TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: mina sotterranea
DATA: 23 maggio 1992
STATO: Italia
LUOGO: Isola delle Femmine,
Autostrada A29
MORTI: 5
FERITI: 23
Ultimo aggiornamento: 22 giugno 2026
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 1992, è il 23 maggio, è un sabato pomeriggio e c'è caldo. Antonino
Gioè è appostato con Giovanni Brusca sulle colline sopra Capaci, a 900 metri di
distanza in linea d’aria dall’autostrada. Dietro di loro, a qualche decina di
metri ci sono Giovanni Battaglia, Antonino Troia e Salvatore Biondino, in
silenzio. Da questo punto di osservazione sopraelevato aspettano il passaggio
di un convoglio di auto blindate, aspettano il Giudice Giovanni Falcone, il
loro obiettivo numero uno. Procuratore della Repubblica di Marsala, in città
dal 1978 inizialmente impiegato all'Ufficio Istruzione sotto la guida del
Giudice Rocco Chinnici, ucciso sotto casa assieme a parte della scorta con
un’autobomba il 29 luglio 1983, ha lavorato assieme ai Giudici Paolo Borsellino,
Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli
e Giacomo Conte, costituenti un pool antimafia sviluppato e reso operativo dal Sostituto
Procuratore Generale di Firenze Antonino Caponnetto che confermava la linea
inaugurata da Chinnici di centralizzare le indagini sul fenomeno mafioso al
fine di favorire la circolazione e la condivisione delle informazioni emerse e,
quindi, di avere un quadro globale sul fenomeno e le sue dinamiche criminali.
Questo stabile gruppo di giudici istruttori destinati esclusivamente a occuparsi
di processi di mafia, concentrandosi sui membri dell’organizzazione di Cosa
Nostra, dai meno potenti ai più influenti, ha creato e sta continuando a
crearle non pochi problemi tanto da mobilitare le “Commissioni” e farle riunire
per decidere se e come affrontare il problema. Reggente del mandamento di San
Giuseppe Jato, con alle spalle la bomba di via Federico Giuseppe Pipitone, a
Palermo, dove aveva fatto saltare in aria proprio il Giudice Rocco Chinnici e parte
della sua scorta, Brusca è stato scelto dalla Commissione Regionale, il massimo
organo decisionale dell’organizzazione mafiosa, come coordinatore di questa operazione.
La sua responsabilità è altissima, è teso, fuma una sigaretta dietro l’altra. A
terra ci sono cinque pacchetti di Merit e due di Malboro, l’attesa è snervante,
guarda in maniera compulsiva la strada e il radiocomando che sta stringendo tra
le mani mentre rivolge qualche parola a Gioè che non stacca l’occhio dal
cannocchiale. Gioè invece è il capo della Famiglia di Altofonte, nel mandamento
di San Giuseppe Jato, anche lui un nome importante in Sicilia. In piedi, sotto
un sole caldo in questo spiazzo di Montagna Raffo Rosso, sono concentrati,
nervosi, il piano è stato preparato con perizia certosina e a questo punto
nessuno sbaglio è tollerato. Qui si giunge percorrendo la SS 135, proveniente
da Isola delle Femmine in direzione Capaci, giunti al Km. 277+750 e svoltando
in una stradina interpoderale che si estende da valle verso monte. Dopo aver
percorso questa stradina per circa 900 metri si arriva ad un cancello in
metallo a due battenti, varcato il quale, dopo aver percorso 63 metri, a causa
di una frana che ha invaso il manto stradale asfaltato bisogna proseguire a
piedi. Ricevuto l’ordine direttamente dai vertici di Cosa Nostra di trovare un
posto adatto allo scopo, i primi sopralluoghi erano iniziati alla fine di marzo.
Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi, rispettivamente capi dei
"mandamenti" di San Lorenzo, Della Noce e Porta Nuova, li avevano
fatti seguendo una buona parte di Autostrada A29, la via più veloce che collega
i 35 chilometri che separano l’aeroporto di Palermo-Punta Raisi alla città, restringendo
il campo alla zona di Capaci, una zona aperta, con ampia visuale anche da lunga
distanza. Associazione criminale di tipo mafioso Cosa Nostra è nata in Sicilia
nel 19° secolo e si è sviluppata esponenzialmente dopo la fine della Seconda
guerra mondiale. Strutturata gerarchicamente, nota in tutto il mondo per gli
attentati, gli omicidi esemplari e la violenza diretta contro lo Stato italiano
con l’eliminazione di uomini politici, poliziotti e magistrati, mantiene il
controllo su numerose attività economiche e politiche regionali ed
extraregionali per mezzo di reti di fiancheggiatori e dell’inserimento di
propri capitali nel settore dei pubblici appalti, della sanità e del turismo,
penetrando perfino nei settori della grande distribuzione alimentare, dei
mercati ortofrutticoli, nelle attività edili e in quelle di tipo
economico-finanziario. L’Organizzazione è divisa in “Famiglie”, ciascuna con un
capo, il “rappresentante”, eletto da tutti gli “uomini d’onore” e assistito da
un vice-capo e uno o più consiglieri. Tre Famiglie, ognuna organizzata in
"'decine" composte da dieci uomini d'onore, i "soldati",
coordinati da un "capodecina", costituiscono un
"mandamento", la zona di influenza, gestito dal “capo mandamento”
anch'esso eletto e che fa parte della "Commissione Provinciale", il
massimo organismo dirigente di Cosa Nostra nella provincia, organismo che
prende le decisioni più importanti, risolve i contrasti tra le famiglie,
espelle gli uomini inaffidabili, controlla tutti gli omicidi, inferiore in
quanto a potere soltanto a quella "Regionale". Corruzione e
riciclaggio sono il volano che ha permesso a Cosa Nostra di radicarsi, anno
dopo anno, sempre di più nel territorio accrescendo il proprio potere in
maniera spropositata. Il lavoro dei tre capi-mandamento aveva richiesto due
mesi interi e nell’epoca del “pentitismo” iniziata con le rivelazioni date da
Tommaso Buscetta, uno dei primi mafiosi a cominciare a collaborare con la
giustizia durante le inchieste coordinate proprio da Giovanni Falcone che
avevano permesso, per la prima volta, una dettagliata ricostruzione giudiziaria
dell'organizzazione e della struttura della criminalità siciliana dando inizio
al declino del potere mafioso, la sentenza di Cassazione che confermava gli
ergastoli nel Maxiprocesso per crimini di mafia del 30 gennaio con 360 condanne
per complessivi 2.665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di
multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il
pool antimafia, aveva messo in moto una macchina, ormai impossibile da fermare.
Progettata dai vertici della Commissione Regionale che aveva riunito i leader
delle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta ed Enna,
incontratisi tra settembre e dicembre dell’anno scorso per diverse settimane in
un casolare della provincia di Enna, presieduti da Salvatore Riina, il 72enne
capo del mandamento di Corleone e super capo di Cosa Nostra, avevano discusso una
strategia di destabilizzazione politica che si sarebbe snodata con l’omicidio
di uomini politici e con attentati dinamitardi, un complesso piano di
destabilizzazione politica da attuarsi con eventi cruenti che avrebbero dovuto
dare una spallata al vecchio sistema politico che non offriva più protezione. Questa
era effettivamente iniziata dopo il definitivo unanime benestare dei membri della
Commissione Regionale e Provinciale in due riunioni distinte svolte nella
villetta palermitana di via Margi Faraci di Girolamo Guddo, uomo di spicco
delle famiglie palermitane, mafioso di Altarello di Baida e cugino del boss
Salvatore Cancemi. Con la prima che aveva visto partecipare i nomi di spicco
dell’organizzazione, Salvatore Riina, Matteo Motisi, Giuseppe
Farinella, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Michelangelo La
Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè,
Giuseppe Montalto e Salvatore Madonia, e con la seconda che aveva riunito Riina,
Biondino Ganci, Brusca, La Barbera e Cancemi, la mattanza era iniziata la
mattina del 12 marzo a Palermo con l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, il più
potente politico siciliano leader della Democrazia Cristiana nell’isola, ucciso
perché non era riuscito a impedire le tante condanne inflitte ai mafiosi al
termine del più grande processo penale mai svolto in Italia. Per il Giudice
Falcone il Punto Zero era stato scelto valutando con cura ogni dettaglio e Brusca,
Biondino e Pietro Rampulla, classe 1952, capomafia della Famiglia di Mistretta,
legato in particolare ai boss Nitto Santapaola, considerato uno tra i più
potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa nostra, e Giuseppe Farinella,
soprannominato Don Peppino, capo del mandamento di San Mauro Castelverde, lo avevano
ispezionato e proposto in una riunione tre mesi fa nei pressi di Castelvetrano,
incontro in cui le Commissioni Regionale e Provinciale presiedute da Salvatore Riina,
avevano discusso su come affrontare il problema, una questione d’urgenza dove
Riina si era già espresso durante un ulteriore incontro ad inizio febbraio con
Raffaele Ganci, Salvatore Cangemi, Salvatore Biondino e Gioacchino La Barbera,
capo del mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco. E dopo la frase “Falcone
sta facendo più danni a Roma che a Palermo” pronunciata dal capo della
Commissione Regionale che Matteo Messina Denaro, ombra di Riina, capo
del mandamento di Castelvetrano e rappresentante indiscusso
della mafia della provincia di Trapani, Vincenzo Sinacori, il suo braccio
destro e uomo di spicco del trapanese, Mariano Agate, capo del mandamento di
Mazzara Del Vallo, Bernardo Provenzano, sostituto capo del mandamento di
Corleone, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, capi del
mandamento di Brancaccio-Ciaculli, non avevano avuto più dubbi: il Giudice
doveva morire, avrebbe dovuto farlo al più presto, in maniera plateale ma
soprattutto, in Sicilia, sul territorio di Cosa Nostra, nonostante questo
avrebbe richiesto molte più risorse e un coefficiente di difficoltà maggiore
nella realizzazione. Essendo stato nominato a Roma Direttore Generale degli
Affari Penali, nonostante il Giudice nella Capitale trascorra la vita di un
uomo normale, senza una scorta e coi protocolli di sicurezza ridotti al minimo,
una preda facile per chi avesse voluto eliminarlo, ciò non aveva fatto cambiare
idea alla Commissione sul da farsi. Con l’annullamento a marzo da parte di
Riina della "missione romana" dove un commando guidato da Matteo
Messina Denaro e Giuseppe Graviano era stato inviato a Roma per eliminarlo il
gruppo di fuoco era stato richiamato in Sicilia. Alla squadra era stato detto
che Falcone andasse spesso a mangiare al Matriciano, in via dei Gracchi, nei
pressi della corte di Cassazione, invece che al ristorante La Carbonara a Campo
dei Fiori, un posto che ha il nome di un altro piatto tipico della cucina
romana e dove per questo banale scambio di luoghi non era stato intercettato.
