TIPOLOGIA: incidente
CAUSE: errore umano
DATA: 7 agosto 1956
STATO: Colombia
LUOGO: Cali, Stazione ferroviaria
MORTI: 3.725
FERITI: 11.862
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 7 agosto 1956, ci troviamo a Cali, in Colombia. Terza città per numero
di abitanti e capoluogo del dipartimento di Valle del Cauca è il principale
centro economico, industriale e finanziario del sud-ovest della nazione. Situata
a circa 1.000 metri sul livello del mare, tra la cordigliera occidentale e
quella centrale delle Ande, con già 400.000 abitanti distribuiti su una
superficie di 19,2 chilometri quadrati è una città in veloce e continua
crescita. Cali è urbanisticamente la più promettente in questi anni,
dall’inizio di luglio sono sorti 114 nuovi edifici e 32 mila nuove imprese
presso la Camera di Commercio con investimenti enormi anche da parte degli
Stati Uniti d’America. Ma nonostante lo sviluppo industriale e urbano la città
ha un deficit abitativo di oltre 18.600 case su oltre 330.000 abitanti
registrati e ciò sta causando una crisi abitativa senza precedenti che ha
costretto il governo a ripiegare sul delle abitazioni in zinco, regalo dal governo
canadese in assistenza alle zone vulnerabili di San Andrés de Tumaco, creando
il quartiere metallico di Aguablanca, rovente nelle giornate più calde. Anche
se non senza difficoltà e alcuni arresti lo sviluppo della città va avanti a
passi da gigante, con la costruzione di un fiume di strade, ospedali ma
soprattutto case, case per tutti, come le residenze e i locali commerciali
nelle vicinanze di Placa Caycedo per i ceti più agiati, e a nord est, in contrapposizione
al lusso, i quartieri umili come San Nicolàs, El Porvenir, Jorge Isaacs ed El
Piloto. A 460 chilometri a nord di Cali si trova la Capitale, Bogotà, entità
territoriale di primo ordine e maggiore centro culturale ed economico del
paese. Divisa in 20 quartieri, sede dei principali edifici governativi è
proprio al centro della Colombia, nella Cordigliera orientale delle Ande, a 2.640
metri sul livello del mare. Da inizio secolo sta attraversando un periodo
particolarmente florido per l’urbanistica, i numerosi progetti come la
costruzione della Città Universitaria, le decine di palazzi influenzati dallo
stile dell'architetto francese Le Corbusier e l’ultramoderno Centro
Internacional de Bogotá, il fiorente quartiere degli affari coi suoi
grattacieli e le catene di negozi e ristoranti, stanno contribuendo ad uno
sviluppo cittadino senza precedenti. A supporto di tale crescita il Governo del
Generale Gustavo Rojas Pinilla, carismatica e visionaria personalità con
l’obiettivo di portare la Colombia nell’era moderna, sovvenziona la creazione
di importanti opere pubbliche aprendo ambiziosi cantieri in gran parte della
regione. Uno di questi, a 15 chilometri dal centro urbano, è quello gigantesco
iniziato da appena un anno dell’Aeroporto di Bogotà-El Dorado, una struttura di
nuova concezione che, andando a sostituire il vecchio aeroporto e mettendo in
collegamento la capitale coi principali centri del Paese, una volta finito
sarà destinato a diventare tra i più importanti del Sud America. In aiuto ai
mezzi meccanici che quotidianamente scavano senza sosta movimentando decine di
tonnellate di terra e roccia, i tecnici, che già da progetto avevano deciso di
utilizzare l’esplosivo, tecnica da anni consolidata per gli sbancamenti,
finalmente hanno ricevuto il carico tanto sperato. Chiuso nei cassoni di sei
camion e destinato al cantiere nella prima mattina di domani, è provvisoriamente
in stallo nel piazzale della Stazione Ferroviaria Centrale. Il loro ingresso a
Bogotà è stato impedito a causa dei festeggiamenti per l’anniversario della
