TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: carica occultata
DATA: 23 dicembre 1984
STATO: Italia
LUOGO: Grande Galleria
dell'Appennino, Rapido 904
MORTI: 17
FERITI: 267
Ultimo aggiornamento: 04 giugno 2026
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 23 dicembre 1984, è una domenica come tante, si guarda la
televisione in famiglia, in città si fanno gli ultimi acquisti natalizi, una
coltre di serenità copre scandali e disonori di un paese in subbuglio. Al nord,
gli “anni di piombo” sono finiti, è l’epoca della “Milano da bere”. Al sud, mentre
nel napoletano è esplosa l’ennesima guerra di Camorra culminata il 26 agosto nella
strage di Torre Annunziata, in Sicilia l’organizzazione criminale Cosa Nostra ha
deciso di alzare il tiro nei confronti degli uomini delle istituzioni. I
Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gettando le basi del Maxiprocesso di
Palermo, il più grande processo penale mai svolto in Italia che ha preso corpo
dalle rivelazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, hanno fatto tremare
la mafia siciliana per le centinaia di pagine degli interrogatori del
“Boss dei due mondi” e del “Coriolano della
Floresta” e per il lavoro che il pool antimafia di Antonino Caponnetto,
Falcone e Borsellino sta portando avanti. I due infatti sono i primi mafiosi a
cominciare a collaborare con la giustizia, tanto che le rivelazioni stanno
permettendo, per la prima volta, una dettagliata ricostruzione giudiziaria
dell'organizzazione e della struttura della criminalità siciliana che nel
frattempo si è legata ad altre organizzazioni criminali accrescendo
esponenzialmente il suo potere ed espandendo i propri affari ben oltre l’isola.
Associazione criminale di tipo mafioso Cosa Nostra è nata in Sicilia nel 19°
secolo e si è sviluppata esponenzialmente dopo la fine della Seconda guerra
mondiale. Strutturata gerarchicamente, nota in tutto il mondo per gli
attentati, gli omicidi esemplari e la violenza diretta contro lo Stato italiano
con l’eliminazione di uomini politici, poliziotti e magistrati, mantiene il
controllo su numerose attività economiche e politiche regionali ed
extraregionali per mezzo di reti di fiancheggiatori e dell’inserimento di
propri capitali nel settore dei pubblici appalti, della sanità e del turismo,
penetrando perfino nei settori della grande distribuzione alimentare, dei
mercati ortofrutticoli, nelle attività edili e in quelle di tipo
economico-finanziario. L’Organizzazione è divisa in “Famiglie”, ciascuna con un
capo, il “rappresentante”, eletto da tutti gli “uomini d’onore” e assistito da
un vice-capo e uno o più consiglieri. Tre Famiglie, ognuna organizzata in
"'decine" composte da dieci uomini d'onore, i "soldati",
coordinati da un "capodecina", costituiscono un
"mandamento", la zona di influenza, gestito dal “capo mandamento”
anch'esso eletto e che fa parte della "Commissione Provinciale", il
massimo organismo dirigente di Cosa Nostra nella provincia, organismo che
prende le decisioni più importanti, risolve i contrasti tra le famiglie,
espelle gli uomini inaffidabili, controlla tutti gli omicidi, inferiore in
quanto a potere soltanto a quella "Regionale". Corruzione e
riciclaggio sono il volano che ha permesso a Cosa Nostra di radicarsi, anno
dopo anno, sempre di più nel territorio accrescendo il proprio potere in
maniera spropositata. In questa fredda domenica prenatalizia c’è un treno che
sta percorrendo la penisola da sud a nord, è il Rapido 904, partito dalla
Stazione Centrale di Napoli e diretto a Milano. Non è un treno come gli altri,
è un simbolo, un bersaglio carico di passeggeri, 614, famiglie intere che in occasione