Con un cambio della strategia di guerra il Capo della Commissione di Cosa
Nostra aveva sostituito quello che sarebbe stato un semplice omicidio a colpi
di arma da fuoco con qualcosa di diverso. L’attentato quindi avrebbe dovuto
essere fatto in un luogo per cui non ci fossero dubbi sul chi fosse a colpirlo,
con una prova di potere, un episodio forte, eclatante, mai visto prima e che
sicuramente avrebbe destabilizzato il paese. Contrariamente alle malelingue che
lo vedevano in fuga dall'Isola per paura di finire nell'elenco dei morti
ammazzati, con quella carica al Ministero della Giustizia Falcone si era fatto
promotore dell'istituzione della Procura Nazionale Antimafia, la
cosiddetta Superprocura, la direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che
avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni
mafiose sin lì impensabile. L’omicidio, pianificato sì per vendetta, sì per la
conferma degli ergastoli della Cassazione, avrebbe avuto anche un terzo
aspetto, fondamentale, quello preventivo. Poiché egli, da magistrato al
servizio dello Stato e della Politica, ispirando questa sulla giustizia e sulla
lotta alla Mafia, sta ponendo dei paletti che stanno creando dei problemi alla
criminalità organizzata legata al mondo della politica e della finanza, danni
che sarebbero aumentati esponenzialmente se gli fosse stata data la possibilità
di continuare a coltivare i rapporti diventati intimi con la politica in grado
di indirizzare quella legislativa verso il contrasto alla criminalità mafiosa e
ai suoi grandi interessi con la centralizzazione delle indagini. Con un ulteriore
incontro, sempre nella a casa di Girolamo Guddo, alla presenza di Riina,
Cancemi, Biondino, Brusca, Rampulla e Raffaele Ganci, erano stati organizzati i
due gruppi “di fuoco” responsabili della gestione delle operazioni, sia
logistiche che organizzative, dove Salvatore Biondino avrebbe costituito il
punto di raccordo: quello di Palermo composto da Raffaele Ganci, i due figli
Domenico e Calogero, Cancemi, Giovan Battista Ferrante, uomo d'onore della
famiglia di San Lorenzo, il nipote Antonino Galliano, Gioacchino La Barbera; e quello
di Capaci costituito da Brusca, Mario Santo Di Matteo, detto Mezzanasca, della
famiglia di Altofonte, del mandamento di Porta Nuova-San Giuseppe Jato, Gioè,
Rampulla, Antonino Troia e Giovanni Battaglia, della Famiglia di Capaci, Leoluca
Bagarella, del mandamento di Corleone, fratello di Ninetta, la moglie di Riina,
e Ferrante, Salvatore Biondo e Giuseppe Graviano, del mandamento di
Brancaccio-San Lorenzo. La zona dell’autostrada esaminata era risultata perfetta,
questo perché il giudice Giovanni Falcone, lavorando negli uffici di Roma era
diventato abitudinario e tutti i fine settimana, rientrando in Sicilia nel suo
domicilio a Palermo, passa proprio da lì, da quella strada lunga 115 chilometri
priva di corsia di emergenza che collega il capoluogo della Regione Siciliana
con Mazzara del Vallo. La sua abitudine coi mesi era diventata la sua
debolezza, debolezza che qualcuno aveva notato. A controllare i suoi movimenti ci
avevano pensato, mese dopo mese, Raffaele Ganci e i suoi tre figli, Stefano,
Domenico e Calogero, da una delle loro macellerie, quella in via Francesco Lo
Jacono, un ottimo punto di osservazione a pochi passi dalla casa del Giudice, là
dove si accede al garage luogo di stallo dell’autovettura blindata e che aveva
consentito di monitorarne ogni spostamento. I Ganci, potentissimi uomini
d’onore, assidui frequentatori dei cantieri edili nonostante privi di alcuna
competenza tecnica nella specifica attività, dispongono di quelle realtà
imprenditoriali facenti capo a persone di loro totale fiducia che amministrano
e gestiscono i patrimoni della struttura mafiosa così come la rete di contatti
che attivano qualora ce ne fosse io bisogno. E proprio grazie ad una di queste,
giorno dopo giorno erano state annotate le partenze e gli arrivi dell’autista
giudiziario con la macchina blindata, così come avevano tenuto d’occhio i
movimenti degli uomini che lo proteggono, uno per uno, memorizzandone sia i
punti di forza che le debolezze. Inoltre, i Ganci avevano avuto il compito di
tenere i contatti telefonici con un certo Giusto Sciarabba, uomo d’onore della
famiglia della Noce, che a Roma aveva seguito i movimenti del Magistrato
segnalando tempestivamente la partenza per Palermo sorvegliando l’uscita
dell’autovettura blindata dal garage dove era riposta, informandone il gruppo
propriamente operativo. Per il modo in cui è costantemente protetto, per il
numero di uomini al seguito, per la robustezza delle auto e il metodo di guida
del convoglio, le staffette, la velocità fuori e dentro il centro abitato, su
come affrontare il problema non era rimasto che un modo: una bomba, una gigantesca
bomba sotto la strada. Una tecnica brevettata, se così si può dire, da una
squadra di separatisti dell’organizzazione indipendentista spagnola ETA il 20
dicembre 1973 a Madrid, dove la Dodge 3700 GT nera blindata del 1971, modello
di lusso, blindato, con a bordo José Luis Pérez Mojena, l’autista del
Ministero, Juan Bueno Fernández, Ispettore di polizia, entrambi seduti nei
sedili anteriori, e Luis Carrero Blanco, Primo Ministro spagnolo, era stata
fatta saltare letteralmente in aria da un mina scavata sotto la carreggiata
della via Claudio Coello che conteneva una carica di 191 chilogrammi di
esplosivo per uso civile attivata elettricamente a distanza. L’auto, pesante
1.738 chilogrammi, era stata scaraventata in aria per un’altezza di 35 metri
raggiungendo il tetto di un convento, scavalcandolo e rovinandosi nella corte
interna sulla terrazza del secondo piano stritolando gli occupanti tra le
lamiere. Pietro Rampulla, soprannominato “l’artificiere” per la sua esperienza
con gli esplosivi, era stato convocato su esplicita richiesta di Giovanni
Brusca, richiesta approvata da Riina che si era preso del tempo per valutare se
fosse saggio inserire un “esterno” in un evento di tale importanza, in una delle
tante riunioni tenutesi alla villa della contrada Rebuttone di proprietà di Mario
Santo Di Matteo, ad Altofonte, luogo di incontro e riunione degli appartenenti
alla sua famiglia, dove avevano partecipato anche lo stesso Brusca e Gioè
assieme a Gioacchino La Barbera, Di Matteo e Bagarella. Rampulla, che non è
nuovo a questo genere di “incarichi”, addestrato dai Servizi deviati italiani
nella manipolazione e utilizzo di materiali esplosivi per disposizione del
Generale Luigi Ramponi, direttore del servizio segreto Sismi, il Servizio
Informazioni e Sicurezza Militare nato nel 1977, è infatti un ex militante
di Ordine Nuovo. Associazione segreta neofascista di natura terroristica,
Ordine Nero era nata nel 1974 in seguito alla crisi della più vecchia Avanguardia
Nazionale, organizzazione neofascista e golpista fondata il 25 aprile 1960 dal
politico Stefano Delle Chiaie, e dallo scioglimento a novembre del ‘73 di
Ordine Nuovo, un altro movimento neofascista falange extraparlamentare di
estrema destra guidato dal politico Clemente Graziani nato nel
dicembre del 1969, poco prima della strage alla Banca Nazionale
Dell'Agricoltura di Milano del 12 dicembre, da parte di alcuni militanti
dell’associazione politico-culturale di estrema destra Centro Studi Ordine
Nuovo, creata questa nel 1956 dal politico esponente del Movimento
Sociale Italiano Pino Rauti. Ma questo attentato in grande stile, difficile da
preparare e che non avrebbe assicurato l’eliminazione dell’obiettivo, era ad
altissima probabilità di fallimento, poiché anche imbottendo di esplosivo un intero
pezzo di autostrada, a complicare il progetto sarebbe stata la velocità con cui
le auto avrebbero transitato per il Punto Zero. Non era possibile, con
apparecchiature di facile reperibilità in commercio come barriere di raggi
infrarossi, di microonde e di ultrasuoni, determinare il brillamento della
carica al passaggio delle blindate in corrispondenza di esse a velocità
superiore a 80 chilometri orari. Ciò in quanto queste apparecchiature, a tali
velocità, sono praticamente insensibili alla ricezione del segnale. Era
possibile invece, con due radio commerciali opportunamente adattate,
determinare l’esplosione della carica al momento voluto, dislocando la
ricevente sul punto di scoppio e la trasmittente su quello in cui era stato
ipotizzato che l’osservatore si fosse posizionato. A trovare il luogo ideale
per questo scopo, alto, aperto e con un’ottima visuale, ci avevano pensato
Raffaele Ganci, Salvatore Biondino e Salvatore Cancemi. In quanto alla scelta
dell’esplosivo, istruiti da un esperto del suo calibro i “tecnici” di Cosa
Nostra avevano deciso di utilizzare ogni aggancio possibile, perfino quello coi
gestori della cava di sabbia INCO di Roccamena-Camporeale, nel territorio di
Roccamena, nel Belice, di proprietà di Giuseppe Modesto, un imprenditore molto
vicino a Brusca. Cava vuol dire ampia disponibilità di esplosivo e Giuseppe
Agrigento, persona molto vicina a Brusca nonché capofamiglia di San Cipirello, era
stato incaricato di recuperarne una discreta quantità che sarebbe andata a
costituire una parte di una carica esplosiva più grossa appositamente progettata
per l’”attentatuni”, il grande attentato. Della seconda parte se ne era occupata
invece la Famiglia di Brancaccio, con Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca e
Giuseppe Graviano che attingono, quando si ha bisogno di esplosivo in enormi
quantità, da due canali ben distinti e ridondanti nell’eventualità che il primo
o il secondo non fosse stato fruibile. Il primo sono i contatti di reciprocità
che le famiglie tengono con la N’drangheta calabrese e con il suo deposito, una
Santa Barbara in fondo al mare. Si tratta di una vecchia nave colata a picco
durante la Seconda Guerra Mondiale e adagiata sul fondale col suo carico
intatto nella stiva. Oggetto dei desideri proibiti per numerosissimi appassionati
di immersioni e per coloro i quali operano nel settore del turismo subacqueo,
questa nave non è solo un’oasi di vita colorata e ricca, spunto per riprese
video mozzafiato facilmente raggiungibile dalla costa, ma è anche una
gigantesca “Santa Barbara” a disposizione dei clan della N’drangheta calabrese.
Varata il 3 gennaio del 1923 per la Cosulich Società Triestina di Navigazione insieme
ai gemelli Ida, Alberta, Clara, Teresa e Lucia,
la Laura C. era impiegata assieme a loro sulle linee dell’America
Settentrionale. La nave, un piroscafo da carico di 122 metri di lunghezza, 17
di larghezza e 20 mila tonnellate di stazza, era stata confiscata per le sue
peculiarità il 29 ottobre 1940 a Trieste dalla Regia Marina per i propri scopi
legati al conflitto bellico in corso. Partita da Venezia il 28 giugno 1941 con
destinazione Tripoli stivava rifornimenti per le forze dell’Asse operanti in
Nordafrica costituenti, oltre un carico di 5.773 tonnellate di materiali tra
cui medicinali, scorte alimentari, biciclette, vestiario, macchine da cucire,
cavi per linee telefoniche e parti di ricambio per automezzi, anche armi,
munizioni e 1.200 tonnellate di esplosivo. Sistemato nella terza stiva poppiera
e costituito da casse contenenti panetti del peso di 200 grammi l’uno, si
tratta del Trinitrotoluene, un esplosivo preparato la prima volta nel 1863 dal
chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann
Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo
col nome di Tritolo o Tnt. Mentre navigava in convoglio con altri due piroscafi
e scortata da un incrociatore e una torpediniera era stata avvistata da un sommergibile
britannico Upholder che presso Capo dell’Armi, in Calabria, le aveva lanciato contro
tre siluri che avevano fermato i motori, bloccato il timone e allagato le
stive. L’equipaggio, deciso a fare incagliare la nave in costa trascinata da
due rimorchiatori alla foce della fiumara di Molaro, sulla spiaggia di Saline
Ioniche, per salvare la nave o almeno il suo carico, non aveva fatto caso alla
configurazione del fondale, molto scosceso, che aveva fatto sì che
la Laura C., nel giro di poco più di sette ore scivolasse all’indietro
affondando senza spezzarsi alla profondità di 50 metri e a 100 metri dalla
spiaggia. Negli anni, mentre parte delle vettovaglie che facevano parte del
carico, finite a riva, erano diventate una insperata risorsa per la popolazione
locale affamata dai razionamenti imposti dalla guerra, l’esplosivo è stato
abbondantemente prelevato dai sub della ‘Ndrangheta con l’obiettivo di
confezionare bombe per la loro personale strategia della tensione. Il secondo
canale invece è il recupero dell’esplosivo, sempre dal mare, ma da vecchi
residuati bellici, evento abbastanza comune considerato che ogni anno il mare e
il suolo italiano continuano a farne affiorare decine, la maggior parte delle
quali armate e potenzialmente letali. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il
mare intorno alla Sicilia, in particolare il tratto tra Palermo, Trapani e la
Tunisia, era stato teatro di pesanti bombardamenti riempiendo i fondali di
bombe rimaste inesplose. Negli anni successivi, i pescatori locali, specialmente
quelli della zona di Trapani, erano finiti spesso per agganciare con le loro
reti a queste enormi bombe d'aereo americane o britanniche e invece di
denunciare i ritrovamenti alle autorità, alcuni di loro legati a Cosa Nostra avevano
iniziato a venderle ai capi che avevano compresero subito il valore di quella
riserva quasi inesauribile di esplosivo ad altissimo potenziale. Graviano, il capo
della Famiglia, aveva scomodato Cosimo d’Amato, cugino proprio del boss
palermitano Lo Nigro. Cosa Nostra non aveva sintetizzato il TNT in laboratorio,
ma aveva in piedi una vera e propria attività di recupero e "pesca"
di questi ordigni bellici inesplosi. Le bombe nel mare della Sicilia provenivano
in particolare dalla zona di Porticello e nel golfo di Palermo, rimaste sui
fondali marini per cinquant'anni, sganciate dai bombardieri prima di rientrare
alla base. La famiglia mafiosa di Brancaccio non si era affidata ad ingegneri
militari d'élite, ma ai pescatori-artificieri di Santa Flavia e Porticello che,
durante le loro attività di pesca coi loro pescherecci attrezzati con le reti a
strascico continuavano ad individuare, sollevare e caricare a bordo le pesanti
bombe utilizzando una combinazione di nozioni rudimentali sui residuati bellici
e tecniche puramente artigianali. Una volta a bordo, venivano nascoste sotto i
cumuli di pesce o sotto le reti prima di essere portati a riva per essere
disattivati. Svolgere questa operazione, nonchè l’apertura e lo svuotamento direttamente
in mare sarebbe stato tecnicamente impossibile e folle, sia per questioni di
stabilità che per motivi di sicurezza e logistica. Le barche fungevano solo da
mezzo di trasporto fino al porto. Fare operazioni di sminamento a bordo di un
