TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: mina sotterranea
DATA: 20 dicembre 1973
STATO: Spagna
LUOGO: Madrid
MORTI: 3
FERITI: 9
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
Madrid, è il 20 dicembre 1973, è mattino e una Dodge 3700 GT nera del
1971, modello di lusso, blindato, prodotto dalla consociata Barreiros per il
mercato iberico e del peso di 1.738 chilogrammi sta svoltando l’angolo per immettersi
nella via Claudio Coello. Era partita dalla via Hermanos Bécquer alle ore 08:55,
aveva girato a destra, via Lopez de Hoyos, via Serrano, dove c’è la chiesa di
San Francesco de Borja e successivamente a sinistra, via Serrano, ancora a
sinistra, via Juan Bravo e via Coello. A bordo ci sono tre persone: José Luis
Pérez Mojena, l’autista, del parco auto del Ministero, Juan Bueno Fernández, Ispettore
di polizia, entrambi seduti nei sedili anteriori, e Luis Carrero Blanco, seduto
in quello posteriore. Immediatamente dietro, a bordo di una seconda auto
blindata, un secondo autista accompagnato dagli Ispettori Rafael Galiana del
Rio e Miguel Alonso de la Fuente, segue la prima a pochi metri di distanza. Nominato
il 9 giugno Primo Ministro spagnolo da Francisco Franco, l’81enne Luis Carrero
Blanco aveva preso la carica detenuta sino a quel momento dallo
stesso Franco che aveva conservato invece quelle di Capo dello Stato e
Generalissimo degli Eserciti. I due si erano conosciuti anni addietro, nel
1934, dove Franco, allora Colonnello, aveva aiutato il “Caudillo” a combattere
la repressione della Rivoluzione delle Asturie, una insurrezione che aveva
visto le forze della sinistra anarchica, socialista e comunista, alleate per
l'abolizione della Costituzione Repubblicana e l'instaurazione di un regime socialista. Dopo
aver scalato i gradini della gerarchia militare fino al grado di Ammiraglio,
Blanco aveva avuto incarichi politici sempre più importanti iniziando così una
stretta collaborazione col dittatore fino ad essere designato, da
“fedelissimo”, a diretto successore del regime franchista dopo la nomina del
1977 alla Vicepresidenza del Gobierno in sostituzione di Agustin Munoz
Grandes. Considerato l’eminenza grigia del Regime, Blanco è anche, e
soprattutto, un elemento chiave nella direzione dei servizi segreti impegnati
nelle attività controrivoluzionarie. Continuità di un regime repressivo di ogni
opposizione e libertà civile, incarna meglio di chiunque altro la figura del
"franchismo puro" che, senza legarsi ad alcuna corrente, persegue la
presa del potere in Spagna da parte dell'Opus Dei. Da Vicepresidente aveva
creato un suo stato nello Stato, una rete di informatori dentro i ministeri. È attualmente
un elemento centrale del sistema e pedina fondamentale dell'oligarchia, un
personaggio insostituibile per le sue capacità di manovra e ai fini degli
equilibri di potere. La lettura di quegli anni, propagandata dal regime,
parlava infatti di una crescente tolleranza nei confronti dei conflitti
sociali, in un'ottica che aveva come obiettivo quello di smarcare il Governo
spagnolo dal ricordo, ancora troppo vivo, degli orrori che i regimi
nazionalsocialisti avevano perpetrato nella seconda Guerra Mondiale. Al
contrario però, mai come in quegli anni, Franco aveva deciso di attuare una
feroce repressione contro tutti i suoi oppositori politici, concentrandosi con
particolare accanimento nei confronti della popolazione basca in Euskal Herria.
