01 dicembre, 2019

Courrieres, Miniera di carbone, 10 marzo 1906


TIPOLOGIA: incidente
CAUSE: errore umano
DATA:
10 marzo 1906
STATO:
Francia
LUOGO:
Courrieres, Miniera di carbone
MORTI: 1.099
FERITI:
594

Ultimo aggiornamento: 08 giugno 2026

Tempo di lettura: 36 minuti

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 10 marzo 1906, è un sabato, ci troviamo in quel periodo che nella Francia degli anni a venire sarà chiamato La Belle Epoque, un momento storico caratterizzato dal dominio dell'Europa e dall'assoluta ed eccessiva fiducia nel progresso tecnico. Da un punto di vista politico la situazione è eccezionale: Armand Fallières è il Presidente della Repubblica, eletto in sostituzione di Émile Loubet con la nazione ancora traumatizzata dalla legge sulla separazione tra Chiesa e Stato. Il pallido Ferdinand Sarrien, nuovo Primo Ministro, a giorni formerà il suo Governo con Louis Barthou ai Lavori Pubblici e Clemenceau all'Interno. La stampa è potentissima, il Petit Parisien stampa più di 2 milioni di copie seguito da Le Temps e Le Petit Journal. Con 39 milioni di abitanti, di cui 20 milioni attivi e 5,7 milioni solo nell'industria, nella Francia di questo inizio 1906 appena uscita da due mesi di intensa campagna elettorale, il clima sociale è particolarmente cattivo e gli scioperi numerosi. Nelle miniere, dove lo scavo delle gallerie in roccia rappresenta un lavoro titanico, sfibrante e denso di pericoli, i lavoratori sono relativamente privilegiati perché meglio sindacalizzati: 8 ore lavorative, salari settimanali, alloggi forniti, fondi di soccorso, cooperative. Le anime che ci abitano vivono per la miniera. Nei pozzi e nelle gallerie, chiamate bowettes nel gergo locale, scavate orizzontalmente nella roccia sterile per poter raggiungere e collegare i vari filoni produttivi di carbone, vi lavorano grandi e piccoli. Ogni operaio, regolarmente assunto e con appuntata sul petto la spilla d’ottone che riporta la matricola, è accompagnato da almeno due aiutanti. Questi sono adolescenti e bambini e la loro presenza sotto terra non è registrata da nessuna parte. Gli adulti guadagnano poco rispetto alla fatica, per i ragazzi invece c’è solo una mancia legata alla quantità di minerale portato in superficie. È tutta gente povera, semianalfabeta e sfruttata che vive in baracche di legno ricoperte di carta catramata, anche in dodici per stanza, pagando una fortuna al mese d’affitto, quasi la metà dello stipendio. Nelle zone minerarie del centro Europa, l’anno scorso solo dall’Italia sono arrivati in 30 mila, emigrati alla ricerca di una vita dignitosa, di un futuro, finiti a consumarsi nel sottosuolo per soddisfare il bisogno di carbone e legname del boom industriale, anticipando il costo del viaggio che poi ha trattenuto dalle paghe settimanali. A differenza delle rotte transoceaniche che raccolgono gran parte dell'emigrazione meridionale, la provenienza geografica di questa prima ondata è marcatamente settentrionale e centro-orientale con Veneto, Friuli, Toscana, Umbria, Piemonte e Lombardia che forniscono la percentuale più alta di manodopera specializzata nello scavo e nella pietra. Alla miniera sono tutti giovani e vivono quasi da reclusi. Tutto ciò che si guadagna è speso qui, il vestiario, l’attrezzatura, perfino le rate alimentari sono gestite dallo spaccio della Compagnia mineraria che trattiene le spese dagli stipendi. E poi c’è il lavoro, duro, pericoloso, con un tasso di mortalità altissimo. Frane, cedimenti, incendi, decimano gli operai, bambini e adulti, che giornalmente si addentrano nelle viscere della terra per estrarre il principale combustibile fossile: il carbone. A Courrières lo sfruttamento del sottosuolo è tecnicamente innovativo. L'azienda, che estrae dal giacimento di carbone del bacino minerario di Nord-Pas-de-Calais nel Pas-de-Calais, a 220 chilometri a nord di Parigi, è stata premiata più volte durante le grandi fiere nazionali e universali per la qualità delle sue attrezzature, innovazione delle linee, ventilatori, caldaie, sistema di approvvigionamento elettrico della parte inferiore, pompe, argani, macchine perforatrici, e per la sicurezza del suo personale, quest’ultimo solo sulla carta, poiché anche se un decreto dell'8 febbraio dell’anno scorso ha reso obbligatorio l’utilizzo delle lampade di sicurezza, non viene quasi mai applicato. L’impianto è considerato una meraviglia della modernità industriale, l’energia elettrica alimenta i macchinari per tagliare il carbone, un sistema di rotaie e carrelli trainati da cavalli e locomotive elettriche ne provvede al trasporto mentre il labirinto di tunnel è diventato negli anni una piccola città sotterranea. È stato il primo pozzo, quello scavato nel 1849 ad aver dato il nome alla Compagnia. Ora, coi dodici pozzi attivi, 7.500 tonnellate giornaliere di materiale estratto e 2.737.500 tonnellate annue, il 7% della produzione nazionale di carbone, è diventata la terza compagnia nel Nord-Pas-de-Calais. Producendo il combustibile per le centrali elettriche, l'azienda, con alle dipendenze 9.258 lavoratori di cui 7.594 impiegati in sotterraneo, ottiene enormi profitti, 7,4 milioni di Franchi in sette anni, risorse finanziarie che permettono all’azienda di destinare una grossa fetta degli utili allo scavo di nuovi pozzi ottimizzando la produzione nei vecchi modernizzando le strutture già esistenti. La miniera è insolitamente complessa per il suo tempo e i diversi pozzi sono collegati tra loro da gallerie sotterranee su più livelli. Queste, raccordate a loro volta per questioni logistiche, facilitare il trasporto del materiale in superficie, e per motivi di sicurezza, facilitare l’accesso dei soccorsi in caso di incidente, formano una insidiosa e intricata rete viaria nel sottosuolo lunga 110 chilometri. Il Pozzo numero 3 serve per l'estrazione, per l'ingresso dell'aria, e a mezzo di uno scompartimento isolato con diaframma in legno, anche per il riflusso, con un ventilatore Guibal di 7 metri di diametro montato alla bocca che aspira 7 metri cubi d'aria al secondo. Un’enormità. L'aria in entrata si divide in due circuiti principali: uno in direzione Nord, che dopo aver ventilato i cantieri nei livelli Giulia a -280 metri di profondità, Santa Barbara a -303 metri, e Giuseppina a -326 metri, fuoriesce dal Pozzo numero 2; l'altro circuito in direzione Sud, che passando per i livelli Giuseppina e Santa Barbara a -299 metri, fuoriesce dal Pozzo numero 4. Due derivazioni secondarie destinate a ventilare dei tratti raddrizzati dei livelli Santa Barbara e