01 giugno, 2019

Madrid, Via Claudio Coello, 20 dicembre 1973


TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: mina sotterranea
DATA:
20 dicembre 1973
STATO: Spagna
LUOGO: Madrid
MORTI:
3
FERITI:
9

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

Madrid, è il 20 dicembre 1973, è mattino e una Dodge 3700 GT nera del 1971, modello di lusso, blindato, prodotto dalla consociata Barreiros per il mercato iberico e del peso di 1.738 chilogrammi sta svoltando l’angolo per immettersi nella via Claudio Coello. Era partita dalla via Hermanos Bécquer alle ore 08:55, aveva girato a destra, via Lopez de Hoyos, via Serrano, dove c’è la chiesa di San Francesco de Borja e successivamente a sinistra, via Serrano, ancora a sinistra, via Juan Bravo e via Coello. A bordo ci sono tre persone: José Luis Pérez Mojena, l’autista, del parco auto del Ministero, Juan Bueno Fernández, Ispettore di polizia, entrambi seduti nei sedili anteriori, e Luis Carrero Blanco, seduto in quello posteriore. Immediatamente dietro, a bordo di una seconda auto blindata, un secondo autista accompagnato dagli Ispettori Rafael Galiana del Rio e Miguel Alonso de la Fuente, segue la prima a pochi metri di distanza. Nominato il 9 giugno Primo Ministro spagnolo da Francisco Franco, l’81enne Luis Carrero Blanco aveva preso la carica detenuta sino a quel momento dallo stesso Franco che aveva conservato invece quelle di Capo dello Stato e Generalissimo degli Eserciti. I due si erano conosciuti anni addietro, nel 1934, dove Franco, allora Colonnello, aveva aiutato il “Caudillo” a combattere la repressione della Rivoluzione delle Asturie, una insurrezione che aveva visto le forze della sinistra anarchica, socialista e comunista, alleate per l'abolizione della Costituzione Repubblicana e l'instaurazione di un regime socialista. Dopo aver scalato i gradini della gerarchia militare fino al grado di Ammiraglio, Blanco aveva avuto incarichi politici sempre più importanti iniziando così una stretta collaborazione col dittatore fino ad essere designato, da “fedelissimo”, a diretto successore del regime franchista dopo la nomina del 1977 alla Vicepresidenza del Gobierno in sostituzione di Agustin Munoz Grandes. Considerato l’eminenza grigia del Regime, Blanco è anche, e soprattutto, un elemento chiave nella direzione dei servizi segreti impegnati nelle attività controrivoluzionarie. Continuità di un regime repressivo di ogni opposizione e libertà civile, incarna meglio di chiunque altro la figura del "franchismo puro" che, senza legarsi ad alcuna corrente, persegue la presa del potere in Spagna da parte dell'Opus Dei. Da Vicepresidente aveva creato un suo stato nello Stato, una rete di informatori dentro i ministeri. È attualmente un elemento centrale del sistema e pedina fondamentale dell'oligarchia, un personaggio insostituibile per le sue capacità di manovra e ai fini degli equilibri di potere. La lettura di quegli anni, propagandata dal regime, parlava infatti di una crescente tolleranza nei confronti dei conflitti sociali, in un'ottica che aveva come obiettivo quello di smarcare il Governo spagnolo dal ricordo, ancora troppo vivo, degli orrori che i regimi nazionalsocialisti avevano perpetrato nella seconda Guerra Mondiale. Al contrario però, mai come in quegli anni, Franco aveva deciso di attuare una feroce repressione contro tutti i suoi oppositori politici, concentrandosi con particolare accanimento nei confronti della popolazione basca in Euskal Herria. Dal 1961 fino alla dipartita del Caudillo, il Paese Basco era stato sottoposto ben 9 volte allo stato di emergenza vivendo in condizioni di completa sospensione di ogni diritto civile fondamentale, con un potere di vita e di morte affidato alle Forze di Sicurezza dello Stato. In questa fredda mattina il Primo Ministro sta rientrando dalla quotidiana funzione religiosa celebrata nella Chiesa di San Francisco de Borja di via Serrano, poco distante dalla sua abitazione di via Hermanos Becquer. Percorrendo con la sua vettura blindata la via dell’esclusivo quartiere residenziale di Salamanca in tutta la sua lunghezza, “l'almirante” è solito seguire sempre lo stesso tragitto fino alla chiesa di fronte all'Ambasciata Americana, per poi tornare indietro percorrendo la medesima tratta. Nella stessa via, al civico 104, per