peschereccio in movimento sarebbe stato un suicidio: il rischio di
ribaltamento, le scintille dei motori e la mancanza di spazio rendevano la
barca del tutto inadatta. Una volta attraccate le barche in orari notturni, le
bombe erano state scaricate e trasferite immediatamente in luoghi isolati e
protetti sulla terraferma. Molti ordigni erano stati portati in vecchi stabili
nella zona di Brancaccio o nelle campagne del palermitano, luoghi di privacy
necessaria per accendere grandi fuochi e maneggiare attrezzi rumorosi. In
alternativa erano state attrezzate alcune calette isolate dove le operazioni di
prima pulizia e disarmo delle spolette, il lavoro più rischioso, erano avvenuti
direttamente su tratti di costa deserti o all'interno di grotte marine
accessibili da terra, dove un'eventuale esplosione accidentale non avrebbe
attirato troppi occhi o causato danni a centri abitati. Ma come avevano fatto i
tecnici della Mafia a disattivare le bombe prima di estrarre l'esplosivo? Per
la disattivazione i tecnici di Cosa Nostra avevano sfruttato alcune
caratteristiche chimico-fisiche degli ordigni per operare come l'effetto
bloccante delle incrostazioni. I decenni passati sott'acqua accumulavano
calcificazione, ruggine e sabbia che spesso cementavano gli ingranaggi interni
o i percussori delle spolette, riducendone la sensibilità immediata al
movimento. Per prima cosa, avevano ripulito la testa o la coda della bomba
dalle concrezioni marine. Successivamente, utilizzando normali attrezzi da
cantiere, chiavi a giratubi pesanti o scalpelli, avevano svitato la spoletta
direttamente dal corpo della bomba. La spoletta, il "cervello" o
l'interruttore di una bomba d'aereo, era il dispositivo progettato per
calcolare il momento esatto in cui l'ordigno dovesse esplodere garantendo al
contempo che la bomba non si attivasse accidentalmente prima del lancio. Dopo
lo sgancio dall’aereo il meccanismo si era armato pronto ad attivare la bomba
tramite impatto con percussore meccanico, tramite ritardo meccanico o chimico,
o tramite prossimità mediante un piccolo radar. Una volta estratta era stato
rimosso il "guadagno", ovvero la carica di innesco secondaria,
solitamente in Tetrile o Pentrite, la parte più sensibile agli urti. Il primo,
con velocità di detonazione di 7.200 metri al secondo, è un esplosivo
sensibilissimo agli urti. Sintetizzato per la prima volta nel 1877 dal chimico
olandese Michler per poi essere perfezionato e prodotto negli stabilimenti
dell’Esercito degli Stati Uniti agli inizi del 1900 e continuamente sviluppato
durante la Prima Guerra Mondiale, con qualità esplosive nettamente superiori a
quelle del Tritolo. La Pentrite, di velocità di detonazione pari a 8.400 metri
al secondo, dirompente ed innescante preparata per la prima volta nel 1891 dal
chimico tedesco Bernhard Tollens, ha caratteristiche così elevate da
classificarsi come "superesplosivo”. Tolto l'innesco, il corpo principale
della bomba era diventato un guscio contenente solo esplosivo stabile. Questa
era l'operazione più pericolosa. Se la spoletta fosse stata del tipo chimico a
lungo ritardo, con fiala d'acetone, il minimo movimento avrebbe potuto
innescare l'esplosione. Cosa Nostra procedeva per tentativi, accettando il
rischio che qualche ordigno potesse brillare accidentalmente durante la
lavorazione. Per la seconda fase, i tecnici di Cosa Nostra, tra cui spiccavano
figure con competenze meccaniche e chimiche rudimentali, guidate da Giovanni
Brusca e Cosimo Lo Nigro avevano effettuato lo svuotamento in luoghi isolati
presso casolari nelle campagne palermitane adottando un metodo empirico basato
proprio sulle proprietà fisiche del TNT. Questo esplosivo ha un punto di
fusione relativamente basso, circa 81 gradi centigradi e utilizzando vapore
acqueo ad alta pressione e temperatura controllata all'interno del corpo bomba
si scioglie, cola fuori dall'ordigno sotto forma liquida per poi venire
raccolto in vasche d'acqua fredda dove si solidifica nuovamente in scaglie per
essere poi riciclato. Il Tritolo puro ha una caratteristica fondamentale: è
chimicamente estremamente stabile. Non esplodendo per sfregamento, se colpito
da un proiettile e se esposto al fuoco libero, anche se necessita di una
fortissima onda d'urto data da un detonatore, l'estrazione da una bomba d'aereo
reale è considerata una delle operazioni più pericolose in assoluto. Con il
passare dei decenni, come nel caso delle bombe della Seconda Guerra Mondiale,
il TNT all'interno della bomba può aver reagito con l'involucro metallico
formando picrati o altri composti chimici altamente instabili. Questi
"sali" sono estremamente sensibili alla minima frizione, alla
pressione o al calore e possono innescare la bomba intera. Inoltre, una bomba
d'aereo non contiene solo TNT. Per aprire gli involucri d'acciaio spessissimo
delle bombe d'aereo senza causare scintille o calore estremo, che avrebbero
fatto detonare l'ordigno, i tecnici avevano effettuato il taglio manualmente,
bagnando costantemente il metallo. Erano stati usati seghetti e attrezzi
manuali, versando continuamente acqua fredda sulla lama per dissipare l'attrito
e prevenire qualsiasi surriscaldamento locale. Una volta aperto l'involucro
metallico, per estrarre il blocco di Tritolo solido, compatto duro come la
pietra, conservatosi perfettamente grazie all'isolamento stagno dei fusti ma comunque
pericoloso da grattare, era stato sfruttato il basso punto di fusione del
composto. Usando grossi pentoloni d'acqua bollente, dopo aver versato acqua
bollente direttamente all'interno della bomba sezionata, il calore dell'acqua
aveva sciolto progressivamente lo strato superiore del Tritolo trasformandolo
in una massa pastosa o liquida. Questa fanghiglia era stata versata poi
all'interno di grossi recipienti di plastica commerciali, fatta raffreddare e
una volta separata l’acqua il TNT era tornato a solidificarsi sul fondo, assumendo
la forma di scaglie solide. I blocchi di Tritolo così recuperati venivano
successivamente frantumati e ridotti in polvere o piccoli grumi all'interno di
comuni tritacarne o mortai. Questo processo rudimentale ma sistematico aveva
permesso a Cosa Nostra di disporre potenzialmente centinaia di chili di
esplosivo a costo quasi zero e al di fuori dei radar delle forze dell'ordine,
che in questo periodo monitorano con attenzione solo i depositi commerciali di
esplosivi civili e le polveriere militari. Per quanto riguarda la trasmittente,
al suo recupero ci avevano pensato Santino Di Matteo e Giovanni Brusca da un
negozio di giocattoli di via Maqueda e ne avevano recuperati due, gemelli, nell’eventualità
che uno avesse presentato problemi in fase di collaudo. Rampulla invece ne
aveva preso degli altri, di diverso tipo, professionali e molto più potenti, subito
consegnati ai fratelli Graviano per un nuovo attentato, quello di via Mariano
d'Amelio dove il successivo obiettivo sarebbe stato Paolo Borsellino. Brusca e
Di Matteo avevano portato i radiocomandi due giorni dopo la riunione in cui Rampulla
era stato presentato agli altri, nello stesso posto, la casa un po’ fuori
dall’abitato di proprietà di Mario Santo Di Matteo, ad Altofonte, in contrada
Rebuttone, e consegnati nelle mani degli stessi ma con in più Biondo e Biondino
che li avevano presi dal camioncino con cui era arrivato, usato per il
trasporto di un cavallo e nascosti sotto la paglia in una scatola di
polistirolo. Ognuna non era altro che un radiocomando di quelli generalmente
usati per manovrare gli aeromodelli, un GIG NIKKO “r/c systems full function”
modello del 1990, quindi facilmente reperibile in un qualsiasi negozio di
giocattoli, dotato di antenna telescopica in metallo e munito della doppia leva
ognuna con due gradi di libertà, su-giù e sinistra-destra, dove era stata
bloccata, sigillandola col nastro isolante, la prima. Tale decisione era frutto
di mera precauzione poichè gli operatori volevano essere sicuri che nel momento
dell’azione non ci potesse essere occasione di sbagliare leva spingendo quella
delle due non collegata con la ricevente inserita nella carica. La stessa
diligenza li aveva spinti, sempre al fine di garantirsi con un margine ancora
più ampio la sicura realizzazione dell’effetto esplosivo, a sigillare anche in
una direzione la leva che avrebbe collegato la trasmittente alla ricevente
adoperata per evitare che nel momento topico chi doveva premere la levetta
potesse sbagliare la direzione in cui si doveva muovere. Si era avuto cura di
fare in modo che chi doveva inviare il segnale non avesse alternativa nello
scegliere la direzione e fosse quindi costretto a muoversi solo in quella
giusta, verso destra, l’unica idonea ad attivare la carica. Per quanto riguarda
la ricevente, era stata interamente fatta a mano riciclando dei ricambi per il modellismo
dinamico e quindi anch’essi comprati in vari negozi del settore. Così come il
radiocomando, non era altro che la versione moderna di quella utilizzata per
l’attentato al Giudice Rocco Chinnici, Direttore dell’Ufficio Istruzione del
Tribunale di Palermo, ucciso facendo saltare in aria una Fiat 126 verde oliva
del 1977 mentre stava per salire a bordo dell’Alfetta 2000 blindata che lo
attendeva con lo sportello aperto davanti allo stabile in cui viveva per
accompagnarlo al Palazzo di Giustizia. Avvitando assieme dei pannelli molto
sottili di legno compensato avevano costruito una scatola delle dimensioni di
20 centimetri di lunghezza, 15 di altezza e 10 di profondità, sigillata con del
mastice per montaggio da edilizia ad effetto “ventosa” in tubetto in alluminio della
“S.I.P.A.L. AREXONS Spa” di Milano, nella quale era stato imbullonato un
motorino elettrico, quello classico per la movimentazione dello sterzo delle
automobili, attivato a distanza tramite la sua piccola antenna di plastica
flessibile fatta fuoriuscire dall’involucro attraverso un foro creato ad hoc e
fissata all’esterno poco prima dell’attivazione del congegno ricevente. Alimentato
da una serie di batterie da 1,5 Volt, al momento dell’attivazione avrebbe mosso
un chiodo che ruotato di 45 gradi sarebbe andato ad urtare due lamelle metalliche
mettendole in comunicazione e chiudendo un circuito separato dove un’altra
serie di batterie, stavolta un modello piatto da 4,5 Volt con strisce
metalliche come terminali, avrebbero dato corrente al cavo della linea di tiro
a cui all’estremità opposta sarebbe stato fissato il detonatore. Per la
predisposizione del congegno, anche se amatoriale e moderatamente complesso,
non erano state necessarie particolari capacità tecniche, era stata sufficiente
una media cultura elettronica ed elettrotecnica. A testarlo, verificandone
empiricamente l’efficienza in veranda nei primi giorni di maggio, ci aveva
pensato Brusca. Per constatare se l’impulso radio trasmigrava dalla
trasmittente alla ricevente, posto che non era pensabile aspettare di fare la
verifica con la carica composta, erano state usate delle lampadine flash monouso
per apparecchi fotografici automatici e di uso amatoriale. Queste, chiamate in
gergo “cubi flash”, erano arrivate dal fotografo Antonio Vassallo, chiesti
personalmente da Giovanni Battaglia, avvicinandosi dal casolare vicino di sua
proprietà, proprio quel casolare diventato base logistica utilizzata da Brusca,
di Di Matteo e Gioè per lo studio e la pianificazione dell'attentato. Vassallo,
che non aveva fatto domande, aveva creduto che il vicino avesse trovato nella
fotografia una forma di bellezza. Gli aveva prima proposto in regalo una
macchina usa e getta con flash integrato ma a causa dell'insistenza di
Battaglia, gliene aveva dato una confezione, subito, quello stesso pomeriggio,
con la promessa di una seconda la settimana successiva, mai ritirata, entrambe
reperite da un deposito da cui Vassallo si forniva abitualmente. Questo tipo di
flash di forma cubica in materiale plastico trasparente in cui sono incorporate
quattro lampade AG1, ciascuna anteposta a un suo riflettore, erano l’ideale
perchè facile da aprire nella parte inferiore, dove è inserito l’incastro in
plastica per l’inserzione sull’apparecchio fotografico, per il collegamento dei
contatti positivo e negativo della lampada interna al ricevitore posto sotto
l'autostrada. Le lampade erano capaci di emettere un lampo di luce intenso per
un breve intervallo di tempo ma in grado di essere visto da lontano anche nelle
giornate di sole. I cubi flash erano decisamente un passo avanti rispetto ai
loro predecessori, i flash bulbi monouso. Con i bulbi avrebbero dovuto
sostituire quello bruciato con uno nuovo per ogni scatto, rallentando parecchio
la velocità del loro utilizzo anche per via della temperatura che avrebbe
raggiunto l’involucro. Col cubo flash la squadra avrebbe avuto quattro bulbi in
un'unica confezione che avrebbe costituito di fatto 4 flash indipendenti
completi di riflettore, ciascuno innescato elettricamente da una batteria a
basso voltaggio e in grado di essere sempre visibile da lontano anche senza
essere ruotato dopo ogni singola lampadina bruciata. La prova era consistita
nell’applicare la lampadina al filo che usciva dalla ricevente, lo stesso che
poi sarebbe stato collegato alla linea di tiro e quindi al detonatore, pertanto
era volta a verificare l’effettività della trasmissione del segnale e a
saggiare anche le possibilità che il sistema così costruito andasse incontro ad
interferenze di altre onde vaganti nell’etere. Poiché nessun espediente poteva
escludere tale evenienza, la soluzione adottata sarebbe stata quella di
provvedere all’attivazione del congegno solo nell’imminenza dell’arrivo del corteo
delle blindate. Avuta la conferma che trasmittente e ricevente fossero
efficienti, i successivi test erano stati fatti nel terreno di proprietà di Di
Matteo a contrada Rebottone con l’esplosivo vero e proprio, due per provare che
l’impulso fosse sufficiente ad alimentare l’intero circuito ed accendere il
detonatore, uno per provare che questo innescasse una carica con le successive
valutazioni degli effetti. Brusca, Gioè e Bagarella, dopo aver constatato che i
detonatori si fossero armati e che la corrente non avesse trovato intoppi nel
circuito, si erano fatti consegnare da Salvatore Biondino 5 chilogrammi di
Tritolo, li avevano intasati in un tubo di plastica, lo avevano adagiato sul
fondo di una fossa scavata preventivamente da La Barbera con una terna, l’avevano
riempita prima con 4 metri cubi di cemento, poi con la terra, e avevano
aspettato che Rampulla, sempre presente quando si doveva maneggiare
l’esplosivo, desse corrente dalla collinetta poco lontano dall’abitazione. In
questo modo Rampulla aveva provato la sua brisanza. Questa non è altro che la
capacità di un esplosivo di frantumare i materiali a contatto immediato, determinata
principalmente dalla velocità di detonazione e dalla pressione sviluppata.
