TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: autobomba
DATA: 19 luglio 1992
STATO: Italia
LUOGO: Palermo, via Mariano D’Amelio
MORTI: 6
FERITI: 24
Ultimo aggiornamento: 22 giugno 2026
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 1992, il 19 luglio e sono le ore 16:30. In questo pomeriggio
soleggiato della città di Palermo una Fiat 126 si trova lì, a due metri dal
cancello di ingresso del vialetto che conduce ai civici 19 e 21 di un complesso
residenziale di via Mariano D’Amelio, a pochi passi dalla Fiera. La macchina,
uscita da un’autorimessa questa mattina alle ore 05:30 per sostituire un’altra
parcheggiata strategicamente ad occupare il parcheggio, posizionata a spina di
pesce col cofano anteriore vicino al marciapiede tra una Seat Ibiza di colore
nero e una Fiat Panda celeste alla sua sinistra dista qualche decina di metri
da chi, famelico e con gli occhi puntati sul cancelletto, è perfettamente al
corrente della saltuaria consuetudine che consente al Procuratore Aggiunto della
Repubblica di Palermo, il Giudice Paolo Borsellino, di rivedere quasi ogni
domenica nell'appartamento della sorella Rita, farmacista, la madre, Maria Pia
Lepanto, una signora anziana sempre in tensione che si trasferisce lì i fine
settimana. E proprio questa domenica, come concordato in numerose conversazioni
telefoniche, a causa delle precarie condizioni di salute dell'anziana donna che
il Giudice si è incaricato di accompagnarla ad una visita cardiologica
nell'ambulatorio medico di un suo amico, il dottor Pietro Di Pasquale. Il boia
e i suoi complici feroci sanno dove colpire quest'uomo, oramai sempre protetto
da una conchiglia di agenti e pronto a correre con passetti veloci ogni volta
che si trova allo scoperto al fine di guadagnare in una manciata di secondi il
guscio della sua Croma blindata. A Palermo dal 1975 nell’Ufficio Istruzione
Affari Penali sotto la guida del Giudice Istruttore Rocco Chinnici, ucciso
sotto casa assieme a parte della scorta con un’autobomba il 29 luglio 1983, ha
lavorato assieme ai Giudici Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Leonardo
Guarnotta, Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte, costituenti
un pool antimafia sviluppato e reso operativo dal Sostituto Procuratore
Generale di Firenze Antonino Caponnetto che confermava la linea inaugurata da
Chinnici di centralizzare le indagini sul fenomeno mafioso al fine di favorire
la circolazione e la condivisione delle informazioni emerse e, quindi, di avere
un quadro globale sul fenomeno e le sue dinamiche criminali. Questo stabile
gruppo di giudici istruttori destinati esclusivamente a occuparsi di processi
di mafia, concentrandosi sui membri dell’organizzazione di Cosa Nostra, dai
meno potenti ai più influenti, ha creato e sta continuando a crearle non pochi
problemi tanto da mobilitare le “Commissioni” e farle riunire per decidere se e
come affrontare il problema, di nuovo. "Borsellino sta facendo più danno
di Falcone. Questo cornuto deve saltare in aria come quel crasto che stava per
rimanere vivo a Capaci". Con queste parole aveva sentenziato Salvatore
Riina, il 72enne capo del mandamento di Corleone e supercapo
dell’organizzazione criminale siciliana Cosa Nostra agli altri capimafia nel
corso di una riunione di giugno a Palermo, nella villa del capo mandamento
della cosca palermitana di Santa Maria del Gesù Giuseppe Calascibetta. Ciò era
avvenuto con la benedizione di Mattero Messina Denaro, il capo
del mandamento di Castelvetrano e rappresentante indiscusso
della mafia della provincia di Trapani, e l’approvazione all’unanimità di
Giovanni Brusca, reggente del mandamento di San Giuseppe Jato, con alle spalle
la bomba di via Federico Giuseppe Pipitone a Palermo dove aveva fatto saltare
in aria il Giudice Rocco Chinnici e la sua scorta, e quella al Giudice Giovanni
Falcone e alla sua scorta del 23 maggio, Francesco Madonia, detto Ciccio, capo
del mandamento di Resuttana, zona di influenza inglobante la via D’Amelio,
Raffaele Ganci, capo del mandamento di Della Noce, Salvatore Biondino, capo del
mandamento di San Lorenzo, Gioacchino La Barbera, capo del mandamento di Passo
di Rigano-Boccadifalco, Giuseppe Graviano, del mandamento di Brancaccio-San
Lorenzo, e Salvatore Cancemi e Giuseppe Calò, rispettivamente Reggente e capo
mandamento di Porta Nuova, cassiere dell’associazione e organizzatore
dell’attentato al treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984 dove 17 passeggeri
erano morti per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle rivelazioni
date da Tommaso Buscetta, uno dei primi mafiosi a cominciare a collaborare con
la giustizia durante le inchieste coordinate da Falcone che avevano permesso, per
la prima volta, una dettagliata ricostruzione giudiziaria dell'organizzazione e
della struttura della criminalità siciliana dando inizio all’epoca del
“pentitismo” e al declino del potere mafioso. Associazione criminale di tipo
mafioso Cosa Nostra è nata in Sicilia nel 19° secolo e si è sviluppata
esponenzialmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Strutturata
gerarchicamente, nota in tutto il mondo per gli attentati, gli omicidi esemplari
e la violenza diretta contro lo Stato italiano con l’eliminazione di uomini
politici, poliziotti e magistrati, mantiene il controllo su numerose attività
economiche e politiche regionali ed extraregionali per mezzo di reti di
fiancheggiatori e dell’inserimento di propri capitali nel settore dei pubblici
appalti, della sanità e del turismo, penetrando perfino nei settori della
grande distribuzione alimentare, dei mercati ortofrutticoli, nelle attività
edili e in quelle di tipo economico-finanziario. L’Organizzazione è divisa in
“Famiglie”, ciascuna con un capo, il “rappresentante”, eletto da tutti gli
“uomini d’onore” e assistito da un vice-capo e uno o più consiglieri. Tre
Famiglie, ognuna organizzata in "'decine" composte da dieci uomini
d'onore, i "soldati", coordinati da un "capodecina",
costituiscono un "mandamento", la zona di influenza, gestito dal
“capo mandamento” anch'esso eletto e che fa parte della "Commissione
Provinciale", il massimo organismo dirigente di Cosa Nostra nella
provincia, organismo che prende le decisioni più importanti, risolve i contrasti
tra le famiglie, espelle gli uomini inaffidabili, controlla tutti gli omicidi, inferiore
in quanto a potere soltanto a quella "Regionale". Corruzione e
riciclaggio sono il volano che ha permesso a Cosa Nostra di radicarsi, anno
dopo anno, sempre di più nel territorio accrescendo il proprio potere in
maniera spropositata. Nell’epoca di questo “pentitismo” battezzato da Buscetta,
la sentenza di Cassazione che confermava gli ergastoli nel Maxiprocesso per
crimini di mafia del 30 gennaio con 360 condanne per complessivi 2.665 anni di
carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un
grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia, aveva messo in
moto una macchina, ormai impossibile da fermare. Progettata dai vertici della
Commissione Regionale che aveva riunito i leader delle province di Palermo,
Trapani, Agrigento, Caltanissetta ed Enna, incontratisi tra settembre e
dicembre dell’anno scorso per diverse settimane in un casolare della provincia
di Enna, presieduti da Riina, avevano discusso una strategia di
destabilizzazione politica che si sarebbe snodata con l’omicidio di uomini
politici e con attentati dinamitardi, un complesso piano di destabilizzazione
politica da attuarsi con eventi cruenti avrebbero dovuto dare una spallata al
vecchio sistema politico che non offriva più protezione. Questa era
effettivamente iniziata dopo il definitivo unanime benestare dei membri della
Commissione Regionale e Provinciale in due riunioni distinte svolte nella
villetta palermitana di via Margi Faraci di Girolamo Guddo, uomo di spicco
delle famiglie palermitane, mafioso di Altarello di Baida e cugino del boss
Salvatore Cancemi. Con la prima che aveva visto partecipare i nomi di spicco
dell’organizzazione, Salvatore Riina, Matteo Motisi, Giuseppe
Farinella, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Michelangelo La
Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè,
Giuseppe Montalto e Salvatore Madonia, e con la seconda che aveva riunito Riina,
Biondino Ganci, Brusca, La Barbera e Cancemi, la mattanza era iniziata la
mattina del 12 marzo a Palermo con l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, il più
potente politico siciliano leader della Democrazia Cristiana nell’isola, ucciso
perché non era riuscito a impedire le tante condanne inflitte ai mafiosi al
termine del più grande processo penale mai svolto in Italia. Nella villa
palermitana di Calascibetta, nel salone dove a giugno si era svolto il
"summit" per la sentenza di morte, Riina, manifestando a Biondino,
Cancemi e Ganci la propria “premura” di eseguirla evidenziando in particolare a
Ganci che la responsabilità sarebbe stata sua ed affidando a Biondino
l’incarico di “organizzare tutto e fare in fretta”, aveva rimarcato più volte
che l’uccisione di Borsellino avrebbe messo in ginocchio lo Stato. Avrebbe
inoltre mostrato a tutti la reale potenza delle Famiglie, e proprio per
agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come
lui avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa Nostra e di
arretramento nell’attività di contrasto alla Mafia, levandosi a denunciare
anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigio professionale e della nobiltà
del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o delle sue componenti politiche.
Questo, soprattutto in risposta alla prevedibile reazione dello Stato che,
reagendo all’eccidio in cui avevano perso la vita dei suoi nobili servitori,
aveva portato all’emanazione l’8 giugno di un decreto legge contenente nuove
misure antimafia che introduceva tra l’altro maggiori possibilità di sottoporre
a sequestro e confisca i beni dei mafiosi ed ampliava le ipotesi di fermo di
polizia, approvazione che in Parlamento sta incontrando seri ostacoli da parte
di un folto schieramento trasversale a tutte le forze politiche, che ne critica
le conseguenze eccessivamente pregiudizievoli per i diritti di difesa degli
indagati per reati di mafia. Il progetto di uccidere Borsellino, più complesso
di quello realizzato per Falcone, sarebbe stato anche più sofisticato, sia
sotto il punto di vista dell’organizzazione che della realizzazione.