cinque mesi, il 24enne José Miguel Beñaran Ordugña detto "Argala", il 22enne Javier María Larreategui detto "Atxulo", il 25enne Juan Maria Zugarramurdi Huici detto “Kiskur”, Pedro Ignacio Pérez Beotegui detto “Wilson”, Ignacio Mùgica Arregui detto “Ezkerra”, il 30enne Domingo Iturbe Abasolo detto “Txomin”, Juan Bautista Eizaguirre detto "Zigor", José Ignacio Abaitua detto "Marquin”, José Antonio Urruticoechea detto "Josu Ternera" e la 45enne Eva Forest detta “Julen Agirre”, catalana, l’unica non basca di una squadra di separatisti dell’organizzazione indipendentista ETA, la Euskadi Ta Askatasuna, Paese Basco e Libertà, aveva messo in atto quella definita in codice come ”Operación Ogro”, l’Operazione Orco. L’organizzazione armata terrorista basco-nazionalista separatista d’ispirazione marxista-leninista era nata nel 1958 come associazione studentesca clandestina dalla scissione degli Ekin dal Partito nazionalista basco e a sostegno dell’indipendentismo basco si era accostata alla lotta armata verso la metà degli anni 60. Per questa operazione, nata come sequestro al fine di chiedere in cambio la liberazione di 150 detenuti politici membri dell’ETA e successivamente modificata in assassinio a causa dell’incremento della sicurezza personale del leader diretta conseguenza del nuovo incarico, la squadra aveva preso in affitto il 12 di novembre, spacciandosi per artisti, scultori per l’esattezza, un seminterrato da adibire a laboratorio delle dimensioni di 6 metri per 3,5, profondo 1,7 metri sotto il piano stradale, con una camera grande, una piccola, un bagno finestrato, un pianerottolo e una finestra che si affaccia sulla via Coello, situata a destra entrando dalla porta. A fornire la preziosa informazione del percorso dell’auto dell’Ammiraglio era stata Eva Forest, moglie del drammaturgo, scrittore, saggista e soggettista cinematografico spagnolo Alfonso Sastre, e come lei dissidente del Partito Comunista di Spagna. Aveva dato l’informazione ad Argala, conosciuto a Madrid durante uno dei suoi tanti viaggi nella Capitale. L'unità di fuoco “Txikia”, in omaggio al loro leader Eustakio Mendizabal ucciso dalla polizia il 19 aprile 1973 a Bilbao, attingendo dell'esperienza di Argala che nel 1970 aveva scavato una galleria vicino al carcere di Burgos nel tentativo di liberare i prigionieri dell'ETA, aveva lavorato ad un progetto simile scavando a mano, giorno dopo giorno, un tunnel con pianta a “T” di 6 metri di lunghezza con sezione rettangolare di 80 centimetri di larghezza e 60 di altezza che da una delle pareti del laboratorio era arrivata fin sotto la carreggiata. Dopo aver oscurato le finestre con delle coperte e illuminato gli ambienti con delle torce elettriche, a turni rotativi da 20 minuti ciascuno sul fronte di scavo, mentre il primo martellava, il secondo passava la terra umida all'indietro al terzo che riempiva dei sacchi di plastica da dare al quarto che li accatastava ordinatamente nel locale. Il fatto che questo fosse stato spacciato per laboratorio di scultura aveva giustificato ai condomini dello stabile l’incessante martellare quotidiano. Dopo aver estratto un volume di terra di 6 metri cubi e puntellato la galleria, tra il 7 e il 15 dicembre, Ezkerra e Txomin avevano ricavato esattamente al centro della strada e a 1,5 metri di profondità dal manto stradale il cunicolo finale della “T”, una loggia con direzione del senso di marcia lungo 6 metri e largo 1,5 creando quella che in gergo minerario viene chiamata “mina”. Qui avevano posizionato una carica allungata disposta per tutta la lunghezza della loggia, 191 chilogrammi di esplosivo del tipo Goma-2 ECO in cartucce divisi in 5 micro cariche da 38,2 chilogrammi ciascuna, innescati da una batteria di detonatori elettrici, 3 per carica, collegati con un circuito serie-parallelo e avviati dalla superficie. I candelotti di Goma-2 ECO rubati da un deposito governativo e caricati in auto cinque giorni prima, sono un tipo di esplosivo ad alto potenziale e ad alta velocità di detonazione, uno dei preferiti dall’organizzazione indipendentista per firmare gli attentati. Esplosivo plastico di colore giallo scuro, con venature marrone, odore di mandorle amare e una essudazione apprezzabile, è commercializzato in questi anni dalla Unión Española de Explosivos S.A. e utilizzato