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01 gennaio, 2022

Bombay, Victoria Dock, 14 aprile 1944

 

TIPOLOGIA: incidente
CAUSE: errore umano
DATA:
14 aprile 1944
STATO: India
LUOGO:
Bombay, Victoria Dock
MORTI: 1.238
FERITI:
2.583

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È venerdì 14 aprile, sono le ore 13:30, è un mite pomeriggio di primavera a Bombay e qui, nella Capitale dello stato del Maharashtra, prima città per densità di popolazione, il porto è gremito di navi da guerra. Trovandosi sulla costa occidentale e possedendo un profondo porto naturale che movimenta quasi la metà del traffico merci marittimo dell’India, Bombay è anche un’importantissima base navale e un centro logistico fondamentale per il progetto di invasione del Giappone. Le navi in porto battono tutte le bandiere degli alleati, soldati europei, asiatici, americani, affollano la città comprando ricordi come i variopinti sari di seta, elefanti d'Avorio e bastoncini di incenso cinese. Come ogni giorno lungo i moli si lavora a pieno regime, i turni sono duri e molti materiali da movimentare sulla banchina presentano un grado di pericolosità elevano tanto da mantenere il livello di attenzione degli operatori addetti al carico e scarico costantemente alto. Alcuni di questi, appena rientrati dalla pausa pranzo iniziata alle ore 12:30, stanno risalendo a bordo del mercantile norvegese per carichi pesanti M/S Belray. Uno dei primi, nello scendere in una delle due stive ha appena notato con la coda dell’occhio un filo di fumo fuoriuscire da una delle prese d’aria della stiva di una nave ormeggiata nel Victoria Dock, la banchina contigua. Si tratta della SS Fort Stikine, una nave da carico di 7.142 tonnellate di stazza costruita nel 1942 a Prince Rupert, una città portuale nella Columbia Britannica. Il mercantile, dal nome di un ex avamposto della Compagnia della Baia di Hudson situato nell’attuale Wrangell, in Alaska, e di proprietà della War Shipping Administration, l’agenzia di guerra di emergenza del governo degli Stati Uniti d’America incaricata di acquistare e gestire il tonnellaggio di navi civili necessario per combattere la guerra, fa parte di una classe di 198 navi da carico per l’utilizzo dal parte del Regno Unito nell’ambito dello schema Lend-Lease. Questo è un programma promulgato l’11 marzo 1941 in base al quale gli Usa forniscono al Regno Unito, alla Francia libera, alla Repubblica di Cina, all’Unione Sovietica e alle altre nazione alleate, cibo, petrolio e approvvigionamenti militari incluse navi e aerei da guerra, per i quali gli Stati Uniti ricevono in cambio basi militari e navali in territorio alleato durante tutta la durata del conflitto. Il Fort Stikine, arrivato in porto il 12 aprile via Gibilterra, Port Said e Karachi e con le operazioni di scarico iniziate già da una notte con parte di fertilizzante e di olio combustibile già portati a terra, è reduce di una traversata di una cinquantina di giorni dopo avere lasciato l’Inghilterra da Birkenhead carico di munizionamento, bombe aeronautiche, esplosivo sfuso, aeroplani Supermanire Spitfire, approvvigionamenti, e 31 casse di lingotti d'oro del valore di 890 mila sterline destinati a stabilizzare la Rupìa indiana. Dopo una sosta in Pakistan e scaricati a Karachi gli aerei da caccia Spitfire, parte degli approvvigionamenti, delle munizioni e degli esplosivi, ha stivato al loro posto 1.000 barili di olio combustibile, sacchi di riso, legname, rottami di ferro, zolfo, resina, fertilizzanti a base di pesce, e con protesta del Capitano Alexander James Naismith anche 8.700 balle di cotone grezzo, una merce vietata nel trasporto su rotaia da Punjab a Bombay. Chiamati gli altri nella stiva numero 2 per osservare il fumo biancastro venire da babordo, il lato della nave più vicino alla banchina, gli uomini del Belray si precipitano sul ponte per dare l'allarme. Non c’è tempo da perdere, gli operatori di un mezzo antincendio in stazionamento sul molo, allertati dalle grida di quegli uomini che si sbracciano in maniera nervosa, si precipitano sotto la nave con gli idranti ma senza aver dato “l’allarme 2”, ovvero quello per gli incendi su navi con carichi pericolosi, errore al quale il vice-caposquadra, accortosi di tale ingenuità, si affretta a rimediare andando a digitare il numero “290” sul telefono della banchina. Ma il telefono, con grande stupore dell’uomo, è privo di disco combinatore. La situazione precipita. Il vice-caposquadra, percorrendo di corsa la banchina per 170 metri fino alla cabina dell’avvisatore antincendio, rompe il vetro per suonare il campanello, un campanello di un allarme moderato che allerta il centro di controllo ma per l’invio di sole due autopompe. Le lancette dell'orologio della torre del porto stanno segnando le ore 14:16 e dentro il Fort Strike trasformato in una gigantesca bomba galleggiante lunga 135 metri, 180 metri cubi di legname pericolosamente posizionato sopra le balle di cotone accanto ai barili d’olio stanno per innescare una massa di esplosivo gigantesca, mostruosa: 1.395 tonnellate. Nella parte sud-ovest della stiva, contenute in 50.000 casse di legno del peso di 52 chilogrammi ciascuna ci sono i pezzi del calibro 7,7 millimetri, il munizionamento delle 8 mitragliatrici Browning .303 Mark II che armano le tre torrette difensive dei bombardieri quadrimotori pesanti inglesi Avro 683 Lancaster. Ciascun colpo è caricato con Polvere Infume, una invenzione del chimico francese Paul Marie Eugène Vieille che aveva ottenuto un nuovo tipo di polvere da sparo di tipo propellente completamente diverso dalle altre e che sviluppava un’energia tre volte superiore producendo nel contempo fumi di combustione molto ridotti. Questo tipo di esplosivo era stato realizzato unendo una miscela di etere ed alcool al prodotto della gelatinizzazione della Nitrocellulosa, l’esplosivo scoperto nel 1838 dal chimico francese Théophile-Jules Pelouze da carta, lino e cotone, ricetta perfezionata e stabilizzata dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846 contemporaneamente al chimico tedesco Johann Friedrich Böttger. Nella porzione nord-ovest della stiva invece, confezionate in panetti del peso di 200 grammi l’uno e contenute in 7.000 casse di legno del peso netto di materiale equivalente a 34 chilogrammi ciascuna ci sono 238 tonnellate di esplosivo sfuso di tipo "A" ad alta sensibilità. Questo è il Trinitrotoluene, un esplosivo preparato la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt. Immediatamente accanto, impilate ordinatamente le une sulle altre nella parte nord-est della stiva ci sono le bombe aeronautiche e sono del tipo a caduta libera con carica di esplosivo ad alta velocità, un tipo di bombe che seguono una traiettoria balistica dopo il lancio in funzione della velocità del mezzo aereo e della sua quota in relazione alla quota del bersaglio a terra. Queste, “per operazioni speciali, ad alta capacità”, sono completamente diverse dalle classiche “per uso generico, a media capacità” utilizzate per le operazioni di bombardamento strategico e tattico con l’impiego di bombardieri a lungo raggio per sganciare grandi quantità di ordigni su parti di territorio nemico dietro la linea del fronte per minarne il morale, il