01 febbraio, 2018

Cali, Stazione ferroviaria, 7 agosto 1956


TIPOLOGIA: incidente
CAUSE: errore umano
DATA:
7 agosto 1956
STATO: Colombia
LUOGO: Cali, Stazione ferroviaria
MORTI:
3.725
FERITI:
11.862

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 7 agosto 1956, ci troviamo a Cali, in Colombia. Terza città per numero di abitanti e capoluogo del dipartimento di Valle del Cauca è il principale centro economico, industriale e finanziario del sud-ovest della nazione. Situata a circa 1.000 metri sul livello del mare, tra la cordigliera occidentale e quella centrale delle Ande, con già 400.000 abitanti distribuiti su una superficie di 19,2 chilometri quadrati è una città in veloce e continua crescita. Cali è urbanisticamente la più promettente in questi anni, dall’inizio di luglio sono sorti 114 nuovi edifici e 32 mila nuove imprese presso la Camera di Commercio con investimenti enormi anche da parte degli Stati Uniti d’America. Ma nonostante lo sviluppo industriale e urbano la città ha un deficit abitativo di oltre 18.600 case su oltre 330.000 abitanti registrati e ciò sta causando una crisi abitativa senza precedenti che ha costretto il governo a ripiegare sul delle abitazioni in zinco, regalo dal governo canadese in assistenza alle zone vulnerabili di San Andrés de Tumaco, creando il quartiere metallico di Aguablanca, rovente nelle giornate più calde. Anche se non senza difficoltà e alcuni arresti lo sviluppo della città va avanti a passi da gigante, con la costruzione di un fiume di strade, ospedali ma soprattutto case, case per tutti, come le residenze e i locali commerciali nelle vicinanze di Placa Caycedo per i ceti più agiati, e a nord est, in contrapposizione al lusso, i quartieri umili come San Nicolàs, El Porvenir, Jorge Isaacs ed El Piloto. A 460 chilometri a nord di Cali si trova la Capitale, Bogotà, entità territoriale di primo ordine e maggiore centro culturale ed economico del paese. Divisa in 20 quartieri, sede dei principali edifici governativi è proprio al centro della Colombia, nella Cordigliera orientale delle Ande, a 2.640 metri sul livello del mare. Da inizio secolo sta attraversando un periodo particolarmente florido per l’urbanistica, i numerosi progetti come la costruzione della Città Universitaria, le decine di palazzi influenzati dallo stile dell'architetto francese Le Corbusier e l’ultramoderno Centro Internacional de Bogotá, il fiorente quartiere degli affari coi suoi grattacieli e le catene di negozi e ristoranti, stanno contribuendo ad uno sviluppo cittadino senza precedenti. A supporto di tale crescita il Governo del Generale Gustavo Rojas Pinilla, carismatica e visionaria personalità con l’obiettivo di portare la Colombia nell’era moderna, sovvenziona la creazione di importanti opere pubbliche aprendo ambiziosi cantieri in gran parte della regione. Uno di questi, a 15 chilometri dal centro urbano, è quello gigantesco iniziato da appena un anno dell’Aeroporto di Bogotà-El Dorado, una struttura di nuova concezione che, andando a sostituire il vecchio aeroporto e mettendo in collegamento la capitale coi principali centri del Paese, una volta finito sarà destinato a diventare tra i più importanti del Sud America. In aiuto ai mezzi meccanici che quotidianamente scavano senza sosta movimentando decine di tonnellate di terra e roccia, i tecnici, che già da progetto avevano deciso di utilizzare l’esplosivo, tecnica da anni consolidata per gli sbancamenti, finalmente hanno ricevuto il carico tanto sperato. Chiuso nei cassoni di sei camion e destinato al cantiere nella prima mattina di domani, è provvisoriamente in stallo nel piazzale della Stazione Ferroviaria Centrale. Il loro ingresso a Bogotà è stato impedito a causa dei festeggiamenti per l’anniversario della Battaglia di Boyacà, uno