in campo principalmente minerario. È composto in peso da un 33% di Nitroglicole, potentissimo esplosivo prodotto dal chimico belga Louis Henry nel 1870, un 2% di Nitrocellulosa, prodotto scoperto dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846, un 3% di plastificante dibutilftalato, un 2% di carbonato di calcio e un 60% di Nitrato di Ammonio, il fertilizzante preparato dal chimico e farmacista tedesco Rudolph Glauber nel 1659 descrivendolo come “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma e scoperto come prodotto esplodente dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1870. Immediatamente dopo erano stati collegati i detonatori elettrici in un circuito in serie. Questi, gli artifizi esplosivi primari diretti discendenti dei cilindri in alluminio inventati nel 1976 da Julius Smith, hanno all’interno una carica secondaria di Pentrite, il potentissimo esplosivo prodotto per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, una primaria di Azoturo di Piombo, preparato vincente della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, e una miscela incendiaria che avrebbe avviato la reazione a catena al passaggio della corrente elettrica. Per questo, un lungo cavo del diametro 2,5 millimetri era stato srotolato lungo il tunnel successivamente ermeticamente chiuso con dei sacchi riempiti con la terra e il pietrisco di risulta dello scavo. La chiusura, studiata per creare un forte intasamento della mina, era la versione esasperata del metodo utilizzato in attività estrattiva per il riempimento dei fori introdotto per la prima volta nel 1687 dall'esplosivista Carl Zumbe nelle miniere di Clausthal, nella Bassa Sassonia, in Germania. La compressione generata da questo tipo di intasamento costituito dagli strati di materiale inerte consistente avrebbe esercitato nei confronti dei gas pro­dotti dall’esplosione una fortissima resistenza. Comprimendo il volume dei gas contenuti la camera avrebbe causato un aumento esponenziale del “fattore di pressione”, e in questo modo, l’onda esplosiva avrebbe subito una improvvisa accelerazione cinetica con un conseguente incremento degli effetti esaltando il potere dirompente della carica. Una ulteriore carica del peso di 9 chilogrammi, “di rinforzo”, sistemata in un recipiente di plastica delle dimensioni di 20 centimetri di lunghezza, 18 di larghezza e 28 di profondità, con bocca circolare di 9 centimetri di diametro e pieno per due terzi, armata con la stessa modalità delle altre, era stata posizionata nel baule portabagagli di una Austin Morris 1300, un’autovettura di classe media prodotta dalla British Motor Corporation Ltd e acquistata di seconda mano con un documento falso. Questa sarebbe stata parcheggiata in doppia fila esattamente sopra la galleria sotterranea in modo da creare un percorso obbligato alla vettura blindata del Primo Ministro e dare un punto di riferimento per un osservatore del commando posto all’angolo Coello-Leon. Alle ore 08:00 della stessa mattina il cavo della linea di tiro era stato fatto passare attraverso il seminterrato, poi per le scale dell'edificio fino all'ingresso e uscire all'esterno, raccordarsi con un secondo cavo a bordo strada della carica all’interno della Morris 1300 e proseguire parallelamente alla via, seguendo i cavi della linea telefonica posti sulla soletta marcapiano tra il piano terra e il primo piano, lungo il marciapiede per 50 metri dal civico 104 per poi collegarsi a un rudimentale brillatore elettrico, un sistema di accensione consistente in due pile da lampada tascabile da 1,5 Watt messe in serie con un interruttore di quelli impiegati per le installazioni elettriche nelle case. Alle ore 09:25 tutto è pronto, la Morris è parcheggiata in doppia fila come da programma, i detonatori sono collegati alla seconda linea di tiro raccordata alla principale e a 50 metri di distanza, dietro l’angolo, una scala della compagnia elettrica appoggiata alla parete serve da punto di osservazione. Sono le ore 09:36, il test sul circuito utilizzando una lampadina per verificare l’efficacia dei contatti ha dato esito positivo, ora il brillatore è operativo e una mano è sull’interruttore. Ecco l’auto presidenziale che si immette nella via costeggiando il condominio, la Morris costringe l’autista a stringere verso