa strategia, inaugurata con
l’eclatante attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano del 12
dicembre 1969 e che comprende anche i sanguinosi attacchi al treno Freccia del
Sud del 22 luglio 1970, alla manifestazione sindacale di Piazza della Loggia a
Brescia il 28 maggio 1974 e al treno Espresso 1486 Italicus il 4 agosto 1974, è
gestita da una pluralità di soggetti: la componente neofascista e
rivoluzionaria, mera manovalanza, che spinta da elementi infiltrati all’interno
la stanno spingendo a compiere azioni terroristiche, la componente dei servizi
segreti del SID, il Servizio Informazioni e Difesa, che non privi di complicità
e legami internazionali stanno fornendo gli elementi infiltranti e garantendo
la copertura degli eventi attribuendone la paternità ad altri o sfruttando
mediaticamente a proprio favore perfino episodi esterni alla strategia, e la
componente massonica, che sta fungendo da direttivo. L’ordine di colpire
Bologna, la città comunista in occidente, la “vetrina rossa” del buongoverno
di sinistra che attira l’attenzione di giornalisti e politici di tutto il
mondo, era arrivato a febbraio dell’anno scorso direttamente dalla cuspide
della Loggia, da Gelli, il capo supremo, il Gran Maestro Venerabile. Umberto
Ortolani, faccendiere, il suo braccio destro, si era occupato del suo finanziamento,
un milione di dollari, Federico Umberto d’Amato, direttore dell’Ufficio Affari
Riservati del Ministero dell’Interno, aveva garantito che dal punto di vista
tecnico il progetto fosse portato avanti ed eseguito, Mario Tedeschi, politico
dell’MSI e direttore del giornale di destra Il Borghese, aveva organizzato
un piano di futuro depistaggio che avrebbe attirato, chiunque si fosse occupato
di indagare sull’accaduto, su vicoli ciechi. Stamattina i binari sono
affollati, il via vai delle persone è ininterrotto così come quello del
personale di servizio. C’è anche il bigliettaio Roberto Castaldo, che sarebbe
dovuto essere di turno a Cremona ma che all'ultimo momento è stato dirottato a
Bologna. Sta aspettando l’Adria-Express, il treno straordinario 13534 Ancona-Basila
che è in ritardo. Il caldo è afoso, la calca dei passeggeri non dà tregua,
Castaldo pensa sia meglio ingannare l’attesa spostandosi in un posto meno
affollato con altri due colleghi: il deposito del personale viaggiante. Un
caffè, quattro chiacchiere e l’altoparlante annuncia finalmente l’arrivo del
treno sul primo binario. Si ricompongono prima di percorrere le decine metri
che separano il deposito del personale dai binari. Durante il tragitto i
bigliettai passano davanti alla sala d'aspetto di seconda classe. Non notano
nulla di anomalo, ci sono persone e bagagli, una cosa normale in una sala
d’attesa. Proseguono tra la calca. C'è gente seduta sulle panchine, sui
marciapiedi, ovunque, anche il gelataio è affollato, così come i tavolini del
chiosco dei panini e dei ristoranti, tutti pieni. Sono le ore 10:10. I tre arrivano
alla testa del convoglio, il capotreno assegna loro i compiti: il primo
conduttore andrà in coda, uno rimarrà in testa, il terzo al centro. Prese le
consegne, Roberto Castaldo si dirige verso la posizione assegnata. Alcuni
passeggeri lo chiamano dall’interno del treno, appoggiati ai finestrini lo
fermano per chiedere informazioni sugli orari. Con la faccia rivolta verso la
