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01 marzo, 2023

Volgograd, Autobus linea 29, 21 ottobre 2013


TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: attacco suicida
DATA:
21 ottobre 2013
STATO: Russia
LUOGO: Volgograd, Autobus linea 29
MORTI:
7
FERITI:
37

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 21 ottobre 2013, è una mattinata gelida questo lunedì e a Volgograd, la ex Stalingrado, a 650 chilometri a nord-est del Caucaso settentrionale con oltre un milione di abitanti e capoluogo dell'Oblast' omonima nella Russia europea lungo le rive del fiume Volga, gli studenti stanno facendo rientro a casa. L’autobus della linea 29 ne ha appena raccolto alcuni, lo attendevano alla fermata ormai da decine di minuti. Il freddo è pungente, i passeggeri hanno solo voglia di tornare a casa al caldo e il loro sguardo si perde oltre i finestrini appannati. Seduta sul retro del mezzo, accanto al bigliettaio, c’è una donna, indossa un velo scuro, è calma, riservata e anche lei ha lo sguardo verso l’esterno. Si chiama Naida Sirazhudinovna Asiyalova, è salita da poco, qualcuno dei 56 passeggeri l’ha notata, attirato dalla lunga sciarpa verde che indossa in forte contrasto col velo scuro avvolto attorno al capo. Conosciuta col nome di "Amaturahman" Naida Asiyalova ha 30 anni, è cresciuta nell'insediamento montuoso di Gunib, nella repubblica del Daghestan, una parte della Russia che si trova sul Mar Caspio. È una Vedova Nera, un elemento caratteristico della campagna di terrore islamico ceceno. Spesso segnate dalla tragedia di aver perso mariti, figli e parenti nella Prima Guerra Russo-Cecena del ’94-’96, queste donne disposte a diventare martiri delle loro convinzioni e dei loro cari perduti hanno raggiunto la triste fama internazionale dopo aver preso parte all’incursione nel teatro Dubrovka di Mosca nel 2002 durante il secondo atto dello spettacolo teatrale Nord-Ost in corso la sera del 23 ottobre. Quella sera 42 membri di un commando di militanti armati ceceni composto principalmente da donne aveva fatto irruzione prendendo in ostaggio 850 persone rivendicando fedeltà al movimento separatista ceceno e chiedendo il ritiro immediato delle forze russe dalla Cecenia e di conseguenza la fine della Seconda Guerra iniziata nel 1999. Destando meno sospetti e consce che il martirio al femminile ottenga maggiore risonanza mediatica ed effetto psicologico, dal 2000 decine di donne si sono fatte esplodere in Russia mietendo centinaia di vittime, per lo più civili, facendosi saltare in aria all’interno di  aeroporti, nei concerti, assaltando edifici scolastici fino a lanciarsi a tutta velocità con camion pieni di esplosivo contro le caserme della polizia. Secondo la retorica ufficiale fanno parte di una rete terroristica internazionale legata ad al-Qaida, il movimento fondamentalista islamista sunnita paramilitare terroristico nato nel 1988 durante la Guerra in Afghanistan e guidato dal milionario saudita Osāma bin Lāden, 17esimo dei 57 figli dell’immobiliarista yemenita Mohammed bin Awad bin Lāden, che avvalso della guida ideologica di Ayman al-Zawāhirī, scrittore, poeta e medico de Il Cairo appartenente ad una famiglia di dotti religiosi e di magistrati, aveva deciso di utilizzare soldi e macchinari della propria impresa di costruzioni per aiutare la resistenza dei mujaheddin durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Questa rete ha come obiettivo la destabilizzazione della Russia, un Paese che, proprio come gli Stati Uniti d’America, si trova in prima linea nella lotta alla jihad globale. La realtà è molto più complessa, è vero che il Caucaso sia meta di fondi e militanti dal mondo arabo, come è altresì vero che gli jihadisti stranieri abbiano influenzato i terroristi musulmani russi, ma Naida Asiyalova, come le tante altre “vedove nere” e i loro comandanti, non sono parte della rete globale di al-Qaida di cui parla tanto. Non sono mosse né dall’odio verso l’Occidente né da quello per Israele, si preoccupano poco di quello che succede in Iraq, in Pakistan, in Afghanistan o in Palestina, i loro bersagli non sono mai