sistema produttivo o le infrastrutture, o per supporto attaccando mezzi e truppe sul campo. Destinate ad un utilizzo chirurgico, preciso e altamente distruttivo, qui dentro ci sono 150 Blockbuster, dei cilindri in acciaio di completa distruzione progettati per scopi di bombardamento in cui è richiesto il massimo danno da esplosione. Sono bombe gigantesche che hanno una configurazione particolare, modulare, poiché le versioni maggiori sono studiate per essere costituite da sezioni affiancate della più piccola imbullonate tra loro. Stoccata nella stiva del Fort Stikine c’è la versione più pesante, misura 741 centimetri di lunghezza per 97 centimetri di diametro ed è costituita da quattro sezioni affiancate della versione più piccola da 782 chilogrammi di peso lunga 224 centimetri con un diametro di 76 e una carica esplosiva di 556 chilogrammi. La grande, pesante invece 5.443 chilogrammi contiene una carica esplosiva di 4.355 chilogrammi, in alcuni casi costituita da Torpex, in altri casi da Amatex. Sono entrambi esplosivi ad alta velocità, il primo è potentissimo, sviluppato nel 1942 presso la Fabbrica Reale Gunpowder, nel Waltham Abbey, nel Regno Unito, è 50% più potente del Trinitrotoluene ed è composto da 40% in peso di questo, 42% in peso di RDX e 18% in peso di polvere di alluminio. Il nome è l'abbreviazione di TORPedo EXplosiv, essendo stato originariamente sviluppato per la testata dei siluri. L’Amatex invece è una miscela esplosiva sviluppata dall’ammiragliato britannico nei primi anni della guerra ed è costituita da 51% in peso di Nitrato d’Ammonio, il fertilizzante preparato dal chimico e farmacista tedesco Rudolph Glauber nel 1659 che lo aveva chiamato “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma e scoperto come prodotto esplodente dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1870, 40% in peso di Trinitrotoluene e 9% in peso di RDX. Formalmente chiamato ciclotrimetilenetrinitramina, l’RDX ha caratteristiche eccezionali, è stato scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898 e codificato con questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920. “RD” sta per Research and Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, mentre la "X", la classificazione, è nata come lettera provvisoria poi rimasta definitiva. Separati da tutti, a sud-est dello scompartimento dedicato agli armamenti, chiusi in 500 casse ci sono i meccanismi più delicati, i detonatori e le spolette. I detonatori, del tipo a fuoco ed elettrico, sono gli artifizi esplosivi primari in grado di innescare l’esplosivo sfuso. Quelli elettrici, eredi del cilindretto di alluminio inventato nel 1876 da Julius Smith attivati da una scarica elettrica che arroventava un ponticello imbevuto in una soluzione infiammabile e innescava una carica di Fulminato di Mercurio, esplosivo primario sensibilissimo agli urti e al calore, sintetizzato già nel XVII secolo e perfezionato nel 1799 dal chimico inglese Edward Howard, nella versione “moderna” hanno il medesimo accenditore ma contengono due micro cariche, una secondaria di Pentrite, uno degli esplosivi più potenti preparato per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, che innesca una primaria di Azoturo di Piombo, il preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890. I detonatori a fuoco invece, eredi di quello inventato da Alfred Nobel nel 1867 consistente in un tubetto di stagno riempito anch’esso di Fulminato di Mercurio, sono attivati da una classica miccia a lenta combustione, un cordone di cotone reso impermeabile con un’anima di Polvere Nera, esplosivo formato da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e scienziato Ruggero Bacone nel 1249 modificando quella comparsa per la prima volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao nel 1044 che suggeriva il dosaggio di un 74% in peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11% in peso di zolfo. Erede del cordone di canapa catramata con l’anima di polvere nera brevettata il 6 settembre 1836 da William Bickford, consente alla fiamma un percorso di un metro ogni 120 secondi. Le spolette invece, chiuse in altre casse di legno separate dai detonatori da un pannello di legno, consentono l’innesco dell’esplosivo contenuto nelle ogive delle bombe. Da montare sul naso delle ogive, questo tipo studiato appositamente per le Blockbuster sono di tipo meccanico, con una molla che rilascia un percussore all’impatto della bomba col terreno che arma il detonatore interno con innesco ad urto. Questo carico, minacciato dalle fiamme che metro dopo metro stanno avvolgendo la stiva, deve essere messo in sicurezza nel più breve tempo possibile. Sono passati 8 minuti dopo il primo squillo di sirena che l'ufficiale del più vicino distaccamento dei vigili del fuoco arriva sul posto con le due autopompe. Dopo aver osservato dall’interno l’incendio ormai già propagato si rende conto che è il cotone ad avere preso fuoco per primo. La causa? Una lanterna creduta spenta e ancora calda poggiata su una delle balle. I minuti passano e le fiamme, che si stanno espandendo con una velocità impressionante, hanno già acceso il legname che sta facendo aumentare esponenzialmente la temperatura nella stiva. Il metallo dei barili di olio combustibile si deforma e alcuni di questi, danneggiati nella movimentazione e nel trasporto ma stivati ugualmente nonostante perdessero olio, stanno per prendere fuoco. L’ufficiale, che sbianca alla vista del carico invia immediatamente “l’allarme numero 2” in modo da allertare altre 8 autopompe che arrivano in pochi minuti, sono le ore 14:35. Gli ultimi ad arrivare sono Norman Coombs, capo dei vigili del fuoco di Bombay, precipitatosi sulla banchina ancora in pantaloncini e giacca sportiva, e il Capitano Oberst, ufficiale dell’Indian Army Ordnance Corps, il corpo d’artiglieria dell’esercito, responsabile degli esplosivi in porto. Hanno in mano una planimetria del mercantile con la disposizione del carico nella stiva. In un velocissimo briefing assieme al Capitano Naismith e al Comandante Longmore della Royal Indian Navy, la forza navale dell’India Britannica, prendono coscienza che se la SS Fort Stikine dovesse saltare in aria sprofonderebbe con tutto il porto e parte della città. Il calore è immenso e tutto intorno l’acqua sta ribollendo, la nave deve essere immediatamente affondata. Ma il Colonnello Carl Liam Sadler, direttore generale del porto, non è d'accordo, il metro e mezzo d’acqua tra la chiglia della nave e il fondale del porto del punto in cui è ormeggiato il mercantile è troppo poco profondo e non coprirebbe neppure la parte inferiore della stiva numero 2. Mentre il Comandante Naismith, confuso da questi consigli contrastanti e titubante sul da farsi, l’olio prende fuoco con le cataste di legname e le balle di cotone diventate un’unica, immensa palla di fuoco. Sono le ore 14:50, mentre si decide se allontanare o no il mercantile dai moli trascinandolo al largo con dei rimorchiatori, 2 motoscafi antincendio arrivati nel frattempo sul posto, il Doris e Panwell, aprono altre 9 manichette sulla nave in fiamme, ma è troppo tardi, la situazione interna precipita vertiginosamente nella stiva diventata un immenso rogo coi pompieri che