Esprimendosi la necessità di procurare una macchina di piccola cilindrata per
sbrigare l’urgente faccenda, Giuseppe Graviano aveva affidato a due affiliati
della famiglia di Brancaccio guidata da lui e dal fratello Filippo, tramite
Cristofaro Cannella, detto Fifetto, uomo d’onore del trapanese, il compito di
cercare una Fiat 126 o qualcosa di simile, di piccole dimensioni e che non
attirasse l’attenzione. Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino l’avevano trovata la
notte tra l’8 e il 9 luglio poco prima della mezzanotte in via Bartolomeo
Sirillo, nel quartiere Oreto di Palermo. Color sangue di bue, targata PA 790936
e di proprietà di Maria D’Aguanno, era in uso alla figlia, Pietrina Valenti,
che l’aveva ereditata dalla defunta madre. Spatuzza, seduto al posto di guida,
dopo che Tutino era riuscito a forzare il bloccasterzo rompendolo ed essersi
seduto sul sedile del passeggero, si era accorto che non metteva in moto, tanto
da dover scendere e portare il mezzo a spinta dalla traversa che collega via
Oreto Nuova e via Fichi d’India, zona di edilizia economico-popolare e di
cooperative dov’era parcheggiata, percorrendo via San Ciro, via San Gaetano
fino ad un magazzino di Fondo Schifano, nella via Ciprì al civico 19 utilizzato
solitamente come deposito veicoli per i reati legati alla Famiglia. Dopo essere
stata lì provvisoriamente, la 126 era stata portata in un altro garage,
stavolta di Corso Dei Mille, nella zona di Roccella, in affitto a Spatuzza e di
proprietà del cugino Gioacchino Alfano per delle riparazioni urgenti delle
quali se ne erano occupati Maurizio Costa a Agostino Trombetta, titolari di
un’autofficina. Cosa Nostra conosceva già questo tipo di vettura, ne aveva
usata una il 29 luglio 1983. Color verde bottiglia e del 1977, era stata
utilizzata per l’attentato al Giudice Rocco Chinnici, Direttore dell’Ufficio
Istruzione del Tribunale di Palermo, ucciso facendola saltare in aria mentre
stava per salire a bordo dell’Alfetta 2000 blindata che attendeva il Magistrato
con lo sportello aperto davanti allo stabile in cui viveva per accompagnarlo al
Palazzo di Giustizia. Dopo aver bruciato dei santini, dei fogli e un ombrello
trovati nell’abitacolo e che potevano ricondurre l’auto alla proprietaria,
riparati la frizione, l’impianto frenante e il bloccasterzo per avere l’auto in
piena efficienza meccanica in modo da scongiurare intoppi di qualsiasi genere,
erano state sostituite le targhe con altre due marchiate PA 878659. Le nuove
targhe, rubate da Spatuzza e Tutino sabato 18 dall’autocarrozzeria in via
Messina Marine num. 94 di proprietà di Giuseppe Orofino, titolare assieme ai
cognati Paolo e Gaspare Agliuzza, appartenevano sempre ad una 126 ma di colore
bianco e di proprietà di una certa Anna Maria Sferrazza, residente a Palermo,
che l’aveva portata lì tramite la Fiat per dei lavori di riparazione. Il furto,
compiuto a locale chiuso introducendosi nel locale scavalcando un grosso
portone metallico provvisto di inferriata alla quale mancavano delle sbarre,
era stato pensato per essere eseguito nelle ore serali in modo che se fosse
partita una eventuale denuncia, cosa che poi succederà poiché Orofino,
accorgendosi del furto solo domani si recherà dai Carabinieri per denunciare la
scomparsa delle targhe, del libretto di circolazione e del tagliando
assicurativo, sarebbe stato comunque troppo tardi. Giuseppe Graviano, dopo aver
preso in consegna le nuove targhe nel maneggio dell’amico Giuseppe Vitale nella
contrada Regia Corte, aveva dato ordine che venissero portate in un garage di
via Pietro Villasevaglios, autorimessa in cui il giorno prima era arrivata la
126 color sangue di bue dopo che alle tre del pomeriggio era scivolata per le
vie di Palermo con alla guida Spatuzza e Cannella seduto accanto e scortata da
una seconda auto con alla guida Antonino Mangano, capo della Famiglia di
Roccella, una delle quattro famiglie componenti il mandamento di Brancaccio.
Corso dei Mille, poi via Roccella, via Ventisette Maggio, un posto di blocco
della Guardia di Finanza evitato in piazza dell’Ucciardone all’altezza del
vecchio carcere aggirandolo per il Borgo Vecchio, poi dritti su via Don Orione
fino a sparire dentro il garage al civico 17 dove ad attenderli, superato lo
scivolo di cemento, il cancello di ferro e la saracinesca, avevano trovato
Lorenzo Tinnirello e Francesco Tagliavia. Entrambi del mandamento di Brancaccio
ed entrambi a capo della Famiglia di Corso dei Mille, avvisati da Biondino di
tenersi liberi che “ci sarebbe stato da fare”, li avevano attesi assieme a 90
chilogrammi di esplosivo ad altissimo potenziale. Tagliavia, dedito solitamente
alle estorsioni e al traffico di stupefacenti per cui ha continui contatti con
soggetti di spicco delle Famiglie dell’isola, ed esperto nella manipolazione
degli esplosivi era lui che la Commissione aveva scelto per l’allestimento
dell’autobomba con l’esplosivo recuperato di tre tipologie: il Semtex-H in
pani, il Brixia B5 in cartucce e il Trinitrotoluene in involucri artigianali.
Cosa Nostra aveva deciso per Borsellino un evento plateale ma chirurgico, con
un consumo specifico relativamente basso data la geolocalizzazione del Punto
Zero. Il primo esplosivo, il Semtex-H, di tipo plastico, di colore tra
l’arancio e il giallo e confezionato in pani color mattone del peso di 2,5
chilogrammi è una delle varianti dell’esplosivo Semtex. Il suo nome sta per
SEMTìn, un sobborgo di Pardubice nella attuale Repubblica Ceca, dove il
composto era stato prodotto per la prima volta in grandi quantità dalla East
Bohemian Chemical Works Synthesia nel 1964, ed EXplosive. Progetto dei chimici
cecoslovacchi Stanislav Brebera e Radim Novák era stato sintetizzato negli anni
’50. Questa variante H, prodotta su larga scala dal 1967, destinata
all’esportazione, soprattutto per la bonifica di mine terrestri in Vietnam, era
stata studiata per impieghi civili e per l’attività estrattiva. Il Semtex-H, di
velocità di detonazione di 8.000 metri al secondo, è completamente impermeabile
da poter essere efficacemente utilizzato anche sott’acqua, e come molti
esplosivi al plastico moderni è incredibilmente stabile. Non esplode se
sottoposto a urti, cadute o fuoco normale e richiede un detonatore specifico
per innescare l'esplosione. In più, conserva la sua plasticità su un intervallo
di temperature molto ampio, da circa -40 a +60 gradi centigradi, il che lo
rende ideale per operare in ambienti estremi. Esportato in tutto il mondo in
grandi quantità fino al 1981 e in quantità ridotte solo nei paesi membri del
Patto di Varsavia fino al 1989 con la sospensione delle esportazioni legali,
attualmente le grosse organizzazioni terroristiche e criminali ne controllano
il traffico e la detenzione. Questo tipo di esplosivo è il prodotto dell’unione
di due elementi esplosivi primari: 40.9% in peso di Pentrite, di velocità di
detonazione di 8.400 metri al secondo, uno degli esplosivi più sensibili
potenti, un “super-esplosivo” preparato per la prima volta nel 1891 dal chimico
tedesco Bernhard Tollens; 41,2% in peso di RDX, formalmente Ciclotrimetilenetrinitramina,
di velocità di detonazione di 8.750 metri al secondo, di caratteristiche
eccezionali scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg
Friedrich Henning nel 1898 e codificato con questo nome prima dall’esercito
inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli
Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e sviluppo,
sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e "X",
la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva; il
legante gomma Stirene-Butadiene per il 9% in peso, il plastificante
n-ottilftalato al 7,9% in peso, lo 0,5% di antiossidante N-fenil-2-naftilammina
e lo 0,5% di colorante ne assicurano il riconoscimento e la malleabilità. Il secondo
esplosivo invece, il Brixia B5, di non facile reperibilità, non è la prima
volta che viene utilizzato dall’organizzazione. È un esplosivo gelatinato per
uso civile confezionato in candelotti avvolti in carta cerata con stampigliato
il suo nome e delle dimensioni di 250 millimetri di lunghezza per un diametro
di 25 contenente un peso di 135 grammi netti di sostanza esplodente. Prodotto
tutto italiano, con velocità di detonazione di 5.400 metri al secondo, il nome
viene dal luogo di provenienza, Brescia, in latino, dov’è stato fabbricato fino
al 1985 con avvolgimento color avana nello stabilimento di Ghedi della SEI, la
Società Esplosivi Industriali S.p.A., prima che la produzione venisse spostata
presso lo stabilimento di Domusnovas, nella provincia di Cagliari, in Sardegna,
dove ora viene avvolto in carta cerata color magenta. Questa Gelatina è
composta da un 1.5% di Nitroglicole, velocità di detonazione di 8.300 metri al
secondo, potentissimo esplosivo sensibile agli shock meccanici prodotto dal
chimico belga Louis Henry nel 1870, simile alla Nitroglicerina ma molto
più stabile nel tempo e quindi meglio conservabile tanto da venire utilizzato
nelle dinamiti perché abbassa il punto di fusione della
Nitroglicerina che a temperature prossime agli 0 gradi centigradi inizia a
dilatarsi e ad uscire dai candelotti con conseguenze facilmente immaginabili; da
un 5% della Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio
Sobrero nel 1847 con velocità di detonazione di 7.700 metri al secondo, dalla
Nitrocellulosa, prodotto esplosivo con velocità di detonazione di 7.300 metri
al secondo scoperto nel 1838 dal chimico francese Théophile-Jules Pelouze da
carta, lino e cotone, ricetta perfezionata e stabilizzata dal chimico tedesco
Christian Friedrich Schönbein nel 1846 contemporaneamente al chimico tedesco
Johann Friedrich Böttger; 2% di Dinitrotoluene, additivo e precursore del più
famoso Trinitrotoluene; 8% di Trinitrotoluene, ed infine la parte più
consistente costituita da Nitrato d’Ammonio per una percentuale dell’81%. Nato
e conosciuto a tutti come fertilizzante e con velocità di detonazione di 2.700