Giuseppina, ritornano, passando per la galleria a -280 metri, allo scompartimento di ventilazione del Pozzo numero 3. Il Pozzo numero 11 serve invece per l’estrazione e l'ingresso di altra aria che, formando 4 circuiti di ventilazione ai livelli -331 metri e -383 metri, ritorna in uscita al Pozzo numero 4. A quest'ultimo fa anche capo un riflusso d'aria proveniente dal Pozzo numero 5 passando per il livello a -260 metri. Al Pozzo numero 2 arriva invece l’aria dei circuiti provenienti dal Pozzo numero 3 assieme alle correnti di ventilazione alimentate dal Pozzo numero 10 e passanti per i livelli a -307 e a -354 metri. In questa fredda mattina lavorativa del 10 marzo, 1.764 minatori sono a lavoro alle quote -330 e -340 metri, come ogni giorno, con l’attività in galleria a pieno regime e il lavoro degli operai che procede senza sosta. Iniziato appena prima dell’alba questo è il turno più numeroso. Gli operai sono ancora provati dall’incidente di quattro giorni fa dove un incendio scoppiato a causa del rovesciamento di alcune lampade a fiamma libera nel punto in cui gli armatori stavano lavorando al rinforzo delle pareti, ha incenerito le cataste delle vecchie armature in legno nel Pozzo numero 3, a Cècile, sul Lavaleresse a Méricourt, fra i livelli a -326 metri e -280 metri. Anche se si è provveduto subito con sbarramenti costituiti da terra, ferro e ciottoli, in modo da chiudere l'entrata d'aria a questi cantieri, aria proveniente dal Pozzo numero 3, al livello -326 metri, domare le fiamme non è stato semplice. Creare sbarramenti anche nella galleria di riflusso d'aria al livello -280 ha fatto sì che si sia riusciti finalmente a circoscrivere l’incendio solo poche ore fa. I minatori, stremati, sono abituati a questi episodi, gli incendi sono abbastanza frequenti a queste profondità e ciò non ha destato grosse preoccupazioni né agli operai, né agli ingegneri, né ai dirigenti. La miniera non è considerata a rischio grisù, l'amministrazione francese la classifica ufficialmente come "non grisouteuse”. Questa presunta sicurezza ha un impatto enorme sulle procedure di scavo, giustificando una grave negligenza nell'uso degli esplosivi e delle lampade a fiamma libera utilizzate come principale fonte di luce salvo che negli avanzamenti verso zone non ancora ispezionate in cui vengono adoperate in via precauzionale quelle di sicurezza a benzina. Qui gli operai devono quotidianamente prestare la massima attenzione alle esalazioni di questo gas combustibile infiammabile ed esplosivo se messo a contatto con l’aria. Silenzioso e letale, costituito prevalentemente da metano, azoto, anidride carbonica, etano, elio, neon e idrogeno, è incolore ed inodore ed essendo più leggero dell'aria, si trova spesso raccolto in sacche isolate nelle parti più alte della roccia. Per l’estrazione del minerale, qui come nella maggior parte delle miniere, si usa l’esplosivo. Pratico, più economico in termini di tempo e forza lavoro, è utilizzato quotidianamente nell’avanzamento delle gallerie. Nei grandi complessi carboniferi di francesi di inizio '900 come questo, l'architettura dei depositi di esplosivo, le poudrières, non è lasciata alle esigenze del momento, ma viene direttamente dall'ingegneria balistica e militare. Nonostante la miniera di Courrières pecchi di grave negligenza nell'uso pratico degli esplosivi sul fronte di scavo, i suoi depositi sono costruiti secondo le rigide norme strutturali imposte dal governo. Il sistema di stoccaggio è diviso in due architetture distinte: il deposito principale in superficie, dove arrivano i carichi dalle fabbriche chimiche, e la polveriera sotterranea di distribuzione. Il primo è il vero cuore dell'arsenale della miniera e custodisce decine di tonnellate tra polveri e dinamiti. La sua architettura è progettata attorno a due principi: l'isolamento e lo sfogo verticale. Costruito in una zona periferica della concessione mineraria, lontano dai castelletti di estrazione, dai macchinari e dalle abitazioni dei minatori, l'edificio centrale è circondato su tutti i lati da spessi terrapieni artificiali coperti d'erba alti quanto l'edificio stesso. In caso di esplosione accidentale, questi argini hanno il compito di assorbire l'onda d'urto orizzontale proteggendo il resto della miniera. L'edificio non è una fortezza chiusa, presenta muri perimetrali spessissimi in mattoni pieni ma un tetto volutamente fragile, realizzato in legno leggero e coperture sottili. È una scelta ingegneristica precisa: se il materiale dovesse detonare, la forza dell'esplosione, contenuta lateralmente dai muri spessi e dai terrapieni, sfonderebbe il tetto sfogandosi verso l'alto come in un camino minimizzando la distruzione al suolo. La sua architettura interna è concepita per eliminare il rischio di scintille accidentali. I pavimenti sono in legno e ricoperti di lastre di piombo, è severamente vietato l'uso del ferro, le cerniere delle doppie porte, le serrature e persino i chiodi usati per le scaffalature sono in rame, ottone e bronzo. Perfino magazziniere deve indossare zoccoli di legno o calzature prive di chiodatura metallica prima di varcare la soglia. Muri spessi e prese d'aria sfalsate garantiscono una temperatura costante e prevengono l'umidità, che comprometterebbe la polvere o causerebbe la pericolosa essudazione della Nitroglicerina dai candelotti di Dinamite. Sottoterra, nella parte più bassa e vicino ad uno dei pozzi principali, è scavata la nicchia di stoccaggio più piccola, dove gli esplosivi necessari per il turno vengono custoditi prima di essere consegnati ai minatori. Qui la sfida architettonica è diversa: contenere un'eventuale esplosione per evitare che distrugga i pozzi di ventilazione o scateni il collasso delle gallerie. La porta del deposito non si affaccia direttamente sulla galleria principale di transito, l'accesso avviene tramite un breve e stretto tunnel scavato con curve a gomito ad angolo retto. Questa architettura spezzata serve a rompere la pressione di un'eventuale onda d'urto prima che possa raggiungere i pozzi principali. L'interno del deposito è diviso in due camere separate da massicci setti di roccia e porte in rovere rivestite di lamiere di rame. La regola aurea impone che i detonatori e gli esplosivi ad alto potenziale non si incontrino mai nello stesso ambiente, almeno sulla carta. Ebbene, qui non è così. Tutta questa sofisticata architettura di sicurezza viene di fatto vanificata dal momento esatto in cui il materiale non solo esce dal deposito, dove il magazziniere consegna l'esplosivo ai minatori, i