occidentali ma sempre e solo russi con rivendicazioni di ispirazione locale. Selezionate con cura, vulnerabili, facilmente influenzabili e, ovviamente, profondamente religiose, sono donne portate a diventare “Shahīd”, martiri, spinte ad agire, usate con cinismo e viltà dagli estremisti di sesso maschile che le indottrinano e lavano loro il cervello col potere manipolatorio della religione. Ma la fede fanatica nel martirio spiega solo in parte il fenomeno delle Vedove Nere, che trova radici e alimento in una brutalità di un conflitto cominciato in Cecenia e diffusosi nel frattempo anche alle repubbliche dell’Inguscezia e del Daghestan, dove le normali regole di ingaggio non valgono nulla. Rapimenti, torture, mutilazioni, decapitazioni ed esecuzioni sommarie, è questa violenza indicibile che trasforma le parenti femmine degli estremisti uccisi in radicali religiose. Ed è proprio questa violenza a generare una sete insaziabile di vendetta poiché i metodi brutali usati dai russi per reprimere i ribelli islamici hanno, oltre a decimare il loro esercito, radicalizzato ulteriormente gli estremisti fino a trasformare queste donne in fredde macchine vendicative senza emozioni. Naida Asiyalova si era recata nel cuore della foresta del Daghestan da giovane e solitaria naufraga. Nata da una famiglia di Dagetsani musulmani sunniti e allevata in una famiglia dignitosa che disapprovava indossare l’hijab, il velo tradizionale islamico allacciato sotto la gola utilizzato dalle donne per coprire il capo e le spalle, era stata cresciuta per lo più da sua nonna. Dopo aver lasciato presto il suo villaggio per trasferirsi a Makhchkala, la Capitale, nel 2010 aveva iniziato a convivere con un uomo di nazionalità russa, Dmitri Sokolov, di 8 anni più giovane e incontrato quello stesso anno all’Università, sposandolo e indottrinandolo con l’islam radicale in cui aveva iniziato a credere poco prima di incontrarlo. Interrompendo i contatti con la sua famiglia nel luglio 2012 non aver più fatto ritorno a casa dai corsi di lingua araba che stava frequentando in una moschea di Mosca, si era unito assieme alla moglie ai gruppi ribelli della repubblica russa meridionale del Daghestan convertendosi all’islam con il nome di Abduldzhabbar, punto di partenza per la carriera di esperto costruttore di bombe e futura guida della guerriglia caucasica. È proprio lui ad aver costruito a Naida Asiyalova la “bomberpilot Jacket” che indossa sotto gli abiti questa mattina del 21 ottobre, un giubbotto caricato con 600 grammi di esplosivo ad alto potenziale, il Semtex-H. Di tipo plastico, di colore tra l’arancio e il giallo e solitamente confezionato in pani color mattone del peso di 2,5 chilogrammi è una delle varianti dell’esplosivo Semtex. Il suo nome sta per SEMTìn, un sobborgo di Pardubice nella attuale Repubblica Ceca, dove il composto era stato prodotto per la prima volta in grandi quantità dalla East Bohemian Chemical Works Synthesia nel 1964, ed EXplosive. Progetto del chimico cecoslovacco Stanislav Brebera, era stato sintetizzato negli anni ’50. Questa variante H, prodotta su larga scala dal 1967, destinata all’esportazione, soprattutto per la bonifica di mine terrestri in Vietnam, era stata studiata per impieghi civili e per l’attività estrattiva. Il Semtex, molto simile al plastico militare C-4 ma con un diverso colore, è impermeabile e utilizzabile in un campo di temperature più vasto. Esportato in tutto il mondo in grandi quantità fino al 1981 e in quantità ridotte solo nei paesi membri del Patto di Varsavia fino al 1989 con la sospensione delle esportazioni legali, attualmente le grosse organizzazioni terroristiche e criminali ne controllano il traffico e la detenzione. Il Semtex-H è il prodotto dell’unione di due elementi esplosivi primari: 40.9% in peso di Pentrite, uno degli esplosivi più sensibili potenti, un “super-esplosivo” preparato per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens; 41,2% in peso di RDX, formalmente Ciclotrimetilenetrinitramina, di caratteristiche eccezionali scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898 e codificato con questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e "X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva; il legante gomma Stirene-Butadiene per il 9% in peso, il plastificante n-ottilftalato al 7,9% in peso, lo 0,5% di antiossidante N-fenil-2-naftilammina e lo 0,5% di colorante ne assicurano il riconoscimento e la malleabilità. Dopo averle fatto indossare il giubbotto e averglielo stretto ai fianchi, Sokolov ha armato i panetti di esplosivo con un circuito di 4 detonatori elettrici collegati in serie, ciascuno contenente una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescato a sua volta da uno primario, l’Azoturo di Piombo, sensibilissimo ad urti e calore, preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, attivato da una sostanza infiammabile accesa da un ponticello arroventato dal passaggio della corrente elettrica. I detonatori, versioni moderne di quelli inventati nel 1876 da Julius Smith, sono attivati da un interruttore a pressione collegato a delle batterie. Il quantitativo di esplosivo ad alto potenziale contenuta nel giubbotto è stata studiata, oltre che per avere un effetto immediatamente distruttivo, per uno secondario propellente in grado di sparare a gran velocità una grossa quantità di chiodi, viti e bulloni nastrati ai panetti al fine di massimizzarne la capacità distruttiva anche sulla lunga distanza. Questo tipo di dispositivo ha origini “antiche”, inventato dalle Tigri Tamil, un gruppo paramilitare di stampo terroristico di ideologia comunista e nazionalista Tamil presente nella zona nordorientale dello Sri Lanka, è stato utilizzato per la prima volta nel 1991, ironia della sorte, proprio da una donna, Thenmuli Rajaratnam, immolatasi in pubblicamente assassinando il Primo Ministro indiano Rajiv Gandhi. Naida Asiyalova è sempre lì, silenziosa, indebolita dalla malattia alle ossa che la perseguita e la rende schiava di tranquillanti e antidolorifici, passeggera di un mezzo che sta percorrendo le vie periferiche della città e con addosso il giubbotto armato pronto a scatenare il suo carico di morte. Ma la linea 29 non è altro che un ripiego, il piano B di uno originario con destinazione Mosca rivelatosi all’ultimo troppo rischioso. Sono giorni che le agenzie di sicurezza russe monitorano gli spostamenti dei daghestani, perquisizioni e posti di blocco ovunque hanno reso la tratta per la Capitale impossibile da percorrere. Ha ancora in borsa il biglietto comprato a Makhachkala ma il piano B è appena diventato il piano A e non si torna più indietro. Sono le ore 14:04, l’autobus è pieno, sta costeggiando una fila di alberi procedendo a velocità costante sulla Azure Street a tre corsie. Sono passate tre fermate da quando la Asiyalova è salita e distogliendo lo sguardo dal finestrino infila la mano nella tasca della giacca. Il pulsante viene premuto, il circuito elettrico si chiude, la scarica di corrente percorre i cavi elettrici dalle batterie ai detonatori. I ponticelli si arroventano, la miscela incendiaria si accende dando il via alla reazione a catena. In una frazione di secondo l’Azoturo di Piombo di ogni detonatore attiva la Pentrite che innesca il Semtex-H. Il mezzo si illumina con un boato. Con una velocità di 8.100 metri al secondo la donna-bomba-suicida esplode dilaniando l’interno dell’autobus. Il suo corpo viene disintegrato, le vetrate si frantumano, le lamiere si deformano, sedili e passeggeri sono catapultati in avanti mentre i pezzi di metallo a contatto con le cariche sono trasformati in lame affilate sparate ovunque che investono e trafiggono. Una nuvola di fumo riempie l’autobus che si arresta qualche decina di metri più avanti con le fiancate crivellate e lo scheletro messo a nudo. Qualcuno si lancia fuori dal vuoto lasciato dai finestrini lasciandosi dietro un tappeto di distruzione e il sangue di 37 persone che urlano, imprecano, piangono, supplicano aiuto immersi in una soffocante nuvola grigia che odora di carne bruciata, così fitta da ricoprire i corpi maciullati dai chiodi e dai bulloni, resi irriconoscibili da abiti anneriti fusi con la pelle. Di chi era seduto nelle