metri al secondo, Johann Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco
considerato uno dei fondatori della chimica industriale moderna e precursore
dell’ingegneria chimica, lo aveva preparato e descritto nel 1659 chiamandolo
“nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma. Utilizzato come
ingrediente esplosivo dal 1867, quando era stato rilasciato un brevetto a due
chimici svedesi, J. H. Norrbin and J. Ohlsson, utilizzandolo assieme ad un 20%
di carbone nel loro Ammoniakkrut, per poi venire utilizzato dal chimico e
ingegnere svedese Alfred Nobel nella sua dinamite "extra" del 1870 in
cui lo aveva sostituito alla farina di roccia silicea sedimentaria di origine
organica, unendolo alla Nitroglicerina. Questo tipo di Gelatina, il Brixia B5,
non è altro che una Dinamite, del tipo a base esplosiva, un’evoluzione della
Dinamite a base attiva composta da 75% di Nitroglicerina e 25% di segatura e
nitrato di sodio, a sua volta evoluzione della prima assoluta brevettata dal
chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1867, a base inerte, dove la
Nitroglicerina, costituente il 75% della cartuccia, era miscelata con un 25% di
farina di roccia silicea sedimentaria di origine organica. Il Brixia è nei
magazzini dell’organizzazione da tempo, già nel giugno del 1989 Salvatore Biondino,
che reggeva di fatto il mandamento di San Lorenzo in assenza del capo Giuseppe
Giacomo Gambino, all’epoca detenuto e sotto le direttive di Salvatore Riina,
già capo indiscusso della Commissione Provinciale, aveva chiesto a Giovan
Battista Ferrante, uomo d’onore della Famiglia di San Lorenzo, di aiutarlo per
reperire un certo quantitativo di esplosivo che doveva essere fornito ad
Antonino Madonia, figlio di Francesco Madonia. Per questo, insieme a Biondino,
lo stesso si era recato presso il deposito clandestino sito in contrada
Malatacca, vicino all’ospedale “Cervello” nel territorio del mandamento, al
quale potevano accedere solo loro due e pochi altri. Il Brixia, conservato in
un bidoncino di plastica a bocca larga, uno dei tanti utilizzati per lo
stoccaggio dell’esplosivo nei numerosi depositi clandestini dell’organizzazione,
nel 1985, prima di essere utilizzato la prima volta nell’attentato al Giudice
Carlo Palermo il 2 aprile, su incarico di Giuseppe Giacomo Gambino, Ferrante,
in compagnia di Salvatore Biondino e dei cugini omonimi Salvatore Biondo,
classe 1955 e 1956 chiamati confidenzialmente l’uno “il corto”, l’altro “il
lungo” a sottolineare la differenza di statura, si era recato ad un
appuntamento a Trapani, nella zona ove finisce l’autostrada per Trapani ed
inizia la statale per Erice, per incontrarsi con Bruno Calcedonio, uomo d’onore
della famiglia di Mazzara del Vallo, il quale aveva accompagnato il Biondino
con la sua Renault 4 in un luogo non lontano per consegnarglielo contenuto in
diversi sacchi di plastica e per un quantitativo di circa 200 chilogrammi. Dopo
tale consegna, esauritasi in circa quindici minuti dal momento in cui Biondino
si era allontanato con il Calcedonio al momento in cui i palermitani erano
ripartiti in direzione di Palermo, il gruppo aveva eseguito il trasporto della
merce ricevuta caricandola sull’auto di Biondino ed utilizzando una delle auto
come battistrada fino alle Case Ferreri, un complesso di edifici risalenti al
Settecento ora adibiti a polveriera, armeria, poligono e deposito libri
contabili delle estorsioni della famiglia di San Lorenzo, di cui Ferrante ha il
possesso, dove era stato inizialmente custodito non essendo all’epoca
disponibile ancora il deposito clandestino di contrada Malatacca in cui
successivamente vi era stato trasferito. Dalla riservetta di Brixia si era
attinto più volte, alcune a scopo intimidatorio come i tre candelotti utilizzati
da Ferrante tra il 1989 ed il 1990 per compiere, insieme a Biondino ed ai
fratelli Biondo un raid ai danni della ditta CO.GE.MI., di cui il titolare, il
dott. Nisticò, non era puntuale nel versare il pizzo, altre invece per
uccidere, come l’attentato fallito del 21 giugno del 1989 nei pressi della
villa al mare che il Giudice Giovanni Falcone aveva affittato per l'estate
nella località palermitana dell'Addaura, dove Salvatore Biondino, Antonio
Madonia, Vincenzo e Angelo Galatolo lo avevano atteso con l’intenzione di farlo
saltare in aria con 58 candelotti fallendo però a causa della mancata
realizzazione del programmato bagno a mare e grazie alla ricognizione degli
agenti di scorta che aveva messo in allerta i sicari, o come quello, stavolta
riuscito per metà, al Giudice Carlo Palermo dove Baldassarre di Maggio e
Antonio Madonia, reggenti dei mandamenti palermitani di San Giuseppe Jato e
Resuttana, con l’ultimo, killer spietato con alle spalle l’agguato al
Segretario regionale del PCI e parlamentare Pio La Torre e del suo
collaboratore, l’agguato al Prefetto di Palermo, il Generale Carlo Alberto
dalla Chiesa e l’attentato dinamitardo al Capo dell’Ufficio Istruzioni della
Procura di Palermo, il Giudice Rocco Chinnici, avevano attivato un’autobomba con
200 cartucce di Brixia disintegrando non l’auto del Magistrato ma una seconda
che per uno scherzo del destino si era posta tra le due dilaniando una madre
coi suoi due bambini. La capacità di Cosa Nostra di accumulare enormi quantità
di esplosivi civili dagli anni '80 non viene da sofisticati traffici
internazionali di contrabbando, solitamente riservati ad armi da fuoco o
esplosivi militari come il Semtex, ma dal suo controllo capillare sul
territorio e sull'economia legale siciliana. Il Brixia B5 viene dirottato verso
gli arsenali sfruttando le normali filiere industriali dell'isola,
principalmente attraverso due canali. Il monopolio sulle cave di pietra e il
sistema degli appalti e delle grandi opere. Nel primo caso, la Sicilia, in
particolare nelle province di Palermo e Trapani, è disseminata di cave per
l'estrazione di pietra, marmo e inerti. In questi anni, moltissime di queste
attività sono di proprietà diretta di esponenti mafiosi tramite prestanome,
oppure sotto al rigido controllo delle cosche locali. Le società di estrazione
possiedono licenze regolari per l'acquisto di esplosivi da mina pertanto il
metodo di approvvigionamento è puramente contabile, ovvero basta ordinare
quantitativi di esplosivo molto superiori al reale fabbisogno estrattivo. La
parte in eccesso viene quindi stornata e nascosta nei depositi clandestini mentre
sui registri aziendali risulta regolarmente "brillata" nei lavori di
cava. Nel secondo caso, Cosa Nostra ha impiegato anni ad infiltrare in
profondità il settore delle costruzioni pubbliche. La realizzazione di dighe,
autostrade, svincoli e gallerie richiede un uso intensivo e quotidiano di
esplosivi da sbancamento pertanto, le imprese edili vincitrici degli appalti,
spesso colluse o pesantemente taglieggiate, vengono trasformate in canali di
fornitura, con tecnici costretti a sottrarre sistematicamente una percentuale
dei candelotti destinati alle opere pubbliche per consegnarli agli emissari dei
mandamenti. Questo circuito di fornitura a "chilometro zero" è da
anni fondamentale per la fazione dei Corleonesi. L'accesso illimitato a risorse
esplosive civili sta permettendo a Cosa Nostra di compiere un salto di livello
criminale, passando dagli omicidi mirati con armi da fuoco alla strategia
stragista e terroristica basata sulle bombe. Il terzo esplosivo che costituisce
la carica destinata al Giudice Borsellino, il Trinitrotoluene, esplosivo con velocità
di detonazione di 6.900 metri al secondo preparato la prima volta nel 1863 dal
chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann
Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo
col nome di Tritolo o Tnt, arriva invece dai depositi della Famiglia di
Brancaccio e anche questo non è la prima volta che viene utilizzato. Questo
esplosivo viene dal mare, da vecchi residuati bellici, evento abbastanza comune
considerato che ogni anno il mare e il suolo italiano continuano a farne
affiorare decine, la maggior parte delle quali armate e potenzialmente letali.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il mare intorno alla Sicilia, in particolare
il tratto tra Palermo, Trapani e la Tunisia, era stato teatro di pesanti
bombardamenti riempiendo i fondali di bombe rimaste inesplose. Negli anni
successivi, i pescatori locali, specialmente quelli della zona di Trapani,
erano finiti spesso per agganciare con le loro reti a queste enormi bombe
d'aereo americane o britanniche e invece di denunciare i ritrovamenti alle
autorità, alcuni di loro legati a Cosa Nostra avevano iniziato a venderle ai
capi che avevano compresero subito il valore di quella riserva quasi
inesauribile di esplosivo ad altissimo potenziale. Giuseppe Graviano, il capo
della Famiglia, aveva scomodato Cosimo d’Amato, cugino proprio del boss
palermitano Lo Nigro. Cosa Nostra non aveva sintetizzato il TNT in laboratorio,
ma aveva in piedi una vera e propria attività di recupero e "pesca"
di questi ordigni bellici inesplosi. Le bombe nel mare della Sicilia
provenivano in particolare dalla zona di Porticello e nel golfo di Palermo,
rimaste sui fondali marini per cinquant'anni, sganciate dai bombardieri prima
di rientrare alla base. La famiglia mafiosa di Brancaccio non si era affidata
ad ingegneri militari d'élite, ma ai pescatori-artificieri di Santa Flavia e
Porticello che, durante le loro attività di pesca coi loro pescherecci attrezzati
con le reti a strascico continuavano ad individuare, sollevare e caricare a
bordo le pesanti bombe utilizzando una combinazione di nozioni rudimentali sui
residuati bellici e tecniche puramente artigianali. Una volta a bordo, venivano
nascoste sotto i cumuli di pesce o sotto le reti prima di essere portati a riva
per essere disattivati. Svolgere questa operazione, nonchè l’apertura e lo
svuotamento direttamente in mare sarebbe stato tecnicamente impossibile e
folle, sia per questioni di stabilità che per motivi di sicurezza e logistica.