delle vacanze natalizie si stanno muovendo per tutta l'Italia. Questi, spostandosi
dal Mezzogiorno per raggiungere la Lombardia, sono in viaggio accomodati negli
scompartimenti del convoglio di 15 carrozze che sta percorrendo lo stesso
tratto dove dieci anni prima, il 4 agosto del 1974, un altro treno, l’Italicus,
era stato fatto esplodere appena fuori l’ingresso del Portale Nord in località
San Benedetto Val Di Sambro della Grande Galleria dell'Appennino. Il tunnel
ferroviario lungo 18 chilometri, uno dei più lunghi al mondo, si trova sulla linea
ferroviaria “Direttissima” Bologna-Firenze che collega l'Emilia-Romagna con la
Toscana. È una galleria quasi eterna, buia, con l’oscurità interrotta qua e là
dalle luci, sembra di non uscirne mai. Scavata durante il Fascismo e poi
diventata uno snodo assolutamente vitale che collega Firenze a Bologna passando
alla catena degli Appennini, garantisce un collegamento fondamentale a tutta
l’Italia. In Sicilia, qualche mese prima, la Commissione interprovinciale,
l’organo direttivo che riunisce più vertici di Cosa Nostra, aveva dato
l’ordine di distogliere l'attenzione mediatica e degli apparati istituzionali
dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata al fine di
rilanciare l'immagine del terrorismo come l'unico, reale nemico contro il quale
occorre accentrare ogni impegno di lotta dello Stato. Il gesto non si è
lasciato attendere. Nel tratto Roma-Firenze il Rapido 904 aveva avuto come
passeggero un giovane di 18 anni, napoletano, tarchiato, si chiamava Carmine Lombardi,
espressione cupa, quasi malinconica, con un viso a tratti smarrito che dimostrava
ancora meno l'età che aveva. Piccolo di statura, tanto da essere soprannominato
"’o Nano", era stato allevato da Giuseppe Misso, ’o Nasone, detto “il
boss del Rione Sanità” e da Alfonso “Nino” Galeota, il cassiere e
l’amministratore del clan Misso, sodalizio camorristico operante sul territorio
della città di Napoli. Il giovane, arruolato nell'esercito fantasma della
Camorra che alla Sanità ha sempre trovato fertile terreno, era cresciuto nel
rigore delle regole dell’organizzazione: discrezione, fedeltà, coraggio e volontà
spietata quando chiamato all'azione, qualità quest’ultima che gli aveva fatto
conquistare nel tempo la fiducia dei boss. Lombardi è uno dei pochi della banda
Misso che conosce gli spostamenti del capo latitante, lo raggiunge di tanto in
tanto per portargli informazioni, riceve ordini e gli consegna gli abiti lavati
di fresco nell'appartamento romano di via Corradini 61 dove il boss vive da
latitante in compagnia di un'amica brasiliana. Ma il viaggio di oggi non sarebbe
stato il solito "salto" nella Capitale. Raggiunto da Galeota a Napoli
nel negozio di articoli sportivi "Eurosport" di proprietà di Misso
dove lavora come commesso, gli era stato ordinato di prendere il Rapido delle
ore 12:55 per Roma dove una volta alla Stazione Termini avrebbe incontrato lo
stesso Misso. Dopo essere stato accompagnato alla Stazione Centrale in moto dal
26enne Lucio Luongo, uno degli operativi più spietati del clan, aveva preso
posto in una delle poltrone del Rapido 904 unendosi ai tanti passeggeri che
affollano treni e stazioni ferroviarie in questa antivigilia di Natale. Come da
programma, senza fare domande in stazione aveva preso in consegna due valige,
bagagli che con l’arrivo del "Napoli-Milano" alla stazione di Santa
Maria Novella di Firenze alle ore 18:23, aveva trasportato nella quintultima
carrozza del convoglio, la numero 9 di Seconda Classe, sistemandoli sulla griglia
portabagagli del corridoio tra l’11esimo e il 12esimo scompartimento, a pochi
centimetri da una famiglia di quattro persone: Nicola De Simone, 40 anni e
Angela Calvanese, 33 anni, sua moglie, in viaggio coi due figli, Anna di 9 anni,