file posteriori non resta che qualche pezzo di carne dilaniato da schegge volanti, smembrato dall’onda d’urto, carbonizzato dalla fiammata di 3.500 gradi centigradi che dopo averlo investito ha sfogato verso l’esterno. In 7 non torneranno mai a casa. Dmitry Sokolov, quello che è stato il marito di una martire, l’amore di una donna, il punto di riferimento di un’anima persa, ora è in fuga mentre i resti di chi pendeva dalle sue labbra sono spalmati gocciolanti sul tetto in lamiera della linea 29. Questo di Amaturahman, assieme a quello del 29 marzo del 2010 nella metropolitana di Mosca dove una doppia esplosione provocata da due donne aveva ucciso 40 persone, segna l’ennesimo episodio che si inserisce in una serie di attacchi sferrati da attentatrici suicide provenienti dal Daghestan. Nel suo caso però, manca la componente biografica che di solito le persone sulle missioni suicide condividono: il motivo della vendetta. La sua assenza indica una tendenza emergente a questo tipo di terrorismo, che non può più essere definito come un atto di rimborso per una perdita o una forma radicale di patriottismo, ma il modo più conveniente di condurre una guerra col terrore, una donna trasformata in arma, scelta per la sua debolezza e per la facilità con cui è stata manipolata. L’esatto contrario di ciò che aveva spinto un’altra donna, Malizha Mutaeva, 30 anni, che aveva perso la casa di famiglia a causa dei raid aerei russi nella regione della Cecenia, a farsi saltare in aria nel 2004 durante il micidiale assedio al Teatro Dubrovka di Mosca. Le bombe russe avevano fatto esplodere tutto ciò che possedeva: la casa, i suoi averi, le foto di famiglia, ogni cosa, ogni ricordo. Aveva un rancore da sopportare, così grande da trasformarsi in odio e col tempo in furia omicida. Ma Naida Asiyalova non aveva un motivo apparente, non era in lutto per la perdita di una persona cara, la Russia non l'aveva privata della sua casa o della sua possibilità di vivere in modo dignitoso, lei era solo indebolita, fisicamente e moralmente, quella debolezza che mese dopo mese era riuscita a renderla un'arma utile e sacrificabile nella guerra di qualcun altro.

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01 ottobre, 2022

Grande Galleria dell'Appennino, Espresso 1486 Italicus, 4 agosto 1974


TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: carica occultata
DATA:
4 agosto 1974
STATO: Italia
LUOGO: Grande Galleria dell'Appennino, Espresso 1486 Italicus
MORTI:
12
FERITI: 48

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu 

È passata dopo poco l’1:20 della notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 e il treno Espresso 1486 Italicus partito da Roma e diretto a Monaco di Baviera sta percorrendo la Grande galleria dell'Appennino. Da questo tunnel ferroviario, uno dei più lunghi al mondo con 18,5 chilometri di lunghezza posto lungo la linea ferroviaria “Direttissima” Bologna-Firenze che collega l'Emilia-Romagna con la Toscana, l’espresso viaggia in direzione della stazione di San Benedetto Val di Sambro. Questa galleria quasi eterna, buia, di un buio continuo interrotto qua e là dalle luci che sembra di non uscirne mai, scavata durante il Fascismo ora è uno snodo assolutamente vitale che collega Firenze a Bologna passando alla catena degli Appennini garantendo un collegamento fondamentale per tutta l’Italia. È una notte afosa e il treno, un notturno piuttosto lungo come ce ne sono tanti, partito dalla stazione di Roma Tiburtina alle ore 20.35 e che trasporta quasi mille persone è, come spesso accade d’estate, in ritardo. Il Ministro degli Esteri Aldo Moro, che sarebbe dovuto trovarsi a bordo per raggiungere la famiglia nella località trentina di Bellamonte, non c’è. Raggiunto in vettura da alcuni funzionari del Ministero che avevano premura di alcune firme su dei documenti è stato fatto scendere all'ultimo momento. A causa dell’arrivo nella stazione di Firenze Santa Maria Novella a mezzanotte e mezzo con uno sforo di 23 minuti, gli addetti alla movimentazione dei vagoni hanno cercato di recuperarne qualcuno nel lasso di tempo in cui venivano