scontro combattuto il 7 agosto del 1819, in piena Guerra d’Indipendenza della Colombia, dove un’armata di indipendentisti del Vicearme della Nuova Granada comandata dai Generali Francisco de Paula Santander e Josè Antonio Antoàtegui avevano affrontato e annientato in sole due ore le forze spagnole al comando del Colonnello Josè Marìa Barreiro e rappresentando un importante successo per la liberazione la Nuova Granada dal dominio spagnolo. L’ordine di fermare il convoglio a Cali, arrivato direttamente dalla Capitale, è una conseguenza di timori di attentati atti a minare l’immagine già barcollante del presidente, Comandante delle forze armate e in carica dal 1953, che dopo aver guidato l'insurrezione militare che aveva estromesso dal potere il dittatore Laureano Gòmez Castro dando però un'impronta altrettanto dittatoriale al suo governo, ha fatto sì che i membri dell’opposizione trattassero tra loro riuscendo a firmare un accordo, il “patto di Benidom”, il 24 luglio nella città spagnola di Benidom. Con questa firma, il Liberale giornalista, scrittore, diplomatico e umanista Alberto Lleras Camargo, El Monarca, e il Conservatore ingegnere, giornalista e diplomatico e Laureano Gòmez, El Basilisco, in rappresentanza dei loro partiti hanno messo un punto alla crisi politica che viveva in Colombia riconoscendo le reciproche responsabilità e l'avvio di trattative per stabilire un sistema che consenta l'equa distribuzione dell'amministrazione statale. Ordinato a giugno direttamente dal Ministero della Guerra, l’esplosivo è di ultima generazione e arriva dal Texas. Ha attraversato l’Oceano Atlantico stivato sulla nave mercantile svedese Stokolm e passando per il Canale di Panama è stato scaricato al porto commerciale di Buenaventura due giorni fa. Potentissimo, si tratta di Gelatina per uso estrattivo. Proviene dagli stabilimenti della Atlas Powder Company, un’azienda nata nel gennaio 1913 rilevando gli ex stabilimenti dell’azienda chimica DuPont nel Tennessee e nell’Illinois, ingigantita in soli due anni dopo l’acquisizione dell’azienda produttrice di esplosivi The Giant Powder Company Consolidated che deteneva i primi diritti statunitensi sui brevetti di Alfred Nobel. Ciò aveva garantito all’azienda sia la presenza anche sulla costa occidentale, sia la risoluzione di gran parte delle esigenze militari americane nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Questa Gelatina è una Dinamite, un tipo a base esplosiva ed è composta per il 92% dalla Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 dalla Nitrocellulosa, il prodotto scoperto dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846, e per l’8% da Nitrocellulosa. La Gelatina non è altro che un’evoluzione della Dinamite a base attiva composta da 75% di Nitroglicerina, 25% di segatura e nitrato di sodio, a sua volta evoluzione della prima assoluta brevettata dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1867, quella a base inerte, dove la Nitroglicerina, costituente il 75% della cartuccia, era miscelata con un 25% di farina di roccia silicea sedimentaria di origine organica. L’ordine della Atlas Powder Company, 42 tonnellate contenute in 1.053 casse di legno da 400 candelotti ciascuna, dopo essere state caricate sui camion della Transportes Mosquera Gomez, scortate dall’esercito e partite dal ponte El Piňal alla volta di Cali a mezzogiorno in punto, sono entrate in città alle ore 18:00 attraversando prima la periferia, poi il centro fino alle strutture dell’8° Battaglione Fanteria "Batalla de Pichincha”, nel cuore del Paseo Bolivar. Gli ufficiali, dopo aver valutato la necessità di far lasciare ai camion la città il prima possibile sia a causa del pericolo che rappresenta il carico, sia perchè Cali è il punto nevralgico di un focolaio rivoluzionario