continuano a rovesciarvi da quasi un’ora 900 tonnellate d’acqua portando il numero delle manichette a terra da 11 a 32. Gli ultimi membri d’equipaggio lasciano il mercantile di corsa ma all’esterno la maggior parte dei portuali, non dando importanza agli eventi che si susseguono davanti alla Fort Stikine, continuano a lavorare come se nulla fosse, complice l’assenza di esposizione della bandiera rossa per indicare un carico pericoloso a bordo, una pratica interrotta in quanto avrebbe identificato tali navi in ​​caso di raid aereo nemico rendendole un bersaglio primario. Inoltre, essendo stata interrotta per lo stesso motivo anche l’obbligatorietà dello scaricamento in chiatte offshore delle merci a rischio come gli esplosivi di tipo “A”, i più pericolosi, praticamente nessuno a parte gli equipaggi e gli ufficiali del porto sapevano il reale contenuto di ogni bastimento. Ciò che i portuali stanno guardando con curiosità è solo un’anonima nave con del fuoco a bordo e delle operazioni di spegnimento, una cosa abbastanza frequente in un porto trafficato come quello, talmente frequente che un marinaio del Jalapadma, una nave da carico ormeggiata a poppa del Fort Stikine, finisce con l'annoiarsi a tal punto nello stare a guardare tutti quegli uomini con le pompe in mano da andarsene sottocoperta a leggere un libro. Solo uno spettatore si è accorto del reale pericolo, un marinaio del Belray, uno che conosce bene gli incendi perché li ha combattuti durante gli incessanti bombardamenti di Londra da parte dei tedeschi. Alla vista delle fiamme che stanno cambiando colore diventando giallo scuro gli riappare davanti agli occhi una frase del suo vecchio manuale d'istruzione antincendio: "fiamme giallo scure, pericolo esplosivi", sono le ore 16:06. L’uomo ha appena il tempo percorrere tutto il ponte del Belray urlando ai compagni di mettersi al riparo prima di gettarsi faccia a terra nel pozzetto del cannone che una fiammata si fa strada lungo i condotti e le aperture del mercantile di fronte levandosi in aria ben oltre l’albero maestro. La Fort Skitine salta in aria, l’esplosione scuote l’aria con tale violenza da mandare in tilt i sismografi dell'Osservatorio dell’Istituto Indiando di Geomagnetismo dell’isola di Colaba. Il mercantile viene spezzato in due scardinando la caldaia dai sostegni e sparandola attraverso le lamiere ad una distanza di 800 metri. La terra trema, a Bombay le strutture si aprono, fino a 1.600 metri i muri crollano, le finestre vanno in frantumi per 12 chilometri. Dal molo un gigantesco fungo di fuoco spazza via qualsiasi cosa lanciando in aria una pioggia di rottami e cotone in fiamme. Sulla banchina un ufficiale viene tagliato in due da un pezzo di lamiera, il Comandante Naismith e il Secondo Ufficiale sono trascinati via davanti all’ispettore marittimo che viene completamente spogliato, i pompieri sono falciati come spighe. In basso il mare si solleva di 10 metri, i bacini vengono devastati da un anello di fuoco che con la potenza di 1.000 uragani attraversa la superficie raggiungendo una dopo l’altra le navi ormeggiate. Il Doris e il Panwell spariscono; il Belray, della Armstrong Whitworth & Co. Ltd e del peso di 4.094 tonnellate viene sbattuto violentemente sul molo; il Jalapadma, la nave da carico inglese da 3.857 tonnellate della Scindia Steam Navigation Company viene divisa in due con la parte anteriore sollevata per 20 metri e scaraventata sul tetto di un capannone e la poppa lanciata per 180 metri; il Baroda, una nave da carico inglese da 3.172 tonnellate di proprietà della British India Steam Navigation Company viene incenerita; la HMIS El Hind, una nave passeggeri da 5.319 tonnellate utilizzata dalla Scindia Steam Navigation Company Ltd e requisita dalla Royal Indian Navy come nave da sbarco, viene scoperchiata assieme alla Fort Crevier e alla Kingyuan, due navi da carico inglesi, la prima di 7.142 tonnellate e la seconda, di proprietà della China Navigation Company, di 2.653 tonnellate; due navi da carico, la General van Sweiten, da 1.300 tonnellate, la General van der Heyden, da 1.213 tonnellate, e il Tinombo, un mercantile costiero da 872 tonnellate, tutte olandesi e di proprietà della Koninklijke Peketvaart-Maatschappij, sono sollevate e rovesciate su un lato dilaniando tra le lamiere 2, 15 e 8 membri dell’equipaggio; le chiglie della nave da carico norvegese Graciosa, da 1.173 tonnellate di proprietà di Skibs A/S Fjeld, e dei due mercantili panamensi Iran e Norse Trader, la prima da 5.677 tonnellate della Iran Steamship Company, la seconda da 3.507 tonnellate di proprietà di Wallen & Co. Sank, si squarciano per tutta la lunghezza piegandosi verso l’interno; alla nave da carico egiziana Rod El Farag, da 6.292 tonnellate, della Sociète Mirs de Navigation Maritime, il ponte viene completamente fatto a pezzi, la poppa è piegata verso l’alto e il lato destro rientra per metà; all’HMS LCP 323 e all’HMS LCP 866, due piccoli mezzi da sbarco inglesi del peso di 3.674 chilogrammi non va meglio, le lamiere accartocciate come fogli di carta sono strappate dalle chiglie sollevate dall’acqua e lanciate in direzione della vicina Empire Indus, una nave da carico inglese da 5.155 tonnellate e della vicina HMHS Chantilly, una nave passeggeri inglese da 10.017 tonnellate trasformata in nave ospedale, mentre vengono avvolte dalle fiamme e strappate dagli ormeggi. L’onda di sovrappressione, devastati i bacini raggiunge la terraferma. 55 mila tonnellate di cereali, le riserve di emergenza destinate alla carestia del Bengala sono cancellati, i sili che li contengono scoperchiati, rovesciati su un lato e aperti per tutta la lunghezza. Le balle di cotone in fiamme, cadendo dal cielo sulle navi attraccate, sul cantiere navale e sulle aree dei bassifondi fuori dal porto, incendiano due chilometri quadrati di superficie edificata. In un raggio di 800 metri dalla nave alcune delle porzioni più sviluppate ed economicamente importanti di Bombay vengono cancellate. In città frammenti di metallo rovente, mattoni e porzioni di cemento ricadono sulle case e sulle strade falciando i passanti e uccidendo chi non si trova al riparo. Un lingotto d’oro sfonda il tetto di una casa atterrando ai piedi di un vecchio che legge nel balcone al terzo piano. Nella stanza accanto, la moglie non ha il tempo di accorgersi di nulla, un frammento di banchina squarcia il muro della camera da letto trapassandole il petto. Sul Belrav, il marinaio che si è buttato nel pozzetto risale in coperta, ormai trasformata in un cumulo di ferro inclinato di 40 gradi, corpi senza vita e moribondi. Solleva di peso un compagno, gli scivola dalle mani per il troppo sangue, la gamba gli è stata strappata di netto, fatica a portarlo giù per la passerella ma cerca prendere anche gli altri. Va avanti e indietro più volte, dispone i feriti a terra tra due muri rimasti intatti, al riparo dai continui scoppi di munizioni. L'ultimo è un marinaio indiano che ha perso entrambe le gambe, lo raccoglie per caricarlo su una piccola automobile ferma sulla banchina, l'ha quasi raggiunta quando dal bagliore rossastro della nuvola di fumo che nasconde il Fort Skitine un boato scuote l’aria per la seconda volta. Sono le ore 16:46, la restante parte di esplosivo si è accesa. La detonazione è impressionante, molto più potente della precedente. Il marinaio spinge il compagno sotto l'automobile seguendolo nel fango prima di essere raggiunto dall’onda di sovrappressione che solleva l’auto da terra scaraventandola contro un muro. Il boato, sentendosi per 80 chilometri fa vibrare il terreno fino alla città di Shimla, a 1.750 chilometri. La prima esplosione, avvenendo lateralmente ha sfogato parte della sua forza contro l'acqua e contro i capannoni delle banchine, questa, con un effetto spaventoso si sviluppa invece verticalmente. Il fungo nero che si apre coprendo il precedente risucchia verso l’alto frammenti di metallo, legno e cotone infuocato per un'altezza di 1.500 metri, una seconda pioggia di detriti bersaglia terra e acqua in un raggio di 900 metri appiccando fuochi oltre i confini del porto, nei quartieri residenziali. Intorno lo scenario è infernale. 