Le barche fungevano solo da mezzo di trasporto fino al porto. Fare operazioni
di sminamento a bordo di un peschereccio in movimento sarebbe stato un
suicidio: il rischio di ribaltamento, le scintille dei motori e la mancanza di
spazio rendevano la barca del tutto inadatta. Una volta attraccate le barche in
orari notturni, le bombe erano state scaricate e trasferite immediatamente in
luoghi isolati e protetti sulla terraferma. Molti ordigni erano stati portati
in vecchi stabili nella zona di Brancaccio o nelle campagne del palermitano,
luoghi di privacy necessaria per accendere grandi fuochi e maneggiare attrezzi
rumorosi. In alternativa erano state attrezzate alcune calette isolate dove le
operazioni di prima pulizia e disarmo delle spolette, il lavoro più rischioso,
erano avvenuti direttamente su tratti di costa deserti o all'interno di grotte
marine accessibili da terra, dove un'eventuale esplosione accidentale non
avrebbe attirato troppi occhi o causato danni a centri abitati. Ma come avevano
fatto i tecnici della Mafia a disattivare le bombe prima di estrarre
l'esplosivo? Per la disattivazione i tecnici di Cosa Nostra avevano sfruttato
alcune caratteristiche chimico-fisiche degli ordigni per operare come l'effetto
bloccante delle incrostazioni. I decenni passati sott'acqua accumulavano
calcificazione, ruggine e sabbia che spesso cementavano gli ingranaggi interni
o i percussori delle spolette, riducendone la sensibilità immediata al
movimento. Per prima cosa, avevano ripulito la testa o la coda della bomba
dalle concrezioni marine. Successivamente, utilizzando normali attrezzi da
cantiere, chiavi a giratubi pesanti o scalpelli, avevano svitato la spoletta
direttamente dal corpo della bomba. La spoletta, il "cervello" o
l'interruttore di una bomba d'aereo, era il dispositivo progettato per
calcolare il momento esatto in cui l'ordigno dovesse esplodere garantendo al
contempo che la bomba non si attivasse accidentalmente prima del lancio. Dopo
lo sgancio dall’aereo il meccanismo si era armato pronto ad attivare la bomba
tramite impatto con percussore meccanico, tramite ritardo meccanico o chimico,
o tramite prossimità mediante un piccolo radar. Una volta estratta era stato
rimosso il "guadagno", ovvero la carica di innesco secondaria,
solitamente in Tetrile o Pentrite, la parte più sensibile agli urti. Il primo,
con velocità di detonazione di 7.200 metri al secondo, è un esplosivo
sensibilissimo agli urti. Sintetizzato per la prima volta nel 1877 dal chimico
olandese Michler per poi essere perfezionato e prodotto negli stabilimenti
dell’Esercito degli Stati Uniti agli inizi del 1900 e continuamente sviluppato
durante la Prima Guerra Mondiale, con qualità esplosive nettamente superiori a
quelle del Tritolo. La Pentrite, di velocità di detonazione pari a 8.400 metri
al secondo, dirompente ed innescante preparata per la prima volta nel 1891 dal
chimico tedesco Bernhard Tollens, ha caratteristiche così elevate da
classificarsi come "superesplosivo”. Tolto l'innesco, il corpo principale
della bomba era diventato un guscio contenente solo esplosivo stabile. Questa
era l'operazione più pericolosa. Se la spoletta fosse stata del tipo chimico a
lungo ritardo, con fiala d'acetone, il minimo movimento avrebbe potuto innescare
l'esplosione. Cosa Nostra procedeva per tentativi, accettando il rischio che
qualche ordigno potesse brillare accidentalmente durante la lavorazione. Per la
seconda fase, i tecnici di Cosa Nostra, tra cui spiccavano figure con
competenze meccaniche e chimiche rudimentali, guidate da Giovanni Brusca e
Cosimo Lo Nigro avevano effettuato lo svuotamento in luoghi isolati presso
casolari nelle campagne palermitane adottando un metodo empirico basato proprio
sulle proprietà fisiche del TNT. Questo esplosivo ha un punto di fusione
relativamente basso, circa 81 gradi centigradi e utilizzando vapore acqueo ad
alta pressione e temperatura controllata all'interno del corpo bomba si
scioglie, cola fuori dall'ordigno sotto forma liquida per poi venire raccolto
in vasche d'acqua fredda dove si solidifica nuovamente in scaglie per essere
poi riciclato. Il Tritolo puro ha una caratteristica fondamentale: è
chimicamente estremamente stabile. Non esplodendo per sfregamento, se colpito
da un proiettile e se esposto al fuoco libero, anche se necessita di una
fortissima onda d'urto data da un detonatore, l'estrazione da una bomba d'aereo
reale è considerata una delle operazioni più pericolose in assoluto. Con il
passare dei decenni, come nel caso delle bombe della Seconda Guerra Mondiale,
il TNT all'interno della bomba può aver reagito con l'involucro metallico
formando picrati o altri composti chimici altamente instabili. Questi
"sali" sono estremamente sensibili alla minima frizione, alla
pressione o al calore e possono innescare la bomba intera. Inoltre, una bomba
d'aereo non contiene solo TNT. Per aprire gli involucri d'acciaio spessissimo
delle bombe d'aereo senza causare scintille o calore estremo, che avrebbero
fatto detonare l'ordigno, i tecnici avevano effettuato il taglio manualmente,
bagnando costantemente il metallo. Erano stati usati seghetti e attrezzi
manuali, versando continuamente acqua fredda sulla lama per dissipare l'attrito
e prevenire qualsiasi surriscaldamento locale. Una volta aperto l'involucro
metallico, per estrarre il blocco di Tritolo solido, compatto duro come la
pietra, conservatosi perfettamente grazie all'isolamento stagno dei fusti ma
comunque pericoloso da grattare, era stato sfruttato il basso punto di fusione
del composto. Usando grossi pentoloni d'acqua bollente, dopo aver versato acqua
bollente direttamente all'interno della bomba sezionata, il calore dell'acqua
aveva sciolto progressivamente lo strato superiore del Tritolo trasformandolo
in una massa pastosa o liquida. Questa fanghiglia era stata versata poi
all'interno di grossi recipienti di plastica commerciali, fatta raffreddare e
una volta separata l’acqua il TNT era tornato a solidificarsi sul fondo,
assumendo la forma di scaglie solide. I blocchi di Tritolo così recuperati
venivano successivamente frantumati e ridotti in polvere o piccoli grumi
all'interno di comuni tritacarne o mortai. Questo processo rudimentale ma
sistematico aveva permesso a Cosa Nostra di disporre potenzialmente centinaia
di chili di esplosivo a costo quasi zero e al di fuori dei radar delle forze
dell'ordine, che in questo periodo monitorano con attenzione solo i depositi
commerciali di esplosivi civili e le polveriere militari. La carica di Semtex,
esplosivo plastico ad alto potenziale tanto caro all’IRA irlandese e ai
terroristi islamici e libici, quella di Brixia B5 tanto richiesta in Italia per
utilizzo estrattivo e quella di Tnt, che grazie alla sua facilità al maneggio,
la sua assoluta stabilità, la sua buona potenza, ne fanno il migliore degli
esplosivi da scoppio conosciuti per usi bellici, erano state stipate con cura
nel vano portabagagli anteriore svuotandolo di tutto, perfino della ruota di
scorta. L'innesco invece era studiato con un circuito composto da due
detonatori elettrici collegati in serie affogati in due cartucce di Gelatina,
ciascuno contenente una piccola quantità di esplosivo secondario, Pentrite,
innescato a sua volta da uno primario, il sensibilissimo Azoturo di Piombo
preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, con velocità
di detonazione pari a 5.300 metri al secondo, attivato da un ponticello
metallico annegato in una miscela incendiaria reso incandescente dal passaggio
della corrente elettrica. I detonatori, tubicini in alluminio versioni moderne
di quelli inventati nel 1876 da Julius Smith, provengono da una cava di sabbia,
la INCO di Roccamena-Camporeale, nel territorio di Roccamena, nel Belice, da
cui la sua famiglia mafiosa si era in passato rifornita per approvvigionarsi
per altri attentati, di proprietà di Giuseppe Modesto, un imprenditore molto
vicino a Giovanni Brusca. Questo aveva approfittato della sua “amicizia” nonché
della parentela con Franco Piedescalzi, l’addetto al maneggio degli esplosivi
della cava, qualche mese fa tramite Giuseppe Agrigento, anche lui persona molto
vicina a Brusca nonché capofamiglia di San Cipirello, incaricato di recuperarne
quanti più possibili assieme ad un ingente quantitativo di esplosivo in
previsione di una serie di attentati iniziati con quello al giudice Giovanni
Falcone. Questi, finali di un circuito elettrico alimentato da pile con un relè
di chiusura comandato da una linea radiotrasmittente, sarebbero stati innescati
a distanza alla vista del Giudice da un sistema ricevitore TS in bachelite della
Telcoma System di San Biagio di Callalta, in provincia di Treviso,
commercializzato da venditori specializzati dal 1989. Abbinato all’analogo
apparecchio trasmettitore, data la notevole potenza del sistema questo avrebbe
consentito l’instaurazione di un ponte radio anche della distanza di venti
chilometri. Trattandosi di sistemi piuttosto sofisticati, ad alta affidabilità e
protetto da accensioni accidentali e di conseguenza molto costosi, questi
apparecchi vengono normalmente impiegati per usi industriali quali comando a
distanza di apparati elettrici come pompe sommerse, sistemi di allarme, gru e
apertura a distanza delle chiuse delle dighe. La particolare affidabilità del
sistema è data dalla possibilità di stabilire preventivamente un codice, scelto
tra 1.024 combinazioni differenti, impostandolo sia nell’apparecchio
trasmittente che in quello ricevente in modo tale che quest’ultimo si attivi
unicamente con l’invio del segnale codificato dall’apparecchio trasmittente,
escludendo in questo modo la possibilità di interferenze. Poiché nell’impiego
industriale tali caratteristiche consentono il funzionamento della trasmittente
con diverse riceventi attivate con l’invio dei rispettivi codici prefissati,
nelle condizioni di impiego presenti in via D’Amelio e per gli scopi dei
tecnici, queste sarebbero tornate utili per escludere del tutto l’incidenza di
interferenze radio eventualmente presenti nell’ambiente evitando così il
rischio di un’attivazione indesiderata del sistema e dunque un innesco
involontario dell’ordigno. Il ponte radio fra l’apparecchio trasmittente e
quello ricevente sarebbe stato instaurato alla frequenza di 445,025 megahertz,
dove all'interno di questa onda portante avrebbe viaggiato un segnale digitale
codificato prodotto da una scheda chiamata Codifica, prodotta in Giappone con
la sigla 88-21 stando a significare la produzione nella ventunesima settimana
dell’anno 1988, che avrebbe consentito di porre in essere una combinazione
logica che sarebbe stata ricevuta dal ricevitore che si sarebbe attivato appena
avesse riconosciuto il codice mandato tre volte in successione per aumentare le
garanzie di successo, operazione che sarebbe avvenuta nell’arco di decimi di
secondo. Il sistema, che data la sua complessità aveva la necessità di essere
collaudato, era stato portato sabato 11 luglio alle Case Ferreri. Luogo
piuttosto isolato e di cui Ferrante ha disponibilità, in stato di completo
abbandono è costituito da un edificio padronale, stalle, magazzini, una
cappella, tutto contornato da un grande appezzamento di terreno. Attualmente di
proprietà della “Livorno Costruzioni” di cui amministratore è Giuseppe Gambino,
del mandamento di San Lorenzo, che nel marzo di quest’anno ha dato il via alla
costruzione di alcune villette, il complesso di edifici e annessi era stato