Dal 1961 fino alla dipartita del Caudillo, il Paese Basco era stato sottoposto
ben 9 volte allo stato di emergenza vivendo in condizioni di completa
sospensione di ogni diritto civile fondamentale, con un potere di vita e di
morte affidato alle Forze di Sicurezza dello Stato. In questa fredda mattina il
Primo Ministro sta rientrando dalla quotidiana funzione religiosa celebrata nella
Chiesa di San Francisco de Borja di via Serrano, poco distante dalla sua
abitazione di via Hermanos Becquer. Percorrendo con la sua vettura blindata la
via dell’esclusivo quartiere residenziale di Salamanca in tutta la sua
lunghezza, “l'almirante” è solito seguire sempre lo stesso tragitto fino alla
chiesa di fronte all'Ambasciata Americana, per poi tornare indietro percorrendo
la medesima tratta. Nella stessa via, al civico 104, per cinque mesi, il 24enne
José Miguel Beñaran Ordugña detto "Argala", il 22enne Javier María
Larreategui detto "Atxulo", il 25enne Juan Maria Zugarramurdi Huici
detto “Kiskur”, Pedro Ignacio Pérez Beotegui detto “Wilson”, Ignacio Mùgica
Arregui detto “Ezkerra”, il 30enne Domingo Iturbe Abasolo detto “Txomin”, Juan
Bautista Eizaguirre detto "Zigor", José Ignacio Abaitua detto
"Marquin”, José Antonio Urruticoechea detto "Josu Ternera" e la
45enne Eva Forest detta “Julen Agirre”, catalana, l’unica non basca di una
squadra di separatisti dell’organizzazione indipendentista ETA, la Euskadi Ta
Askatasuna, Paese Basco e Libertà, aveva messo in atto quella definita in codice
come ”Operación Ogro”, l’Operazione Orco. L’organizzazione
armata terrorista basco-nazionalista separatista d’ispirazione
marxista-leninista era nata nel 1958 come associazione studentesca clandestina
dalla scissione degli Ekin dal Partito nazionalista basco e a sostegno dell’indipendentismo
basco si era accostata alla lotta armata verso la metà degli anni 60. Per
questa operazione, nata come sequestro al fine di chiedere in cambio la
liberazione di 150 detenuti politici membri dell’ETA e successivamente modificata
in assassinio a causa dell’incremento della sicurezza personale del leader
diretta conseguenza del nuovo incarico, la squadra aveva preso in affitto il 12
di novembre, spacciandosi per artisti, scultori per l’esattezza, un
seminterrato da adibire a laboratorio delle dimensioni di 6 metri per 3,5, profondo
1,7 metri sotto il piano stradale, con una camera grande, una piccola, un bagno
finestrato, un pianerottolo e una finestra che si affaccia sulla via Coello,
situata a destra entrando dalla porta. A fornire la preziosa informazione del
percorso dell’auto dell’Ammiraglio era stata Eva Forest, moglie del
drammaturgo, scrittore, saggista e soggettista cinematografico spagnolo Alfonso
Sastre, e come lei dissidente del Partito Comunista di Spagna. Aveva dato
l’informazione ad Argala, conosciuto a Madrid durante uno dei suoi tanti viaggi
nella Capitale. L'unità di fuoco “Txikia”, in omaggio al loro leader Eustakio
Mendizabal ucciso dalla polizia il 19 aprile 1973 a Bilbao, attingendo
dell'esperienza di Argala che nel 1970 aveva scavato una galleria vicino al
carcere di Burgos nel tentativo di liberare i prigionieri dell'ETA, aveva
lavorato ad un progetto simile scavando a mano, giorno dopo giorno, un tunnel con
pianta a “T” di 6 metri di lunghezza con sezione rettangolare di 80 centimetri
di larghezza e 60 di altezza che da una delle pareti del laboratorio era
arrivata fin sotto la carreggiata. Dopo aver oscurato le finestre con delle
coperte e illuminato gli ambienti con delle torce elettriche, a turni rotativi da
20 minuti ciascuno sul fronte di scavo, mentre il primo martellava, il secondo
passava la terra umida all'indietro al terzo che riempiva dei sacchi di
plastica da dare al quarto che li accatastava ordinatamente nel locale. Il
fatto che questo fosse stato spacciato per laboratorio di scultura aveva
giustificato ai condomini dello stabile l’incessante martellare quotidiano. Dopo
aver estratto un volume di terra di 6 metri cubi e puntellato la galleria, tra
il 7 e il 15 dicembre, Ezkerra e Txomin avevano ricavato esattamente al centro
della strada e a 1,5 metri di profondità dal manto stradale il cunicolo finale
della “T”, una loggia con direzione del senso di marcia lungo 6 metri e largo
1,5 creando quella che in gergo minerario viene chiamata “mina”. Qui avevano posizionato
una carica allungata disposta per tutta la lunghezza della loggia, 191
chilogrammi di esplosivo del tipo Goma-2 ECO in cartucce divisi in 5 micro cariche
da 38,2 chilogrammi ciascuna, innescati da una batteria di detonatori elettrici,