stretta alla sua inseparabile bambola, e Giovanni di 4, entrambi addormentati nonostante
i continui sobbalzi dei carrelli sui binari. Cosa Nostra però non aveva
lavorato da sola, per colpire al cuore lo Stato era stata coinvolta, in una
rete fittissima di collegamenti, anche l’Italia dei gruppi neofascisti, della delinquenza
organizzata, dei nuclei eversivi uniti e della Camorra, l’organizzazione
criminale originaria della Campania, tra le più antiche e potenti in Italia
e organizzata in gruppi autonomi coinvolti in attività illecite come il
traffico di droga, le estorsioni, gli appalti pubblici e il riciclaggio di
denaro, coi clan infiltrati perfino nella politica locale. Giuseppe Misso era
l’uomo a cui a cui la Mafia di Giuseppe Calò, capo della famiglia di Porta
Nuova a Palermo e referente nella Capitale, aveva chiesto di organizzare una “strage
di Natale”. Per questo, nelle due valige lasciate sulla griglia portabagagli non
ci sono vestiti, non ci sono souvenir, non c’è qualche prodotto tipico che dal
sud qualcuno sta portando nelle regioni del nord, c’è dell’esplosivo, potente,
ad alta velocità, terribile, una somma di Semtex-H, in pani, e Brixia B5, in
cartucce. Il Semtex-H, di tipo plastico, di colore tra l’arancio e il giallo e
confezionato in pani color mattone del peso di 2,5 chilogrammi è una delle
varianti dell’esplosivo Semtex. Con velocità di detonazione pari a 8.000 metri
al secondo il suo nome sta per SEMTìn, un sobborgo di Pardubice nella attuale
Repubblica Ceca, dove il composto era stato prodotto per la prima volta in
grandi quantità dalla East Bohemian Chemical Works Synthesia nel 1964, ed
EXplosive. Progetto del chimico cecoslovacco Stanislav Brebera era stato sintetizzato
negli anni ’50. Questa variante H, prodotta su larga scala dal 1967, destinata
all’esportazione, soprattutto per la bonifica di mine terrestri in Vietnam, era
stata studiata per impieghi civili e per l’attività estrattiva. Il Semtex-H, molto
simile al plastico militare C-4 ma con un diverso colore, è impermeabile e
utilizzabile in un campo di temperature più vasto. Esportato in tutto il mondo
in grandi quantità fino al 1981 e in quantità ridotte solo nei paesi membri del
Patto di Varsavia fino al 1989 con la sospensione delle esportazioni legali,
attualmente le grosse organizzazioni terroristiche e criminali ne controllano
il traffico e la detenzione. Questo tipo di esplosivo è il prodotto dell’unione
di due elementi esplosivi primari: 40.9% in peso di Pentrite, di velocità di
detonazione di 8.400 metri al secondo, uno degli esplosivi più sensibili
potenti, un “super-esplosivo” preparato per la prima volta nel 1891 dal chimico
tedesco Bernhard Tollens; 41,2% in peso di RDX, formalmente
Ciclotrimetilenetrinitramina, di velocità di detonazione di 8.750 metri al
secondo, di caratteristiche eccezionali scoperto e brevettato dal chimico e
farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898 e codificato con questo
nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto
in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development,
ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca
militare, e "X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma
rimasta definitiva; il legante gomma Stirene-Butadiene per il 9% in peso, il
plastificante n-ottilftalato al 7,9% in peso, lo 0,5% di antiossidante N-fenil-2-naftilammina
e lo 0,5% di colorante ne assicurano il riconoscimento e la malleabilità. Il secondo
esplosivo invece, il Brixia B5, di non facile reperibilità, è un esplosivo
gelatinato per uso civile confezionato in candelotti avvolti in carta cerata
con stampigliato il suo nome e delle dimensioni di 250 millimetri di lunghezza