venduto nel 1983 alla società dal Barone Gabriele Chiaramonte Bordonaro che non
se ne era più curato ma che lo aveva lasciato in custodia ad uno zio di
Ferrante, Salvatore Bonura, che lo aveva utilizzato fino ai primi anni ‘80 per
allevarvi del bestiame prima che il compito di guardiano passasse al padre. Al
collaudo preventivo del sistema radio avevano preso parte Ferrante, Salvatore
Biondino e i cugini omonimi Biondo. Era stato “il lungo” a portare il sistema
da provare, aveva assemblato la ricevente seguendo delle istruzioni riportate
su di un foglio di carta, utilizzando come alimentazione la batteria dell’auto
de “il corto”, montando il filo con funzione di antenna e collegandola ad un
detonatore elettrico tramite una linea di tiro sufficientemente lunga, 40
metri, da scongiurare il pericolo che esplodendo danneggiasse l’apparecchio
poggiato sul sedile dell’auto parcheggiata davanti ad uno dei magazzini. Col
dare alimentazione alla trasmittente tramite la batteria dell’auto de “il
lungo” mediante una presa di corrente posta nell’accendisigari in dotazione,
era stato verificato il funzionamento del “ponte radio” fra le due nelle
condizioni più estreme: distanza e ostacoli. Con una distanza tra apparato
trasmittente e ricevente di 250 metri snodati tra edifici e fitta vegetazione,
Ferrante aveva azionato i pulsanti del primo provocando l’esplosione del
detonatore chiuso in un barattolo di latta da 20 litri posto sopra di un
abbeveratoio, successo confermato da Biondino e “il lungo” rimasti nei pressi
della ricevente per le verifiche. Finito il collaudo, il sistema della Telcoma
era stato riposto nei rispettivi sacchetti per essere consegnato da “il corto”
nelle mani di Tagliavia il giorno dopo con le istruzioni per il corretto
assemblaggio. L’apparato della Telcoma System fa parte della dotazione della
Famiglia di San Lorenzo che dispone in tutto di cinque apparati, tutti uguali,
precisamente cinque coppie di apparecchi trasmittente-ricevente contenute in
sacchetti legati fra loro a coppie in modo da non confonderli fra loro, di
aspetto esteriore quasi identico e perché ciascuna trasmittente è in grado di
funzionare unicamente con la ricevente cui è stata accoppiata in fabbrica. Gli
apparecchi sono custoditi in un immobile sito in Piazza Maio acquistato con il
denaro della Famiglia e intestato a Ferrante, immobile dotato di un locale
sotterraneo da cui si accede da una botola nel pavimento del bagno. Gli
apparecchi erano stati procurati, per ordine di Salvatore Biondino, da Biondo
“il corto” tramite un loro cugino, Giuseppe Biondo, conosciuto e apprezzato
all’interno di Cosa Nostra come esperto di elettronica al quale era stato
commissionato l’acquisto per conto della Famiglia specificandogli l’esigenza di
apparecchi particolarmente affidabili e dunque più sofisticati dei normali
telecomandi per cancelli o per modellismo come quello utilizzato per far
saltare l’autostrada A29 il 23 maggio. Giuseppe Biondo, capo operaio alla Forestale
con l’hobby dell’elettronica, risaputo essere un radioamatore collezionista di
apparecchi radio-trasmittenti, non solo è in grado di ripararli ma anche di
apportarne modifiche fino a migliorarne le prestazioni. Solito rifornirsi nel
negozio di elettronica Migliore di Palermo li aveva acquistati coi fondi della
Famiglia di San Lorenzo per un prezzo di 800 mila lire per ogni coppia. Le
trasmittenti, opportunamente modificate su richiesta di Biondino in modo da
rendere possibile l'azionamento a distanza di cariche esplosive, in materiale
plastico approssimativamente alte 5 centimetri, larghe 18 e profonde 13
centimetri, di colore scuro e opaco sono dotate di pulsanti non originali,
installati artigianalmente sulla sinistra del frontale, sulla destra del
frontale un filo lungo 40 centimetri nero e rosso funge da antenna mentre una
piccola lampadina collegata con un filo al frontale ha la funzione di segnalare
la chiusura del circuito elettrico. Le riceventi, di materiale, dimensioni e
colore analoghi alle trasmittenti, hanno il filo dell’alimentazione in uscita
dalla parte bassa pronto per essere collegato ai morsetti della batteria per
auto, un secondo che funge da antenna e un terzo per il collegamento alla linea
di tiro nel caso la centralina fosse distante dalla carica, o direttamente ai
detonatori nel caso la centralina si trovasse a ridosso della carica. Dei
quattro sistemi radio rimasti, due erano destinati a Matteo Messina Denaro, due
invece alla distruzione per evitare che la Dia, la Direzione Investigativa
Antimafia, ne entrasse in possesso poiché l’organismo investigativo interforze
con compiti di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso in
Italia sta tenendo da qualche tempo sotto osservazione Ferrante tanto da avere
le sue foto nei propri archivi, foto che Carlo Greco, sostituto capo del
mandamento di Santa Maria di Gesù, è riuscito ad avere e informare
Salvatore Biondo “il corto” mettendolo in allerta. I due, assieme agli altri si
sarebbero dovuti occupare al più presto, oltre che dei sistemi radio, del resto
del materiale compromettente custodito nella casa di Contrada Malatacca. La
gran quantità di esplosivo nascosta sarebbe dovuta essere sciolta nell’acqua e
riversata nella fogna, la carta oleata di confezionamento e i sistemi radio
bruciati e ciò che fosse rimasto preso a martellate e gettato nella spazzatura.
All’interno del garage di via Pietro Villasevaglios, Francesco Tagliavia aveva
passato la notte ad assemblare la bomba all’interno della Fiat 126
configurandola a strati, col Semtex in pani nella parte inferiore, il Brixia in
candelotti nastrati tra loro in quella superiore assieme al Tnt in un involucro
artigianale. L’esplosivo cecoslovacco era stato portato dal magazzino di Fondo
Schifano, nella via Ciprì al civico 19, trasferito lì dalla Contrada Malatacca
dove proveniente da un acquisto al mercato nero del 1986 era stato sotterrato
in fusti di plastica. Confezionato in pani chiusi in sacchi di juta legati con
spago in cotone era stato preso in consegna da Spatuzza che si era occupato di
disimballarlo e controllarlo, stessa cosa fatta per il Brixia B5. Il Tritolo
“giunto dal mare”, che fa parte dello stesso recupero destinato a comporre la
gigantesca carica destinata a Giovanni Falcone, arrivava invece da un vecchio
casolare di proprietà della zia di Spatuzza, proprio accanto alla proprietà
della madre e solitamente usato come deposito. Una volta estratto dagli
involucri delle bombe e recuperato al porto dopo essere arrivato in banchina
all’interno di fusti cilindrici delle dimensioni di un metro per 50 centimetri
di diametro legati con delle funi alle paratie del peschereccio di Cosimo
d’Amato, era stato trasportato, nascosto sotto delle reti da pesca nel cassone
dell’Ape Piaggio di Cosimo Lo Nigro da Spatuzza, in un capannone al civico
1419/D di Corso dei Mille, a Palermo, luogo sotto l’influenza della famiglia di
Roccella capeggiata da Antonino Mangano, una delle quattro famiglie componenti
il mandamento di Brancaccio. Lì era rimasto in stallo mezza giornata prima di
essere trasferito da Cristofaro Cannella a bordo della sua Wolkswagen Golf nera
scortato da Spatuzza in un altro deposito, questa volta nella zona industriale
di Brancaccio e di proprietà della VaL. TRANS., ditta di trasporti dove
Spatuzza è attualmente impiegato, per essere svuotati del contenuto pronto ad
essere deconfezionato. Chiuso in federe di cuscini e poi in sacchi neri della
spazzatura, provvisoriamente nascosti in un angolo del piazzale occultato sotto
del materiale inerte scarto della lavorazione delle cave, e coperto da teloni,
era stato successivamente prelevato e riportato nel rudere della zia di
Spatuzza per essere lavorato e stoccato. Mentre la parte più grande era stata
lavorata per l’attentato del 23 maggio, la rimanenza, fatta asciugare, deconfezionata
e tenuta sfusa dentro sacchi di juta chiusi con dei lacci in cotone, era
rimasta lì in attesa del successivo incarico. Il contenuto, a scaglie e di
colore giallo chiaro, solidificato per l’azione di acqua e umidità e di varia
pezzatura, da pochi centimetri ad alcune decine, era stato portato a Spatuzza
che aveva pensato alla sua preparazione finale: una ulteriore macinazione e il definitivo
riconfezionamento. Svuotato su di un tavolo poco alla volta, sbriciolato
artigianalmente e setacciato con uno scolapasta, operazione ripetuta più volte
e che aveva richiesto due giorni, Spatuzza aveva schiacciato pietra dopo pietra
con un pestello in ferro in un recipiente in alluminio, lavoro lungo e delicato
che aveva ridotto il Tritolo ad una polvere sottile pronta per essere ricompattata.
Con la materia prima raffinata conservata in un fusto di metallo aveva poi
proceduto al riconfezionamento in un sacco grande nero della spazzatura,
pressando il contenuto e avvolgendolo più volte con del nastro largo marrone
per imballaggi. A completamento, era stata fissata distante dalla carica la
centralina ricevente della Telcoma, posizionata sul pavimento della vettura,
esattamente tra il sedile anteriore e posteriore, col primo filo
dell’alimentazione serrato ai morsetti della batteria posta accanto, il secondo
collegato al circuito dei detonatori annegati nei candelotti di Brixia, il
terzo dell’antenna fatto passare esternamente alla vettura, nastrato alla
carrozzeria lungo una delle guarnizioni nere in gomma da risultare pressoché
invisibile ad un occhio distratto o troppo impegnato ad osservare più cose
contemporaneamente. L’autobomba, completa e terribile, dopo che Raffaele Ganci
aveva avvisato col benestare dei vertici del gruppo di fuoco Salvatore Cancemi
che il Giudice il giorno dopo sarebbe dovuto morire, era finalmente pronta per
essere trasportata sul Punto Zero, un evento per cui avevano lavorato
incessantemente per intere settimane, ascoltando, seguendo, spiando. Il Giudice
Borsellino è solito effettuare spostamenti costanti, che consistono nel recarsi
al suo ufficio al Palazzo di Giustizia ogni mattina alle ore 8.00, rimanervi
fino alle 14.00 per poi tornare nel pomeriggio tra le 15.30 e le 16.00
trattenendosi fino alle ore 20.00, orario in cui rientra a casa. La sera esce
raramente, mentre va con una certa regolarità sia a fare visita alla madre sia
la domenica a messa nella chiesa sita di fronte alla sua abitazione. Ha anche
l’abitudine, o almeno l’aveva fino all’anno scorso, di trasferirsi per tutto il
periodo estivo con la propria famiglia nella casa a Villagrazia di Carini, una
frazione di Carini, a 27 chilometri da Palermo, poichè non reputando il
posto sicuro aveva deciso di rimanere nel domicilio di tutti i giorni in via
Cilea dove è presente un posto fisso di sicurezza affidato alla Polizia di
Stato con una macchina e tre agenti che hanno la visuale sia sull’ingresso
dello stabile di domicilio, sia sulla parte retrostante la chiesta dove si reca
a messa, il cui ingresso non è ubicato sulla via Cilea ma sulla strada
parallela a questa. Al servizio di protezione assicurato dai tre uomini addetti
stabilmente alla sua scorta, fino a poco tempo fa era affiancata anche una
seconda volante che la seguiva negli spostamenti, auto però non sempre
disponibile a cui si è risolto relativamente da poco con l’assicurazione di una
ulteriore scorta fissa aggiuntiva con altri tre uomini, con la sigla 11/bis, al
posto della pattuglia della polizia ma i cui addetti cambiano continuamente.