quali, sprovvisti di contenitori blindati per il trasporto fino al fronte di scavo, si infilano detonatori e dinamite nelle stesse borse di tela camminando per chilometri in gallerie polverose e con le lampade a fiamma libera appese al collo, ma anche all’interno, con uno stoccaggio selvaggio per motivi di tempo e fatica. I regolamenti minerari nati tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento impongono che i depositi sotterranei siano rigorosamente frazionati, ovvero piccole quantità in punti diversi, con riservette in numero maggiore di uno e soprattutto non scavate in prossimità dei filoni di carbone ma esclusivamente nella roccia sterile in modo che un'eventuale fiammata non possa incendiare il carbone o sollevare polveri infiammabili. In questa miniera, tali protocolli per le polveriere sotterranee non sono ancora stati messi in atto e la riservetta, ancora unica e della vecchia tipologia, ha ottenuto al momento solo degli adeguamenti strutturali tramite rinforzi alle pareti corazzando gli ambienti come un piccolo bunker. I detonatori a fuoco, artifizi esplosivi primari costituiti da un cilindro di stagno lungo 6 centimetri e del diametro di 45 millimetri  inventati dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1867 e riempiti col Fulminato di Mercurio, esplosivo primario con velocità di detonazione pari a 5 mila metri al secondo, sensibilissimo agli urti e al calore, sintetizzato già nel XVII secolo e perfezionato nel 1799 dal chimico inglese Edward Howard, sono riposti in una loggia rialzata immediatamente dopo la porta in ferro del deposito. A pochi metri, dietro l’angolo dell’unico grande ambiente a forma di “L”, si trovano le casse di esplosivo, tante, troppe, le une sulle altre. Le attività di estrazione qui sono continue e l’approvvigionamento dell’esplosivo è notevole tanto da stoccarne all’interno del camerone centinaia di chilogrammi alla volta. Di esplosivi in questa miniera se ne utilizzano diverse tipologie a seconda della zona in cui si deve scavare e del materiale da frantumare. Nelle casse accatastate, per prima si trova la Dinamite, confezionata in candelotti avvolti in carta paraffinata e di dimensioni standardizzate per adattarsi ai fori da mina scavati con le prime punte pneumatiche, hanno un diametro di 35 millimetri, 25 centimetri di lunghezza e un peso di 100 grammi. Qui a Courrieres viene utilizzata ciclicamente nelle sue quattro versioni: a base inerte, con la presenza ancora di alcune casse, a base attiva, che sta via via sostituendo la prima, a base esplosiva, e la Gelatina. La prima, brevettata sempre da Nobel nel 1867, è composta dalla Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 e con velocità di detonazione di 7.700 metri al secondo, miscelata con farina di roccia silicea sedimentaria di origine organica. La seconda invece è la sua diretta evoluzione. È costituita da una percentuale del 75% di Nitroglicerina, 25% di segatura e nitrato di sodio, che ha la funzione di agente ossidante. Per capire il suo ruolo, è utile guardare a come è fatta la Dinamite. Quando Alfred Nobel l’aveva inventata, usava la Nitroglicerina assorbita in una polvere inerte, la farina fossile. Successivamente, per rendere l'esplosivo più potente ed efficiente, la farina fossile inerte era stata sostituita con una miscela di materiali combustibili, come segatura, polpa di legno o farina, chiamati "assorbenti attivi". Il nitrato di sodio fornisce ossigeno extra. I materiali combustibili come la segatura hanno bisogno di ossigeno per bruciare e poiché un'esplosione è essenzialmente una combustione estremamente rapida che avviene in spazi chiusi, dove l'ossigeno atmosferico non è sufficiente, l'ossigeno deve essere fornito chimicamente dall'interno della miscela. Pertanto, essendo ricco di ossigeno lo rilascia rapidamente durante la detonazione e fornendone la giusta quantità assicura che il carbonio e l'idrogeno presenti negli assorbenti brucino completamente. Questo massimizza l'energia e i gas rilasciati dall'esplosione, aumentando la potenza complessiva e riducendo i fumi tossici. Una combustione incompleta per carenza di ossigeno genera grandi quantità di monossido di carbonio, un gas altamente tossico. In miniera o in galleria, questo era un problema enorme. L'aggiunta di un ossidante come il nitrato di sodio garantisce che il carbonio si trasformi in anidride carbonica rendendo i fumi post-esplosione molto meno pericolosi per i minatori. In sintesi, mentre la Nitroglicerina fornisce l'innesco e gran parte della forza esplosiva, il nitrato di sodio è il "motore d’ossigeno" che permette agli altri ingredienti di contribuire all'esplosione in modo sicuro, pulito ed efficiente. La terza tipologia di Dinamite invece, a base esplosiva, è una ulteriore evoluzione. Chiamata Gomma, è costituita da una percentuale del 92% di Nitroglicerina e 8% di Nitrocellulosa, il prodotto esplosivo scoperto nel 1838 dal chimico francese Théophile-Jules Pelouze da carta, lino e cotone, ricetta perfezionata e stabilizzata dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846 contemporaneamente al chimico tedesco Johann Friedrich Böttger. L’ultima tipologia è lo stadio intermedio tra la Dinamite a base attiva e la Dinamite a base esplosiva. Composta da 71% di Nitroglicerina, 4% di Nitrocellulosa, 18% di nitrato di sodio e 7% di polvere assorbente è chiamata Gelatina. Ma qui a Courrieres non è sempre stata usata la Dinamite per l’avanzamento in galleria, fino al 1870 la miniera usava Polvere Nera in grani gettandola nei fori libera oppure chiusa in cartocci preparati al momento dai minatori. Questo tipo di esplosivo, deflagrante, ovvero con velocità di esplosione subsonica di 400 metri al secondo se opportunamente confinata, ha la sua antica ricetta vista per la prima volta in un'opera di un autore cinese, Wu Ching Toung Yao, che nel 1044 suggeriva il dosaggio di un 74% in peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11% in peso di zolfo, formula ripresa dal monaco e scienziato Ruggero Bacone che l’aveva modificata a 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di zolfo, ricetta che dal 1249 è arrivata praticamente immutata fino ai nostri giorni. Nel 1857 il chimico americano Lammot du Pont aveva introdotto una variazione, sostituendo al nitrato di potassio il molto più economico nitrato di sodio, permettendo di estendere l'uso della Polvere Nera in molteplici campi d’applicazione e non solo a quello estrattivo. Questi cartocci erano innescati da delle micce a lenta combustione, dei cordoni di