coda del treno e la sala d’aspetto proprio alla sua destra, volge lo sguardo
verso l’orologio che sta segnando in questo momento le 10:25. Il capotreno fischia,
Castaldo si gira, il segnale è verde. Mentre alza il braccio destro, a pochi
metri da lui nella sala d’aspetto, all'interno della valigia il meccanismo a
tempo si ferma chiudendo il circuito elettrico. Le lancette dell’orologio
sfiorano i perni saldati al quadrante che consentono alla batteria di dare
corrente ai detonatori elettrici collegati in serie che accendendo in sequenza i
ponticelli interni imbevuti nella miscela infiammabile attivavo l’Azoturo di
Piombo e quindi la Pentrite. La carica principale viene attivata, i 23 chilogrammi
di esplosivo, lasciati in quella specifica posizione, detonano con tutta la
loro cattiveria. Castaldo non fa in tempo a prendere il via libera dal
conduttore di coda che un boato squarcia l’aria. Con una velocità di detonazione
di 8.000 metri al secondo dalla valigia abbandonata si spalanca l’inferno. La
bomba, collocata a ridosso di muri robusti, strutturali, dopo averli investiti scatena
la sua cieca potenza convogliando gran parte dell’energia distruttiva in una
direzione. Come era stato previsto, mentre uno spazio aperto l'onda d'urto si
sarebbe dispersa rapidamente, all'interno di uno spazio come quello di una
stazione ferroviaria, la presenza di soffitti, pavimenti in marmo e solai in
cemento, colonne e pareti perimetrali, ha cambiato tutto. L'onda d'urto
primaria colpisce le pareti e il soffitto, rimbalzando. Queste onde riflesse si
sovrappongono a quella principale. La pressione dell'aria totale, la
sovrapressione, si moltiplica istantaneamente di cinque volte agendo come un
enorme maglio invisibile su tutto ciò che incontra aprendosi un varco nelle vetrate
e nelle pareti. Il tetto si solleva, le pareti si gonfiano e una fiammata rovente
di 3.400 gradi centigradi invade gli spazi incendiando immediatamente i
materiali infiammabili. Giornali, bagagli, arredi in legno e in plastica si
vaporizzano, l’intera ala della stazione che contiene la sala d’aspetto, gli
uffici al secondo piano e il bar-ristorante viene sollevata per aria. Privata
dei supporti alla base, con l’entrata in gioco la forza di gravità, l'ala ovest
viene giù sotto il proprio peso tirandosi dietro tutto, dal solaio di calpestio
a quello di copertura, secondo una dinamica strutturale nota come crollo
progressivo. Nell’atrio della stazione il muro d’aria investe i passeggeri
sollevandoli da terra e schiacciandoli contro il pavimento mentre i materiali,
sotto l'effetto dell'onda d'urto che viaggia a 7.000 metri al secondo, si
trasformano in proiettili letali. Mattoni, pezzi di cemento, intonaco e
piastrelle vengono scagliati ovunque ad altissima velocità. I solai in
calcestruzzo e 30 metri di pensilina in lamiera, crollando sulla gente a terra sollevano
una nuvola densa di polvere che riempie i vuoti fino al piazzale portandosi via
i taxi in attesa di clienti come fossero giocattoli. Dalla parte opposta,
l’energia sfoga sulle banchine, spazi lunghi e coperti da tettoie. Qui si
incanalata lungo i binari trasformando qualsiasi oggetto rigido in un
proiettile letale. Frammenti di muratura, mattoni, valigie e migliaia di
schegge di vetro tagliente sono scagliati a velocità balistica verso il primo
binario dove fermo, in ritardo, si trova il treno straordinario Ancona-Chiasso.