Inoltre, il magistrato ha anche a disposizione un autista tratto dal personale
giudiziario ma in servizio unicamente nella mattina dei giorni feriali, cosicché
negli spostamenti pomeridiani e in quelli dei giorni festivi Borsellino è
costretto a guidare personalmente la propria auto blindata. La scorta,
anch’essa su vetture blindate, negli spostamenti si posiziona in chiusura e in
apertura del convoglio con la prima in funzione di “staffetta”. Come nel caso
di Giovanni Falcone, che lavorando negli uffici di Roma era diventato
abitudinario e tutti i fine settimana, rientrando in Sicilia nel suo domicilio
a Palermo, faceva sempre lo stesso percorso, anche per Paolo Borsellino la sua
abitudine coi mesi è diventata la sua debolezza, debolezza che anche stavolta
qualcuno ha notato. Le attenzioni e le cure nei riguardi dell’anziana madre, la
signora Maria Lepanto, alla quale è solito fare visita piuttosto spesso, si
stanno per trasformare nella sua condanna. Abitando presso la figlia Adele, per
stare anche con la seconda figlia, Rita, la signora Lepanto si trasferisce da
lei nei fine settimana, in via Mariano D’Amelio, trattenendosi dal venerdì e a
volte il sabato fino al martedì successivo. Borsellino va a farle visita tutte
le domeniche mattina dopo la messa, non disdegnando di andarci talvolta anche
durante la settimana, specialmente quando lei non si sente bene o necessita di
qualcosa. É andato a trovarla sei volte nel mese di gennaio, di cui tre di
domenica; quattro volte nel mese di febbraio; sei volte nel mese di marzo di
cui quattro di domenica; cinque volte nel mese di aprile di cui quattro di
domenica; cinque volte in maggio di cui due di domenica; tre volte nel mese di
giugno coprendo tutte le domeniche; una volta a luglio. Gli uomini di Cosa
Nostra, che avevano osservato con cura questi spostamenti, avevano notato che a
partire dalla visita fatta nel giorno di domenica 31 maggio tutte le altre
erano avvenute dalla sorella Rita in via D’Amelio, con le visite
infrasettimanali in giorni sempre diversi e in orario pomeridiano, mentre
quelle domenicali, ad eccezione di quella avvenuta il primo di marzo, erano
state di mattina tra le ore 9.00 e le 10.00. Gli appostamenti in via D’Amelio
erano cominciati dalla prima settimana di luglio, Giuseppe Graviano e Fabio
Tranchina, il suo uomo di fiducia, si erano occupati dei sopralluoghi e dei
pedinamenti, osservando e a volte seguendo il convoglio dal punto di partenza a
quello di arrivo analizzandone i percorsi, i punti critici e il modus operandi
degli uomini della scorta. Pertanto, erano state tante le valutazioni che gli
uomini di Cosa Nostra avevano compiuto per la progettazione dell’azione
stragista, in rapporto alle abitudini del magistrato e all’individuazione del
luogo più adatto per colpirlo e nonostante gli spostamenti fossero abituali e
negli stessi orari, l’attuazione dell’attentato lungo il percorso era stata
ostacolata dal fatto che l’itinerario seguito per lo spostamento venisse
continuamente variato: dunque, l’incertezza sul percorso che il magistrato
avrebbe compiuto avrebbe comportato l’utilizzo di un numero di uomini maggiore
di quello altrimenti necessario, incrementato il rischio di un fallimento
dell’impresa, senza considerare che l’esecuzione nei punti di partenza e di
arrivo del percorso sarebbe stata ulteriormente ostacolata dall’esistenza di
“zone rimozione” e dalla presenza continuativa degli agenti di scorta,
specialmente sul percorso per la chiesa il cui il tragitto è sempre uguale.
Inoltre, non potendosi considerare abituale la frequentazione dell’abitazione
di Villagrazia di Carini, l’esecuzione di un attentato in quel luogo o lungo il
percorso che il magistrato avrebbe seguito per recarvisi non era parso
assolutamente attuabile. La frequentazione di quella della sorella in via
D’Amelio, invece, si era prestata allo scopo: abitudini e spostamenti
facilmente osservabili anche a corta distanza, e cosa fondamentale, nessuna
“zona rimozione”, nonostante fosse stata redatta più di una relazione con le
quali era stata chiesta alle autorità competenti, invano, per questioni di
sicurezza davanti all’abitazione di Rita Borsellino. La via D’Amelio era
perfetta, poiché anche se per un errore umano o tecnico di qualsiasi genere, il
congegno di innesco si fosse attivato o troppo presto, o troppo tardi, la
morfologia del tessuto urbano sicuramente aiutato allo scopo. L'esplosione
all'interno di una via chiusa o stretta genera uno scenario di devastazione
assoluta, amplificato enormemente dalle leggi della fisica e della
fluidodinamica. Gli esplosivi che avevano assemblato la bomba sono del tipo “a
frantumazione" con capacità di rottura elevatissima e velocità di
detonazione spaventosa. 90 chilogrammi di materiale esplodente in campo aperto
sono già una quantità militare devastante; dentro una via chiusa, la geometria
dello spazio trasforma la strada in una trappola termobarica d'impatto dove la
pressione distruttiva si conserva e si moltiplica su distanze molto più lunghe.
Cosa Nostra si era preoccupata anche di mettere sotto controllo il telefono dell’appartamento
di Rita Borsellino inviando due dei suoi uomini, Pietro Scotto e Alfonso
Brusca, poichè mettessero le mani nella cassetta di derivazione posta nel
pianerottolo. I due, che lavorano per la Elte, una ditta che si occupa per
conto della SIP delle installazioni dell’impianto fra l’apparecchio
dell’abbonato e l’armadio di derivazione, avevano creato una rudimentale
intercettazione eseguita mediante la predisposizione di circuiti di
“parallelamento” e di “deviazione” necessari per l’installazione di un
“terminale remoto” di ascolto clandestino, manomissione eseguita sia al
pianerottolo che nell’armadio di derivazione posto al piano terreno. Venerdì
17, dopo essere rientrato da Roma nel pomeriggio, Borsellino si era sentito
telefonicamente con la madre che non stava bene. Avrebbe dovuto accompagnare da
lei, sabato, un suo amico medico cardiologo, il dottor Pietro Di Pasquale, che
l’avrebbe visitata immediatamente ma che a causa di un guasto improvviso
all’auto si dovette rimandare alla domenica pomeriggio, ad oggi, con
appuntamento direttamente nel suo studio. I mafiosi delle Famiglie della Noce,
San Lorenzo e Porta Nuova, in movimento dalle ore 07:00 di stamattina sono in
osservazione intorno a via Mariano D’Amelio e a via Cilea. E proprio uno di
questi, Domenico Ganci, appena visto il Giudice uscire dalla sua abitazione con
la figlia Lucia per raggiungere a Villagrazia la moglie Agnese Leto e il figlio
Manfredi, aveva avvertito telefonicamente Fifetto Cannella che il bersaglio si
era messo in movimento. Con un susseguirsi di telefonate tra Ganci e Ferrante
gli uomini si erano spostati, posizionati e avevano atteso, un’attesa snervante
durata tutto il giorno che aveva messo a dura prova i nervi di ognuno. Con
stretta necessità che fosse istituita una efficace e rapida comunicazione
affidata, ai mezzi più idonei e affidabili, i telefoni cellulari, i
partecipanti alle operazioni erano stati divisi in due gruppi: il primo, che
avrebbe curare il pattugliamento nella zona di via D’Amelio con la funzione di
osservare gli spostamenti della vittima, li avrebbe segnalati al secondo, che
in attesa del suo arrivo nella via pronto ad entrare in azione quando il
magistrato fosse stato in procinto di raggiungerla, avrebbe avuto la funzione
di attivare l’esplosione nel momento ritenuto utile a colpirlo assieme alla sua
scorta. Ciò, che avrebbe comportato la necessità di avere una buona visuale
della zona antistante l’ingresso dello stabile sito al civico 19, per le
necessità operative conseguenti alla sua funzione il secondo gruppo era stato
studiato per essere composto da due persone: l’addetto alle comunicazioni, che
avrebbe risposto alle chiamate, e colui che avrebbe avuto il compito di attivare
l’esplosione azionando il radiocomando. Sono le ore 16:42: il primo gruppo,
Biondino in auto con Biondo “il corto”, Ganci in auto con Cancemi, Ferrante da
solo e a piedi, si muovono da ore, incessantemente, a volte incrociandosi e mai
fermandosi a parlare, limitandosi a scambiare sguardi d’intesa, attendendo; Il
secondo gruppo, Giuseppe Graviano e Fabio Tranchina, sono dietro un muretto di
copertura di un edificio in costruzione, in fondo alla via, anche loro
aspettano, il primo ha in mano il radiocomando, lo guarda mentre in lontananza
si vedono i lampeggianti blu, è il convoglio delle blindate che sta arrivando.
La scorta, che aveva preso servizio alle ore 12.45 con l’ordine di portarsi
presso l’abitazione estiva di Borsellino dove il Giudice aveva pranzato con la
moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, era arrivata con Antonio Vullo
insieme a Claudio Traina e Vincenzo Li Muli, raggiunti alle ore 16:00 dagli
altri, Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano e Emanuela Loi. Dopo la chiamata
di Borsellino ai due capipattuglia, Traina e il Catalano, con la quale aveva
comunicato che avrebbe dovuto recarsi in via D’Amelio e dove aveva dato loro le
indicazioni occorrenti per raggiungerla, il corteo di autovetture era partito
per la destinazione. Questo, costituito da tre Fiat Croma 2.0 Turbo, le
ammiraglie della casa, corazzate e del peso di due tonnellate ciascuna, la
prima, di “staffetta”, di colore celeste guidata dal Vullo e con a bordo Li
Muli e Traina, la centrale color carta da zucchero condotta da Borsellino che
si trova da solo, e la terza, di coda, di colore azzurro con Catalano, la Loi e
Cosina, avevano dato comunicazione via radio alla sala operativa sulla
destinazione finale subito dopo la partenza, come da protocollo. Una volta
percorsa l’autostrada dallo svincolo di Carini, viaggiando a velocità piuttosto
sostenuta fino alla circonvallazione dove erano uscite prendendo lo svincolo di
via Belgio, imboccano via dei Nebrodi in direzione del centro cittadino
entrando nella zona d’osservazione di Ferrante che da solo sta pattugliando
l’area delimitata dalla via Principe di Paternò fino all’incrocio con via
Sciuti e viale delle Alpi, spostandosi alcune volte a piedi e altre in auto.