colore nero costituiti da un rivestimento in catrame per impermeabilizzarli e del diametro di 5 millimetri, diretti discendenti della corda di canapa catramata brevettata il 6 settembre del 1836 da William Bickford e costituita da un cordone di cotone impermeabile con un’anima di Polvere Nera che consente alla fiamma un percorso di un metro ogni 120 secondi. Nel 1875 si era cominciato ad usare la Polvere Nera compressa, fabbricata dalla Davey-Bickford, riempiendo i fori e chiudendoli ermeticamente con un tappo di argilla, l’”intasamento”, per evitare che la pressione sfogasse all’esterno in un effetto cannone e rimanesse all’interno del foro concentrando la maggior parte del potere dirompente sulle sue pareti. Questo particolare sistema, utilizzato per la prima volta nel 1687 dall'esplosivista Carl Zumbe nelle miniere di Clausthal, nella Bassa Sassonia, in Germania, si univa allo schema di volata di molteplici mine introdotto nel 1725 in Sassonia e in Boemia, con disposizioni in parete diversi a seconda del tipo di lavoro in atto. Leggermente distanziate, ma pericolosamente vicine, oltre le dinamiti nella riservetta è presente la Polvere Favier, in cartucce di diametro di 30 e 40 millimetri, lunghezza di 10 e 15 centimetri e del peso variabile tra i 50 e i 100 grammi a seconda del formato e dell’utilizzo. Prodotto belga apparso nel 1887 inventato dal chimico francese Paul Alphonse Favier che lo aveva brevettato tra il 1884 e il 1885, è composto da una percentuale di 12% di Nitronaftalina, un preparato esplosivo del 1835 con velocità di detonazione di 5.300 metri al secondo, e 88% di Nitrato d'Ammonio. Quest’ultimo è un fertilizzante. Johann Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco considerato uno dei fondatori della chimica industriale moderna e precursore dell’ingegneria chimica, lo aveva preparato e descritto nel 1659 chiamandolo “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma. Con velocità di detonazione di 2.700 metri al secondo, è utilizzato come ingrediente esplosivo dal 1867, quando era stato rilasciato un brevetto a due chimici svedesi, J. H. Norrbin and J. Ohlsson, utilizzandolo assieme ad un 20% di carbone nel loro Ammoniakkrut, per poi venire utilizzato dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nella sua dinamite "extra" del 1870 in cui lo aveva sostituito alla farina di roccia silicea sedimentaria di origine organica, unendolo alla Nitroglicerina. Come per la Dinamite, l’utilizzo del Favier è molto rischioso, soprattutto in galleria nell’estrazione del carbone, e dato il suo non facile maneggio pochi specialisti sono in grado di utilizzarlo. Il grande difetto del Nitrato di Ammonio è la sua altissima igroscopia: assorbe rapidamente l'umidità atmosferica degradandosi e perdendo del tutto la capacità di detonare. Per ovviare al problema, Favier aveva ideato un confezionamento specifico. L'esplosivo non veniva venduto in polvere libera, ma pressato a caldo fino a formare dei cilindri cavi. Questi blocchi venivano poi immersi in paraffina liquefatta per impermeabilizzarli e sigillati in involucri di carta o metallo. Al momento dell'uso in miniera, il foro centrale del cilindro viene riempito con un innesco più sensibile, la Dinamite, nel quale viene inserito nel momento finale il detonatore e quindi la miccia. Questo esplosivo riscuote un enorme successo nell'estrazione mineraria per due ragioni tecniche cruciali: l’estrema stabilità, essendo quasi del tutto insensibile agli urti meccanici, al calore, alle scintille o agli attriti pertanto senza un innesco dedicato e potente, non può esplodere, il che lo rende incredibilmente sicuro da trasportare nei pozzi e da maneggiare; e per la sua esplosione “fredda”. A differenza della Polvere Nera, la Favierite detona sprigionando pochissima fiamma, a temperature relativamente basse e generando un volume di gas quasi privo di monossido di carbonio. Questa caratteristica impedisce all'esplosione primaria di innescare il grisou o le nuvole di polvere di carbone in sospensione abbattendo drasticamente il rischio di esplosioni a catena. Essendo questo un ”esplosivo di sicurezza”, così chiamato perché estremamente veloce al fine di rendere minimo il tempo di esplosione e che lavora con una temperatura di fiamma al di sotto dei 1.500 gradi centigradi, è utilizzato solamente nelle zone non ancora preventivamente ispezionate. È un ottimo prodotto ma è molto costoso, forse troppo per farne un uso giornaliero ma si sa, la vita in miniera vale poco. Sul fronte di scavo di una delle gallerie del Pozzo numero 2, al livello Giuseppina, 4 operai si trovano impegnati nella routine lavorativa. L'avanzamento inizia sul "fronte di scavo", la parete di roccia cieca, dove i minatori incaricati di questo lavoro devono praticare una serie di fori cilindrici nella roccia dura, seguendo uno schema geometrico preciso noto come rinora. Fino a pochi anni fa la foratura era un lavoro interamente manuale. Un minatore reggeva un punteruolo o fioretto in acciaio e lo ruotava di qualche grado, mentre un compagno lo colpiva ritmicamente con una pesante mazzetta. Proprio in questi anni hanno iniziato a diffondersi le prime perforatrici pneumatiche ad aria compressa, macchine rudimentali, estremamente pesanti e assordanti, ma che permettono di accelerare notevolmente il tempo di scavo rispetto al lavoro manuale. I fori al centro della parete vengono perforati in modo convergente, a formare un cono invisibile dentro la roccia. L'obiettivo è fare esplodere le mine in maniera sfalsata, non tutte assieme, per rendere il lavoro dell’esplosivo più pulito e frantumare la roccia in maniera corretta. Se per un errore le mine detonassero tutte allo stesso identico millisecondo, tutta la roccia verrebbe compressa simultaneamente. Non avendo uno spazio vuoto in cui collassare, l'energia dell'esplosivo rimarrebbe intrappolata e cercherebbe l'unica via d'uscita possibile, la galleria stessa generando una cannonata, un boato che sparerebbe fuori gas e polvere ma lasciando la roccia incastrata e compatta sul fronte. Inoltre, esplodendo tutte assieme, le onde d'urto si sommerebbero in un unico, devastante impulso sismico. Una detonazione sequenziale è come uno scalpellino che "smonta" il fronte roccioso pezzo per pezzo con geometria precisa. Una detonazione simultanea genererebbe solo un enorme, inefficiente terremoto locale che sprecherebbe l'energia dell'esplosivo lasciando il fronte bloccato. Con lunghezza delle micce variabili a seconda della sequenza di brillamento, per primo andranno