aggiunte delle carrozze al convoglio. Durante la fase della movimentazione dei vagoni, mentre sulla banchina il personale chiacchierava per ingannare il tempo e sul treno i passeggeri dormivano, un uomo salito poco prima ha percorso il corridoio fino alla quinta carrozza, ha lasciato una valigetta sotto uno dei sedili rivolti contro il senso di marcia ed è sceso senza fare rumore, allontanandosi dai binari con la stessa disinvoltura con cui è salito. E ora la valigetta è lì, silenziosa, non contiene vestiti, non contiene nemmeno documenti, contiene morte, un carico di devastazione temporizzata pesante 4 chilogrammi. Chi l’ha assemblata lo ha fatto con maniacale dedizione allo scopo, per provocare un disastro, una strage spaventosa, uno dei più apocalittici massacri che una mente criminale potesse ordire. Progettata per esplodere all’interno della galleria al fine di moltiplicare e ingigantirne gli effetti, la bomba è l’insieme di due elementi separati. Il primo è una carica esplosiva, ad alto potenziale, composta di Amatolo di tipo 60/40, una miscela esplosiva pulvirulenta creata durante la Prima Guerra Mondiale dalle forze armate britanniche e costituita da 60% in peso di Nitrato d'Ammonio e 40% in peso di Trinitrotoluene. Del Nitrato d'Ammonio, fertilizzante scoperto come prodotto esplodente dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1870, Johann Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco considerato uno dei fondatori della chimica industriale moderna e precursore dell’ingegneria chimica, preparandolo e descrivendolo nel 1659 ne aveva dato appellativo di “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma. Il Trinitrotoluene invece è un esplosivo preparato per la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt. Il secondo elemento che costituisce la bomba non è esplosivo, è incendiario e si tratta della Termite. Composta da polvere di alluminio e ossido ferrico è una miscela pirotecnica molto particolare in grado di sviluppare altissime temperature. La sua reazione è stata scoperta nel 1893 e brevettata due anni più tardi dal chimico tedesco Hans Goldschmidt, interessato alla produzione di metalli estremamente puri evitando l’uso del carbone durante il processo di fusione. Attualmente impiegata nei processi di saldatura per alluminotermia ha trovato applicazione durante la Seconda Guerra Mondiale come miscela incendiaria per bombe aeronautiche. In treno dormono quasi tutti e il frastuono del locomotore e le vibrazioni sono troppo rumorose perché qualcuno percepisca un ronzio ripetitivo ovattato che proviene dalla valigetta, il ticchettio di un orologio che sta per mettere a contatto due piastrine di rame, una fissa e una mobile saldata a stagno ad uno dei martelletti esterni della sveglia. È un orologio molto comune, di marca tedesca, una Peter, una delle più vendute e chi l’ha utilizzata lo sa bene. Comprata ad Arezzo dalla ditta FARO, Forniture Aretine Ricambi Orologi, Pietro Malentacchi si è occupato di trasformarla in un meccanismo di innesco ad orologeria collegandola con due batterie per torce sufficienti a dare corrente ad un singolo detonatore elettrico, competenza acquisita durante il servizio militare nell’Esercito Italiano presso il reparto Reggimento Genio Guastatori a Vicenza. Questo artifizio esplosivo versione moderna di quello inventato nel 1876 da Julius Smith contiene una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescato a sua volta da uno primario, il sensibilissimo Azoturo di Piombo preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, avviato da una miscela incendiaria accesa dal passaggio della corrente elettrica. A procurare il detonatore e l’esplosivo ci ha pensato Mario Tuti, “il caterpillar”. 