1.238 persone tra cui 410 militari, 531 civili, 231 operatori portuali e 66 pompieri, sono state dilaniate. I loro corpi smembrati, accartocciati come fogli di carta non hanno più una forma. Altre 2.583, civili, soldati inglesi, indiani, aviatori della RAF e uomini delle forze armate americane sono invece feriti in modo grave. Il porto non esiste più, sotto una colonna nera che si estende su tutta la baia le strutture sono state appiattite e un milione di tonnellate di macerie, parti umane e di animali ricoprono il terreno per chilometri. Anche dei due bacini resta ben poco: il Jalapadma, il Baroda, il Fort Crevier, la Graciosa, l’Iran e il Rod El Farag sono distrutte; il Belray, la HMIS El Hind, il Kingyuan, il General van Sweiten, il General van der Heyden, il Tinombo, la Norse Trader, l’HMS LCP 323 e l’HMS LCP 866 sono affondate, tre ponti girevoli d’ingresso sono fuori dai loro sostegni, l’ingresso del bacino Victoria è bloccato da una nave affondata all’interno e da una affondata all’esterno, l’imbocco invece è ostruito da un groviglio di alberi e sartiame. La Empire Indus e la HMHS Chantilly, miracolosamente sopravvissute ma ancora in fiamme, vagano lentamente verso la costa trasportate dalla corrente. La macchina dei soccorsi sarà imponente, mentre i funzionari portuali stanno allontanando in tutta fretta dirigendole in mare aperto altre 7 navi trasporto esplosivi dal bacino Alexandra, 6.000 indiani e 2.000 soldati inglesi si mobilitano allestendo postazioni di primo soccorso della Croce Rossa in tutta l’area con l’ospedale St. George che verrà intasato dai feriti mentre 80.000 persone resteranno senza una casa, anche loro vittime di una guerra che non sembra ancora vedere la fine.

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01 ottobre, 2021

Milano, Banca Nazionale dell'Agricoltura, 12 dicembre 1969

TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: carica occultata
DATA: 12 dicembre 1969
STATO: Italia
LUOGO: Milano, Banca Nazionale dell’Agricoltura
MORTI: 17
FERITI: 88

Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2026

Tempo di lettura: 26 minuti

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

Sono le ore 16:15 del 12 dicembre 1969, è venerdì pomeriggio, Natale è ormai prossimo, spuntano i primi addobbi e a Milano i negozi sono già affollati. La sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana è ancora stracolma di clienti. Normalmente l’orario di chiusura dell’istituto di credito sarebbe alle ore 16:30, tuttavia oggi è il giorno del mercato e con un po’ di elasticità la chiusura dei cancelli è stata posticipata per consentire ai clienti il completamento le proprie incombenze. Fuori piove, un motivo in più per consentire ai coltivatori diretti, imprenditori agricoli, allevatori, mediatori, commercianti di mangimi e piccoli risparmiatori di campagna arrivati da tutta la provincia, di restare all’interno della struttura. La Banca Nazionale dell'Agricoltura è l’unica a Milano a permettere ai propri correntisti di prolungare le mediazioni oltre l’orario di chiusura, contrattazioni effettuate nella grande sala, “la rotonda”, dove al centro, in corrispondenza del tetto, trova posto un massiccio tavolo ottagonale di mogano con sopra una spessa lastra di cristallo e un ripiano sottostante in cui i clienti possono sistemare le proprie borse. In alto, due piani di vetrate circolari dominano l’area circostante degli uffici amministrativi che vista l’ora tarda si stanno pian piano svuotando degli impiegati. Tutt’intorno, dietro il bancone circolare vi stazionano ancora gli sportellisti e i funzionari della banca, in tutto sono una settantina. L'edificio che ospita la sede si trova al civico 4, a pochi passi dal Duomo. Occupa un intero lato della piazza, posizionandosi all'angolo con l'attuale via Beccaria. La facciata presenta i tratti tipici dell'architettura bancaria e istituzionale milanese della prima metà del Novecento: solida, austera e imponente. Il piano terra è caratterizzato da ampi ingressi e grandi vetrate protette da saracinesche, sormontate dalla vistosa insegna della banca. La piazza antistante, progettata nel Settecento dal celebre architetto Giuseppe Piermarini, ospita al centro la storica fontana in granito rosa e marmo di Carrara. Il vero fulcro architettonico dell'edificio, il grande salone centrale situato al piano terra, è concepito per accogliere un elevato flusso di pubblico e presenta caratteristiche strutturali ben precise. Il soffitto del salone non è chiuso da una soletta cieca, ma è sovrastato da una grande struttura a cupola a vetrate. Questa scelta architettonica permette alla luce naturale di inondare l'ambiente dall'alto, conferendo respiro e ampiezza all'intero piano terra. L'area di lavoro degli impiegati è invece separata dallo spazio per il pubblico tramite un massiccio e lungo bancone di legno e ferro dalla forma tondeggiante in cui trovano posto, in prima linea, gli sportelli per il pubblico. L'area centrale, circondata da questi, è volutamente molto ampia per agevolare le contrattazioni, con al centro geometrico della stanza posizionato il grande tavolo attorno al quale i clienti sono soliti appoggiarsi per compilare le distinte, firmare i contratti o semplicemente discutere di affari. Ogni venerdì pomeriggio il salone si riempie di coltivatori diretti, allevatori e piccoli imprenditori agricoli che, dopo aver concluso il tradizionale mercato in città, si ritrovano in banca per saldare i conti. All’esterno, alla fine di via Santa Tecla, il tassista Cornelio Rolandi ha appena lasciato un individuo in abito scuro a 130 metri dall’ingresso dell’edificio. È salito sul taxi in piazza Cesare Beccaria e scendendo dall’auto ha chiesto all’autista di attenderlo mentre si dirige camminando normalmente, senza fretta, verso la banca. Ha con sé una grossa borsa da viaggio in vinilpelle, una Mosbach-Gruber fabbricata in Germania. Pesante, pesantissima, è nera con fibbia di metallo e un gallo inciso sopra. Il suo nome è Delfo Zorzi, ha 27 anni, è nativo di Mestre, laureato in Lingue Orientali all’Istituto Universitario Orientale di Napoli è un esponente di Ordine Nuovo. Questa falange extraparlamentare di estrema destra è appena nata, è guidata dal politico Clemente Graziani e vi fanno parte alcuni militanti dell’associazione