Battaglia di Boyacà, uno scontro combattuto il 7 agosto del 1819, in piena
Guerra d’Indipendenza della Colombia, dove un’armata di indipendentisti del
Vicearme della Nuova Granada comandata dai Generali Francisco de Paula
Santander e Josè Antonio Antoàtegui avevano affrontato e annientato in sole due
ore le forze spagnole al comando del Colonnello Josè Marìa Barreiro e
rappresentando un importante successo per la liberazione la Nuova Granada dal
dominio spagnolo. L’ordine di fermare il convoglio a Cali, arrivato
direttamente dalla Capitale, è una conseguenza di timori di attentati atti a minare
l’immagine già barcollante del presidente, Comandante delle forze armate e in
carica dal 1953, che dopo aver guidato l'insurrezione militare che aveva
estromesso dal potere il dittatore Laureano Gòmez Castro dando però un'impronta
altrettanto dittatoriale al suo governo, ha fatto sì che i membri dell’opposizione
trattassero tra loro riuscendo a firmare un accordo, il “patto di Benidom”, il
24 luglio nella città spagnola di Benidom. Con questa firma, il Liberale
giornalista, scrittore, diplomatico e umanista Alberto Lleras Camargo, El
Monarca, e il Conservatore ingegnere, giornalista e diplomatico e Laureano
Gòmez, El Basilisco, in rappresentanza dei loro partiti hanno messo un punto alla
crisi politica che viveva in Colombia riconoscendo le reciproche responsabilità
e l'avvio di trattative per stabilire un sistema che consenta l'equa
distribuzione dell'amministrazione statale. Ordinato a giugno direttamente dal
Ministero della Guerra, l’esplosivo è di ultima generazione e arriva dal Texas.
Ha attraversato l’Oceano Atlantico stivato sulla nave mercantile svedese
Stokolm e passando per il Canale di Panama è stato scaricato al porto
commerciale di Buenaventura due giorni fa. Potentissimo, si tratta di Gelatina
per uso estrattivo. Proviene dagli stabilimenti della Atlas Powder Company,
un’azienda nata nel gennaio 1913 rilevando gli ex stabilimenti dell’azienda
chimica DuPont nel Tennessee e nell’Illinois, ingigantita in soli due anni dopo
l’acquisizione dell’azienda produttrice di esplosivi The Giant Powder Company
Consolidated che deteneva i primi diritti statunitensi sui brevetti di Alfred
Nobel. Ciò aveva garantito all’azienda sia la presenza anche sulla costa occidentale,
sia la risoluzione di gran parte delle esigenze militari americane nel corso
della Seconda Guerra Mondiale. Questa Gelatina è una Dinamite, un tipo a base esplosiva
ed è composta per il 92% dalla Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico
italiano Ascanio Sobrero nel 1847 dalla Nitrocellulosa, il prodotto scoperto
dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846, e per l’8% da
Nitrocellulosa. La Gelatina non è altro che un’evoluzione della Dinamite a base
attiva composta da 75% di Nitroglicerina, 25% di segatura e nitrato di sodio, a
sua volta evoluzione della prima assoluta brevettata dal chimico e ingegnere
svedese Alfred Nobel nel 1867, quella a base inerte, dove la Nitroglicerina, costituente
il 75% della cartuccia, era miscelata con un 25% di farina di roccia silicea
sedimentaria di origine organica. L’ordine della Atlas Powder Company, 42
tonnellate contenute in 1.053 casse di legno da 400 candelotti ciascuna, dopo
essere state caricate sui camion della Transportes Mosquera Gomez, scortate
dall’esercito e partite dal ponte El Piňal alla volta di Cali a mezzogiorno in
punto, sono entrate in città alle ore 18:00 attraversando prima la periferia, poi
il centro fino alle strutture dell’8° Battaglione Fanteria "Batalla
de Pichincha”, nel cuore del Paseo Bolivar. Gli ufficiali, dopo aver valutato