accese quelle del gruppo centrale al fine di creare un vuoto al centro della parete. Questo permette all'energia dell'esplosione dei fori periferici, innescati frazioni di secondo dopo, di spaccare la roccia spingendola verso questo vuoto centrale, facendola crollare con facilità. L'utilizzo pratico dell'esplosivo in galleria, con il trasporto sul posto mediante borse in tela a tracolla, si divide in tre passaggi critici: il caricamento, dove il minatore spinge i candelotti di esplosivo in fondo al foro appena trivellato, utilizzando un'asta di legno per non creare scintille, con l'ultima cartuccia inserita in cui viene posizionato il detonatore a cui è collegata la miccia a lenta combustione che fuoriesce dal buco; l'intasamento, la fase meccanicamente più decisiva, dove la parte vuota del foro, dal candelotto fino all'imboccatura, deve essere riempita e compattata ermeticamente con pallottole di argilla umida a "tappare" il foro per confinare l'energia dei gas dell'esplosione costringendoli a sfogarsi fratturando la roccia circostante; e lo sparo, dove il responsabile accende le micce in sequenza mentre la squadra si ritira di corsa in una galleria laterale. Dopo aver udito in lontananza il boato della volata, gli uomini devono attendere fermi al buio sia che il sistema di ventilazione della miniera porti via la nube dei fumi tossici dell'esplosione, sia che non ci siano colpi in ritardo. Non appena l'aria torna respirabile, l'avanzamento entra nella sua fase logistica, con l’entrata in azione degli spalatori dove i detriti rocciosi frantumati vengono caricati a mano con le pale all'interno di piccoli vagonetti che verranno successivamente trainati lungo i binari provvisori della galleria da cavalli da miniera, assoluto fulcro del lavoro e che costituiscono la spina dorsale del trasporto capillare. Questi sono animali che vengono calati nei pozzi da puledri e vivono permanentemente sottoterra, stabulati in apposite grandi stalle attrezzate ai livelli -280 e -326 scavate nella roccia, senza mai più rivedere la luce del sole. Nonostante l'organizzazione del lavoro vicino alle pareti di scavo non conosca praticamente meccanizzazione, per le arterie principali, l'azienda ha introdotto delle moderne locomotive elettriche a batteria costruite dalla Société Alsacienne. Questo sistema all'avanguardia presentato con orgoglio dalla Compagnia all'Esposizione Universale di Parigi del 1900, non arriva dove lo spazio è angusto ma serve esclusivamente a trainare i lunghi e pesanti convogli lungo i tunnel principali per portarli verso i pozzi di estrazione, mentre ai cavalli spetta il duro lavoro di fare la spola continua nelle ramificazioni secondarie della miniera raggruppando i vagonetti nella unica lunga unità che verrà trainata in superficie. Contemporaneamente, per evitare crolli improvvisi del tetto indebolito dallo shock dell'esplosione, si procede all'armamento. Carpentieri specializzati posizionano a distanze regolari dei robusti telai in legno di pino o di quercia incastrati tra loro. Solo una volta che i pilastri di legno hanno messo in sicurezza la nuova volta rocciosa, la squadra dei perforatori può farsi di nuovo avanti verso il fronte di scavo, per far ripartire il ciclo. Ogni giornata lavorativa, con due turni di dodici ore, produce 5 volate con le operazioni, perforazione di durata di 90 minuti, caricamento e sparo 45, ventilazione fumi 30 e smarino e disgaggio 120, in grado di abbattere e portare in superficie 11 metri cubi di roccia ciascuna. In questo momento, sul fronte di scavo di questa galleria di avanzamento di 2 metri di larghezza per 2 di altezza, in due lavorano ai trapani ad aria compressa, un terzo carica in foro le prime cartucce cilindriche di Favier e Dinamite spingendole fino in fondo con un calcatoio in legno, un quarto, poco più indietro, prepara le smorze armate, le cartucce con annegato all’interno il sensibilissimo detonatore a fuoco che verrà innescato con uno spezzone di miccia a lenta combustione. Le operazioni, svolte in silenzio, sono continue e meccaniche. Per ottenere la volata lo scavo non avviene con un solo colpo, ma tramite uno schema di tiro geometrico. Mentre le perforatrici battono sulla roccia viva sollevando una nuvola di polvere soffocante, l’operaio addetto al caricamento ha finito di caricare l’ultima delle mine “centrali”, i 4 fori convergenti che provocheranno sulla parete uno spazio centrale libero per consentire a quelle successive di trovare un volume vuoto dove far cadere la roccia abbattuta. Col caricamento di tutti i fori centrali sta per iniziare le mine “di corona”, 6 fori disposti al centro per allargare la cavità che col loro lavoro abbatteranno gran parte della roccia e per ultime, dietro di lui, a terra, quelle “di squadro”, ancora nelle borse di tela, in attesa di essere assemblate nei fori sul fondo e sui lati e che porteranno con la loro esplosione la sezione della galleria al profilo voluto e al livello del pavimento. È un compito delicato, tutto deve essere fatto con precisione chirurgica. La progettazione della volata per l'avanzamento della galleria, presentando problemi diversi e più complessi rispetto all'abbattimento di un gradino a cielo aperto, ha bisogno di concentrazione continua da parte degli esplosivisti e nonostante la stanchezza si faccia sentire e si conviva con la poca luce e la polvere, pessime compagne di lavoro a cui non ci si riesce ad abituare, ogni membro della squadra cerca di non perdere la lucidità neanche per un momento. Per questa volata è previsto un consumo pari a 18.5 chilogrammi di esplosivo distribuiti in 23 fori. Sulla parete, davanti al foro, l’addetto al caricamento si sta accingendo a pressare con la mano destra l’ultima cartuccia della fila, quella armata col detonatore, all’interno del foro da mina profondo un metro e mezzo. La regola empirica di questi anni prevede il riempimento del foro per circa un terzo della sua lunghezza, lasciando il resto per il materiale di intasamento necessario a confinare l'esplosione. Dentro, a causa della roccia eccezionalmente dura, invece delle 5 cartucce che avrebbero dovuto esserci ne sono state inserite altre 3 per un peso totale in foro di 800 grammi, ideale per una frantumazione ottimale ma che è andato a ridurre in maniera drastica il borraggio. Questo, che sarà il tappo di chiusura in modo da permettere all’esplosivo di sfogare la sua forza completamente e senza dispersioni di energia sulla roccia circostante, è nella sua mano sinistra. È in ritardo, deve chiudere anche le altre. Ma mentre per le prime ha utilizzato dei segmenti incartocciati di argilla impilati uno dietro l’altro, in questo come in quelli accanto, per risparmiare tempo prezioso userà un intasamento con polvere di carbone e detriti raccolti da terra. Al centro del tunnel invece, all’altezza di un nodo di scambio in salita, altri due operai si stanno occupando della movimentazione dei carrelli lungo i binari per spedirli in superficie. Durante questa operazione, meccanica e apparentemente priva di rischi, accade l’inimmaginabile. Uno dei cavi di traino in acciaio, affaticato dallo stress, si snerva e si spezza all’altezza della locomotiva. 