Rappresenta sostanzialmente la violenza dell'azione di rottura di un esplosivo
non la sua potenza complessiva comprendente anche la spinta dei gas. È
strettamente correlata alla pressione di detonazione e alla sua velocità, dove
è direttamente proporzionale alla brisanza e alla densità dell'esplosivo. L’esplosione
era stata potente, il terreno si era sollevato creando una grossa voragine ma
per sventrare una carreggiata la carica da assemblare sarebbe dovuta essere di
dimensioni considerevoli e cosa più importante, posizionata in un punto dove
l’esplosione avrebbe massimizzato gli effetti. Lo studio della carica era iniziato
quasi da subito, da quando la Commissione aveva dato il via libera alle
operazioni. La mattina del 12 marzo, alle ore 10:30, Giuseppe Agrigento si era
allontanato abusivamente dal suo posto di lavoro, il mattatoio di Altofonte, e
aveva portato con la sua Fiat Tipo bianca nella casa di contrada Rebuttone, dove
lo aspettava Di Matteo su incarico di Brusca, quattro sacchi di cartone chiusi
artigianalmente con dei lacci che contenevano ciascuno 40 chilogrammi di Nitrato
d’Ammonio del tipo Prilled, in sfere porose da 1-2 millimetri di diametro. Questo
esplosivo industriale basato sul Nitrato d'Ammonio poroso prodotto dagli
stabilimenti della Atochem ELF Aquitanie, è a bassa densità, studiato
appositamente per assorbire l'olio combustibile per la trasformazione in un altro
esplosivo: l’ANFO. Viene solitamente venduto sfuso in grandi sacchi industriali
alle aziende produttrici di esplosivi da mina o alle cave stesse che lo miscelano
in loco per poi utilizzarlo o rivenderlo con marchi commerciali specifici come “Euranfo”.
Proveniva da un suo parente, Franco Piedescalzi, che lavora alla INCO di
Roccamena-Camporeale da cui la sua famiglia mafiosa si era in passato rifornita
per approvvigionarsi per altri attentati. La base di questo Nitrato d’Ammonio
di grado esplosivo utilizzato, oltre che alla INCO, anche nelle cave di Buttitta
di Altofonte, Bagherìa, Trabìa e Modesto, è un fertilizzante. Johann Rudolph
Glauber, chimico e farmacista tedesco considerato uno dei fondatori della
chimica industriale moderna e precursore dell’ingegneria chimica, lo aveva
preparato e descritto nel 1659 chiamandolo “nitrum flammans” per via del colore
giallo della sua fiamma. Utilizzato come ingrediente esplosivo dal 1867, quando
era stato rilasciato un brevetto a due chimici svedesi, J. H. Norrbin and J.
Ohlsson, utilizzandolo assieme ad un 20% di carbone nel loro Ammoniakkrut, per
poi venire utilizzato dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nella sua
dinamite "extra" del 1870 in cui lo aveva sostituito alla farina di
roccia silicea sedimentaria di origine organica, unendolo alla Nitroglicerina
sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847. Immediatamente
dopo erano arrivati anche altri quattro sacchi in juta sintetica, ognuno pesante
50 chilogrammi, chiuso con cucitura industriale e contenente l’EurANFO ’77. Trasportato
stavolta da Gioè, per uso estrattivo e prodotto e commercializzato in Italia dalla
Società Esplosivi Industriali di Ghedi, una delle aziende leader nel settore
degli esplosivi civili, in provincia di Brescia, è un ANFO, col numero “77”
attestante l’anno di formulazione e autorizzazione ministeriale. Nome che sta per
“Ammonium Nitrate Fuel Oil”, è un esplosivo di grande sicurezza
scoperto nel 1950, è uno dei preferiti dall’ETA spagnola e dagli estremisti
libici e palestinesi, questo grazie alla sua bassissima sensibilità, il
bassissimo costo e la sua enorme potenza. Dal punto di vista della
classificazione chimica, l'ANFO non è un singolo composto, ma una miscela
fisica formata da due componenti principali: un ossidante, il Nitrato di Ammonio
poroso per una percentuale di 94%, che si presenta solitamente sotto forma di
piccoli granuli sferici con una porosità interna microscopica studiata per
assorbire i liquidi in modo perfetto, un combustibile, gasolio per il 6%, e
aggiunta di additivi. Prodotto dalla Esso, come olio combustibile è utilizzato
il Somentor, è un olio minerale idrocarburico specifico privo di odore forte e
ottimizzato per garantire la stabilità della miscela nel tempo senza che l'olio
coli sul fondo del sacco. A livello puramente concettuale, durante il processo
di detonazione, il Nitrato di Ammonio decompone fornendo l'ossigeno necessario
per la rapida ossidazione del combustibile. I prodotti ideali di questa
reazione altamente esotermica sono gas in espansione come azoto e vapore acqueo.
È la violentissima espansione di questi gas a generare l'energia e l'onda
d'urto sfruttate per frantumare la roccia. È classificato come un agente
esplodente secondario, questo significa che è altamente insensibile agli urti
meccanici, all'attrito e alle normali fonti di calore, rendendolo molto più
sicuro da trasportare e maneggiare rispetto ad altri esplosivi. Proprio a causa
della sua stabilità, l'ANFO non detona facilmente. Non può essere innescato da
un semplice detonatore a scintilla o a fiamma, ma richiede un'onda d'urto
iniziale molto forte, generata da una carica di esplosivo più sensibile
chiamata booster o moltiplicatore. Inoltre, essendo fortemente igroscopico e
solubile in acqua, qualora si bagnasse l’acqua dissolverebbe l'ossidante
inibendo la reazione e rendendo la miscela incapace di detonare. Negli anni '50
questo esplosivo aveva rappresentato una vera e propria rivoluzione per
l'ingegneria civile e mineraria dove, fino ad allora, l'industria si era affidata
alla dinamite presentando costi elevati e rischi significativi per la sicurezza
durante la manipolazione. L'ANFO ha sostituito in gran parte la dinamite nei
lavori su vasta scala perché offre una soluzione in grado di sprigionare un
eccellente potere di sollevamento per spostare enormi volumi di terra e roccia,
ma con costi operativi drasticamente inferiori e un margine di sicurezza per i
lavoratori nettamente superiore. La capacità di Cosa Nostra di accumulare
enormi quantità di esplosivi civili industriali basati sul Nitrato d'Ammonio
poroso e l’ANFO dagli anni '80 non viene da sofisticati traffici internazionali
di contrabbando, solitamente riservati ad armi da fuoco o esplosivi militari, ma
dal suo controllo capillare sul territorio e sull'economia legale siciliana. L’ANFO,
così come altri esplosivi civili, è dirottato verso gli arsenali sfruttando le
normali filiere industriali dell'isola, principalmente attraverso due canali. Il
monopolio sulle cave di pietra e il sistema degli appalti e delle grandi opere.
Nel primo caso, la Sicilia, in particolare nelle province di Palermo e Trapani,
è disseminata di cave per l'estrazione di pietra, marmo e inerti. In questi
anni, moltissime di queste attività sono di proprietà diretta di esponenti
mafiosi tramite prestanome, oppure sotto al rigido controllo delle cosche
locali. Le società di estrazione possiedono licenze regolari per l'acquisto di
esplosivi da mina pertanto il metodo di approvvigionamento è puramente
contabile, ovvero basta ordinare quantitativi di esplosivo molto superiori al
reale fabbisogno estrattivo. La parte in eccesso viene quindi stornata e
nascosta nei depositi clandestini mentre sui registri aziendali risulta
regolarmente "brillata" nei lavori di cava. Nel secondo caso, Cosa
Nostra ha impiegato anni ad infiltrare in profondità il settore delle
costruzioni pubbliche. La realizzazione di dighe, autostrade, svincoli e
gallerie richiede un uso intensivo e quotidiano di esplosivi da sbancamento
pertanto, le imprese edili vincitrici degli appalti, spesso colluse o
pesantemente taglieggiate, vengono trasformate in canali di fornitura, con
tecnici costretti a sottrarre sistematicamente una percentuale dei candelotti
destinati alle opere pubbliche per consegnarli agli emissari dei mandamenti. Questo
circuito di fornitura a "chilometro zero" è da anni fondamentale per
la fazione dei Corleonesi. L'accesso illimitato a risorse esplosive civili sta
permettendo a Cosa Nostra di compiere un salto di livello criminale, passando
dagli omicidi mirati con armi da fuoco alla strategia stragista e terroristica
basata sulle bombe. Non potendo restare in quei sacchi poiché fortemente
igroscopico, ovvero capace di assorbire le molecole d’acqua nell’ambiente
circostante che ne avrebbero compromesso l’efficacia, alla presenza di Ganci,
Cancemi, Bagarella, La Barbera, Biondino, Troia, Rampulla e Gioè, il Nitrato
d’Ammonio era stato travasato da Brusca, Di Matteo e Agrigento in due bidoni,
uno della capacità di 100 litri e uno da 50, di plastica, di colore bianco, coi
manici e con tappo a vite procurati da La Barbera due giorni prima su incarico
di Brusca. Dopo il travaso sia i bidoni che i sacchi erano rimasti lì per due
mesi, nel magazzino della casa, dopodiché erano stati caricati da La Barbera
sul suo fuoristrada Nissan Patrol assieme a Gioé e Di Matteo per essere portati
provvisoriamente in una casa di proprietà di un certo Pietro Romeo, uomo
d’onore della famiglia di Altofonte, dove li aspettavano Bagarella, Brusca e
Rampulla. Era seguito quindi un nuovo spostamento, nel pomeriggio del 3 maggio,
poco dopo le 16,00, con destinazione la casa di proprietà di Antonino Troia, a
Capaci, e di cui Giuseppe Battaglia ne aveva la custodia, in via Bonomo a soli
300 metri dal punto in cui sarebbe stato colpito l’obiettivo. Battaglia, che
lavora dal 15 novembre dell’anno scorso come operaio presso la ditta “Calce e
Calcestruzzi” di un certo Giuseppe Sensale, sita a Capaci in Corso Monsignor
Siino e dove ogni mattina, dalle ore 06.00 alle ore 07.30 e dopo le 18.00 si
reca presso la proprietà di viale Quattro Vanelle per governare alcuni vitelli
acquistati in società con lo stesso Troia, ha piena e assoluta disponibilità
del terreno e del casolare. Il trasferimento era avvenuto mediante l’utilizzo
di tre automobili, Brusca e Rampulla su una Lancia Y10, Di Matteo e La Barbera coi
bidoni a bordo del Patrol e Bagarella e Gioé nella Renault Clio della sorella
di quest’ultimo con la ricevente, la trasmittente e i detonatori elettrici. Avvolti
in un foglio di giornale e provenienti anch’essi dalla cava INCO, sono degli
artifizi esplosivi primari versione moderne di quello elettrico inventato nel
1876 da Julius Smith. All’interno dell’involucro d’alluminio contengono una
piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescata a sua volta da
pochissimo esplosivo primario, l’Azoturo di Piombo, con velocità di detonazione
pari a 5.300 metri al secondo, preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd
Explosives Factory nel 1890, e da una miscela incendiaria che lo avrebbe acceso
tramite un ponticello diventato incandescente dal passaggio di una corrente
elettrica generata dalla ricevente. Per questo tipo di lavoro, i detonatori
elettrici sono la soluzione migliore, sia per affidabilità che per prontezza di
innesco. Non sarebbe assolutamente stato possibile colpire un convoglio in
movimento con i detonatori ordinari, anch’essi artifizi esplosivi primari
costituiti da un cilindro di alluminio lungo 6 centimetri e del diametro di 45
contenenti la stessa sequenza detonante. Sono i diretti discendenti di quello,
il primo, inventato da Alfred Nobel nel 1867 costituito da un tubetto di stagno
riempito con Fulminato di Mercurio, esplosivo primario con velocità di
detonazione di 5.000 metri al secondo sensibilissimo agli urti e al calore,
sintetizzato già nel XVII secolo e perfezionato nel 1799 dal chimico
inglese Edward Howard. A differenza di quello elettrico, attivato dalla
corrente, il detonatore ordinario è attivato dalla miccia a lenta combustione
che viene infilata e stretta nella parte finale del corpo metallico. La miccia
non è altro che un cordone di colore nero costituito da un rivestimento in
catrame per impermeabilizzarlo e del diametro di 5 millimetri, erede della
corda di canapa catramata brevettata il 6 settembre del 1836 da William
Bickford è costituita da un cordone di cotone impermeabile con un’anima di
Polvere Nera, esplosivo costituito da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di
carbone e 11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e
scienziato Ruggero Bacone nel 1249 modificando quella comparsa per la prima
volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao nel 1044 che nel 1044 suggeriva il
dosaggio di un 74% in peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11%
in peso di zolfo. consente alla fiamma un percorso di un metro ogni 120
secondi. Una volta accesa, la miccia lenta non sarebbe stata possibile fermarla
se non tagliandola e inoltre, il fatto che non si potesse collimare con
certezza matematica il tempo impiegato dalla fiamma per raggiungere il
detonatore con il momento esatto in cui le auto fossero passate sulla sua
verticale rendeva questo metodo impreciso e fallace. In quella villetta di
campagna, accanto al pollaio, al recinto con un cavallo e alla stalla coi due