L'onda d'urto e la pioggia di detriti investito in pieno le carrozze. I
finestrini vanno in frantumi. La pressione non si limita a rompere il vetro, ma
lo accelera. Migliaia di frammenti di vetro temperato vengono proiettati
all'interno degli scompartimenti a velocità balistica di centinaia di
chilometri orari trasformandosi in una pioggia di schegge taglienti. Le lamiere
vengono deformate dall'energia termica e cinetica e la forza dello spostamento
d'aria è tale da sollevare parzialmente e spostare dai binari alcuni vagoni,
uccidendo e ferendo gravemente i passeggeri seduti all'interno dello
scompartimento rivolto verso la stazione. All’interno della stazione, chi può tenta
di uscire dal buio del fumo seguendo il bagliore del sole in lontananza, senza
indumenti o con pochi stracci diventati tutt’uno con la pelle, mentre il fumo
sale verso il cielo riavvolgendosi su sé stesso. I Primi minuti che passano
sembrano eterni, stranamente silenziosi, un silenzio irreale, tremendo, assordante,
con la polvere che comincia a precipitare verso il basso coprendo tutto. Il
crollo dei materiali e la polverizzazione del cemento stanno saturando
completamente l'aria con una nube fittissima di polvere e fumo. La visibilità è
azzerata e l'aria è diventata irrespirabile a causa della miscela di polvere,
monossido di carbonio e ossidi di zolfo residui della combustione. I morti sono
ovunque, c’è tanto sangue, la gente grida, qualcuno corre lungo i binari coi
vestiti laceri e una maschera di sangue, voltandosi indietro, come per vedere se
qualcuno lo insegue. Una porzione di muro rimasta in piedi cede schiacciando
chi è sotto, altro fumo, altra polvere. È un disastro. La bomba, posizionata in
quel punto non casuale, ha moltiplicato i suoi effetti provocando il crollo
dell'Ala Ovest dell'edificio. Il soffitto della sala d'aspetto è venuto giù per
primo, non avendo più i muri a sostenerlo. Questo ha trascinato giù
istantaneamente il primo piano dell'edificio, dove si trovavano gli uffici
dell'azienda di ristorazione Cigar e gli alloggi del personale. La pesantissima
pensilina in calcestruzzo armato esterna, agganciata alla facciata ormai
disintegrata, si è spezzata ed è collassata verso il basso, schiacciando le
persone che si trovavano sulla banchina in attesa dei treni. Il collasso della
struttura è avvenuto in pochissimi secondi. La maggior parte delle vittime
nella sala d'aspetto e sul primo binario non è morta per l'effetto diretto del
calore o dell'onda d'urto, ma per il trauma da schiacciamento causato dalle
centinaia di tonnellate di macerie che sono piovute dall'alto. Del ristorante,
degli uffici del primo piano e della copertura non resta praticamente niente,
così come dei corpi di uomini, donne e bambini, schiacciati, eviscerati, fatti
a pezzi. A terra è una distesa di detriti. Ferro, cemento e mattoni sono
mischiati a 85 corpi dilaniati. Ci sono brandelli di carne sulle travi, tronchi
rivoltati, sangue sulle pareti, uno scalpo è sui binari a pochi metri da una
mano. La palazzina, a fianco del corpo centrale della stazione, dove c’erano le
sale d’aspetto di prima e seconda classe e l’entrata ai sottopassaggi, è ora un
buco attraverso il quale si vedono i treni fermi sui binari, la tettoia di
ferro del primo binario completamente squarciata con sotto le carrozze 611 e
612 di prima classe dell’Adria Express che era in partenza e che l’esplosione
ha investito in pieno. Il treno sembra essere stato investito da un ciclone,
l’energia cinetica dei gas e la struttura metallica del convoglio hanno fatto
sì che si verificasse un’interazione fisica estremamente violenta. Il treno ha agito
sia come uno scudo, che ha assorbito e riflesso l'energia, sia come una cassa
di risonanza, che ha amplificato gli effetti distruttivi al suo interno. Quando
l'onda d'urto è uscita dalle mura della stazione viaggiava come un muro
invisibile di aria compressa ad altissima velocità. Nel momento in cui questo
muro d'aria ha impattato contro la fiancata d'acciaio del treno, una superficie
piana, verticale e rigida, è stata bruscamente arrestata rimbalzando. Questo
arresto improvviso ha generato un fenomeno fisico chiamato pressione riflessa
dove la forza esercitata sulla lamiera del treno è diventata fino a quattro
volte superiore rispetto alla pressione dell'onda d'urto originale, con ognuna
delle carrozze passeggeri, lunga 26 metri, alta quasi 3 e pesante 50
tonnellate, sollevata e spostata dai binari dalla forza laterale comportandosi
come una gigantesca vela che ha fatto sì che la sua superficie, così vasta,
abbia ottenuto una forza totale di decine di tonnellate applicata
istantaneamente su un solo lato. Il risultato è stato una spinta laterale
simmetrica che ha deformato la lamiera esterna schiacciandola verso l'interno e
scaricato sui carrelli e sulle ruote un'energia tale da far oscillare
violentemente il vagone, provocando il salto delle ruote fuori dalle rotaie.