27 anni, di indole violenta, geometra e impiegato comunale di Empoli è il fondatore di un gruppo terroristico, il Fronte Nazionale Rivoluzionario. Questa organizzazione armata formata da un nucleo molto ridotto di estremisti toscani è ispirata al fascismo rivoluzionario della Repubblica Sociale Italiana, il regime collaborazionista della Germania Nazista esistito tra il settembre 1943 e l'aprile 1945 voluto da Adolf Hitler e guidato da Benito Mussolini al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassabile in cui l’Italia aveva firmato il 3 settembre 1943 in Sicilia la resa incondizionata agli alleati. Di questo nucleo ristretto con Tuti e Malentacchi fanno parte altri due membri, Luciano Franci e Margherita Luddi, il primo fa il carrellista per l’ufficio postale nella stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, la seconda è la compagna di Malentacchi. Nonostante la giovane età il gruppo è molto attivo con armi, passaporti falsi e ingenti quantità di esplosivi ed inneschi stoccati in tre depositi fra Castiglion Fiorentino, Ortignano Raggiolo e Arezzo, a casa della nonna della Luddi, dove qui l’esplosivo è arrivato dopo aver stazionato temporaneamente negli scantinati del dipartimento di fisica all'Università di Roma La Sapienza. L’azione sarà rivendicata da tue telefonate al giornale “Il resto del carlino”, simbolo di Bologna e primo quotidiano per diffusione in Emilia-Romagna e Marche, nonché il settimo più diffuso in Italia, e da un volantino che citerà: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti.” Politico, terrorista ed estremista di destra, Esposti era membro e fondatore delle Squadre d’Azione Mussolini, una organizzazione di ispirazione fascista di natura terroristica attiva in Lombardia dall’inizio del 1972. È stato ucciso il 30 maggio ad Altopiano di Rascino con un colpo di pistola alla testa da un agente di polizia che ha risposto al fuoco durante la fuga a seguito del controllo delle tende in cui era accampato con altri latitanti in seguito alla segnalazione di un uomo che lo dava somigliante all’attentatore della strage di Piazza Della Loggia a Brescia del 28 maggio. Dall’accampamento, che non era altro che il centro logistico per un colpo di stato in fase di progettazione, Esposti avrebbe dovuto spostarsi per Roma per assassinare il Presidente della Repubblica Giovanni Leone durante la parata del 2 giugno, in collegamento col previsto piano di golpe. Accanto a Tuti e al suo Fronte Nazionale Rivoluzionario c’è un’altra figura di spicco, un elemento chiave dell’organizzazione neofascista toscana, uomo la cui casa alla fine di luglio è diventata sede per la riunione preparatoria dell’attentato: Augusto Cauchi. Conosciuto come “il picchiatore”, di carattere violento e facile alla rissa, il “deus ex machina” della destra eversiva di Arezzo è il coordinatore, sotto la supervisione di “Peppino l’impresario” Giuseppe Pugliese, delle cellule eversive toscane nonchè collegamento con l’area di riferimento, quella milanese di Ordine Nero. Associazione segreta neofascista di natura terroristica, Ordine Nero è nato quest’anno in seguito alla crisi della più vecchia Avanguardia Nazionale, organizzazione neofascista e golpista fondata il 25 aprile 1960 dal politico Stefano Delle Chiaie, e dallo scioglimento a novembre dell’anno scorso di Ordine Nuovo, un altro movimento neofascista falange extraparlamentare di estrema destra guidato dal politico Clemente Graziani nato nel dicembre del 1969, poco prima della strage di Piazza Fontana a Milano, da parte di alcuni militanti dell’associazione politico-culturale di estrema destra Centro Studi Ordine Nuovo, creata questa nel 1956 dal politico esponente del Movimento Sociale Italiano Pino Rauti. Protetto da Federigo Mannucci Benincasa, colonnello dei carabinieri responsabile del Centro di Controspionaggio di Firenze, Augusto Cauchi è il trait d’union tra l’area eversiva toscana con una figura di spicco nel panorama italiano, Licio Gelli, che lo ha finanziato con alcune decine di milioni di lire consegnatigli personalmente in primavera a Villa Wanda, la sua immensa residenza di Arezzo e tempio sacro di una loggia massonica segreta: la P2, dove Gelli ne è la cuspide, il capo supremo con la carica di Gran Maestro Venerabile di un potere occulto, silenzioso, riservato, un gruppo di potere di cui lui è il leader indiscusso. La Propaganda 2, fondata nel 1877 aderisce al più grande “Grande Oriente” istituito a Milano nel 1805 e le sue