politico-culturale di estrema destra Centro Studi Ordine Nuovo fondata nel 1956 dal politico esponente del Movimento Sociale Italiano Pino Rauti. Assieme a Carlo Maria Maggi, referente per il Triveneto, 35enne laureato in medicina che esercita la professione presso l'ospedale geriatrico Giustinian di Venezia e come medico di base nell'isola della Giudecca, Zorzi guida la cellula veneziana-mestrina del neonato movimento. Maggi è molto conosciuto e stimato dai pazienti tanto da guadagnandosi la fama di "medico degli operai" ma dietro questa facciata rispettabile si cela un ruolo di primo piano all'interno dell'eversione nera italiana. Inizialmente militante negli anni ’50 e i primi ’60 nel Movimento Sociale Italiano, l’MSI, da cui è stato espulso proprio a causa dei suoi legami con le frange più estremiste e radicali, è il massimo dirigente e la mente ideologica e organizzativa, coordinando una fitta rete di subordinati. Questa organizzazione, una vera e propria struttura armata articolata in cellule, da quella di Venezia-Mestre a quella di Padova, forma una rete eversiva protetta dagli apparati statali e utilizzata in chiave anticomunista. Ogni qualvolta che una cellula si muove, agisce in maniera del tutto indisturbata attivando con lei armeria e polveriera. Zorzi, in silenzio, apre la porta a vetri, entra nel grande atrio della banca, si confonde nel via vai disordinato dei clienti, si sbottona il cappotto, si toglie il cappello e si siede in uno dei posti liberi attorno all’enorme tavolo ottagonale che domina il centro del salone. Nessuno fa caso a lui, ai suoi movimenti ma soprattutto a quello che tiene tra le mani. Con un occhio ai presenti e uno al grosso orologio appeso al muro, appoggia la borsa per terra, in posizione un po’ riparata dagli sguardi di chi è seduto vicino a lui. Non servirebbe nemmeno, nessuno presterà mai attenzione a quella borsa, una delle tante in una stanza stracolma di persone, almeno un centinaio, chi discute qua e là, chi va e viene dal bancone, chi fa la fila davanti a uno sportello per pagare una cambiale, riscuotere un assegno, prelevare del denaro mentre telefoni squillano e voci si rincorrono con gli accenti più diversi. L’uomo, penna alla mano e con la testa china su un modulo, spinge con un lento movimento dei piedi la borsa verso il centro del tavolo. Poi si chiude il cappotto, si rimette il cappello, si alza e si allontana senza mai voltarsi indietro, con passo deciso, diretto verso portone d’ingresso. Attraversa di nuovo il salone e dopo essere passato davanti a quelle facce, a quegli uomini venuti dalla periferia dove probabilmente non faranno ritorno, esce dalla banca dove, ad attenderlo, il tassista è ancora lì, con la sua Fiat 600 Multipla col motore acceso. Zorzi risale senza troppa fretta a bordo della vettura che riparte proseguendo per la via Santa Tecla in direzione di via Albricci. Rolandi controlla sempre chi sale sulla sua auto, tenuta con la cura di chi non può permettersi un’altra macchina, cosa indossa, che bagagli porta, e ha notato che la valigia che prima c’era ora non c’è più. Non domanda, continua a guardare la strada e stringere il volante tra le mani. E mentre i due si allontanano dalla sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, la valigia è lì, da sola, sotto il pesante tavolo tra le gambe di chi ancora sta compilando i moduli per terminare, nel poco tempo che resta prima della chiusura, le trattative finanziarie. È un modello senza il doppio scomparto e alla signora Loretta Galeazzo, commessa della Valigeria Al Duomo di Padova, era stato chiesto proprio quello, grande, molto capiente, abbastanza da contenere un volume equivalente a 7 chilogrammi di esplosivo. La bomba, ad alto potenziale, è costituita da due unità distinte, una di esplosivo per uso civile, 4 chilogrammi, e una per uso militare, del peso di 3 chilogrammi. Il primo, in candelotti, è il Vitezit 30, un prodotto per un uso prettamente estrattivo. Con velocità di detonazione di 6.000 metri al secondo è fabbricato dalla Chemical Industry Slobodan Princip-Seljo di Vitez, nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. È sostanzialmente una Gelignite, il primo esplosivo plastico della storia, ed è a base di Nitrocellulosa, un composto chimico con proprietà infiammabili-esplosive scoperto dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846, dissolta nella Nitroglicerina, l’esplosivo liquido di velocità di detonazione pari a 7.700 metri al secondo scoperto dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 sintetizzando proprio la Nitrocellulosa, di velocità di detonazione pari a 7.300 metri al secondo, seguendo gli esperimenti falliti nel 1845 del chimico tedesco Christian Friendrich Schönbein. Miscelata con polpa di legno e Nitrato di Potassio o di Sodio, la Gelignite era stata inventata nel 1875 dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel, già inventore della Dinamite, ed essendo molto più stabile della prima, poteva essere maneggiata con maggiore sicurezza tanto da diventare il miglior prodotto in uso per le attività estrattive, essere fabbricata in enormi quantità e, grazie al suo potere distruttivo, il primo esplosivo preferito dell’IRA irlandese che aveva fatto scuola ai “lealisti” di tutto il mondo. Conosciuta anche col nome di Gelatina, creata per superare alcuni dei limiti tecnici e di sicurezza della Dinamite tradizionale, è lo stadio intermedio tra la Dinamite a base attiva, composta da 75% di Nitroglicerina e 25% di segatura e nitrato di sodio, e la Dinamite a base esplosiva, composta da 92% di Nitroglicerina e 8% di Nitrocellulosa ed è costituita da un 71% di Nitroglicerina, 4% di Nitrocellulosa, 18% di Nitrato di sodio e 7% di polvere assorbente. A differenza della tradizionale, non "suda" Nitroglicerina liquida nel tempo, riducendo drasticamente il rischio di esplosioni accidentali e grazie alla sua natura gelatinosa, è quasi completamente impermeabile. Questo la rende ideale per lavori sotterranei o sottomarini dove la Dinamite tradizionale si degraderebbe. Inoltre, avendo una consistenza gommosa e plastica, può essere facilmente modellata o tagliata a fette per essere inserita perfettamente nei fori di trivellazione senza lasciare spazi vuoti. Inoltre, è leggermente più potente della Dinamite standard per via dell'elevata concentrazione di materiali attivi e dell'assenza di farina fossile inerte, non esplode facilmente per urto, attrito o persino se viene incendiata. Oltre ad essere ampiamente utilizzata nel settore minerario, nelle cave, nella costruzione di tunnel e ferrovie, e per la demolizione di grandi rocce, a causa della sua facilità di modellazione è tristemente famosa come l'esplosivo preferito dagli scassinatori di casseforti poiché viene premuta direttamente nelle fessure degli sportelli blindati prima di innescarla. L’impianto di produzione, fondato nel 1950, uno dei più grandi e importanti complessi in Europa per la produzione di esplosivi, polvere da sparo, propellenti per razzi e prodotti chimici per uso sia militare che civile, produce e commercializza sotto questo marchio diverse categorie di esplosivi commerciali, progettati per adattarsi a diverse condizioni geologiche e operative, dall’utilizzo per