19 vagoni carichi di carbone si sganciano e iniziano a procedere all’indietro. Questi, essenzialmente pesanti scatole di metallo montate su ruote di ghisa, del tutto prive di sistemi pneumatici o meccanismi di sicurezza indipendenti, non hanno alcun freno di emergenza automatico e in pochi istanti danno inizio a quello che i minatori chiamano “fuga dei vagoni”. Senza la forza motrice a trattenerli, la gravità ne prende immediatamente il controllo. Il dente di arresto, il rudimentale sistema di sicurezza del convoglio costituito da una pesante e lunga sbarra di ferro appuntita trascinata a terra dall’ultimo vagone e in grado di impuntarsi immediatamente contro le traversine di legno qualora il treno avesse iniziato a retrocedere, non funziona. A causa della ruggine, che ne ha logorato il metallo negli anni, si spezza senza nemmeno incurvarsi prima di sollevare il vagone e forzare un deragliamento controllato a bassa velocità. Nel buio totale della galleria il convoglio acquista velocità rapidamente, le rotaie strette e i cuscinetti rudimentali offrono poca resistenza e trasformano i carrelli in proiettili inarrestabili. Uno degli uomini, cercando di rallentare la discesa, corre a fianco del convoglio cercando di infilare un bastone di legno tra le ruote ma il terreno, reso scivoloso dalle continue infiltrazioni d’acqua, non gli permette di farlo. Inciampa scivolando in avanti. Accade tutto velocemente e nessuno è in grado di fare niente se non guardare i vagoni sparire nel buio. Nella galleria, larga a malapena quanto i vagoni, non c'è spazio per mettersi in salvo. Chi lo vede arrivare ha pochi secondi per trovare una nicchia nel muro in cui schiacciarsi. La rete di gallerie, priva di scambi di sicurezza deviati, ovvero gli scambi lasciati perennemente aperti verso un vicolo cieco o un robusto muro di roccia in maniera da far “morire” schiantandosi i convogli che fossero arrivati fuori controllo, si trasforma in una trappola in cui questo, continuando ad accelerare, solleva al suo passaggio una nuvola di polvere di carbone finissima percorrendo in una manciata di secondi il rettilineo fino alla curva in cui arriva come un fulmine. In corrispondenza di questa, sollevandosi dai binari posati in modo approssimativo sul fondo irregolare, il convoglio deraglia con estrema violenza evitando di pochi centimetri i puntelli di legno che sostengono la volta e le pareti della galleria. I vagoni si ribaltano su un fianco uno dopo l’altro. Il deragliamento ad alta velocità non si limita a rovesciare il carbone, scatena una reazione a catena devastante nell'ambiente chiuso della miniera. Il rumore è tale che gli uomini, assordati dal frastuono, sono disturbati nel momento di massima concentrazione tanto da far colpire con troppa forza il calcatoio sulla cartuccia armata all’interno del foro urtando fatalmente la testa sporgente del detonatore. Il Fulminato di Mercurio nel cilindretto di stagno reagisce violentemente allo shock meccanico accendendo la Dinamite e di conseguenza tutte le cartucce nel foro. Questo, con l’intasamento debole, cede immediatamente. L'esplosione non spacca la roccia ma sfoga verso l'esterno, comportandosi esattamente come la canna di un fucile. Questo disastroso evento, chiamato colpo scarico, spara una lingua di fuoco lunghissima e violenta nella galleria che investe gli operai e le borse di esplosivo a terra. I tre operai sul fronte di scavo vengono dilaniati mentre il quarto chino sulle borse è scaraventato all’indietro per nove metri. Le borse di esplosivo sul pavimento della galleria, investite dall’onda d’urto, un muro di aria compressa che viaggia a migliaia di metri al secondo portando con sé pressioni e temperature estreme, sottoposte ad uno shock meccanico istantaneo detonano tutte assieme innescando una reazione a catena così rapida da sembrare un'unica gigantesca detonazione. La galleria trema, dalle pareti dei cunicoli scossi si solleva una fitta nuvola di polvere di carbone che si unisce a quella sollevata dal passaggio del convoglio senza controllo. I granelli di polvere di carbone sollevati, andati a diminuire lo spazio tra quelli già sospesi in aria, si accendono. La nuvola si incendia, i minatori accanto vengono inceneriti, il pavimento e le pareti si aprono. La rapida combustione in questo spazio confinato in cui la reazione chimica non ha il tempo di liberare tutta l'energia prodotta sotto forma di calore ne produce una parte consistente sotto forma di energia di pressione che genera a sua volta lo spostamento dell'aria circostante ad una velocità elevatissima. Sono le ore 06:45, i cunicoli esplodono. La mostruosa esplosione, formata da una catena di esplosioni ravvicinate, percorre la galleria producendo ad ogni deflagrazione un’onda barica che solleva in sospensione altre polveri di carbone innescate a loro volta al contatto col fronte di fuoco che consuma in un attimo tutto l’ossigeno. La ragnatela di tunnel è attraversata da un muro d’aria infuocata che viaggia ad una velocità di 1.000 chilometri orari che si inoltra fin dentro le crepe nelle pareti raggiungendo una delle sacche isolate di grisù. Il gas, miscelato con l’aria si infiamma violentemente. La fiammata di 3.500 gradi centigradi che investe il corridoio incendiando altra polvere di carbone sollevata per il precedente spostamento d’aria arriva alla riservetta. La violenza dell’onda d’urto scardina la porta rinforzata incanalandosi nella stanza ad L investendo le casse delle dinamiti e delle polveri, progettate appositamente per esplodere al ricevimento di un urto violento. L’esplosione che fa irruzione nella riservetta, con le schegge incandescenti trasportate dal muro d’aria a velocità altissima, agisce esattamente come un gigantesco detonatore per tutte le casse circostanti. Il calore e l'impatto cinetico sono sufficienti per innescare le cartucce. Tutte. Il processo è così rapido che il ritardo