la necessità di far lasciare ai camion la città il prima possibile sia a causa
del pericolo che rappresenta il carico, sia perchè Cali è il punto nevralgico
di un focolaio rivoluzionario delle fila oppositrici al Governo di Rojas
Pinilla dove un tale convoglio avrebbe potuto far gola ai militanti
rivoluzionari, poco prima di mezzanotte è stato deciso per il loro
trasferimento nel piazzale della Pacific Railroad, davanti alla Stazione
Ferroviaria Centrale, all’incrocio tra la Calle 25 e la Carrera Primera. Questa
sistemazione provvisoria avrebbe semplificato la sorveglianza dei camion da
parte dell’esercito, sia per lo spazio aperto del piazzale che avrebbe
consentito l’individuazione di personale non autorizzato, sia per la vicinanza
con le strutture dell’esercito. I camion, parcheggiati su due file al centro
del piazzale, ora sono sorvegliati dal 3° Battaglione Genio
“Augustin Codazzi”, mobilitato in tutta fretta, assieme a due reparti
della 3° Brigata Polizia Militare che si alternano in ronde circolari ma che,
per un errore di consegna degli ordini, non si avvicinano mai per un controllo
a vista di un carico che non dovrebbe nemmeno stare lì, in una delle zone della
città con più alta densità a tre isolati dal popoloso quartiere di El Piloto in
cui bar, hotel e bordelli ora sono affollati. In stazione, depositi civili, militari
e treni in stallo ora sono chiusi, silenti, in attesa delle prime luci
dell’alba dove in centinaia tra operai, soldati, ambulanti e pendolari
rianimeranno le struttura saturando ogni centimetro quadrato di uffici,
banchine, capannoni e sale d’attesa. Nel piazzale, nonostante la forza di
sicurezza in campo sia imponente, nel caos iniziale del dispiegamento delle
squadre di sorveglianza nessuno si è accorto che nell’autocarro di mezzo della
seconda fila un difetto del tappo di tenuta dell’olio lubrificante lo sta
rovesciando sul collettore di scarico. Sono pochi i minuti che servono al
calore, dopo un viaggio d’agosto e a pieno carico, a far sì che questo prenda fuoco.
Con una reazione fulminea una fiammata avvolge prima il motore e poi la cabina.
Nessuno ha il tempo di fare nulla. Forse per un eccesso di sicurezza, forse per
un’errata percezione del reale pericolo rappresentato dal carico o forse perché
l’attenzione è unicamente focalizzata su un tentativo di sabotaggio proveniente
dall’esterno, né il Genio né la Polizia Militare sono attrezzati ad affrontare il
più banale dei rischi, un guasto meccanico. Sono le ore 01:07, e mentre due
soldati si avvicinano ai camion attirati dall’odore di bruciato che persiste
nell’aria, sospettando non si tratti dei soliti fuochi pirotecnici che da ore
esplodono in tutta la città nella vigilia della Battaglia di Boyacá, vedono il
fumo fuoriuscire dal basso della cabina. I due si guardano, si girano verso la
seconda pattuglia, provano a dare l’allarme urlando, sbracciando ma non c’è il
tempo di fare niente, le casse, in legno vengono avvolte dalle fiamme con una
velocità impressionante. Le cartucce di Dinamite, sensibilissime al calore, si
gonfiano e si innescano. Mentre in città la maggior parte della gente dorme
sperando di commemorare un nuovo anniversario, il riposo notturno diventa un
incubo. La terra trema, la Gelatina detona con una velocità di 7.000 metri al
secondo. Il camion salta in aria coinvolgendo gli altri in una reazione a
catena, fulminea. La gigantesca esplosione inghiotte il piazzale generando una
sfera di 320 milioni e 720 mila litri di gas che viaggiando con una pressione
di 20 mila chilogrammi per centimetro quadrato ad una temperatura di 5.000
gradi, schiaccia, accartoccia e incenerisce qualsiasi cosa. I presidi di