l'estrazione di minerali, carbone e metalli sia in miniere a cielo aperto che in sotterraneo, all’abbattimento di roccia destinata alla produzione di ghiaia, cemento o pietre ornamentali, all’impiego nella costruzione di tunnel, dighe, sbancamenti stradali e ferroviari o per l'abbattimento di vecchie strutture, edifici industriali o ponti. La cellula dell’organizzazione è ben fornita di questo particolare esplosivo, ne possiede 200 candelotti, avvolti in carta paraffina color mattone e comprati da un certo Roberto Rotelli, un simpatizzante di destra della zona di Venezia-Lido esperto sommozzatore facente parte del Gruppo Subacquei San Marco e titolare di una società che dispone di questo esplosivo per le attività di recupero dalle navi affondate. Sono conservati con cura in un bunker nei pressi del Canale Alberoni-Petroli, un canale artificiale che collega il Mare Adriatico dalla bocca del porto di Malamocco al porto commerciale di Marghera attraversando la laguna di Venezia. Essendo un esplosivo delicato e molto potente ogni cartuccia è avvolta in carta di giornale e riposta dentro sacchi di juta imbottiti di segatura al fine di assorbire l’umidità ed evitare un possibile trasudamento che renderebbe instabile il principio attivo moltiplicandone la sensibilità e quindi la pericolosità del maneggio. La seconda unità della bomba invece, l’esplosivo di tipo militare, è costituita da Trinitrotoluene puro. Con velocità di detonazione pari a 6.900 metri al secondo, confezionato in panetti e preparato per la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt, è arrivato dalla Cecoslovacchia entrando in Italia dalla Svizzera transitando per la Germania occultato tra le merci trasportate da vari autoarticolati. Ordine Nuovo lo ha recuperato dall’unico luogo che al nord ha accesso e possiede in grandi quantità questo tipo di materiale, uno dei depositi segreti italiani di un’organizzazione paramilitare dormiente creata per intervenire in caso di un’ipotetica invasione dell’Europa occidentale da parte del blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica: Gladio. Dipendente dalla NATO, Gladio non è l’unica struttura di sicurezza parallela presente in Europa, fa parte di un insieme molto più ampio di operazioni segrete, le “covert operations”, una sorta di rete di strutture in vari paesi del blocco occidentale chiamata “Stay-Behind” con diramazioni anche in Grecia, Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi. Con la sua nascita, ufficialmente il 26 novembre 1956 con un accordo tra la CIA, la Central Intelligence Agency, e il SIFAR, il Servizio Informazione Forze Armate poi sostituito dal SID, il Servizio Informazioni Difesa, per il suo smantellamento nel 1965 a causa della scoperta di attività illegali di dossieraggio su tutta la classe dirigente italiana in cui raccoglievano informazioni riservate e delicate che rendevano i politici ricattabili, Gladio era in movimento già dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Con le prime divergenze tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dove agli americani era chiaro che nei paesi all’interno della loro sfera di influenza bisognava contenere a tutti i costi il comunismo, la priorità e le attenzioni maggiori erano state focalizzate sull’Italia per almeno due motivi: per la sua posizione geografica, al “confine” tra blocco occidentale e blocco sovietico, e per il fatto di avere uno dei partiti comunisti più forti e strutturati d’Europa, il PCI, il Partito Comunista Italiano. La Gelignite, che costituisce la carica primaria della bomba, è armata da un detonatore a fuoco annegato longitudinalmente in uno dei candelotti che la compongono. Il detonatore, un cilindretto di alluminio lungo 6 centimetri e del diametro di 45 millimetri versione moderna del tubetto di stagno progettato da Alfred Nobel nel 1867, contiene all’estremità una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, uno degli esplosivi più potenti in assoluto, con velocità di detonazione pari a 8.400 metri al secondo preparata per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, innescata a sua volta da uno primario, sensibilissimo ad urti e calore, l’Azoturo di Piombo, il preparato della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory del 1890 con velocità di detonazione pari a 5.300 metri al secondo. All’interno del detonatore è crimpato sulla estremità opposta uno spezzone di pochi centimetri di miccia del tipo a lenta combustione calibrata per un percorso della fiamma di 1 metro ogni 120 secondi. Questa miccia è la diretta discendente della corda di canapa catramata brevettata il 6 settembre 1836 da William Bickford, costituita da un cordone di cotone di colore nero rivestito in catrame per impermeabilizzarlo e del diametro di 5 millimetri, con all’interno un’anima di Polvere Nera costituita da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e scienziato Ruggero Bacone nel 1249 modificando quella comparsa per la prima volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao nel 1044 che nel 1044 suggeriva il dosaggio di un 74% in peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11% in peso di zolfo. Alla miccia è nastrato con estrema cura un fiammifero controvento, un fiammifero speciale progettato per resistere a raffiche di vento forti e umidità, caratterizzato da una capocchia molto lunga rivestita da una cera impermeabile protettiva e che copre i due terzi del bastoncino, a base di solfuro di antimonio e clorato di potassio in grado di rilasciare ossigeno durante la combustione. Il fiammifero, studiato per bruciare in modo vigoroso, è avvolto da un sottilissimo filo di nichelcromo, universalmente conosciuto e utilizzato per la sua eccezionale capacità di generare calore quando viene attraversato da corrente elettrica. Essendo ad alta resistività elettrica, questo materiale oppone una forte resistenza al passaggio della corrente elettrica facendo sì che l'energia elettrica si trasformi rapidamente in calore. Quando il nichelcromo si riscalda, il cromo presente nella lega reagisce con l'ossigeno formando un sottile strato esterno di ossido di cromo, termodinamicamente stabile, che protegge il filo sottostante dall'ulteriore ossidazione o dalla fusione e quindi di lavorare in maniera perfetta. Inoltre, avendo un punto di fusione elevato, generalmente intorno ai 1.400 gradi centigradi, gli permette di operare anche incandescente. Questo particolare elemento è collegato ad un congegno da cucina ad orologeria meccanico-elettrico prodotto dalla tedesca Junghans-Diehl con un arco massimo di 60 minuti del tipo Diehl 60/m/n/d a deviazione, e venduto dalla ditta Gavotti di Milano. Franco Freda di questi ne aveva acquistati 50, li aveva fatti arrivare alla Gavotti a settembre ordinandoli dalla Elettrocontrolli di Bologna dove Tullio Fabris, il suo elettricista, li aveva ritirati per poi consegnarli alla segretaria del suo studio assieme a 5 metri di filo di nichel-cromo. Fabris era estraneo al gruppo e a qualsiasi militanza politica, era semplicemente l’elettricista a cui Freda, dopo averlo impiegato in alcuni comuni lavori da artigiano nella fase di rinnovo dell’arredamento del suo studio di Padova, aveva chiesto, in confidenza e approfittando di ingenuità e buona fede, alcune delucidazioni sul funzionamento del Diehl a deviazione con la scusa di una riparazione del timer della sua lavapiatti. Per silenziare il suo ticchettio, avevano deciso di chiuderlo ermeticamente in una cassetta metallica porta-valori in lamiera d’acciaio con verniciatura martellata di marca Juwel, delle dimensioni di 30 centimetri per 24 per 9, con serratura a cilindro, maniglia e apertura a cerniera e fabbricata a Lainate, assieme alla parte innescante dell’ordigno alimentato e completato da due pile da 4,5 Volt. La seconda, chiusa in un involucro plastico, era stato deciso di nastrarla perfettamente aderente alla prima, con un volume complessivo che era andato a riempire nella sua interezza l’interno della Mosbach-Gruber. 