vitelli, il 5 maggio si era compiuto l’assemblaggio finale delle varie tipologie
di esplosivo così da poter comporre la carica con cui sarebbe stata riempita la
mina sotto l’autostrada. Sul posto, ad aspettare i 140 chilogrammi di Nitrato d’Ammonio
e i 200 chilogrammi di ANFO c’erano 100 chilogrammi di Trinitrotoluene provenienti
sia dal piroscafo da carico Laura C. che dallo svuotamento delle bombe
aeronautiche, in panetti i primi, in fustini cilindrici della Dixan i secondi, e
in ulteriori fusti di detersivo per lavatrice altri 20 chilogrammi di Composizione
B proveniente anch’esso da un residuato bellico del periodo della guerra, la
carcassa semidistrutta dell’ogiva di una bomba aeronautica a caduta libera americana
“per uso generico, a media capacità” da 227 chilogrammi. Anche in questo caso
erano riusciti ad aprire il corpo lungo 104,2 centimetri e con un diametro di
32,8, asportare e risolidificare con lo stesso procedimento il contenuto
rimasto, poco rispetto ai 100,7 chilogrammi effettivi iniziali, ma comunque in
buone condizioni e ancora operativo. Conosciuta anche col nome italiano di
Tritolite, creata e sviluppata agli inizi della Seconda Guerra Mondiale dai
laboratori di ricerca americani, la Composizione B è composta da una
percentuale di 59,5% di RDX, 39,5% di Tritolo e un 1% di cera sintetica di
paraffina. L’RDX, formalmente chiamato Ciclotrimetilenetrinitramina, ha
caratteristiche eccezionali ed è stato scoperto e brevettato dal chimico e
farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898. È stato codificato con
questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi
prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and
Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la
ricerca militare, e "X", la classificazione, nata come lettera
provvisoria ma rimasta definitiva. Il materiale esplodente “giunto dal mare”
arrivava da un vecchio casolare di proprietà della zia di Gaspare Spatuzza, un
affiliato della famiglia di Brancaccio guidata dai Graviano, proprio accanto
alla proprietà della madre e solitamente usato come deposito, in cui era rimasto
nascosto per settimane. Recuperato al porto dopo essere stato estratto e arrivato
in banchina all’interno di fusti cilindrici delle dimensioni di un metro per 50
centimetri di diametro legati con delle funi alle paratie del peschereccio di
Cosimo d’Amato, era stato trasportato, nascosto sotto delle reti da pesca nel
cassone dell’Ape Piaggio di Cosimo Lo Nigro da Spatuzza, in un capannone al
civico 1419/D di Corso dei Mille, a Palermo, luogo sotto l’influenza della
famiglia di Roccella capeggiata da Antonino Mangano, una delle quattro famiglie
componenti il mandamento di Brancaccio. Lì i bidoni erano stati in stallo mezza
giornata prima di essere trasferiti da Cristofaro Cannella, detto Fifetto, uomo
d’onore del trapanese, a bordo della sua Wolkswagen Golf nera scortato da
Spatuzza in un altro deposito, questa volta nella zona industriale di
Brancaccio e di proprietà della VaL. TRANS., ditta di trasporti dove Spatuzza è
attualmente impiegato, per essere svuotati del contenuto pronto ad essere
deconfezionato per poi essere portato al casolare di Capaci da Giuseppe
Graviano. La Composizione B arrivava invece da un deposito clandestino di
Misilmeri gestito da un certo Pieruccio Lo Bianco, che prima di darlo a
Biondino affinchè lo consegnasse al casolare lo aveva tenuto in un armadio dopo
che un peschereccio trapanese, la “Stella Maris”, lo aveva trasportato via mare
dal luogo di estrazione dal suo involucro originario. Il Tritolo e la
Composizione B, chiusi prima in federe di cuscini e poi in sacchi neri della
spazzatura, provvisoriamente nascosti in un angolo del piazzale occultato sotto
del materiale inerte scarto della lavorazione delle cave, e coperti da teloni,
erano stati successivamente prelevati e riportati nel rudere della zia di
Spatuzza per essere lavorati e stoccati. Entrambi estremamente solidificati per
l’azione di acqua e umidità, di varia pezzatura, da pochi centimetri ad alcune
decine, di colore giallo chiaro il primo, leggermente più scuro il secondo,
Cosimo Lo Nigro, Fifetto Cannella e Giuseppe Barranca si erano occupati della
loro lavorazione scaricandoli su di un tavolo poco alla volta, asciugandoli, sbriciolandoli
artigianalmente schiacciando le scaglie di uno e i grani dell’altro con un
mazzuolo in un contenitore di plastica poi setacciandoli con uno scolapasta,
fasi ripetute più volte fino ad ottenere una grana asciutta e finissima pronta
ad essere ricompattata che era stata successivamente pressata con forza e
riconfezionata in buste di plastica chiuse con nastro isolante. Per
l’assemblaggio finale erano stati fatti due gruppi di lavoro: Brusca, La
Barbera, Gioè e Di Matteo, diretti da Rampulla in virtù della sua peculiare
esperienza, lavorando all’esterno sotto la veranda 5 metri per 4 coperta e
chiusa lateralmente da un telone che Battaglia aveva messo per escludere occhi
indiscreti da parte del vicinato, si erano occupati dell’ANFO e del Nitrato
d’Ammonio; Troia, Battaglia, Ferrante, Biondo e Domenico Ganci, diretti da
Biondino, lavorando all’interno, nel salotto-cucina, avevano pensato al Tritolo
e alla Composizione B. Durante le operazioni, con l’ausilio di guanti da
chirurgo e palette avevano effettuato il travaso del contenuto dai sacchi a dei
bidoni preventivamente puliti in modo da non lasciare impronte, facendo
attenzione a pressare con maniacale cura il materiale all’interno così da poter
utilizzare lo spazio nella sua interezza. Inizialmente l’idea era quella di fabbricare
artigianalmente l’Amatolo, una miscela esplosiva creata durante la Prima Guerra
Mondiale dalle forze armate britanniche, costituita da Nitrato d’Ammonio e
Tritolo, sviluppato e utilizzato largamente nella Seconda Guerra Mondiale come
riempimento delle bombe aeronautiche. Essendo un composto variabile e con
effetti diversi a seconda delle proporzioni degli ingredienti, 60/40, 50/50,
80/20, sia perché i “tecnici” non erano pratici nella miscelazione, sia perché
le operazioni si sarebbero protratte troppo a lungo con la possibilità di
attirare curiosi, la sua fabbricazione era stata interrotta dopo mezz’ora optando
per l’utilizzo delle basi al naturale. L’attività di travaso, durata quasi due
ore, dopo aver quindi visto abbandonare l’originario tentativo di miscelare i
diversi tipi di esplosivo di cui avevano disponibilità al fine di ottenerne uno
più potente, era proseguita col riempimento dei bidoncini ma ciascuno con un
tipo di esplosivo diverso, confidando nell’innesco degli elementi più “lenti” come
il Nitrato d’Ammonio disponendoli dopo quelli più “veloci” come il Tritolo. Finite
le operazioni la carica era lì, completa e terribile: 480 chilogrammi di
miscela detonante ad altissimo potenziale confezionata in 13 fusti in
polietilene ad alta densità a bocca larga per l'industria farmaceutica, la
chimica specializzata e gli ingredienti alimentari, comunemente utilizzati
come serbatoio per acqua distillata nelle officine meccaniche, bianchi,
con manici e tappo nero con chiusura a vite, 12 da 30 litri, di 45 centimetri
di altezza, diametro totale di 38 centimetri e 30 d’apertura, e uno da 50, di 49
centimetri di altezza, diametro totale di 41 centimetri e 35 d’apertura, dove: in
2 avevano sistemato il Nitrato d’Ammonio, caratterizzato da minore attitudine
alla detonazione essendo “sordo” all’innesco con semplici detonatori ma pur
sempre in grado, se innescato con altri esplosivi più “nobili”, di sviluppare
una velocità di detonazione dai 2.000 ai 3.000 metri al secondo; in 2 l’ANFO, con
velocità di detonazione di 4.000 metri al secondo; in 2 l’Amatolo “fabbricato”
nella versione 50/50 con la proporzione di 50% Nitrato d’Ammonio e 50% Tritolo,
con velocità di detonazione di 5.000 metri al secondo; in 6 avevano pressato il
Tritolo, con velocità di detonazione di 6.800 metri al secondo e per
concludere, in quello più grande, avevano sistemato nella parte bassa il
Tritolo e sopra di esso, separato da uno strato di cartone, la Composizione B,
con velocità di detonazione di 7.900 metri al secondo in funzione di booster,
di carica di spinta. All’interno di ognuno dei fusti era stato annegato per quasi
la totalità dell’altezza uno spezzone di miccia detonante a media grammatura, il
formato standard, la più utilizzata nel settore estrattivo in poiché funge da
linea dorsale per collegare tra loro intere cartucce di esplosivo calate
all'interno di un foro da mina e per innescare in particolare la carica
principale sul fondo. Questo particolare tipo di miccia è un cordone flessibile
messo a punto negli stabilimenti David Bickford nel 1914 e a media grammatura
ha con anima in Pentrite del peso di 20 grammi per metro lineare. Esternamente
rivestita con guaina di resina termoplastica di colore giallo resistente a
trazione, ai tagli e all’abrasione, ha un diametro di 6 millimetri ed è
impermeabile ad acqua, olio sia alle basse che alle alte temperature. Questa
tecnica avrebbe permesso all'impulso detonante di penetrare all’interno dei
bidoni garantendo un'esplosione perfettamente simultanea. Sembra logico pensare
che inserire direttamente un detonatore nel fusto fosse la soluzione più
rapida. Tuttavia, per i principi fisici che governano gli esplosivi, questo
metodo avrebbe comportato un altissimo rischio di fallimento. Il motivo risiede
in quello che in chimica ed esplosivistica viene chiamato catena esplosiva e
nella diversa sensibilità dei materiali utilizzati. Gli esplosivi non sono
tutti uguali. Quelli utilizzati per muovere grandi quantità di roccia in cava,
o impiegati come cariche principali per questo attentati sono esplosivi
secondari. La loro caratteristica principale è la stabilità: sono materiali
intrinsecamente "sordi" e insensibili, molto difficili da innescare
accidentalmente. Il Nitrato d'Ammonio, ad esempio, richiede un'onda d'urto di
dimensioni e concentrazione enormi per iniziare la reazione chimica di
detonazione. Se avessero inserito semplicemente un detonatore, che contiene
pochi grammi di esplosivo in una manciata di millimetri, dentro un fusto di
esplosivo sordo l'energia sprigionata avrebbe rischiato di non essere
sufficiente ad innescarlo. Quello che sarebbe potuto accadere è che
l'esplosione del detonatore avrebbe potuto rompere fisicamente il fusto
sparpagliando l'esplosivo principale nell'ambiente senza farlo detonare, oppure
avrebbe provocato una deflagrazione parziale e di bassissima potenza come una
sorta di grossa fiammata. Al fine di garantire la detonazione simultanea e
totale di una grande massa di esplosivo secondario serve un
"moltiplicatore di forza" che faccia da tramite, uno spezzone di
cordone detonante sarebbe stato questo: un concentratore di energia. La miccia,
una volta “partita”, si sarebbe attivata generando un'onda d'urto molto più
direzionale, penetrante e potente rispetto a quella del solo detonatore, capace
di "svegliare" l'esplosivo inerte che lo circonda. Ad ognuno degli
spezzoni di miccia fatto uscire dai contenitori tramite un buco nel tappo,
fissato e sigillato con nastro isolante, Rampulla, una volta sotto
l’autostrada, avrebbe intrecciato una dorsale di miccia della stessa grammatura
srotolandola poi lungo il cunicolo e alla cui coda avrebbe nastrato i detonatori
elettrici cablati ad una linea di tiro, ovvero un cavo elettrico bipolare dedicato,
per poi collegarlo solo nel momento finale alla centralina ricevente. Gli
spezzoni di miccia detonante e il collegamento alla dorsale sarebbero serviti per
garantire la detonazione simultanea di tutto l'esplosivo posizionato sotto
l'autostrada, concentrando l'intera forza d'urto in un unico istante
distruttivo. Queto tipo di collegamento tecnico era stato studiato nei minimi
dettagli per massimizzare la potenza distruttiva. Se i tecnici avessero usato
un innesco solo su un fusto, questo, a causa della diversificazione
dell’esplosivo nonché il materiale degli involucri che non garantiva una
perfetta reazione a catena “per simpatia” da un bidone all’altro, esplodendo
avrebbe distrutto e scagliato via gli altri prima ancora che potessero
detonare. La miccia detonante, invece, “bruciando” ad una velocità di oltre
7.000 metri al secondo, attraversando tutti i fustini in serie avrebbe
innescato con un impulso singolo ogni contenitore in frazioni di millisecondo,
facendo comportare l’intera carica chimicamente e fisicamente come un'unica,
gigantesca bomba, scaricando tutta la forza d'urto verso l'alto nello stesso
istante. Pietro Rampulla, che possiede le competenze specifiche tipiche del
settore delle demolizioni civili o delle cave, necessarie per realizzare un
circuito esplosivo così complesso e micidiale, utilizza lo stesso principio
chimico e fisico nell'ingegneria civile, nello sbancamento delle cave e nelle
miniere per il riempimento e l’innesco di un foro da mina in cui all’interno, il