destra, fiancheggiare la struttura di sei piani del Convento dei Gesuiti e passare esattamente sotto la mina. Sulla via Diego de Leòn, dall’altro capo del cavo elettrico, vestito da elettricista, Kiskur fa un cenno ad Argala. La leva del brillatore nascosto dentro la borsa viene girata, la corrente dall’esploditore attraversa il lungo cavo arrivando alla biforcazione, proseguendo poi fino all’auto e alla camera sotterranea. All’interno dei detonatori, il ponticello si arroventa accendendo la sostanza infiammabile che innesca la carica primaria di Azoturo di Piombo e di conseguenza quella secondaria di Pentrite. Questi avviano le cartucce di Goma-2 ECO della carica stipata sotto il portello del baule portabagagli della Morris e di quelle in serie chiuse nella loggia dietro i sacchi di terra. Il potentissimo composto esplosivo detona con una velocità di 7.000 metri al secondo scatenando con un ruggito la sua furia distruttiva. In una prima frazione di secondo l’auto in doppia fila salta in aria. L’onda d’urto, dopo aver polverizzato la Morris investe sul fianco la Dodge Dart GT piegando le lamiere, schiacciando la blindatura, spingendola verso il centro della strada e scaraventando l’auto di scorta contro un muro. Nella seconda frazione detona la camera di scoppio. La pressione generata dai gas prodotti, concentrandosi verso l’alto, spingono con un boato assordante il terreno sotto l’auto corazzata. La strada si gonfia, si apre sfogando una palla di fuoco e terra sollevando l’auto di 1.738 chilogrammi con i suoi tre occupanti e scaraventandola in aria per un’altezza di 35 metri. La carcassa schiacciata raggiunge il tetto del convento, lo scavalca, urta il cornicione e si ribalta rovinando nella corte interna sulla terrazza del secondo piano stritolando gli occupanti tra le lamiere, squarciando i corpi e sbriciolando le ossa. Dall’altra parte la via è distrutta, macerie e l’acqua della condotta idrica spezzata invadono la strada mentre una nuvola di polvere intasa l’aria, ci vogliono 4 minuti perché questa si depositi e il fumo nero si dissolva. Dall’auto di scorta appoggiata per tre quarti contro il muro scendono barcollanti due dei tre occupanti, sono vivi, feriti, quello rimasto in macchina in modo serio, sono tutti intontiti, hanno la vista appannata e le orecchie che fischiano. I due si guardano intorno ma la GT blindata non c’è, è sparita assieme alla carreggiata, dove un attimo prima era davanti a loro controllata a vista ora c’è un cratere di forma ellittica di 19 metri di lunghezza, 9 di larghezza e 2,5 di profondità; intorno, solo l’immagine spettrale delle facciate in frantumi di due edifici, 24 auto distrutte, fiamme, vetri e calcinacci. L’onda d’urto, sfogando ai lati, ha piegato tutto al suo passaggio investendo anche un taxi in marcia e 5 passanti raggiunti da un muro di detriti. L’operazione è riuscita, Kiskur e Argala, mentre all’altezza del civico 104 si apriva la bocca dell’Inferno, hanno corso lungo la Diego de León urlando ai passanti sconvolti di una avvenuta esplosione dovuta a una fuga di gas. Ad attenderli, all'interno di un veicolo parcheggiato all'angolo col motore acceso ci sono Atxulo e Julen Agirre che partono sgommando dopo averli presi a bordo dirigendosi verso lo svincolo Rubén Darío per poi prendere la via Miguel Ángel per poi fermarsi davanti all'Accademia di Polizia e cambiare veicolo prima di dirigersi verso il nascondiglio sulla via Hogar, nella vicina città di Alcorcón. Davanti al Convento dei Gesuiti c’è solo il silenzio. Dietro, nella macchina blindata schiacciata e appoggiata su un fianco, infilata tra il pavimento e la balaustra della terrazza, gli occupanti sono ancora vivi. Sono incastrati tra le lamiere, hanno fratture multiple, la cassa toracica sfondata, il cranio spaccato, agonizzanti nei loro corpi contorti e fracassati. Le ferite sono troppo gravi, Carrero Blanco morirà alle ore 10:15 in ospedale, l’autista e l’ufficiale di polizia subito dopo. L'ETA, rivendicando la propria responsabilità il 22 gennaio 1974, con quel gesto raggiungerà tre obiettivi: la vendetta per i suoi nove membri caduti fino ad allora, un attacco spettacolare che attirerà su di sé i riflettori della scena internazionale e mettere in ginocchio il regime.

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