28enne militante neofascista “nazimaoista” per le sue teorie a metà strada tra nazismo e maoismo, Freda, laureato in giurisprudenza all’Università di Padova e avvocato, ha sviluppato negli anni un pensiero che unisce il tradizionalismo radicale, ispirato a Julius Evola, con teorie anticapitaliste. Conosciuto come “l’editore” per il suo lavoro, nonché per la fondazione nel 1963 delle “Edizioni di Ar”, casa editrice specializzata nella pubblicazione di testi filosofici, politici e saggistici legati alla tradizione, al fascismo, al nazionalsocialismo e al pensiero anticonformista, ha alle spalle 29 feriti per tre bombe esplose a Milano il 25 aprile, una alla Fiera Campionaria e due alla Stazione Centrale, e altre 8 esplose il 9 agosto all’interno di treni in sosta alle stazioni di Chiari, Grasignano di Zocco, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira. Figura ideologica e operativa centrale dell'eversione di estrema destra in Italia, è membro della cellula padovana di Ordine Nuovo che gestisce con Giovanni Ventura, 25enne laureando in filosofia, proprietario della libreria “Ezzelino”, punto di riferimento per l'estrema destra locale, ed editore con pubblicazioni come la rivista ciclostilata “Reazione” caratterizzata da toni radicali e neonazisti alternando testi di matrice tradizionalista a letture eterodosse, che rende conto ad un attivista di estrema destra, Guido Giannettini, giornalista ed agente del SID, il Servizio di Informazioni e Difesa italiano, con cui ha in comune l’esplosivista e l’artificiere della cellula, Carlo Digilio. Col nome in codice “Erodoto”, il 32enne romano, militare di carriera, Digilio si era occupato della costruzione della bomba e dei test effettuati nel periodo tra ottobre e novembre serviti a sperimentare il sistema di armamento. Ne erano serviti tre per mettere a punto i contatti e le lunghezze ottimali dei segmenti affinchè le accensioni dei vari elementi avvenissero nella maniera corretta e l’energia delle batterie venisse trasferita al detonatore senza sbavature e la sua attivazione avvenisse prima che i fumi del fiammifero prima e della miccia poi, potessero essere notati dalle persone vicine alla borsa. Sono le ore 16:36 e nell’atrio della banca i clienti stanno concludendo le contrattazioni. Qualcuno sta ancora firmando delle cambiali, altri invece si scambiano dati e informazioni. All’interno della borsa il ticchettio ovattato del congegno meccanico a tempo ha iniziato a scandire l’ultimo minuto. C’è ancora qualcuno seduto al tavolo, scrive, chiacchiera, mentre il disco-orario arriva a zero. La piccola vela di plastica che termina il giro chiude il circuito elettrico. La corrente, dalle batterie tramite un filo elettrico arriva al quello di nichel-cromo che in pochi secondi si arroventa scaldando la pasta di clorato di potassio e solfuro di antimonio della capocchia del fiammifero controvento. Questa, grazie alla miscela chimica ricca di ossigeno e in grado di bruciare in modo molto vivo senza dipendere unicamente dall'ossigeno esterno, con la reazione chimica che genera calore e gas caldi intensi capaci di auto-alimentarsi, si accende a razzo sullo spezzone di miccia con cui è a contatto. In una frazione di secondo l’anima di Polvere Nera si infiamma con una nuvola di fumo bianco che a stento viene trattenuta dal contenitore metallico. Pochi secondi e qualcuno seduto al tavolo inizia a sentire l’odore acre, metallico e pungente di zolfo e catrame bruciato, segno che la fiamma sta sciogliendo i centimetri del cordone impermeabile. I clienti al tavolo si guardano, e mentre l’odore si fa più intenso la fiamma penetra nell’estremità cava della capsula del detonatore. La carica primaria si innesca, in una reazione a catena di pochi attimi l’Azoturo di Piombo accende la Pentrite che attiva la Gelignite. Sono le ore 16:37, il Vitezit 30 della prima carica detona innescando per simpatia la seconda. Una luce e il boato fa tremare il tetto a cupola del grande salone. La borsa si squarcia. I 4 chilogrammi di Gelignite e i 3 di Tritolo, che producono rispettivamente 3.520 litri e 2.250 litri di gas ad altissima pressione per un totale di circa 5.770 litri, ovvero 5.77 metri cubi, volume che i gas occuperebbero se venissero istantaneamente riportati e misurati a temperatura ambiente, nella realtà fisica della detonazione, la violentissima reazione esotermica innalza la temperatura dei prodotti gassosi fino a 4.000 gradi centigradi, tendendo ad occupare un volume oltre 10 volte superiore rispetto allo zero termico. Nell'istante esatto dell'esplosione, questa massa gassosa si espande quasi istantaneamente ad un volume di oltre 60 metri cubi che devasta quello che incontra. Questa differenza estrema, la grande quantità di gas confinata inizialmente nel volume solido dei 7 chilogrammi di materiale, che si espande a velocità supersoniche, sposta violentemente l'aria circostante generando un’onda di sovrapressione distruttiva che provoca lesioni interne immediate senza necessità di impatto fisico visibile, a chi si trova nel suo raggio d’azione, rompendo i timpani e provocando emorragie interne e lesioni ai polmoni e agli organi addominali da compressione dell'aria, con ustioni di secondo e terzo grado al volto e al corpo causate invece dalla vampata di calore. Il tavolo sobbalza, l’involucro metallico della cassetta porta-valori Juwel e le parti del tavolo si polverizzano in centinaia di schegge affilate. Poiché l'ordigno era a terra sotto il tavolo, la gran parte delle schegge metalliche investe gli arti inferiori e il bacino delle persone vicine che perdono immediatamente le gambe prima ancora di essere colpite dai proiettili scagliati in tutte le direzioni. L’onda d’urto, dopo aver polverizzato il tavolo, frantuma le vetrate interne e scardina quelle perimetrali, raggiunge il primo piano sorprendendo l’impiegato dello sportello numero 15, Fortunato Zinni, che sta chiudendo la vetrata con la schiena appoggiata al vetro. L’uomo viene scagliato tre metri in avanti contro lo schedario di metallo mentre alle sue spalle la vetrata frana nel salone. La sovrapressione, che prosegue verso l’altro, fa saltare il grande lucernario in vetro in cima al salone. Migliaia di frammenti di vetro si trasformano in coltelli che precipitano verso il basso. Gli uffici vengono devastati, 17 persone vengono smembrate. Schegge di legno, pietra e metallo hanno trafitto ogni cosa in tutte le direzioni. In 13 muoiono