3 per carica, collegati con un circuito serie-parallelo e avviati dalla
superficie. I candelotti di Goma-2 ECO rubati da un deposito governativo e
caricati in auto cinque giorni prima, sono un tipo di esplosivo ad alto
potenziale e ad alta velocità di detonazione, uno dei preferiti
dall’organizzazione indipendentista per firmare gli attentati. Esplosivo
plastico di colore giallo scuro, con venature marrone, odore di mandorle amare
e una essudazione apprezzabile, è commercializzato in questi anni dalla Unión
Española de Explosivos S.A. e utilizzato in campo principalmente minerario. È composto
in peso da un 33% di Nitroglicole, potentissimo esplosivo prodotto dal chimico
belga Louis Henry nel 1870, un 2% di Nitrocellulosa, prodotto scoperto dal
chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846, un 3% di plastificante
dibutilftalato, un 2% di carbonato di calcio e un 60% di Nitrato di Ammonio, il fertilizzante preparato dal chimico e farmacista
tedesco Rudolph Glauber nel 1659 descrivendolo come “nitrum flammans” per via
del colore giallo della sua fiamma e scoperto come prodotto esplodente dal
chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1870. Immediatamente dopo erano stati collegati i detonatori
elettrici in un circuito in serie. Questi, gli artifizi esplosivi primari
diretti discendenti dei cilindri in alluminio inventati nel 1976 da Julius
Smith, hanno all’interno una carica secondaria di Pentrite, il potentissimo esplosivo
prodotto per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, una
primaria di Azoturo di Piombo, preparato vincente della Curtis's and Harvey Ltd
Explosives Factory nel 1890, e una miscela incendiaria che avrebbe avviato la
reazione a catena al passaggio della corrente elettrica. Per questo, un lungo
cavo del diametro 2,5 millimetri era stato srotolato lungo il tunnel successivamente
ermeticamente chiuso con dei sacchi riempiti con la terra e il pietrisco di
risulta dello scavo. La chiusura, studiata per creare un forte intasamento
della mina, era la versione esasperata del metodo utilizzato in attività
estrattiva per il riempimento dei fori introdotto per la prima volta nel 1687
dall'esplosivista Carl Zumbe nelle miniere di Clausthal, nella Bassa Sassonia,
in Germania. La compressione generata da questo tipo di intasamento costituito
dagli strati di materiale inerte consistente avrebbe esercitato nei confronti
dei gas prodotti dall’esplosione una fortissima resistenza. Comprimendo il
volume dei gas contenuti la camera avrebbe causato un aumento esponenziale del
“fattore di pressione”, e in questo modo, l’onda esplosiva avrebbe subito una
improvvisa accelerazione cinetica con un conseguente incremento degli effetti
esaltando il potere dirompente della carica. Una ulteriore carica del peso
di 9 chilogrammi, “di rinforzo”, sistemata in un recipiente di plastica delle
dimensioni di 20 centimetri di lunghezza, 18 di larghezza e 28 di profondità,
con bocca circolare di 9 centimetri di diametro e pieno per due terzi, armata con
la stessa modalità delle altre, era stata posizionata nel baule portabagagli di
una Austin Morris 1300, un’autovettura di classe media prodotta dalla British
Motor Corporation Ltd e acquistata di seconda mano con un documento falso. Questa
sarebbe stata parcheggiata in doppia fila esattamente sopra la galleria
sotterranea in modo da creare un percorso obbligato alla vettura blindata del
Primo Ministro e dare un punto di riferimento per un osservatore del commando posto
all’angolo Coello-Leon. Alle ore 08:00 della stessa mattina il cavo della linea
di tiro era stato fatto passare attraverso il seminterrato, poi per le scale
dell'edificio fino all'ingresso e uscire all'esterno, raccordarsi con un
secondo cavo a bordo strada della carica all’interno della Morris 1300 e
proseguire parallelamente alla via, seguendo i cavi della linea telefonica
posti sulla soletta marcapiano tra il piano terra e il primo piano, lungo il
marciapiede per 50 metri dal civico 104 per poi collegarsi a un rudimentale
brillatore elettrico, un sistema di accensione consistente in due pile da lampada
tascabile da 1,5 Watt messe in serie con un interruttore di quelli impiegati
per le installazioni elettriche nelle case. Alle ore 09:25 tutto è pronto, la
Morris è parcheggiata in doppia fila come da programma, i detonatori sono collegati
alla seconda linea di tiro raccordata alla principale e a 50 metri di distanza,
dietro l’angolo, una scala della compagnia elettrica appoggiata alla parete serve
da punto di osservazione. Sono le ore 09:36, il test sul circuito utilizzando