guardia vengono cancellati, i soldati vaporizzati. La potenza, devastante, provoca
un terremoto del 4,3 grado della Scala Richter che scuote il centro abitato
fino alla periferia opposta. Ogni finestra della città va in frantumi. Quello
che era fino all'inizio degli anni '40 il puro centro di Cali, con la sua
vivace stazione ferroviaria e la sua serie multicolore di piccoli hotel,
negozi, locande, magazzini di ricambi e officine, accompagnato da un boato così
forte da sentirsi fino alle città di Santander de Quilichao, Caloto e
Guadalajara de Buga, a 60 chilometri di distanza, scompare in una frazione di
secondo. Gli edifici dove alloggiava il Battaglione Codazzi, la Polizia
Militare e la Terza Brigata scompaiono assieme a 500 soltati e la stazione
ferroviaria viene strappata dalle fondazioni. Le pesanti porte di bronzo della cattedrale
di Saint Paul, a più di 10 isolati di distanza, sono scardinate dai telai. Gli
edifici crollano, gli alberi si incendiano, le strade si trasformano in campi
arati, una pioggia di lingue di fuoco, dopo essersi alzate per centinaia di
metri ricadono sul centro abitato. La città viene inghiottita da un muro di
fuoco che costringe chi può ancora correre a fuggire nelle cantine e chiudersi
dentro, lasciandosi dietro un irreale silenzio rotto da qualche scoppiettio
isolato e tonfi sordi di muri che crollano. Dopo i soldati disponibili,
mobilitati immediatamente dal Generale Alberto Gómez e in movimento verso il
Punto Zero, i primi ad arrivare alla stazione sono i pompieri ma con soli tre
mezzi, due autopompe e uno per trasporto uomini, troppo pochi per una città
come questa che avrebbe bisogno almeno di tre caserme e dodici mezzi
estinguenti. Cali non ha abbastanza pompieri, ma non ha neanche abbastanza ambulanze,
né medici e né medicine. A mobilitarsi saranno le squadre di emergenza della
città di Cartago, a 190 chilometri, che arriveranno con 25 uomini, sempre
troppo pochi per affrontare un disastro simile. Il grosso Ospedale San Juan de
Dios, operativo ma un po’ malconcio dopo essere stato raggiunto dall’onda
d’urto che ha abbattuto una delle ali, declasserà a centro di primo soccorso.
Sarà il vecchio Ospedale Dipartimentale della Valle “Evaristo Garcia”,
inaugurato nel gennaio del 1956 e con a malapena 60 letti e 4 sale operatorie,
a prendere il suo posto come centro principale dove un treno infinito di
barelle sosteranno in attesa di essere prese in consegna. L’anfiteatro del
cimitero, miracolosamente ancora in piedi, sarà invece allestito come camera
mortuaria. I primi che si addentrano tra le rovine di una terra che ribolle, in
un fumo denso che offusca la devastazione, seguono il crepitio della legna che
brucia orientandosi coi lamenti di chi ancora ha fiato per piangere. La Città
Vecchia non esiste più, Santiago de Cali, il “Sucursal del Cielo”, si è trasformata
nel cuore dell’Inferno. L'epicentro della catastrofe non è altro che una
voragine di 60 metri di diametro e 8 di profondità. La stazione e le caserme sono
un ricordo, i soldati sopravvissuti ma rimasti intrappolati sotto le macerie e
creduti ancora vivi sono invece arsi vivi nell’incendio. L'atmosfera polverosa,
che dà alla città l'aspetto di una zona devastata da un bombardamento, inizia a
rendere ai soccorritori la reale entità del disastro. L'aria rarefatta si riempie
di urla e di spavento, come se l'apocalisse avesse voluto far sparire la città
nascente con una palla di fuoco. Il sole sta per spuntare quando il panorama
dantesco finisce di aprire gli occhi ai sopravvissuti terrorizzati che in mezzo
all'orrore vedono la devastazione di 41 isolati in cui quel soffio di morte ha