sul colpo, altri 4 poco dopo. Il fragore dell’assordante boato è sostituito da un momentaneo silenzio. Lo spettacolo è spettrale: fumo e detriti sono ovunque, i resti umani anche sulla cupola. Alcuni corpi stanno bruciando nella penombra del salone, tra il pulviscolo e il fumo soffocanti. Una ragazzina sporca di sangue impastato dalla polvere ha il viso dilaniato dai pezzi di cristallo, camminando per la sala cerca il suo braccio strappatole di netto. Non riesce a fare che pochi metri prima di crollare a terra priva di sensi. L’atrio è pieno di cadaveri, molti non hanno neanche più una forma. Negli uffici, tra gli arredi rovinati a terra i telefoni non cessano di squillare. Dall’altro capo c’è la questura, dove è scattato l’allarme. A sollevare la cornetta è un impiegato, ancora vivo e sotto shock, arrivato al telefono muovendosi a tastoni tra gli scaffali e le scrivanie in un buio circondato dal fumo e dai lamenti dei feriti. É Fortunato Zinni. “Che cosa vede?”, gli domanda il poliziotto all’altro capo del filo, in via Fatebenefratelli. “Un braccio, vedo un braccio”. Con una mano tesa in avanti e una a sorreggersi alla parete, l’uomo cerca di mettere timidamente un piede davanti all’altro. Vede una mano, poi un altro braccio, ora una gamba. Giù in basso due uomini strisciano, non hanno più le gambe, dietro di loro il sangue si mischia ai calcinacci. Chi può, cerca di raggiungere l’esterno camminando alla cieca. L’odore acre, pungente, come di carne bruciata misto a disinfettante rende l’aria irrespirabile. 88 persone sono coperte di sangue, cercano soccorso, gridano, supplicano l’aiuto di una città che minuto dopo minuto sta venendo avvolta da un silenzioso terrore rotto dalle sirene laceranti delle ambulanze che percorrono le strade di Milano a tutta velocità. All’interno della banca il pavimento del salone è stato squarciato, al centro presenta una voragine di un metro e mezzo di diametro. Ha contorni nettissimi, l’onda d’urto verso il basso ha rotto la pia­llatura di copertura, la soletta di cemento e parte dell’armatura della struttura in calcestruzzo armato tanto da rendere comunicante il piano con quello sottostante. La resistenza opposta in basso dalla soletta di cemento del pavimento e in alto dal pesante massello in mogano del tavolo ha fatto sfogare la potenza dell’onda esplosiva in orizzontale, verso la parte sinistra della rotonda. È qui che ha fatto il maggior numero di morti. Sono le ore 16:40, al Palazzo di Giustizia, a due passi da piazza Fontana, la notizia viene comunicata per telefono. Il Procuratore Capo Enrico De Peppo e il sostituto di turno, Ugo Paolillo, escono dai loro uffici e raggiungono quasi di corsa il luogo della strage dove ad attenderli trovano il questore Marcello Guida, il cardinale Giovanni Colombo e il Direttore Generale della banca, Pietro Macchiarella. I presenti sono atterriti da questo macabro spettacolo. Un braccio è accanto al muro, una testa, sul pavimento è vicino ad una sedia, il sangue che colora il vetro polverizzato e porzioni più piccole che spuntano da ogni parte hanno trasformato l’atrio della banca in una macelleria degli orrori. Gocce di sangue scendono cadenzate sul pavimento da pezzi di carne schiacciato contro l’intonaco dei muri e sulla cupola. Nel grande emiciclo i cadaveri sono a terra sopra vetri, pezzi di mobili e cemento. I loro corpi, dilaniati, frantumati, sono in mezzo a pozze di sangue e un fetido odore di morte. Il pesante silenzio è rotto solo da un pianto isolato. All’esterno, due uomini letteralmente scaraventati fuori dalle vetrate sono ancora a terra, sull’asfalto, mentre all’interno, negli uffici c’è chi, sventrato grida cercando di tenere chiusa la pancia con le mani. La palla di fuoco e la successiva onda d’urto rimbalzando sulla parete hanno provocato il crollo del rivestimento in mattoni forati che delimitava l’angolo posteriore sinistro del locale. L’onda d’urto, dilagandosi nella rotonda frantumando prima i divisori di vetro degli sportelli del bancone circolare, poi le vetrate del primo e del secondo piano, e dopo ancora quelle della cupola sovrastante trasformando i vetri in una pioggia che ha martoriato ulteriormente i corpi dei clienti inermi stesi sul pavimento, si è incanalata da una parte, nel corridoio che immette nei sotterranei facendolo collassare, e dall’altra, verso esterno, sfogando la sua energia distruttiva dalle vetrate sul piazzale antistante investendo auto e passanti sbalzandoli verso la piazza prima di essere colpiti dai frammenti di cemento staccatisi dalla facciata. È una carneficina, un evento che nessuno credeva sarebbe mai successo. Ma c’è una seconda bomba e si trova nella sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, a neppure un chilometro in linea d’aria da piazza Fontana. È lì, immobile, avrebbe dovuto esplodere, a banca chiusa, ma qualcosa non ha funzionato, forse nei collegamenti, ma il meccanismo si è bloccato. Altre tre invece hanno funzionato come da progetto, stavolta a Roma, nella Capitale: la prima ha ferito 14 persone, innescandosi alle ore 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l'entrata della Banca Nazionale del Lavoro di via Veneto con quella di via di San Basilio; la seconda si è innescata alle ore 17:20 davanti all'Altare della Patria, sotto il pennone della bandiera; la terza ha ferito 4 persone armandosi alle ore 17:30, proprio davanti all'ingresso del Museo Centrale del Risorgimento, nella centralissima piazza Venezia. A piazza Fontana invece il dottor Paolillo cammina per il salone, guardandosi intorno, incredulo, si sforza di trovare le parole per dare le prime disposizioni, ordinare i primi accertamenti, coordinare gli interventi. Ci sono detriti ovunque, distruzione, ma il bancone, seppur parzialmente distrutto dall'esplosione, ha fatto da scudo all'onda d'urto per molti dei dipendenti seduti dietro agli sportelli, salvando loro la vita. Fuori intanto si è radunata una folla, la città è divisa tra lo stupore e lo sdegno, l’orrore e l’indignazione. Queste bombe, questi segnali, hanno appena inaugurato uno dei periodi più bui della nostra epoca, sarà l’inizio di una serie preordinata e ben congegnata di eventi atti alla destabilizzazione del paese, complici la forte ondata di lotte sociali di questi ultimi due anni e l’avanzata elettorale del Partito Comunista Italiano, questi eventi saranno volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione tali da far giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario, trasformando l’Italia in una sorta di dittatura “morbida”. Una strategia eversiva, questa, gestita da una pluralità di soggetti: la componente neofascista e rivoluzionaria, mera manovalanza, che spinta da elementi infiltrati all’interno la spingeranno a compiere azioni terroristiche, la componente dei servizi segreti del SID, che non privi di complicità e legami internazionali forniranno gli elementi infiltranti e garantiranno la copertura degli eventi attribuendone la paternità ad altri o sfruttando mediaticamente a proprio favore perfino episodi esterni alla strategia, e la componente massonica, che fungerà da direttivo. Lo stragismo degli anni Settanta è cominciato.

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