cordone detonante trasmette l'onda d'urto a velocità altissima, collegando
cariche separate in un unico sistema. Dopo aver bruciato l’occorrente
utilizzato nel travaso, dalle scope, ai guanti, fino al telone, Giovanni
Battaglia e Antonio Troia erano stati incaricati da Salvatore Biondino di
prendere in custodia i bidoni e gli accessori per qualche giorno poiché,
essendo del posto, avrebbero potuto agevolmente muoversi nei paraggi e vigilare
la zona. Dopo averli inizialmente riposti dietro la casa riparati nella
vegetazione, erano stati successivamente interrarti e coperti con del letame
all’ingresso del terreno, vicino al cancelletto d’ingresso poco distante dal
pollaio. Già prima che si iniziasse la fase preparatoria dell’esplosivo, gli
uomini di Cosa Nostra avevano cercato di capire, tramite delle prove di
velocità su strada, la tempistica con cui gestirne la sequenza di avvio. Far
saltare in aria un'auto ferma è una cosa, ma una che viaggia a 160 chilometri
orari è tutta un’altra cosa. Un'automobile in movimento a quella velocità
percorre nell’arco temporale di in un secondo 44 metri, pertanto andava
calcolato il tempo di reazione dell'occhio-mano e il ritardo del sistema
trasmittente-ricevente che sarebbe stato utilizzato, ovvero dell'impulso dato
dal radiocomando per l'avvio del detonatore e successiva catena innescante. Le
prime, nel pomeriggio del 7 maggio, lungo la strada che porta dall’abitazione
di Di Matteo, in contrada Rebottone, alla strada provinciale, avevano
costituito il tentativo, riuscito, di fissare, rispetto alla posizione del
cunicolo, che doveva ospitare la carica esplosiva, dei parametri fissi,
indispensabili per colpire il bersaglio in fase dinamica mentre passava sopra
l’esplosivo. Rampulla aveva provveduto ad azionare il telecomando, Gioé a
controllare il cubo flash collegato alla ricevente, La Barbera sistemato a
monte aveva monitorato le prove, e Di Matteo e Brusca si erano alternati nel
guidare l’autovettura, una Lancia Delta Integrale di colore bianco appartenente
al primo. Capito il meccanismo tramite questa simulazione atta a ricreare quale
sarebbe potuta essere la dinamica dell’attentato e conseguentemente ad
acquisire, attraverso la pratica sperimentazione, la padronanza della
situazione che si sarebbe presentata agli operatori in particolare, a chi
avrebbe dovuto azionare la levetta della trasmittente per lanciare il segnale radio
che avrebbe innescato la carica, il gruppo si era spostato con altre due prove
la mattina dell’8 maggio direttamente in autostrada con Ferrante a bordo di una
Audi 80 e Di Matteo con la sua Delta Integrale. In questo modo avevano
calcolato con distanze, luoghi e condizioni reali, il tempo che avrebbero
impiegato le auto blindate, una volta dato l’impulso dal radiocomando, a raggiungere
il Punto Zero procedendo come da protocollo sulla corsia di sorpasso alla
velocità di 140-170 chilometri orari, contatto poi confermato dall’accensione
del flash. Una volta calcolato il tempo di reazione dell’operatore nel premere
la leva del radiocomando, un frigorifero bianco abbandonato sul ciglio della
strada da Rampulla e Biondino avrebbe dato alla vedetta sulle colline un punto
di riferimento per segnalare all’operatore di fare fuoco al passaggio del
convoglio, fuoco che si sarebbe sviluppato nell’esplosione esattamente
all’altezza di tre segni di vernice rossa fatti sul guardrail che avrebbero
invece segnato il Punto Zero, l’ipocentro dell’esplosione, 25 metri più avanti,
sotto la corsia larga 10 metri divisa da quella opposta lato mare da un tratto
di terreno della larghezza di un metro e racchiuso da due guardrail interni. Si
tratta dell’imboccatura di uno dei cunicoli di drenaggio delle acque piovane che
ne assicura il trasporto agli agrumeti, un corridoio stretto e lungo in cemento
che attraversa completamente l’autostrada in senso trasversale e in posizione
leggermente obliqua, della lunghezza di 20 metri di lunghezza da bocca a bocca
e fisicamente perfetto sia per ottenere dalla carica esplosiva un maggiore
lavoro in termini distruttivi ma con un consumo specifico ridotto, sia per
l’ottima visuale da una posizione sopraelevata che consente di tenere sotto
controllo un tratto della strada anche da lontano, soluzione alternativa al
sottopassaggio pedonale a 300 metri dall’aeroporto proposto da Biondino che non
sarebbe mai andato bene poiché l’eccessivo sfogo dalle due uscite nel momento
dell’esplosione avrebbe smorzato l’onda d’urto in senso laterale con un effetto
“cannone” riducendo notevolmente gli effetti devastanti e di conseguenza il
calcestruzzo armato di cui è costituito avrebbe potuto reggere l’esplosione. Mentre
a Palermo Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino
Galliano continuavano a monitorare dalla macelleria i movimenti delle blindate
che sostavano sotto casa del Giudice per capire quando il giudice fosse tornato
da Roma, l’esplosivo era stato prelevato nel tardo pomeriggio del 21 maggio dalla
villa di Troia fino all’Autostrada Palermo-Capaci da Biondino, Troia e Rampulla
a bordo del fuoristrada di La Barbera sistemando i contenitori nel vano
portabagagli, nei sedili posteriori e in quello anteriore, e scaricati a venti
metri dal cunicolo accanto ad un ulivo, chiusi in sacchi neri per confondersi
con la spazzatura abbandonata lì intorno. La Barbera, Brusca, Gioé, Rampulla,
Biondino, Biondo e Bagarella si erano occupati di stare sul posto a gestire il
caricamento e la sicurezza, Troia aveva fatto da staffetta girando a piedi per
la campagna per controllare che non ci fosse l’ingresso di eventuali curiosi
mentre Ferrante e Biondo avevano lo stesso compito ma in macchina, ciò al fine
di gestire un perimetro più esteso dal quale nessuno potesse entrare o uscire
senza essere individuato. Col caricamento iniziato al tramonto la gigantesca
carica allungata, ovvero empiricamente con un rapporto tra lunghezza e diametro
maggiore di 4, era stata pian piano posizionata nel cunicolo di drenaggio sotto
la carreggiata. Mentre Rampulla controllava il lavoro Gioè era entrato per
primo, aveva pulito il condotto dal pietrisco e dai detriti accumulati nel
tempo, e strisciando in avanti sui gomiti e torcia a pile in mano, si era
trascinato nello strettissimo cunicolo introducendo verticalmente il primo dei
bidoni piccoli spingendolo fino in fondo all’altezza della corsia di sorpasso. Biondo
era stato di vedetta, leggermente a distanza ma in continuo contatto visivo con
Bagarella che armato di fucile Ak47 non aveva distolto lo sguardo neanche per
un secondo dalla strada. Brusca, Gioè e La Barbera, che vestiti con tute blu da
meccanico, armati di guanti di cuoio da muratore e torce, a turno avevano
strisciato all’interno del canale di scolo largo 54 centimetri disponendo uno dietro
all’altro tutti i contenitori, venivano poi tirati all’esterno dagli altri con
una fune che tenevano stretta sotto le ascelle. Un tubo da un pollice in
alluminio posto nella parte bassa del condotto, fungendo da binario consentendo
agli uomini di poggiare sopra i bidoni aveva semplificato loro il lavoro. Per
la carica, studiata per essere posta esattamente sotto la corsia di sorpasso dove
solitamente procede il corteo delle blindate, la distanza dal lato della
carreggiata era stata presa in superficie dai tecnici con una corda riportandola
poi all’interno del cunicolo stendendolo dall’imboccatura da usare come guida
per consentire l’individuazione del punto esatto in cui collocare l’ultimo bidone
a metà dell’autostrada. L’altra corsia non sarebbe stato necessario caricarla,
si sarebbe sollevata da sola per l’esplosione. I primi tre fusti erano stati
posizionati con difficoltà enormi, trasportati all’interno sopra uno skateboard
di legno, spingendoli con le mani e trascinandosi coi gomiti e la faccia a
terra, posandoli giù dallo skateboard e collegando ogni spezzone di miccia
detonante ad una dorsale che arrotolata in un rocchetto veniva man mano svolta
verso l’apertura del cunicolo. Al quarto inserimento avevano deciso di cambiare
metodo, sdraiarsi loro sullo skateboard e strisciare il fustino centimetro per
centimetro in avanti, collegarlo alla dorsale, essere tirati fuori tramite una
fune legata sotto le ascelle e ricominciare, fusto dopo fusto. Con i primi tre
avevano impiegato un tempo infinito e con sforzi non indifferenti ma con gli
altri, in un’oretta e mezzo avevano concluso il caricamento anche del bidone più
grosso. Questo, introdotto orizzontalmente per via delle dimensioni, era stato disposto
nella posizione centrale rispetto agli altri poiché avrebbe fatto, assieme ad
altri sei, la funzione di carica di spinta con velocità di detonazione del
composto interno superiore ai 5 mila metri al secondo. Concluso il caricamento
dei fusti, Rampulla aveva collegato alla parte finale dorsale detonante, che era
tenuta sollevata e fissata con del nastro isolante a un cavo d'acciaio che corre
sopra i bidoni, due detonatori elettrici collegati in serie, per evitare
cilecche nel caso in cui uno fosse stato difettoso. Il fascio dei detonatori
era stato poi collegato alla linea di tiro lunga dieci metri che era stata
fatta arrivare alle fine del cunicolo arrotolata in una matassa, pronta ad
essere svolta e collegata alla ricevente del radiocomando, nascosta questa tra
la vegetazione. L’imboccatura era stata poi coperta con rifiuti, sterpaglie e
un materasso, il tutto sistemato in modo da essere tolto in pochi secondi per
l’ultima fase del caricamento, il collegamento della centralina ricevente,
operazione da fare letteralmente “all’ultimo minuto” per evitare che
interferenze da telecomandi per cancelli o telefoni cellulari potessero
interferire con l’antenna e attivare la carica inaspettatamente e in anticipo. I
lavori di caricamento del cunicolo, sospesi per qualche minuto per la sosta 100
metri più avanti a bordo strada di un pulmino Fiat 900 dei Carabinieri della
compagnia di Capaci dove uno degli agenti era sceso per un bisogno, erano
andati avanti per sette ore, concludendosi alle 4 del mattino coi rami degli
alberi che impedivano la visuale dell’autostrada dalla collina tagliati da
Battaglia con una sega da carpentiere e col posto lasciato esattamente come trovato,
fatta eccezione per una montagna di mozziconi di sigaretta, 43 di marca Merit,
7 di marca MS e 1 di marca Muratti. La stradina costeggiante i terreni sui cui
erano piantati gli alberi è delimitata da un muro in calcestruzzo dell’altezza
di circa 2 metri sopra il quale, pressochè all’altezza del centro dei due
alberi sopra menzionati, era stata sistemata una pietra con lo scopo di curare
l’allineamento dell’osservatore con il punto dove era stata collocata la carica
esplosiva. Le notti a seguire l’esplosivo è rimasto lì, armato e controllato a
vista fino a questo pomeriggio del 23 dove tutto è organizzato: l’esplosivo, le
trasmittenti, le distanze e le staffette. Giovanni Brusca sulla collina ripassa
mentalmente ogni passaggio, non può e non deve sbagliare, ha solo una
possibilità. La conferma che le auto della scorta sono partite in direzione
dell’aeroporto dall’abitazione del Giudice, via Notarbartolo al civico 23, dove
erano parcheggiate accanto alla guardiola blindata di protezione antistante
l’ingresso, a pochi metri dalla macelleria dei Ganci sita in una delle
traverse, è arrivata telefonicamente alle ore 17:15 da Raffaele Ganci a
Ferrante e La Barbera. Nell’attesa che i due, in stazionamento nella zona secondo
piano prendessero posizione, il primo accanto all’uscita di servizio
dell’aeroporto, il secondo all’imboccatura della provinciale parallela
all’autostrada in modo da sorvegliare il corteo delle blindate e fornire gli
opportuni ragguagli a Brusca e Biondino che nel frattempo si erano mossi in
direzione della collina, Raffaele Ganci ha messo in movimento i figli Calogero
e Domenico, uno in macchina e l’altro in vespone, attaccati al convoglio. Gioè
e Troia, separatisi da Battaglia, prima di raggiungerlo da Brusca e Biondino nel
punto d’osservazione per dare il “tutto pronto”, assieme a La Barbera che
subito dopo si è mosso verso l’aeroporto, si sono recati al cunicolo per posizionare
e attivare la ricevente. Il compito di La Barbera era quello di srotolare fuori
dalla massa di rifiuti la linea di tiro, inforcare i fili collegandola alla
centralina appena fuori dal condotto, togliere il piccolo pezzo di gomma che faceva
da “custodia” al chiodo al fine di evitare contatti spiacevoli in caso di
scatto involontario del meccanismo, avvitare il coperchio alla scatola e disporla
col lato lungo sul terreno e l’antenna fissata in alto con l’ausilio di un
bastoncino di legno e il mastice da edilizia utilizzato nella sua costruzione, per
poi coprire il tutto con un sacco nero e dei rami. Il Giudice Falcone, in
ritardo di un giorno sul programma per motivi legati alle attività della
moglie, decollato dall’Aeroporto Internazionale di Roma-Ciampino "G. B.