spento la vita di 3.725 persone, lasciato 11.862 feriti, ridotto in cenere edifici,
attività commerciali, profanato tombe e fratturato l'anima di una nazione. Di
chi non ce l’ha fatta resta ben poco, quasi nessuno è intero, i pezzi sono
sparpagliati ovunque e i vestiti lacerati e bruciacchiati in molti casi saranno
l’unico modo per poterne risalire all’identità. Chi ha avuto fortuna e non è
morto è ancora a terra, coperto di polvere ma si muove a malapena, ha le orecchie
insanguinate, gli arti in frantumi e cerca di attirare l’attenzione di chi sta
rastrellando gli isolati via per via, casa per casa. I quartieri di San
Nicolás, El Porvenir, Sucre, El Hoyo, El Piloto, Fátima e Jorge Isaacs sono
devastati, le strade sono un tappeto di morti, disseminate di pezzi corpi
piovuti dal cielo. 2.802 edifici non esistono più, 25.863 sono pesantemente
danneggiati, più della metà pericolanti e che minacciano di crollare da un
momento all’altro. 1.400 attività sono scomparse, alcune strutture metalliche
contorte si reggono a malapena e sotto le rovine si sentono i gemiti angosciati
di persone intrappolate. I veicoli parcheggiati appaiono come astratti
monumenti di spazzatura, le palme più alte, orgoglio dei Caleños, sono sinistre
bacchette spennate. È tutto nero, buio, ci sono solo polvere, fiamme e detriti
che continuano a piovere qua e là. Tutto è stato spazzato via. C’è sangue,
corpi straziati di persone e animali, macerie, lamiere contorte, dappertutto
solo morte. Nel Cimitero Centrale l'onda di sovrappressione ha aperto i
sotterranei gettando fuori i resti umani e lasciando senza porte le botteghe. Il
Teatro Roma, che coi suoi 300 posti accoglieva nel fine settimana le persone
dai comuni limitrofi, è un cumulo di legno e mattoni. A 14 isolati, i magazzini
della Federazione Dipartimentale dei Coltivatori di Caffè “Almacafè”, una delle
più prolifiche, dove dopo la raffinazione centinaia di tonnellate di caffè
provenienti dai comuni vicini di Jamundi e Palmira erano imballate in attesa di
essere spedite su rotaia a Buenaventura e destinate all’Europa, ora sono un groviglio
di metallo. Poco distante anche la fabbrica di liquori Valle Liquor Factory,
una struttura dei primi anni ’50 attrezzata con la tecnologia più avanzata, è
completamente distrutta. Le linee di produzione dell’Anìs del Mono,
dell’Aguardiente del Valle e del Ron Sebastian sono sparite, portate via dal
passaggio del muro d’aria assieme alla parte di stabilimento dedicata al
lavaggio dei contenitori e all’etichettatura. Anche i depositi non ci sono più,
di questi sono rimasti solo i pilastri. Le uniche ancora in piedi sono le
cisterne per lo stoccaggio dell’etanolo, piene per un terzo e minacciate da una
tempesta di fuoco che si avvicina sempre di più e che ha appena ingoiato il
nuovo quartiere alberato accanto allo stabilimento per la produzione di saponi
e detersivi della Colgate-Palmolive. Tra le macerie c’è un sacerdote, è
sopravvissuto, si chiama Alfonso Hurtado Galvis, sconvolto nel camminare a
stento tra le centinaia di gambe, braccia, torsi, guarda in cielo il gigantesco
fungo nero continuare a salire quasi a chiedersi il perché non sia morto con
gli altri. In questa tragedia, la più grande avvenuta in Colombia, anche chi ha
perso tutto in un battito di ciglia cerca, con la disperazione in viso, di
aiutare, battendo una casa dopo l’altra sperando di trovare qualcuno ancora in
vita nelle cantine dove chi ha provato a barricarcisi dentro, sperando nella
salvezza non ha invece avuto scampo, sorpreso come un topo in trappola e
vittima, come sempre, della negligenza di qualcun altro.
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