mani, unite e guidate da un unico scopo, portare avanti un cosiddetto “Piano di rinascita democratica”, mirano a sostituire le alte sfere delle istituzioni con membri aderenti alla loggia con l’obiettivo finale di portare alle estreme conseguenze la cosiddetta “strategia della tensione”, una strategia di destabilizzazione del paese tramite una serie preordinata e ben congegnata di attentati terroristici al fine di trasformare l’Italia in una dittatura “morbida”. Questa strategia, inaugurata con l’eclatante attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969 e che comprende anche i sanguinosi attacchi al treno Freccia del Sud del 22 luglio 1970 e alla manifestazione sindacale di Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974, è gestita da una pluralità di soggetti: la componente neofascista e rivoluzionaria, mera manovalanza, che spinta da elementi infiltrati all’interno la stanno spingendo a compiere azioni terroristiche, la componente dei servizi segreti del SID, il Servizio Informazioni e Difesa, che non privi di complicità e legami internazionali stanno fornendo gli elementi infiltranti e garantendo la copertura degli eventi attribuendone la paternità ad altri o sfruttando mediaticamente a proprio favore perfino episodi esterni alla strategia, e la componente massonica, che sta fungendo da direttivo. Ordine Nero, la componente neofascista, è un ingranaggio, fondamentale certo, ma che ha dietro un disegno ben più ampio, quello creato dai vertici di un’associazione, di impronta anticomunista che punta a frenare qualsiasi velleità riformatrice, composta da politici, industriali, uomini della finanza, giornalisti, militari, funzionari e vertici di polizia e servizi segreti, un crocevia di poteri conservatori intervenuti nei fatti più gravi della storia del paese. Con un programma portato avanti in varie riunioni Ordine Nero sta agendo con la prospettiva di realizzare la serie di attentati diretti verso obiettivi politici e verso lo stato per portare il paese in quella situazione di sempre maggior tensione e quindi favorire il colpo di Stato. Esposti, con la sua prospettiva politica di tipo golpista riteneva che si debba portare il paese a un livello di terrore tale da rendere necessarie misure eccezionali fino all’intervento dell’esercito, obiettivo raggiungibile soltanto attraverso attentati di gravità crescente. Definendosi fautore di una teoria del terrorismo puro parlava di stragi indiscriminate e di attentati da compiersi l’uno dopo l’altro in diverse città o in più luoghi ma contemporaneamente, anche attribuendoli alla fazione comunista, senza risparmiare persone o cose colpendo perfino istituzioni religiose e forze dell’ordine. Ora è il momento di maggiore tensione, la fase finale del piano di attacchi preparato dal gruppo e iniziato il 13 marzo con le due bombe a Milano, una davanti alla sede dell'agenzia pubblicitaria del Corriere della Sera e uno al Centro Studi Gramsci, e proseguito il 15 marzo con l’attentato al liceo "Vittorio Veneto", il 21 marzo a Vaiano con la bomba alla rotaia dove sarebbe dovuto saltare in aria il treno Palatino, il 23 aprile con le esplosioni alla “Casa del Popolo” di Moiano, all’esattoria comunale di Milano e alla sede del Partito Socialista di Lecco, con la bottiglia incendiaria all’auto del Procuratore di Treviso Carlo Macrì del 25 aprile, con l’esplosione nella scuola slovena di San Giovanni a Trieste del 27 aprile, con gli attentati contro tre distretti di Polizia di Milano e la bomba a Savona contro l’edificio in cui abita il senatore della Democrazia Cristiana Franco Varaldo del 30 aprile e le esplosioni negli uffici dell'assessorato all'ambiente di Bologna e in quelli dell’esattoria comunale di Ancona del 10 maggio. Oggi i quattro della cellula del Fronte Nazionale Rivoluzionario non possono e non devono sbagliare. Malentacchi non è salito alla stazione di Santa Maria Novella, a treno fermo, correndo il rischio di attirare l’attenzione dei controllori, ma lo ha fatto a treno in movimento appena prima che il convoglio entrasse in stazione, all'uscita di una galleria in cui