delle fila oppositrici al Governo di Rojas Pinilla dove un tale convoglio avrebbe potuto far gola ai militanti rivoluzionari, poco prima di mezzanotte è stato deciso per il loro trasferimento nel piazzale della Pacific Railroad, davanti alla Stazione Ferroviaria Centrale, all’incrocio tra la Calle 25 e la Carrera Primera. Questa sistemazione provvisoria avrebbe semplificato la sorveglianza dei camion da parte dell’esercito, sia per lo spazio aperto del piazzale che avrebbe consentito l’individuazione di personale non autorizzato, sia per la vicinanza con le strutture dell’esercito. I camion, parcheggiati su due file al centro del piazzale, ora sono sorvegliati dal 3° Battaglione Genio “Augustin Codazzi”, mobilitato in tutta fretta, assieme a due reparti della 3° Brigata Polizia Militare che si alternano in ronde circolari ma che, per un errore di consegna degli ordini, non si avvicinano mai per un controllo a vista di un carico che non dovrebbe nemmeno stare lì, in una delle zone della città con più alta densità a tre isolati dal popoloso quartiere di El Piloto in cui bar, hotel e bordelli ora sono affollati. In stazione, depositi civili, militari e treni in stallo ora sono chiusi, silenti, in attesa delle prime luci dell’alba dove in centinaia tra operai, soldati, ambulanti e pendolari rianimeranno le struttura saturando ogni centimetro quadrato di uffici, banchine, capannoni e sale d’attesa. Nel piazzale, nonostante la forza di sicurezza in campo sia imponente, nel caos iniziale del dispiegamento delle squadre di sorveglianza nessuno si è accorto che nell’autocarro di mezzo della seconda fila un difetto del tappo di tenuta dell’olio lubrificante lo sta rovesciando sul collettore di scarico. Sono pochi i minuti che servono al calore, dopo un viaggio d’agosto e a pieno carico, a far sì che questo prenda fuoco. Con una reazione fulminea una fiammata avvolge prima il motore e poi la cabina. Nessuno ha il tempo di fare nulla. Forse per un eccesso di sicurezza, forse per un’errata percezione del reale pericolo rappresentato dal carico o forse perché l’attenzione è unicamente focalizzata su un tentativo di sabotaggio proveniente dall’esterno, né il Genio né la Polizia Militare sono attrezzati ad affrontare il più banale dei rischi, un guasto meccanico. Sono le ore 01:07, e mentre due soldati si avvicinano ai camion attirati dall’odore di bruciato che persiste nell’aria, sospettando non si tratti dei soliti fuochi pirotecnici che da ore esplodono in tutta la città nella vigilia della Battaglia di Boyacá, vedono il fumo fuoriuscire dal basso della cabina. I due si guardano, si girano verso la seconda pattuglia, provano a dare l’allarme urlando, sbracciando ma non c’è il tempo di fare niente, le casse, in legno vengono avvolte dalle fiamme con una velocità impressionante. Le cartucce di Dinamite, sensibilissime al calore, si gonfiano e si innescano. Mentre in città la maggior parte della gente dorme sperando di commemorare un nuovo anniversario, il riposo notturno diventa un incubo. La terra trema, la Gelatina detona con una velocità di 7.000 metri al secondo. Il camion salta in aria coinvolgendo gli altri in una reazione a catena, fulminea. La gigantesca esplosione inghiotte il piazzale generando una sfera di 320 milioni e 720 mila litri di gas che viaggiando con una pressione di 20 mila chilogrammi per centimetro quadrato ad una temperatura di 5.000 gradi, schiaccia, accartoccia e incenerisce qualsiasi cosa. I presidi di guardia vengono cancellati, i soldati vaporizzati. La potenza, devastante, provoca un terremoto del 4,3 grado della Scala Richter che scuote il centro abitato fino alla periferia opposta. Ogni finestra della città va in frantumi. Quello che era fino all'inizio degli anni '40 il puro centro di Cali, con la