tra una cassa e l’altra è nell'ordine delle frazioni di millisecondo. Per un essere umano, è assolutamente impossibile percepire la differenza ma il risultato è una singola, devastante detonazione cumulativa la cui potenza è pari alla somma di tutto l'esplosivo presente. L’intero stoccaggio giornaliero salta in aria. Una tonnellata tra Dinamite e Favierite detonano con una velocità di 7.400 metri al secondo. Il deposito non viene distrutto, semplicemente sparisce lasciando spazio ad un cratere sferico ed un crollo totale e localizzato. Gli effetti, catastrofici e immediati, si propagano a catena attraverso la rete di gallerie. A differenza di un'esplosione in superficie, dove l'energia si disperde nell'atmosfera, il sottosuolo agisce come la canna di un cannone, incanalando e amplificando la distruzione. La detonazione simultanea delle 9 mila cartucce genera un volume di 16 mila metri cubi di gas ad altissima pressione e una temperatura di 3.000 gradi centigradi in grado di viaggiare per 3 chilometri sotto terra e che non trovando sfogo verso l'alto, prosegue lungo le gallerie a velocità supersonica spazzando via tutto ciò che incontra: vagoni, binari, ventilatori, strutture di sostegno in legno o ferro e, purtroppo, i minatori, anche a grande distanza dal deposito, dove lo sbalzo di pressione improvviso ne provoca la morte istantanea per le lesioni polmonari e cerebrali interne. Le vibrazioni generate, che equivalgono a un terremoto localizzato di forte intensità, fanno sussultare la terra. I quadri appesi ai muri delle abitazioni lontane 30 chilometri ondeggiano, la collina si gonfia. Sotto terra le onde sismiche fratturano la roccia circostante e demoliscono i rivestimenti delle gallerie provocando crolli immediati delle volte sia nella zona del deposito sia nei passaggi limitrofi sigillando intere sezioni della miniera. Le infrastrutture vitali della miniera vengono disintegrate, le porte di ventilazione, utilizzate per canalizzare l'aria pulita, vengono polverizzate. I pozzi di estrazione dell'aria e i ventilatori meccanici in superficie vengono distrutti dal soffio che risale i cunicoli. La nuova onda d'urto generata, che non accenna a perdere forza, libera istantaneamente le altre enormi sacche di grisù intrappolate nella roccia che, miscelate con l’aria, per effetto termico esplodono con una gigantesca onda esplosiva supersonica che si unisce alla precedente e che travolge i cunicoli uno dopo l’altro sollevando una nuova nuvola di finissima polvere di carbone depositata sulle pareti e pavimenti. Questa polvere, una volta sospesa nell'aria e a contatto con le fiamme, si incendia a sua volta creando una ulteriore reazione a catena che viaggia per chilometri, autoalimentandosi finché trova polvere e ossigeno. Al Pozzo numero 3, appena sotto la superficie, mentre 125 uomini vengono ragguagliati sulle condizioni dell’incendio di quattro giorni fa, il pavimento sotto di loro si squarcia con uno sbuffo di terra che fa volare tutti in aria mentre un’altra forte spinta dal basso proveniente dal vano ascensori scaraventa i minatori contro le pareti. 6 secondi dopo, una delle gabbie viene sparata verso l’alto seguita da un boato. La struttura metallica, scardinata dalle guide e piegata su un lato è avvolta da una coltre di fumo rovente nero e denso. Le braccia bruciate e dilaniate degli operai morti schiacciati all’interno pendono dalle lamiere accartocciate del montacarichi. Tutto diventa buio. Nei 7 secondi successivi: la testa del pozzo si apre come un fiore, la gabbia ascendente si fracassa contro la parete e quella discendente si blocca in basso, il flusso di ventilazione si interrompe mentre il Pozzo numero 3 si chiude da quota -50 metri a causa delle guide, delle traverse, dei palchetti e dei rottami del tramezzo che crollano su loro stessi; il Pozzo numero 2, l’Auguste-Lavaurs a Billy-Montigny, è squassato da un muro di polvere seguito da una cannonata; al Pozzo numero 11 la gabbia viene lanciata fino alle molette e bloccata dai tacchetti di sicurezza mentre i minatori all’interno sono arsi vivi. L’onda barica, che viaggia ad una velocità di oltre 1.000 chilometri orari, dopo aver abbattuto gli sbarramenti sul Lavaleresse a Méricourt percorre implacabilmente i 110 chilometri di gallerie del bacino carbonifero fra i paesi di Méricourt, Sallaumines, Billy-Montigny e Nouvelles sous Lens in meno di due minuti, sollevando altra polvere, fornendo nuovo combustibile alla fiammata che la insegue e intercettando sul percorso i minatori con addosso le tracolle in tela dove le singole cartucce di esplosivo trasportate nelle borse si attivano per il calore estremo provocando ulteriori esplosioni lungo le gallerie. Il muro di fuoco, arrivato all’altezza del Pozzo numero 4 del Santa Barbara a Sallaumines, falcia i 4 operai a lavoro per delle riparazioni nei pressi della bocca, straziando i loro corpi e proiettandoli fuori per 12 metri assieme ai cavalli e ai rimorchi. Raggiunta la superficie, la vampata di fuoco distrugge l’entrata stagliandosi in cielo per 60 metri. Da una delle gallerie un frammento di 250 chilogrammi del tetto in cemento del locale motori viene scagliato a 150 metri, il locale aerazione viene accartocciato, l’enorme ventilatore è strappato dalle travi spezzandosi in tre parti con la più grossa che va a piantarsi nel fango. L’onda d’urto, strappati i tetti dai sostegni delle strutture, apre il terreno, scardina le porte di ventilazione, trascina le benne, piega le armature e appiattisce le paratie in legno rendendo i pozzi inutilizzabili. All’esterno, parte degli edifici vengono rasi al suolo, la bassa collina crolla sui tre ingressi della galleria numero 8 sollevando una nube nera, densa e pesante a forma di crisantemo che in pochi secondi ricopre le campagne. Cala il silenzio. Sconvolti e sanguinanti, sei minatori riescono ad uscire da una crepa fumante sul fianco della galleria numero 6. Non parlano, ciechi e sordi percorrono una manciata i passi prima di crollare a terra esanimi. È l’apocalisse. Se l’esterno è un disastro, l’interno è pure peggio. L’accesso è possibile soltanto dalle estremità del campo operativo poiché i sostegni metallici sono piegati in avanti bloccando le gallerie. La forza spaventosa di questa tempesta di fuoco ha schiacciato e incenerito 1.099 operai e 97 cavalli, la maggior parte morti all’istante, sciolti e inghiottiti dal terreno. Andati via da piccoli paesi delle province di Bergamo, Brescia, Bologna, Modena, Grosseto, Siena, Lucca, Livorno, Perugia e Ancona, invece della fortuna