Avvistate le tre blindate, che non hanno le sirene accese ma solo i
lampeggianti, l’uomo d’onore della Famiglia di San Lorenzo compone il numero di
telefono di Cannella datogli da Biondino, prima dal cellulare, poi da un
telefono pubblico posto sull’altro lato della strada non essendo sicuro che la
prima chiamata fosse andata a buon fine. Il convoglio del Giudice, proseguendo
fino a via delle Alpi e svoltando in viale Lazio, dopo aver percorso via
Massimo D’Azeglio fino alla via Autonomia Siciliana arriva in Via D’Amelio,
strapiena di auto. Nella via c’è un silenzio tombale, il rombo dei motori a
giri altissimi rimbomba lungo i palazzi facendo rientrare in casa chi è
affacciato sul terrazzo. Prima che Vullo e Traina abbiano il tempo di prendere
qualsiasi decisione, Borsellino li sorpassa e posteggia la propria autovettura
al centro della carreggiata, davanti al cancelletto posto sul marciapiede dello
stabile. Vullo fa scendere dall’auto Traina e Li Muli col preciso compito di
bonifica al portone dello stabile prima di spostarsi in corrispondenza della
fine della via al fine di impedire l’accesso ad altre persone. Borsellino,
seguito da Catalano e dalla Loi, va a premere il campanello del cancelletto e
fermandosi un istante si accende una sigaretta tallonato da Catalano e dalla
Loi che non gli si staccano da dosso nemmeno un secondo. Traina, già davanti al
portone, raggiunto dal magistrato torna indietro incrociando Li Muli sulla
strada. Vullo, fermo all’inizio della via esce dalla vettura pistola alla mano guardandosi
attorno per avere la certezza che tutto sia normale. La sua visuale, un po’
coperta dal fogliame, non gli permette di vedere né il magistrato né i colleghi
della scorta sul portone, vede però Cosina vicino alla propria vettura
accendersi una sigaretta. Mentre al civico 19 Borsellino e i due agenti che lo
seguono entrano all’interno del piccolo cortile in direzione del portone, Vullo
decide di avvicinare l’auto alle altre girandola in moto da metterla in
posizione per ripartire, col davanti verso la fine della strada. Sono le ore
16:55, da dietro il muretto sulla copertura dell’edificio in costruzione qualcuno
sorride, conscio che le settimane di appostamenti e la pianificazione accurata
abbiano messo il Giudice in una posizione di inferiorità. 57 giorni dopo la
strage del 23 maggio nella quale Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio
Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani sono stati fatti saltare in aria, il
Magistrato che porta con sé l’eredità morale di Falcone e, con il suo eroico
impegno, rappresenta un pesantissimo ostacolo alla realizzazione dei disegni
criminali non soltanto dell’associazione mafiosa, ma anche di molteplici
settori del mondo sociale, dell’economia e della politica compromessi con Cosa
Nostra, con una sentenza che sta per essere eseguita, proprio come 57 giorni
fa, su un territorio per cui non ci saranno dubbi che a colpirlo sia la stessa
mano che ha portato via il collega e amico fraterno, entra nel cono visivo del
commando che da dietro quel lontano muretto ha gli occhi puntati sul convoglio
fermo in mezzo alla strada con gli sportelli aperti. Il radiocomando è accesso,
il dito è sul pulsante. Mentre la staffetta si sta posizionando al centro della
carreggiata davanti alle altre due, immobili così come arrivate, da dietro quel
muro il primo pulsante viene premuto attivando l’impulso radio. Con Borsellino
che dopo aver sfiorato l’auto della morte si guarda attorno alzando il braccio
per tendere il dito verso il campanello, Giuseppe Graviano non esita premendo
anche il secondo bottone. La lampadina si accende, l’impulso radio attraversa
il parcheggio arrivando alla ricevente dentro quella macchina piccola e anonima
col muso sul marciapiede. La batteria, chiuso il circuito, rilascia la scarica
di corrente che percorrendo i fili per tutta la lunghezza entra nei detonatori arroventando
il ponticello interno e infiammando la miscela incendiaria. In un decimo di
secondo l’Azoturo di Piombo di ogni detonatore arma la Pentrite che innesca il
Brixia B5 e quindi il Semtex-H e il Tnt. Sono le ore 16:58, con una velocità di
8 chilometri al secondo la gigantesca carica detona. Un boato sordo e della
durata di un battito di ciglia squarcia l’aria. In una frazione di
millisecondo, l'autobomba scompare. I chilogrammi di esplosivo si trasformano
in un gas caldissimo che si espande a una velocità ipersonica e con una
pressione iniziale che supera i 300 mila Bar. Questo gas si espande a velocità
supersonica, comprimendo l'aria circostante e creando un'onda d'urto
potentissima, una massa d'aria compressa che viaggia nello spazio libero. La
Fiat 126 color sangue di bue viene letteralmente atomizzata, frammentata
istantaneamente in migliaia di schegge metalliche che viaggiano a velocità
superiori a quelle di un proiettile di fucile. Pezzi del blocco motore,
dell'albero di trasmissione, dei cerchioni e della carrozzeria diventano oggetti
letali. Questi frammenti metallici ad alta densità perforano come fossero fogli
di carta le lamiere delle auto in sosta che non vengono solo schiacciate
dall'aria, ma vengono letteralmente crivellate da detriti incandescenti che
penetrano i motori, gli abitacoli e i serbatoi. Le lamiere delle auto, le portiere,
il cofano, il tetto, sottili e progettate per resistere a carichi aerodinamici
e non a picchi di pressione dinamica, colpite dalla pressione dell’onda d’urto
che supera istantaneamente la loro resistenza strutturale, si flettono verso
l'interno all'istante accartocciandosi come lattine di alluminio sotto un piede
mentre i cristalli, che non offrono alcuna resistenza, si polverizzano in
milioni di frammenti permettendo all'onda d'urto di penetrare all'interno
dell'abitacolo. La pressione interna cresce così rapidamente da deformare
l'auto anche dall'interno verso l'esterno nella frazione di secondo successiva.
La spinta del muro d’aria è tale da sollevare le auto dalle sospensioni, alcune
scaraventandole a metri di distanza, altre ribaltandole sul fianco e sul tetto.
A pochi metri dal punto zero l’onda d’urto si allarga impattando perpendicolarmente
contro la superficie rigida e verticale della facciata del palazzo di fronte. Qui
si ferma bruscamente e rimbalza generando la pressione riflessa, un effetto
dinamico che amplifica la forza d'urto istantanea fino a 8 volte rispetto alla quella
originale. La facciata dello stabile davanti alla Fiat 126 subisce un vero e
proprio pugno d'aria moltiplicato. I palazzi residenziali italiani costruiti in
questo periodo hanno generalmente una struttura a telaio in calcestruzzo armato,
con travi e pilastri, riempita da pareti di mattoni forati o blocchi laterizi,
le tamponature. Le finestre, le vetrate e i portoni, che non hanno nessuna
resistenza, vengono polverizzati all'istante trasformandosi in una nuvola di
schegge taglienti lanciate a centinaia di metri al secondo. I mattoni e le
malte delle tamponature hanno invece un'ottima resistenza alla compressione, i
carichi verticali, ma una resistenza quasi nulla alla trazione e alla flessione,
le spinte laterali. Sotto l'urto della pressione riflessa i pannelli murari tra
un pilastro e l'altro si flettono, si fratturano e vengono letteralmente spinti
in blocco verso l'interno degli appartamenti, comportandosi come enormi
proiettili di macerie. Mentre le pareti di mattoni saltano, la struttura in
cemento armato reagisce in modo diverso. I pilastri, essendo stretti e spessi,
offrono una superficie d'impatto minore all'onda d'urto con l'onda d’urto che
in parte ci gira intorno. Tuttavia, data la distanza ravvicinata
dell'autobomba, il pilastro subisce lo spalling, ovvero il distacco violento
dello strato di cemento esterno a causa delle onde di tensione interne. Solo per
puro caso l’armatura non viene piegata evitando il cedimento del pilastro e il
crollo dei piani superiori. Una volta sventrata la facciata, l'onda d'urto
penetra all'interno delle stanze. L'aria ad altissima pressione si espande e
preme violentemente contro i soffitti dal basso verso l'alto. I solai sono
progettati per sopportare i pesi dall'alto verso il basso ma una spinta
contraria così brutale dal basso avrebbe potuto far sollevare il pavimento del
piano superiore, spaccando la struttura. Questa esplosione però non è solo una
spinta verso l'esterno, subito dopo il picco di massima pressione positiva durata
pochi millisecondi, la massa di gas si raffredda e si contrae creando una forte
depressione artificiale: la fase negativa. In questa fase, la pressione scende
sotto il livello atmosferico creando un parziale vuoto d'aria. L'aria esterna,
che si precipita a colmare questo vuoto, genera un violento flusso d'aria in
direzione opposta verso l'epicentro dell'esplosione risucchiando fuori dal
palazzo, dopo essere state spinte dentro, macerie e oggetti sopra i resti
dell'autobomba. All’esterno intanto, le pareti dei palazzi hanno agito come la
canna di un cannone. Mentre in uno spazio aperto l'onda d'urto si sarebbe
dispersa in modo sferico perdendo potenza rapidamente con la distanza, nella
via D’Amelio, dove non ha potuto disperdersi lateralmente, è stata incanalata e
costretta a muoversi in un'unica direzione principale. Questa, velocissima,
devastante, ha attraversato come un lampo la via impattando sulle facciate degli
altri palazzi, rimbalzando ancora, e ancora. Le onde riflesse si scontrano tra
loro, sommandosi e amplificando la pressione distruttiva. La strada trema, la furia
demolitrice della carica combinata maciulla i corpi del Giudice e degli agenti
con le parti del corpo che volano per aria schiantandosi sull’asfalto e sulle
facciate. I palazzi vibrano, si muovono, gli intonaci vengono giù dal decimo
piano, le finestre scoppiano e le saracinesche si gonfiano davanti ad una palla
di fuoco che anticipa la fase di depressione che dopo la prima fase richiama i
detriti verso il centro dell'esplosione causando il collasso finale delle
strutture già indebolite. Il sole viene oscurato da un fungo nero e denso,
intere famiglie si riversano per strada coi piedi nudi che si aprono al
passaggio su di un tappeto di vetri. L’asfalto è disseminato di ferro, pietre,
sangue e vetro, e nell’aria il rumore degli allarmi incessanti delle automobili
nelle vie parallele copre le urla di chi è in strada e cerca di allontanarsi da
un paesaggio lunare incandescente disseminato di parti umane. Una mano
carbonizzata, “saltando” i dodici piani del palazzo, è atterrata dietro un
edificio di via D'Amelio; un braccio è appeso ad una finestra al primo piano e
dei brandelli di carne sono spalmati su altri quattro. Il corpo dilaniato del