Pastine" alle 16:55 sta tornando a casa. L’arrivo in Sicilia del jet della
CAI, la Compagnia Aerea Italiana e con piano del volo classificato I-SOBE DA21
privo del nominativo dei passeggeri e con sigla identificativa “State-Flight”, previsto
dopo un viaggio di circa 50 minuti giunge all’aeroporto di Punta Raisi in perfetto
orario. Ad attenderlo a terra a bordo della pista numero 25 ci sono le tre
autovetture blindate: tre Fiat Croma 2.0 Turbo, l’ammiraglia della casa, una
marrone, una bianca e una azzurra, corazzate, del peso di due tonnellate
ciascuna, gruppo di scorta sotto il comando del Capo della Squadra mobile della
Polizia di Palermo, due in attesa sulla pista dalle ore 16:30 e l’ultima,
guidata dall’autista giudiziario, dalle 17:30 prelevata dal parcheggio di via
Notarbartolo. Questa era stata seguita fino a lì da Calogero Ganci che a bordo
di una moto Cagiva 125 targata PA 134410, rubata poco prima, per accertarsi che
si dirigesse proprio a Punta Raisi e non per una uscita di servizio di
manutenzione. Era necessario essere certi che si dirigesse all’aeroporto per
dare la certezza dell’imminente arrivo del Giudice. Il mezzo era il mezzo più
idoneo per effettuare il pedinamento poichè l’uso del casco impediva di essere
riconosciuti da chiunque. Sono le ore 17:43, il jet, un Falcon 10 del Sisde è
fermo, Falcone è arrivato, non è solo, con lui è arrivata anche la moglie,
Francesca Laura Morvillo, anche lei magistrato. 46 anni, Giudice del tribunale
di Agrigento, Sostituto Procuratore della Repubblica presso
il Tribunale per i minorenni di Palermo, Consigliere della Corte
d’Appello di Palermo, componente della Commissione per il concorso di
accesso in magistratura e docente presso la Facoltà di Medicina e
Chirurgia dell'ateneo palermitano nonché docente di Legislativa del minore
nella Scuola di Specializzazione in Pediatria, il commando non sa che Falcone
in sua compagnia è solito mettersi al posto di guida per starle accanto poiché
lei soffrendo il mal d’auto preferisce sedersi davanti. I due non hanno
valigie, staranno in Sicilia solo un giorno. Lui tiene due borse, che ripone
nel bagagliaio e con un cenno di saluto all’autista giudiziario si siede in
auto dopo aver comunicato la direzione al caposcorta. Il Giudice è stanco ma è
contento quando può tornare nella sua Palermo, anche se qui ormai ha più nemici
che amici. Come da programma, appena sceso dall’aereo si sistema alla guida
della vettura bianca, accanto a lui prende posto la moglie mentre l’autista
giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore in posizione centrale.
La Giudice Morvillo, poiché soffre la macchina, è solita prendere posto davanti
come consuetudine e Falcone, per stare accanto a lei, si siede sempre al posto
di guida scambiandosi il posto con l'autista giudiziario. 45 anni, autista
personale del giudice, in servizio mediante chiamata diretta nel ministero di
Grazia e Giustizia nel novembre del 1984 con la qualifica di “conducente di
automezzi speciali”, Costanza, nonostante si fosse sparsa la voce che il
Giudice fosse un bersaglio della mafia, aveva accettato l’incarico chiestogli
personalmente da Falcone nel suo studio-bunker in sostituzione del precedente
autista Paolo Sammarco. Ha imparato direttamente sul campo, realizzando chi
fosse Falcone solo dopo essere entrato in servizio, vedendo il sistema di protezione
intorno a lui e, nonostante il pericolo, aveva deciso di restare. Non lo molla
mai, dal 1984 è l’unico conducente personale di Falcone, sempre presente e sa
benissimo che ogni uscita potrebbe essere l’ultima. Il Giudice lo ha chiamato ieri
a casa, di mattina presto, dicendogli che sarebbe arrivato oggi, ma
riservandosi di comunicargli l’orario di arrivo in un secondo momento. Dopo
aver subito allertato il servizio scorta ha subito preso l’auto di servizio in
via Lo Jacono, posteggiata come al solito dietro casa del Giudice sorvegliata
da agenti della Polizia, e si è recato in tribunale in attesa dell’orario
definitivo per poi muoversi verso l’aeroporto. Nella Croma marrone e in quella
azzurra prendono posto gli altri agenti della scorta, tre per vettura, due
avanti e uno dietro coi mitra in mano e sguardo fisso fuori dai finestrini. A
convoglio in movimento la Croma marrone con alla guida Antonio Montinaro, con
accanto Rocco Dicillo e Vito Schifani seduto dietro, si mette in testa al
gruppo seguita dalla bianca seguita da quella azzurra di chiusura a protezione,
con Gaspare Cervello, Angelo Corbo e Paolo Capuzza. Ferrante, che appostato in
auto nei pressi dell'aeroporto, alla vista del convoglio delle blindate in
uscita dalla sbarra della guardiola della Guardia di Finanza, sceso dall’auto
per vederlo in faccia, avverte telefonicamente La Barbera che il Giudice è in
movimento. Sono le ore 17:51, le auto, seguite in motorino per un tratto dal
figlio di Ganci, lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione
Palermo. Il commando si rende subito conto che l’andatura non è quella solita,
anche lo schema è diverso. Le auto, che dovrebbero fiancheggiarsi, tallonarsi,
coprire tutte le corsie procedendo all’unisono a velocità sostenuta, non lo
fanno. Non vengono attivate neppure le sirene. Intanto La Barbera, chiusa la
telefonata con Ferrante apre quella con Brusca. Tutti i singoli operatori sono
già ai loro posti coi telefoni cellulari in mano in attesa del passaggio del
corteo di vetture. Alle ore 17:49, mentre si muove sulla provinciale parallela
alla A29 per seguire il convoglio, resta in contatto telefonico con la collina
per informare il punto d’osservazione sulla velocità delle auto. Sono le ore
17:54, dopo una telefonata durata 325 secondi Brusca allunga l’antenna telescopica
in metallo del radiocomando. È acceso, il led è illuminato di rosso, è tutto
pronto. Un chilometro più in basso ecco il convoglio spuntante in fila indiana sulla
corsia di sorpasso da dietro la curva ma non alla velocità che si aspettano e
per cui hanno pianificato con precisione maniacale i tempi di reazione. La
seconda auto, in fila con la prima leggermente distaccata è seguita dalla terza
che la copre standole attaccata. La guida del Giudice è quella di un comune
automobilista, sta procedendo a velocità sostenuta ma continuando a non coprire
la carreggiata, non adottando la tecnica abituale di conducenti, quella cioè di
tallonarsi lateralmente. La tecnica di occupare tutte le corsie
dell’autostrada, compresa quella di emergenza, impedisce ad altri di
intromettersi tra un’auto e l’altra. Falcone, invece, sta guidando normalmente
tenendosi a distanza di sicurezza dalla prima Croma, quella marrone, mentre
quella azzurra, a sua volta, si trova più lontana perché la sua guida,
fondamentalmente, è imprevedibile. Il Giudice e la moglie non hanno allacciato
le cinture di sicurezza, non lo fanno mai, anche per evitare ritardi in caso di
fuga dall’abitacolo. Sono di buon umore, con Costanza parlano del più e del
meno e del fatto che non ci sono stati segnali d’allarme in città. Lei guarda
fuori, in silenzio, pensando alla gita in programma a Favignana in occasione
della mattanza dei tonni, purtroppo rinviata. Sulla collina, alla vista del
corteo, al chilometro 5, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle
Femmine, Brusca, sorpreso per un attimo di non vedere le auto in formazione
parallela, dopo aver gettato a terra l’ennesima Merit masticata posa il dito
sulla leva. Gioè dà il segnale, Brusca tentenna, è confuso sul momento esatto
in cui fare fuoco poichè la velocità delle auto non sembra quella prevista. Ma
ecco che succede una cosa inaspettata. All’interno della macchina centrale la
Morvillo ha appena chiesto al marito di rientrare a casa, è stanca, vuole
lasciare che il marito prosegua per il tribunale dove lo aspettano dei colleghi
per un incontro riguardante la Direzione Nazionale. Per questo motivo Falcone,
ordinando a Costanza di accompagnare la moglie a casa specifica che continuerà
da solo, con la scorta, dandogli appuntamento direttamente sotto casa in via
Notarbartolo 23 per lunedì mattina alle sette in punto facendogli la cortesia
di lasciarlo libero per organizzare il ricevimento per la comunione del figlio
Alessandro che si terrà domani. Dato che i mazzi di chiavi sono due, una copia
in possesso del Giudice e una dell’autista, e che le sue con attaccate quelle
della sua auto personale in quel momento sono inserite nel cruscotto, Costanza ricorda
a Falcone, una volta a casa, di restituirgli il mazzo in modo da poter
riprendere l’auto lunedì. Il Giudice, sovrappensiero, in un attimo sfila il
mazzo di chiavi dal chiavistello del cruscotto, mette la mano nell’altra tasca
della giacca, prende il suo mazzo, lo infila nel cruscotto e rimette in moto
come se nulla fosse l’auto, ancora in trazione. Un gesto meccanico e pericoloso
di scambio dei mazzi, ma che fa spegnere l’auto super corazzata rallentando e
staccandosi di circa 40 metri dalla prima blindata. La velocità precipita sotto
i 120 chilometri orari spiazzando tutti. E mentre sulla collina Gioè dà un
secondo segnale con Brusca che continua ad esitare, all’interno della Croma
bianca l’autista giudiziario, riprendendo il Giudice che guarda la moglie annuire
stupita, non fa in tempo a finire la frase. Su in alto, mentre Gioè stringe tra
le mani il tripode del cannocchiale gridando di dare il contatto o tutto è
perduto, la leva dopo lunghi attimi di concitate incertezze viene spinta in
avanti. 900 metri più in basso, all’imboccatura del condotto, sotto le
sterpaglie e il materasso, la centralina riceve il segnale attivando il
motorino al suo interno che muove il chiodo verso l’altro capo del circuito. La
linea si chiude. Le batterie da 4,5 Volt scaricano la corrente sul cavo
centrale schizzando fino ai detonatori elettrici. All’interno dei due bossoli
in alluminio il ponticello si arroventa incendiando la sostanza infiammabile
che innesca la carica di Azoturo di Piombo e di conseguenza la Pentrite. Quando
la miccia detonante esplode, non si limita a bruciare, si disintegra
istantaneamente generando una violentissima onda d'urto supersonica che viaggia
per tutta la sua lunghezza diramandosi fino ad entrare nei fusti. L'energia si
espande lateralmente. Questa forza colossale scatenata dall’esplosivo primario
che detona istantaneamente colpisce la massa del secondario che subisce uno
shock meccanico e termico estremo. L’energia è così concentrata e veloce da
innescarlo. La carica principale si attiva. Sono le ore 17:56:48 secondi, gli
esplosivi detonano nella camera di scoppio uno ad uno con una velocità
impercettibile. Ci vogliono esattamente due microsecondi perché la detonazione
si propaghi attraverso i fusti. Due milionesimi di secondo. Per l'occhio umano,
è l'istantaneo, per la fisica, è una sequenza precisa di eventi. La gigantesca
esplosione sviluppa in questa frazione di tempo una sfera di gas che raggiunge
una temperatura di 2.800 gradi centigradi. La compressione generata dalla massa
di terra e cemento che esercita nei confronti dei gas prodotti una fortissima
resistenza comprimendone il volume nella camera di scoppio, causa un aumento
esponenziale del “fattore di pressione” facendo subire una improvvisa
accelerazione cinetica dell’onda esplosiva con un conseguente incremento degli
effetti esaltando il potere dirompente della carica. La pressione schizza
istantaneamente a centomila atmosfere. L’energia sprigionata dall’esplosivo, di
livello notevolmente superiore alla stretta esigenza di determinare
un’interruzione stradale, fa tremare la montagna. La pressione sviluppata dai
gas che preme contro le pareti della roccia con una forza d'urto supersonica, concentrandosi
verso l’alto, spinge il terreno sotto la prima blindata che non accortasi del
rallentamento dell’auto di mezzo ha continuato a proseguire con velocità