una lampadina per verificare l’efficacia dei contatti ha dato esito positivo,
ora il brillatore è operativo e una mano è sull’interruttore. Ecco l’auto
presidenziale che si immette nella via costeggiando il condominio, la Morris costringe
l’autista a stringere verso destra, fiancheggiare la struttura di sei piani del
Convento dei Gesuiti e passare esattamente sotto la mina. Sulla via Diego de
Leòn, dall’altro capo del cavo elettrico, vestito da elettricista, Kiskur fa un
cenno ad Argala. La leva del brillatore nascosto dentro la borsa viene girata, la
corrente dall’esploditore attraversa il lungo cavo arrivando alla biforcazione,
proseguendo poi fino all’auto e alla camera sotterranea. All’interno dei
detonatori, il ponticello si arroventa accendendo la sostanza infiammabile che
innesca la carica primaria di Azoturo di Piombo e di conseguenza quella
secondaria di Pentrite. Questi avviano le cartucce di Goma-2 ECO della carica
stipata sotto il portello del baule portabagagli della Morris e di quelle in
serie chiuse nella loggia dietro i sacchi di terra. Il potentissimo composto
esplosivo detona con una velocità di 7.000 metri al secondo scatenando con un
ruggito la sua furia distruttiva. In una prima frazione di secondo l’auto in
doppia fila salta in aria. L’onda d’urto, dopo aver polverizzato la Morris
investe sul fianco la Dodge Dart GT piegando le lamiere, schiacciando la
blindatura, spingendola verso il centro della strada e scaraventando l’auto di
scorta contro un muro. Nella seconda frazione detona la camera di scoppio. La pressione
generata dai gas prodotti, concentrandosi verso l’alto, spingono con un boato
assordante il terreno sotto l’auto corazzata. La strada si gonfia, si apre sfogando
una palla di fuoco e terra sollevando l’auto di 1.738 chilogrammi con i suoi
tre occupanti e scaraventandola in aria per un’altezza di 35 metri. La carcassa
schiacciata raggiunge il tetto del convento, lo scavalca, urta il cornicione e
si ribalta rovinando nella corte interna sulla terrazza del secondo piano
stritolando gli occupanti tra le lamiere, squarciando i corpi e sbriciolando le
ossa. Dall’altra parte la via è distrutta, macerie e l’acqua della condotta
idrica spezzata invadono la strada mentre una nuvola di polvere intasa l’aria,
ci vogliono 4 minuti perché questa si depositi e il fumo nero si dissolva. Dall’auto
di scorta appoggiata per tre quarti contro il muro scendono barcollanti due dei
tre occupanti, sono vivi, feriti, quello rimasto in macchina in modo serio,
sono tutti intontiti, hanno la vista appannata e le orecchie che fischiano. I
due si guardano intorno ma la GT blindata non c’è, è sparita assieme alla
carreggiata, dove un attimo prima era davanti a loro controllata a vista ora
c’è un cratere di forma ellittica di 19 metri di lunghezza, 9 di larghezza e 2,5
di profondità; intorno, solo l’immagine spettrale delle facciate in frantumi di
due edifici, 24 auto distrutte, fiamme, vetri e calcinacci. L’onda d’urto, sfogando
ai lati, ha piegato tutto al suo passaggio investendo anche un taxi in marcia e
5 passanti raggiunti da un muro di detriti. L’operazione è riuscita, Kiskur e
Argala, mentre all’altezza del civico 104 si apriva la bocca dell’Inferno, hanno
corso lungo la Diego de León urlando ai passanti sconvolti di una avvenuta
esplosione dovuta a una fuga di gas. Ad attenderli, all'interno di un veicolo
parcheggiato all'angolo col motore acceso ci sono Atxulo e Julen Agirre che partono
sgommando dopo averli presi a bordo dirigendosi verso lo svincolo Rubén Darío
per poi prendere la via Miguel Ángel per poi fermarsi davanti all'Accademia di
Polizia e cambiare veicolo prima di dirigersi verso il nascondiglio sulla via
Hogar, nella vicina città di Alcorcón. Davanti al Convento dei Gesuiti c’è solo
il silenzio. Dietro, nella macchina blindata schiacciata e appoggiata su un fianco,
infilata tra il pavimento e la balaustra della terrazza, gli occupanti sono
ancora vivi. Sono incastrati tra le lamiere, hanno fratture multiple, la cassa
toracica sfondata, il cranio spaccato, agonizzanti nei loro corpi contorti e
fracassati. Le ferite sono troppo gravi, Carrero Blanco morirà alle ore 10:15
in ospedale, l’autista e l’ufficiale di polizia subito dopo. L'ETA,
rivendicando la propria responsabilità il 22 gennaio 1974, con quel gesto raggiungerà
tre obiettivi: la vendetta per i suoi nove membri caduti fino ad allora, un
attacco spettacolare che attirerà su di sé i riflettori della scena
internazionale e mettere in ginocchio il regime.
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