hanno trovato la morte, arrostiti vivi, schiacciati e dilaniati sotto una collina che gli si è sgretolata addosso. La rete di gallerie, studiata appositamente per motivi logistici e di sicurezza, ha invece favorito l’estendersi dell’evento trasformando la miniera in una fornace esplosiva. Le strutture sono distrutte, i sostegni danneggiati, le pareti sono pericolanti e a terra non restano che corpi senza vita, alcuni smembrati, altri orribilmente mutilati e irriconoscibili. Sotto pezzi di legname ancora in fiamme, divelto e scagliato in una direzione lungo i tunnel, vagonetti fusi e schiacciati contro le pareti e uno strato di polvere di carbone trasformata in coke incrostato, ci sono attrezzi ancora impugnati da mani, ma senza traccia dei corpi. In superficie, il deposito degli esplosivi è rimasto intatto. L'onda d'urto dell'esplosione, risalendo violentemente attraverso i pozzi di estrazione ha sfogato in superficie comportandosi come la canna di un fucile puntata verso il cielo. Il soffio, mentre ha distrutto completamente il castelletto di estrazione, l'alta struttura in acciaio e legno sopra il pozzo, ha spazzato via le gabbie degli ascensori, scoperchiato la sala macchine e devastato il piazzale, non è riuscita a ad oltrepassare le barriere dell’impianto di stoccaggio. Il deposito di superficie, come impone il regolamento, situato in una zona remota e periferica del bacino, schermato da terrapieni, si è salvato dall’onda d'urto verticale e i dai detriti scagliati in aria dal pozzo che non lo hanno raggiunto in alcun modo. Se il deposito centrale in superficie fosse esploso per simpatia, i danni al suolo avrebbero raso al suolo l'intera area circostante, compresi i vicini villaggi operai dove il fragore delle esplosioni ha spalancato le finestre di tutte le abitazioni e il fumo nero, che ha invaso in una manciata di minuti l’intera aerea, sta attirando sul posto la popolazione locale. Dalle casette in legno si precipitano le mogli dei minatori, è ancora tutto buio, un muro di polvere rende difficile la vista della miniera. Le donne si guardano attorno, ci sono anche gli operai del turno successivo che a gruppi stanno accorrendo verso l’entrata del pozzo. La vista della collina sprofondata è sconvolgente, nessuno ha mai visto una cosa simile, e nessuno dovrebbe vederla. In poche ore verrà mobilitata la macchina dei soccorsi. Minatori belgi, pompieri da Parigi e soccorritori tedeschi dotati di autorespiratore verranno portati sul posto. 16 di loro moriranno nelle ricerche. Alcuni funzionari della compagnia mineraria sono già in viaggio, ci metteranno meno di un’ora ad arrivare, una volta sul posto resteranno senza parole, è un disastro. I lavoratori delle miniere vicine si fermano, la mobilitazione è totale, vengono create due unità di soccorso di trenta elementi ciascuna, tecnicamente impreparate e prive di adeguati respiratori, e che non potranno resistere all'interno della miniera per più di 15 minuti. Tre di essi moriranno durante l’intervento. Dalla città vicina stanno preparando per il trasporto un ventilatore provvisorio da montare all'ingresso principale per immettere aria forzata all'interno dei cunicoli. Si spera di trovare sopravvissuti. In 11 ore avanzeranno solo di 200 metri e 3 chilometri più avanti tenteranno di aprire un tunnel di aerazione. Senza ventilazione, l'aria tossica sta ristagnando nel sottosuolo rendendo quasi impossibili i soccorsi immediati. Ambulanze, carri carichi di bombole di ossigeno, attrezzi da lavoro, medicine, materassi, pacchetti di ovatta, verranno portati alle imboccature dei pozzi e i cameroni degli edifici in superficie si trasformeranno in infermeria e in camera mortuaria. L'ingresso della galleria numero 6, inaccessibile, è sbarrato dalle carcasse di 613 carrelli, una dozzina di medici è in attesa davanti all’entrata ma il loro intervento non sarà mai necessario. I primi corpi, carbonizzati e martoriati non fanno presagire nulla di buono. Madri, mogli, fidanzate, sorelle, non andranno via, aspetteranno davanti all'ingresso dell'impianto per giorni al freddo, osservando, urlando, piangendo, sperando, pregando. Gli sviluppi saranno strazianti, dalle viscere della terra, con un passamano lento e senza fine saranno portati in superficie i resti umani orrendamente mutilati e bruciati di quelli che ad inizio turno erano mariti, padri, fratelli. Verranno ammassati all’interno di un edificio ancora in costruzione. Il bilancio definitivo sarà di 429 morti al Pozzo numero 3, 507 al Pozzo numero 4 e 163 morti al Pozzo numero 2. Gli effetti personali o un brandello di vestiario saranno spesso l’unico modo per cercare di identificarli. Molte, troppe salme rimarranno senza nome, altre verranno rivendicate da più di una famiglia. 500 casse di legno arrivate all’aria aperta su sei vagoni ferroviari saranno allineate sul campo accanto, in attesa di una tomba o sepoltura in fosse comuni scavate nella terra gelata. Nelle ore successive, ustionati, intossicati e feriti, in 594 riusciranno a raggiungere la superficie. Sopravvissuti all'onda d'urto e ai crolli, trovati a fare i conti con l'avvelenamento dell'aria dai gas che hanno sostituito l’ossigeno consumato dall’esplosione. Gli ultimi 13, che verranno poi soprannominati “I Rescapés”, resteranno intrappolati per 20 giorni, vagando per quasi tre settimane nel buio assoluto respirando aria rarefatta, sopravvivendo bevendo l'acqua che filtra dalle rocce, mangiando la corteccia dei pali di sostegno in legno e, infine, nutrendosi della carne cruda di un cavallo da miniera rimasto ucciso nell'esplosione. L’ultimo, Auguste Bertholin, verrà trovato vivo il 4 aprile, 24 giorni dopo il disastro, sopravvissuto in condizioni ancora più estreme. Per gli altri, una folla di madri, vedove e orfani vagherà alla ricerca di qualche segno di riconoscimento, una scarpa, una giacca, un anello. Soltanto in 362 avranno un nome e il diritto alla lapide, altri saranno riposti in una fossa senza nome, altri ancora rimarranno sotto il carbone, inghiottiti dalla galleria a cui avevano affidato il loro futuro. L’orrore, la distruzione, la morte, susciteranno molto clamore in tutto il mondo, poi una stanca rassegnazione coprirà di silenzio quelli che per 12 ore al giorno, ripagati con stipendi da fame, affidando al piccone la loro speranza di riscatto, lasceranno a noi tutti la testimonianza di cosa sia stata per molti l’emigrazione nel mondo: figli di nessuno, anonimi italiani coperti con il manto scuro dell’oblio.

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