Dopo aver distrutto i finestrini, l'onda d'urto è penetrata all'interno della
carrozza ferroviaria. L'interno di un treno è un tubo stretto, diviso in
scompartimenti e corridoi. L'onda d'urto, entrando da un lato, non ha potuto
disperdersi quindi è rimbalza contro il soffitto del vagone, le pareti
divisorie degli scompartimenti e i sedili creando picchi di pressione ripetuti
all'interno del vagone. Immediatamente dietro il fronte dell'onda d'urto, che è
puramente pressoria, è arrivato il vento di detonazione, ovvero lo spostamento
fisico della massa d'aria e dei gas caldi generati dall'esplosivo. Questo
vento, che viaggiava a velocità superiori a quelle di un uragano, è penetrato
nei vagoni sventrati portando con sé i detriti ad alta velocità che hanno investito
i passeggeri. Subito dopo l'onda di pressione positiva, si è verificata una
temporanea fase di depressione dove l'aria rimasta all'interno del vagone è
stata violentemente risucchiata verso l'esterno, in direzione della stazione.
Questo repentino cambio di pressione ha causato un secondo stress strutturale
alle lamiere proiettando oggetti e corpi fuori dai finestrini distrutti facendo
subire ai passeggeri gli stessi identici effetti di chi si trovava sulla
banchina, con l'aggravante che la struttura stessa del treno, frammentandosi,
ha generato ulteriori detriti letali. Qualche decina di metri più in là, in
quella che una volta era la sala d’aspetto di seconda classe, il tavolino
portabagagli non c’è più, al suo posto c’è un cratere del diametro di 120 per
100 centimetri e profondo 35, e poi sangue, moltissimo sangue, arti e visceri
impastati con la polvere. All’esterno, tassisti e passanti si rialzano dopo
essere stati investiti da un uragano di pietre. Alcuni fuggono in preda ad un
panico incontrollato, altri, ancora frastornati si precipitano all’interno alla
ricerca di sopravvissuti. Ma una volta varcato quel buco i loro volti sono
lacerati dall’orrore nel vedere una folla in festa trasformata in un insieme di
corpi straziati che ricoprono ciò che resta del pavimento della stazione. Le
urla di chi cerca di aiutare si mischiano a quelle di chi cerca di attirare
l’attenzione. In mezzo alla polvere, al fumo persistente e all’odore acre
dell’esplosivo che arriva fino in fondo alla gola, c’è chi cerca di portare il
proprio aiuto intralciando, involontariamente, l’operato dei primi soccorritori.
Ma mentre le mani scavano, si feriscono, spostano pietre, nessuno fa caso ad un
uomo che osserva tutto da dietro una colonna. È di corporatura magra, ha i
capelli ricci, i baffi, indossa una maglietta celeste e al collo una catena
d’oro con un crocifisso: è Paolo Bellini. Ripreso nel video Super 8 girato da
un turista svizzero 12 minuti prima dell’esplosione mentre al binario 1 tra i
viaggiatori era intento ad osservare i presenti, ora è di nuovo qui, questa
volta tra i soccorritori. Guarda i feriti, mutilati e agonizzanti, venire
strappati via dalle macerie. Sono tanti, le ambulanze non bastano. Autobus e
macchine civili vengono immediatamente convertiti a mezzi di soccorso improvvisati
che sfrecciano per le vie di Bologna in direzione degli ospedali. A segnalare
il prezioso carico un lenzuolo bianco fuoriesce da uno dei finestrini. La città
si è fermata, nessuno pensa a cosa succederà, ci si penserà domani, ora è il
momento di salvare più vite possibili.
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