costante. Il terreno immediatamente a contatto con la camera di scoppio si
polverizza istantaneamente a causa del calore e della pressione estremi. Subito
oltre la camera, l'onda d'urto supera la resistenza meccanica del terreno
frantumandolo in piccoli pezzi mentre più all'esterno, dove l'energia inizia a
dissiparsi, il terreno non si frantuma ma si spacca creando una fitta rete di
crepe e fratture radiali. A questo punto, la massa di gas ad altissima
pressione cerca la via di minore resistenza e poiché il terreno sottostante e
laterale offre una resistenza quasi infinita, l'energia si dirige verso l'alto,
cioè verso la superficie. Mentre parte dei gas sfiatano attraverso il canale di
scolo, il terreno sopra la camera di scoppio si gonfia, viene sollevato in
blocco verso l'alto formando per un istante una gigantesca cupola di terra e
detriti. Una frazione di secondo dopo, la cupola esplode verso l'esterno, i gas
si espandono spingendo via la roccia che viene scagliata in aria. L'asfalto,
che non si rompe immediatamente, si comporta come un liquido sopra il vuoto
d’aria che solleva la carreggiata della A26 aprendola e facendo sfogare
all’esterno una colonna di terra e roccia che investe l’auto lanciando le oltre
due tonnellate di blindatura come fossero un foglio di carta. L’onda di
sovrappressione, violentissima, la accartoccia, e strappandola dalla corsia di
sorpasso le fa superare quelle del senso opposto di marcia scaraventandola in
un giardino di ulivi accanto ad un mangimificio, a 62 metri di distanza
all’altezza del Km. 4+795. Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, i
tre agenti all’interno, muoiono sul colpo per la rottura del cranio schiacciati
tra le lamiere e straziati dall’impatto col terreno. Dietro di loro, sulla
strada, il muro di cemento, ferro e terra sollevato in aria per decine di metri
taglia la strada alla Croma Turbo guidata dal Giudice che ci si schianta
contro. Falcone e la Morvillo, che non stanno indossando le cinture di
sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza finendo
travolti dal grosso motore da 2 mila centimetri cubi che si stacca dai sostegni
schiacciando il cruscotto e piegando il piantone dello sterzo. L’autista
giudiziario Giuseppe Costanza va a sbattere contro il sedile davanti mentre
come un missile arriva la terza Croma, quella azzurra, con a bordo gli agenti
Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che sterza violentemente a
sinistra appena prima di travolgerli. Mentre l’onda d’urto si propaga con una
velocità di 4 chilometri al secondo percorrendone 65 in 16 secondi fino
all’osservatorio dell’Istituto Nazionale di Geofisica, una parte consistente
dell’energia cinetica si trasforma in onde sismiche, del tutto identiche a
quelle di un piccolo terremoto, che fanno oscillare le lancette dei sismografi
dell’Osservatorio agrigentino di Monte Cammarata. Nel frattempo i terreni
attorno all’autostrada vengono avvolti da una nuvola rossa e gialla, bersagliati
da una pioggia di terra e detriti che dura mezzo minuto. In un clima di
iniziale silenzio e disorientamento automobilisti e abitanti della zona si
riversano per strada cercando di raggiungere la base del fungo di fumo,
camminando tra polvere e macerie e l’incessante suono degli allarmi delle case
che non smettono di suonare. Chi può, prova a prestare soccorso, mentre la
nuvola di fumo e polvere si dirada aprendo alla gente uno scenario lunare che
difficilmente dimenticherà. Ci sono auto coperte di terra, due Croma, una
Lancia Thema che seguiva il corteo, una Fiat Uno e una Opel Corsa che
viaggiavano nel senso opposto. Al centro, all’altezza del al Km. 4+733 la
porzione di autostrada sopra il canale di scolo non c’è più, al suo posto si è
aperto un cratere a forma di semiellisse il cui lato lungo trasversale rispetto
alla corsia di marcia è lungo 14,3 metri mentre quello inferiore, di posizione
longitudinale rispetto alla stessa si estende per una lunghezza di 12,3 metri. Nel
punto di maggiore profondità raggiunge i 4 metri, con una media di 3,5 determinando
una profondità che scende di oltre un metro rispetto al piano di campagna
intorno all’autostrada. Sulla linea del cratere c’è il totale disfacimento
dell’asfalto che ha creato nei bordi una sopraelevazione di un metro di altezza
lungo i primi 4,7 metri e di 60 centimetri per i restanti 7,4. Il tubo di scolo
in cemento è sparito, il guardrail a lato monte è stato deformato per un lungo
tratto in maniera circolare e spinto nell’uliveto a monte rispetto al cratere. Quello
in mezzeria invece, il doppio guardrail, è stato danneggiato in un tratto molto
più corto e anche questo spinto dalla parte opposta, verso il mare. Nonostante
l’energia sprigionata dal condotto sia stata talmente forte da riuscire a
dirigersi verso l’alto vincendo la forza contraria del terreno sovrastante, una
parte dei gas prodotti è riuscita comunque ad incanalarsi nella parte di
condotto lasciata libera dalla carica, quella lato mare, per effetto del
mancato intasamento, determinando le stesse pressioni sulle pareti del cunicolo
frantumandolo e determinando un avvallamento del terreno e lo squassamento
superficiale del manto stradale per altri 13 metri di lunghezza, 1,5 di
larghezza e 50 centimetri di profondità. Gli alberi di ulivo nei pressi
dell’imboccatura del condotto del lato della carica sono stati investiti dalla
peggiore delle tempeste, l’aranceto della porzione di terreno opposta è stato
arato per 15 metri da quell’onda di sovrappressione che si è incanalata in un
effetto cannone per il condotto in tutta la sua lunghezza. 900 metri più in
alto, sulle colline sopra Capaci, non c’è già più nessuno, gli osservatori
hanno smontato tutto lasciando la collina a bordo di due Clio quando i primi
detriti cominciavano a piovere sui tetti delle case. In basso invece, tra la
polvere, gli sportelli della Croma azzurra si aprono, gli agenti all’interno
sono vivi. Insanguinati, storditi, a fatica scendono dall’auto impugnando a
fatica le armi a protezione della Croma bianca davanti a loro e sincerarsi di
eventuali superstiti. L’abitacolo dell’auto, in bilico sul cratere, è un
disastro. Un principio di incendio viene spento con l’estintore della terza
blindata. Le portiere sono bloccate, c’è sangue ovunque ma gli occupanti respirano,
non si sa come, respirano. Mentre qualcuno li chiama cercando di farli rimanere
vigili ecco che si sentono le prime sirene farsi spazio tra i curiosi che
continuano ad avvicinarsi al cratere. Falcone è schiacciato dal blocco motore,
si muove appena voltandosi verso le grida di chi lo chiama con uno sguardo
senza risposta, la moglie è china in avanti, Costanza è riverso sul sedile. La
Morvillo e Costanza vengono estratti dall’auto ma per Falcone, che si muove
appena incastrato tra le lamiere, è necessario attendere l’intervento dei
Vigili del Fuoco. La donna, portata a terra è cosciente, seminuda, qualcuno si
toglie la maglietta per coprirla, cerca il marito che è qualche metro più in là
mostrando, anche se gravissimo e col viso una maschera di sangue, di recepire
con gli occhi le sollecitazioni dei soccorritori. Nonostante l’estrazione sia
difficoltosa entrambi vengono tirato fuori dalla blindata e caricati in
ambulanza. Mentre inizia una corsa a sirene spiegate verso gli ospedali scortati
da un corteo di vetture e un elicottero dell’Arma dei Carabinieri che lo segue
dall’alto, dietro di loro, ponendosi alle spalle della voragine nel senso di
marcia relativo alla corsia lato monte, distante 2 metri dal margine sinistro e
8 dal destro, in posizione obliqua rispetto all’asse della corsia e con le
ruote anteriori sul ciglio del cratere, la Croma blindata è lì, con la parte
anteriore vicino al motore completamente distrutta, col il cofano di cui rimane
ben poco, accartocciato del tutto e retto dalla sola cerniera destra. Il vetro blindato
a cinque strati del parabrezza, completamente incrinato, è stato sbalzato nel
cratere mentre la portiera sinistra, divelta, si trova nel terreno adiacente.
All’interno, il lunotto si è riversato nell’abitacolo invaso da detriti e terra
che nella parte posteriore raggiunge i 50 centimetri, la metà sinistra del
cruscotto e degli elementi sottostanti è squassata ed arretrata verso la
posizione dell’autista la cui spalliera è contorta e piegata in avanti, mentre
sul volante, la cui parte inferiore è anch’essa contorta in avanti, è ricoperta
di sangue. Appena dietro, in posizione obliqua, c’è la seconda blindata,
coperta da uno strato di terriccio e pietre spesso 2 centimetri, con la parte
anteriore, arretrata verso l’interno, contorta al pari del cofano divelto dalle
cerniere. Il parabrezza è incrinato, il lunotto è spaccato e rientrato verso
l’abitacolo di 10 centimetri mentre il volante ha la metà inferiore contorta
verso il basso. A 4 metri di distanza c’è la Lancia Thema, col tetto
completamente schiacciato, il parabrezza incrinato e fuoriuscito dalle guide,
il lunotto e i fari rotti, cumuli di detriti e terriccio in prossimità della
leva del cambio. L’Opel Corsa transitante nella corsia opposta è ribaltata sul
fianco sinistro a 60 centimetri dal guardrail e con il senso di marcia
contrario a quella della corsia. La parte anteriore è completamente distrutta
sino al cofano motore fuori asse e accartocciato, il parabrezza e il lunotto
sono a pezzi e la lamiera del tetto contorta per la prima metà. La Fiat Uno
invece è ferma 2 metri prima, con la direzione di marcia coincidente con quella
della corsia e la fiancata destra a 90 centimetri dal guardrail esterno. L’auto
è distrutta nella parte anteriore e priva di cofano, il tetto è contorto e
l'abitato è invaso da terriccio e detriti. Di “Quarto Savona Quindici”, la
prima Croma, atterrata nell’uliveto e ridotta ad un’altezza di 30 centimetri, è
rimasta solo la parte inferiore della scocca assieme le ruote tranne quella
anteriore destra, parti del cruscotto col contachilometri e il contagiri,
alterati dall’urto, il primo bloccato a 158 e il secondo a 6 mila, parte del
volante, del cambio e dei sedili anteriori. Sangue, tessuti e materia cerebrale
ricoprono le superfici mentre il motore, la ruota destra con la sospensione e
alcune porzioni della scocca si trovano sparpagliati per un raggio di 10 metri.
Gli effetti della detonazione sotto il profilo dell'estensione del raggio di
gittata di detriti, pezzi di asfalto e pietre si misurano, rispetto al
carattere, in 142 metri in direzione Palermo, 156 metri in direzione Trapani,
182 metri verso il mare, una pioggia che non ha risparmiato niente, né 19
persone che per loro sfortuna erano nel posto sbagliato al momento sbagliato, né
i capannoni di un’azienda avicola, né una cabina elettrica e delle villette,
mitragliate con fori da 60 a 180 centimetri di diametro. Intanto le corse verso
gli ospedali non serviranno, neanche gli sforzi dei medici riusciranno a
salvare i due Giudici. Giovanni Falcone, trasportato al Civico di Palermo,
mentre l’Italia intera trattiene il fiato morirà alle ore 19:05 a causa della
gravità del trauma cranico e delle lesioni interne, senza riprendere più
conoscenza, fra le braccia di Paolo Borsellino. Francesca Morvillo, trasportata
prima all'ospedale Cervello e poi trasferita al Civico, nel reparto di neurochirurgia,
morirà sotto i ferri intorno alle 23 a causa delle gravi lesioni interne
riportate. La Cupola voleva un evento eclatante e lo ha ottenuto. Portando la
sua tattica intimidatoria ad un altro livello non mettendosi scrupoli neanche a
colpire nel mucchio, considerando eventuali vittime innocenti come “danni
collaterali” di una guerra come ce ne sono tante, mentre c’è chi porterà per il
resto della vita il ricordo e i segni indelebili di questo evento traumatico,
altrove qualcun altro sta brindando per aver appena mostrato al mondo tutto il
suo potere.
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