magistrato è lì, vicino al portone dove era fermo a suonare il citofono,
all'interno del giardinetto antistante. È irriconoscibile, gonfio per
l’esplosione e quasi viola per la combustione. Ha uno spianamento del torace
con fratture costali multiple e la deformazione del profilo dell’addome con
squarci profondi dovuti anche alla penetrazione di numerosi frammenti metallici
di varie dimensioni. Gli mancano il braccio destro ed entrambi gli arti
inferiori, è ustionato su buona parte dell’addome nonché sul viso dove profonde
ferite all’arcata sopraciliare destra, il distacco del padiglione auricolare
destro, l’esposizione del cranio e la frattura delle ossa nasali ne hanno
cancellato la fisionomia. Accanto c’è il corpo martoriato di Emanuela Loi, la
prima donna a far parte di una scorta e appena rientrata dalle vacanze nella
sua Sardegna. Sul muro del palazzo c’è l’impronta lasciata dal suo corpo, prima
di scivolare giù a terra. Non resta che una figura nera, carbonizzata, priva
dell’avambraccio destro e degli arti inferiori all’altezza del femore, con la
calotta cranica schiacciata, lo sfacelo delle parti molli, fratture costali
multiple e lo squasso di tutti i visceri toracici con l’eviscerazione completa
della massa intestinale. Agostino Catalano, il caposcorta, non è ridotto
meglio. É praticamente seduto, appoggiato a un palo della luce. L’unica cosa
che ha resistito al fuoco è una collanina d’oro che l’uomo portava al collo. Il
corpo semi carbonizzato, con ampie e profonde ferite dovute alla perforazione
di schegge metalliche che lo segnano da parte a parte, è depezzato con la
mancanza degli arti inferiori e del braccio sinistro. Il cranio, squarciato e
schiacciato con la fuoriuscita di materia cerebrale, si trova vicino a Vincenzo
Li Muli, anche lui carbonizzato, mancante dell’avambraccio e della mano
sinistra, dell’arto inferiore sinistro e della gamba destra, lo sfacelo della
regione pelvica e un ambio squarcio nel cranio con l’esposizione dei piani
ossei sottostanti completamente distrutti. Claudio Traina è a qualche metro,
sulla sinistra, è tra quelli ridotti peggio. Completamente carbonizzato è privo
dell’arto superiore sinistro. Lo sfacelo completo di parte del cranio e dell’arto
superiore destro, l’ampio squarcio dell’addome e del distretto pelvico con
l’eviscerazione della matassa intestinale si sommano agli arti inferiori
distrutti, così come le costole e le clavicole e gli organi interni maciullati,
parti dei quali sono fuoriusciti e si trovano accanto al corpo di Walter
Cusina. Il cranio di questo è frantumato, deformato, con la frattura della
mandibola, delle ossa nasali e un ampio squarcio alla regione anteriore del
collo, da un angolo all’altro della mandibola da cui protrude un grosso
frammento metallico proveniente dalla carrozzeria di una Alfa Romeo Giulietta
penetrato fino alla cavità orale. Una profonda ferita nella regione sternale
continua per tutto il tronco, lo sfacelo delle parti molli, della coscia destra
e la deformazione della sinistra con aumento di volume ne rendono il corpo
praticamente irriconoscibile. Sorprendentemente, a pochi metri tra il fumo, il
sangue e le fiamme, una figura si muove, è Antonio Vullo, ancora vivo,
intontito, incredulo e dolorante. Aggirandosi spaesato e in stato confusionale
tra le auto si strofinandosi gli occhi impastati di lacrime e polvere cercando
di mettere a fuoco le immagini. Lo scenario che gli si apre davanti è
infernale, cerca di capire cosa è successo prima di svenire. Accenna qualche
passo, urta pezzi di lamiera incandescente, barcolla, calpesta qualcosa di
morbido: è un piede. Gli occhi si chiudono, le forze lo abbandono e si accascia
su quello che è effettivamente il Punto Zero. Per un raggio di 8 metri non c’è
più niente e ai piedi di una lunga colonna di fumo nero levatasi alta nel cielo
c’è solo sangue. Con una potenza incredibile la carica combinata di esplosivo ha
generato un muro d’aria che ha proiettato la porzione posteriore della Fiat 126
indietro di 15 metri, accartocciato ad una decina di metri la Fiat Panda e la
Seat Ibiza parcheggiate accanto, ne ha schiacciato alcune e rovesciate su un
fianco altre. In un’area confinata come è la via D’Amelio gli effetti
dell’esplosione nei riguardi degli edifici sono stati maggiori di quanto si
avrebbe avuto nel caso la carica fosse detonata contro un unico edificio, ma
all’aperto. L’onda di sovrappressione e di gas di esplosione hanno subito
notevoli riflessioni che hanno determinato l’impiego della maggior parte
dell’energia in attività di tipo demolitivo, con una palla di fuoco che ha
raggiunto una temperatura di 3.600 gradi centigradi espandendosi per un
diametro di 18 metri. Il vialetto, il muro perimetrale, la ringhiera,
l’ingresso, le scale, sono spariti. La violenza scatenata dalle decine di
chilogrammi della carica ha spazzato via tutto. I detriti sono sparsi per un
raggio di 160 metri con la maggior parte verso gli edifici ubicati sul lato
destro di via D'Amelio. Sul lato destro della via erano posizionate diciotto
autovetture parcheggiate a pettine contro il marciapiede, ventisei sul lato
sinistro anch’esse a pettine contro il marciapiede, sei al centro assieme alle
tre blindate, e infine, a ridosso del muro in fondo alla via, altre due. La 126
si è dissolta, con migliaia di piccoli frammenti sparpagliati per tutta la via.
Il motore, malconcio ma intatto, è a terra. Il bicilindrico raffreddato ad aria
di 594 centimetri cubi marcato Fiat e con numero di matricola del blocco
9406531 al quale è abbinato il numero di telaio ZFA126000878161P è lontano dal
cratere, lanciato via dalla violenza dell'esplosione tra un'Alfa Romeo
Giulietta e una Fiat Uno. L’esplosione ha provocato la demolizione completa
delle autovetture parcheggiatele accanto, alcune delle quali, a causa della
sollecitazione ricevuta, sono state proiettate a diversi metri, coi serbatoi
che, danneggiati dalle schegge, hanno liberato il carburante che si è
incendiato istantaneamente assieme ai vapori. L'incendio si è esteso rapidamente
agli pneumatici trasformando in pochi istanti le auto sopravvissute all'impatto
meccanico in torce termiche alimentando un incendio generalizzato che ha carbonizzato
completamente la struttura lasciando solo gli scheletri. Sull’edificio coi
civici 19 e 21 si ha un abbattimento, per un tratto di circa nove metri, del
muretto che delimita il giardino condominiale e la distruzione della relativa
inferriata, la distruzione completa del cancello d’ingresso e delle strutture di
sostegno e corredo, oltre la distruzione quasi totale dell’edificio adibito a
portineria retrostante il cancello d’ingresso e quella parziale delle scale di
accesso. Il muro dell’immobile al piano terreno, in corrispondenza del punto di
scoppio è pressochè sparito assieme all’appartamento, agli atrii e, con entità
decrescente dal basso verso l’alto, dei muri della facciata, con la demolizione
parziale delle strutture interne degli appartamenti. Gli edifici ubicati sul
lato destro di via D’Amelio invece hanno subito la devastazione degli infissi e
delle strutture interne dei locali ubicati al piano terreno, in particolare, in
quelli siti in corrispondenza del punto di scoppio. I soccorsi, che non tardano
ad arrivare, si muovono come ombre tra i fumi e l’odore di carne bruciata misto
a quello del carburante e dell’acido delle batterie degli scheletri delle auto
di scorta e delle altre vetture posteggiate nella strada. Cercando di non
urtare le carcasse delle 37 auto ancora in fiamme, guardano verso l’alto
soffermandosi sulle facciate crivellate come dopo un bombardamento aereo, e in
basso, dove scorgendo un braccio, poi una gamba, in uno scenario spettrale che
peggiora metro dopo metro. Dopo alcuni metri tra le macchine ecco il buco, una
fossa davanti al cancello del civico 21 dove era parcheggiata la 126 volata via
e che ora si trova per metà con le ruote aggrappate al muretto del giardino di
limoni. Il cratere, a cavallo tra il manto stradale e il marciapiede e con gli
strati superficiali del terreno che non presentano una disgregazione
significava, è il risultato di un’onda d'urto sprigionata da un’esplosione non
a contatto col suolo, che esplodendo ad un’altezza del piano stradale di 40
centimetri ha attraversato strati d'aria e involucri resistenti non operando
immediatamente con tutta la sua forza dirompente sul terreno. Presenta una
forma di calotta sferica, leggermente ellittica, con diametri di 230 centimetri
in direzione dell’asse stradale, 215 centimetri perpendicolarmente a questo,
una profondità di 34 centimetri e un volume equivalente a 70 centimetri cubi.
Osservano il cratere, si guardano intorno, non hanno dubbi, un’auto è saltata
in aria portandosi via le vite di sei persone. L’intransigente difesa della
Legge, lo straordinario coraggio, l’eccezionale capacità investigativa in cui
in questo momento storico si stanno concentrando le speranze di un Paese
duramente colpito dall’aggressione mafiosa, sono appena stati annientati da
quello che ha assunto caratteri di un attacco terroristico finalizzato a
piegare alla volontà dell’organizzazione mafiosa un Paese che, invece, in uno
dei momenti più drammatici della sua storia, sta riuscendo a ricostruire una
propria forte identità attorno alle idee e all’esempio personale e
professionale di questi Magistrati che hanno scelto di compiere il proprio
dovere fino in fondo, pienamente coscienti dei gravissimi rischi che ciò
avrebbe comportato per la propria vita. E questo attacco terroristico, a poco a
poco, mentre il quartiere esce dalla coltre di fumo, si svela ai soccorritori
in tutta la sua chiarezza. A poco a poco iniziano ad uscire in strada anche gli
abitanti del palazzo di via D’Amelio. In lacrime, sconvolti. Tra di loro che
abbandonano le case sventrate, in barella c’è l’anziana madre di Paolo
Borsellino. Mentre ancora qualcuno fugge via in una corsa affannosa tra polvere
e vetri, qualcun’altro urla ancora a terra vicino alle auto, c’è gente che si
sta dirigendo verso di loro, verso la nuvola nera, forse per dare una mano o
forse solo per curiosità, una curiosità che si trasforma subito in turbamento
con centinaia di persone che si trovano faccia a faccia con la morte. Tra loro
c’è anche Manfredi, il figlio più grande del Giudice, arrivato di corsa
accompagnato da un amico dopo aver sentito la notizia al telegiornale. Mentre
vaga per le auto con gli occhi pieni di rabbia prima di essere bloccato e preso
sottobraccio dal Giudice Giuseppe Ayala per allontanarlo da lì, da un’altra
parte qualcuno sta festeggiando, ancora, per un’operazione ben riuscita che
lascerà il Paese in uno stato di totale sgomento, ancora una volta.
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