sua vivace stazione ferroviaria e la sua serie multicolore di piccoli hotel, negozi, locande, magazzini di ricambi e officine, accompagnato da un boato così forte da sentirsi fino alle città di Santander de Quilichao, Caloto e Guadalajara de Buga, a 60 chilometri di distanza, scompare in una frazione di secondo. Gli edifici dove alloggiava il Battaglione Codazzi, la Polizia Militare e la Terza Brigata scompaiono assieme a 500 soltati e la stazione ferroviaria viene strappata dalle fondazioni. Le pesanti porte di bronzo della cattedrale di Saint Paul, a più di 10 isolati di distanza, sono scardinate dai telai. Gli edifici crollano, gli alberi si incendiano, le strade si trasformano in campi arati, una pioggia di lingue di fuoco, dopo essersi alzate per centinaia di metri ricadono sul centro abitato. La città viene inghiottita da un muro di fuoco che costringe chi può ancora correre a fuggire nelle cantine e chiudersi dentro, lasciandosi dietro un irreale silenzio rotto da qualche scoppiettio isolato e tonfi sordi di muri che crollano. Dopo i soldati disponibili, mobilitati immediatamente dal Generale Alberto Gómez e in movimento verso il Punto Zero, i primi ad arrivare alla stazione sono i pompieri ma con soli tre mezzi, due autopompe e uno per trasporto uomini, troppo pochi per una città come questa che avrebbe bisogno almeno di tre caserme e dodici mezzi estinguenti. Cali non ha abbastanza pompieri, ma non ha neanche abbastanza ambulanze, né medici e né medicine. A mobilitarsi saranno le squadre di emergenza della città di Cartago, a 190 chilometri, che arriveranno con 25 uomini, sempre troppo pochi per affrontare un disastro simile. Il grosso Ospedale San Juan de Dios, operativo ma un po’ malconcio dopo essere stato raggiunto dall’onda d’urto che ha abbattuto una delle ali, declasserà a centro di primo soccorso. Sarà il vecchio Ospedale Dipartimentale della Valle “Evaristo Garcia”, inaugurato nel gennaio del 1956 e con a malapena 60 letti e 4 sale operatorie, a prendere il suo posto come centro principale dove un treno infinito di barelle sosteranno in attesa di essere prese in consegna. L’anfiteatro del cimitero, miracolosamente ancora in piedi, sarà invece allestito come camera mortuaria. I primi che si addentrano tra le rovine di una terra che ribolle, in un fumo denso che offusca la devastazione, seguono il crepitio della legna che brucia orientandosi coi lamenti di chi ancora ha fiato per piangere. La Città Vecchia non esiste più, Santiago de Cali, il “Sucursal del Cielo”, si è trasformata nel cuore dell’Inferno. L'epicentro della catastrofe non è altro che una voragine di 60 metri di diametro e 8 di profondità. La stazione e le caserme sono un ricordo, i soldati sopravvissuti ma rimasti intrappolati sotto le macerie e creduti ancora vivi sono invece arsi vivi nell’incendio. L'atmosfera polverosa, che dà alla città l'aspetto di una zona devastata da un bombardamento, inizia a rendere ai soccorritori la reale entità del disastro. L'aria rarefatta si riempie di urla e di spavento, come se l'apocalisse avesse voluto far sparire la città nascente con una palla di fuoco. Il sole sta per spuntare quando il panorama dantesco finisce di aprire gli occhi ai sopravvissuti terrorizzati che in mezzo all'orrore vedono la devastazione di 41 isolati in cui quel soffio di morte ha spento la vita di 3.725 persone, lasciato 11.862 feriti, ridotto in cenere edifici, attività commerciali, profanato tombe e fratturato l'anima di una nazione. Di chi non ce l’ha fatta resta ben poco, quasi nessuno è intero, i pezzi sono sparpagliati ovunque e i vestiti lacerati e bruciacchiati in molti casi saranno l’unico modo per poterne risalire all’identità. Chi ha avuto fortuna e non è morto è ancora a terra, coperto di polvere ma si muove a malapena, ha le orecchie insanguinate, gli arti in frantumi e cerca di attirare l’attenzione di chi sta rastrellando gli isolati via per via, casa per casa. I quartieri di San Nicolás, El Porvenir, Sucre, El Hoyo, El Piloto, Fátima e Jorge Isaacs sono devastati, le strade sono un tappeto di morti, disseminate di pezzi corpi piovuti dal cielo. 