solitamente rallenta per la presenza di un cantiere. Fermo al binario, nascosta la valigetta sotto il sedile e affacciatosi dal finestrino a cercare Luciano Franci che gli faceva da palo durante il suo turno di notte, fattogli cenno col capo a cose fatte Malentacchi ha lasciato la carrozza dirigendosi verso l’uscita della stazione dove lo attendeva la Luddi a bordo della sua Fiat 500 che, dopo averlo lasciato nei pressi della galleria, lo ha raggiunto in città attendendolo nel piazzale esterno per far ritorno ad Arezzo. Sono le ore 1:23 e l’Italicus sta per uscire dalla Grande galleria dell'Appennino. Dentro la valigetta le lancette dell’orologio si fermano attivando i martelletti che si muovono l’uno contro l’altro mettendo a contatto le due piastrine metalliche. Un circuito elettrico si chiude, dalle batterie nastrate sulla cassa della sveglia la corrente percorre il cavo fino al detonatore arroventando un ponticello interno che accende la miscela infiammabile attivando la carica primaria e di conseguenza la successiva. La testina del detonatore esplode e la Pentrite innesca l’Amatolo che detona accendendo la Termite. Il tunnel si illumina a giorno e la montagna trema seguita da un boato assordante. La quinta carrozza, in un’oscurità che sparisce per un istante, si gonfia, il tetto si alza strappandosi dai sostegni ricadendo immediatamente verso il basso frantumandosi in migliaia di schegge mentre una pioggia di fuoco sollevata dall’onda di sovrappressione che attraversa il corridoio incendia ogni cosa. Il muro d’aria, infilandosi negli scompartimenti investe i passeggeri sorpresi nel sonno schiacciandoli alle pareti mentre subito dietro le fiamme si propagano velocissime aumentando vertiginosamente a tal punto il calore da contorcere le lamiere. In una manciata di secondi tutta la vettura è avvolta dalle fiamme, con la temperatura che supera i 2.000 gradi centigradi i vetri si sciolgono e le tende si sbriciolano assieme ai rivestimenti dei sedili. In mezzo al fuoco si vedono i passeggeri muoversi tra gli scompartimenti e lungo il corridoio, coi capelli in fiamme e i vestiti lacerati. Qualcuno si getta fuori dai finestrini finendo sul selciato, qualcun altro prova a spegnersi buttandosi a terra, a rotolarsi sul pavimento finendo carbonizzato in una frazione di secondo sulla lamiera rovente che non lascia scampo trasformandolo in una torcia. Il macchinista, che nel frattempo è riuscito a percorrere i 50 metri che separavano il convoglio dall’uscita della galleria, è arrivato fino al primo binario della stazione di San Benedetto Val Di Sambro dove agenti di polizia, fiancheggiando con gli estintori il vagone in fiamme da cui si alzano in cielo lingue di fuoco alte e abbaglianti, restano attoniti nel vedere le figure dei passeggeri agitarsi dietro il fumo come tante ombre cinesi. Intorno a loro il metallo si sta fondendo e fuori il calore è insopportabile, un agente cerca di avvicinarsi alla carrozza per tentare di salire a bordo ma senza successo, la porta è incandescente, il vagone dilaniato sembra friggere e gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano sopra. In piedi, al centro della vettura, un ferroviere con la pelle nera cosparsa di ustioni cerca di spostare qualcosa da sopra una persona incastrata. È proprio nel momento in cui gli agenti lo esortano a spostarsi da lì che una vampata lo investe facendolo sparire dietro un pannello. Qualcuno lo chiama, urla vedendo quella figura avvolta dal fuoco accasciarsi sul pavimento. Chi sta morendo si chiama Silver Sirotti e ha 25 anni, fino all’ultimo ha cercato di salvare i passeggeri imbracciando un estintore. Sono morti in 12 questa notte e altri 48 ne porteranno i segni addosso, cicatrici di un gesto violento, pianificato, scellerato, ma che avrebbe avuto conseguenze ben peggiori se il treno non avesse accumulato quei minuti di ritardo, scomodi e fastidiosi in altre circostanze, ma che oggi hanno salvato la vita a centinaia di passeggeri scongiurando uno dei peggiori disastri che il nostro Paese avrebbe mai ricordato.

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