2.802 edifici non esistono più, 25.863 sono pesantemente danneggiati, più della metà pericolanti e che minacciano di crollare da un momento all’altro. 1.400 attività sono scomparse, alcune strutture metalliche contorte si reggono a malapena e sotto le rovine si sentono i gemiti angosciati di persone intrappolate. I veicoli parcheggiati appaiono come astratti monumenti di spazzatura, le palme più alte, orgoglio dei Caleños, sono sinistre bacchette spennate. È tutto nero, buio, ci sono solo polvere, fiamme e detriti che continuano a piovere qua e là. Tutto è stato spazzato via. C’è sangue, corpi straziati di persone e animali, macerie, lamiere contorte, dappertutto solo morte. Nel Cimitero Centrale l'onda di sovrappressione ha aperto i sotterranei gettando fuori i resti umani e lasciando senza porte le botteghe. Il Teatro Roma, che coi suoi 300 posti accoglieva nel fine settimana le persone dai comuni limitrofi, è un cumulo di legno e mattoni. A 14 isolati, i magazzini della Federazione Dipartimentale dei Coltivatori di Caffè “Almacafè”, una delle più prolifiche, dove dopo la raffinazione centinaia di tonnellate di caffè provenienti dai comuni vicini di Jamundi e Palmira erano imballate in attesa di essere spedite su rotaia a Buenaventura e destinate all’Europa, ora sono un groviglio di metallo. Poco distante anche la fabbrica di liquori Valle Liquor Factory, una struttura dei primi anni ’50 attrezzata con la tecnologia più avanzata, è completamente distrutta. Le linee di produzione dell’Anìs del Mono, dell’Aguardiente del Valle e del Ron Sebastian sono sparite, portate via dal passaggio del muro d’aria assieme alla parte di stabilimento dedicata al lavaggio dei contenitori e all’etichettatura. Anche i depositi non ci sono più, di questi sono rimasti solo i pilastri. Le uniche ancora in piedi sono le cisterne per lo stoccaggio dell’etanolo, piene per un terzo e minacciate da una tempesta di fuoco che si avvicina sempre di più e che ha appena ingoiato il nuovo quartiere alberato accanto allo stabilimento per la produzione di saponi e detersivi della Colgate-Palmolive. Tra le macerie c’è un sacerdote, è sopravvissuto, si chiama Alfonso Hurtado Galvis, sconvolto nel camminare a stento tra le centinaia di gambe, braccia, torsi, guarda in cielo il gigantesco fungo nero continuare a salire quasi a chiedersi il perché non sia morto con gli altri. In questa tragedia, la più grande avvenuta in Colombia, anche chi ha perso tutto in un battito di ciglia cerca, con la disperazione in viso, di aiutare, battendo una casa dopo l’altra sperando di trovare qualcuno ancora in vita nelle cantine dove chi ha provato a barricarcisi dentro, sperando nella salvezza non ha invece avuto scampo, sorpreso come un topo in trappola e vittima, come sempre, della negligenza di qualcun altro.

Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente blog, ivi inclusa la memorizzazione, riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi mediante qualunque piattaforma tecnologica, supporto o rete telematica, senza previa autorizzazione.

Gli articoli pubblicati su questo blog sono il prodotto intellettuale dell'autore, frutto dello studio di perizie, testimonianze e rilievi video-fotografici reperiti dallo stesso in sede privata. L'intento di chi scrive è la divulgazione di eventi di interesse pubblico accompagnati da un'analisi tecnica degli stessi rinnegando qualsiasi giudizio personale, politico, religioso.