per un diametro di 25 contenente un peso di 135 grammi netti di sostanza
esplodente. Prodotto tutto italiano, con velocità di detonazione di 5.400 metri
al secondo, il nome viene dal luogo di provenienza, Brescia, in latino,
fabbricato nello stabilimento di Ghedi della SEI, la Società Esplosivi
Industriali S.p.A., anche se in questo momento la produzione è in fase di
delocalizzazione presso lo stabilimento di Domusnovas, nella provincia di
Cagliari, in Sardegna, dove viene avvolto in carta cerata color magenta. Questa
Gelatina è composta da un 1.5% di Nitroglicole, velocità di detonazione di
8.300 metri al secondo, potentissimo esplosivo sensibile agli shock meccanici
prodotto dal chimico belga Louis Henry nel 1870, simile
alla Nitroglicerina ma molto più stabile nel tempo e quindi meglio
conservabile tanto da venire utilizzato nelle dinamiti perché abbassa
il punto di fusione della Nitroglicerina che a temperature prossime agli
0 gradi centigradi inizia a dilatarsi e ad uscire dai candelotti con
conseguenze facilmente immaginabili; da un 5% della Nitroglicerina sintetizzata
dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 con velocità di
detonazione di 7.700 metri al secondo, dalla Nitrocellulosa, prodotto esplosivo
con velocità di detonazione di 7.300 metri al secondo scoperto nel 1838 dal
chimico francese Théophile-Jules Pelouze da carta, lino e cotone, ricetta
perfezionata e stabilizzata dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein
nel 1846 contemporaneamente al chimico tedesco Johann Friedrich Böttger; 2% di
Dinitrotoluene, additivo e precursore del più famoso Trinitrotoluene; 8% di
Trinitrotoluene, ed infine la parte più consistente costituita da Nitrato
d’Ammonio per una percentuale dell’81%. Nato e conosciuto a tutti come
fertilizzante e con velocità di detonazione di 2.700 metri al secondo, Johann
Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco considerato uno dei fondatori
della chimica industriale moderna e precursore dell’ingegneria chimica, aveva
preparato e descritto il Nitrato d’Ammonio nel 1659 chiamandolo “nitrum
flammans” per via del colore giallo della sua fiamma. Utilizzato come
ingrediente esplosivo dal 1867, quando era stato rilasciato un brevetto a due
chimici svedesi, J. H. Norrbin and J. Ohlsson, utilizzandolo assieme ad un 20%
di carbone nel loro Ammoniakkrut, per poi venire utilizzato dal chimico e
ingegnere svedese Alfred Nobel nella sua dinamite "extra" del 1870 in
cui lo aveva sostituito alla farina di roccia silicea sedimentaria di origine
organica, unendolo alla Nitroglicerina. Questo tipo di Gelatina, il Brixia B5,
non è altro che una Dinamite, del tipo a base esplosiva, un’evoluzione della
Dinamite a base attiva composta da 75% di Nitroglicerina e 25% di segatura e
nitrato di sodio, a sua volta evoluzione della prima assoluta brevettata dal
chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1867, a base inerte, dove la
Nitroglicerina, costituente il 75% della cartuccia, era miscelata con un 25% di
farina di roccia silicea sedimentaria di origine organica. La carica di Semtex,
esplosivo plastico ad alto potenziale tanto caro all’IRA irlandese e ai
terroristi islamici e libici, e quella di Brixia B5 tanto richiesta in Italia
per utilizzo estrattivo, erano state messe assieme per creare una carica unica
del peso complessivo di 14 chilogrammi. Chi vuol fare esplodere la bomba non
vuole commettere lo stesso errore dell’Italicus in cui il convoglio che
trasportava quasi mille persone, a causa di un ritardo come spesso accade in
estate, era esploso appena fuori dalla galleria, 20 minuti scomodi, fastidiosi
per i pendolari, ma che avevano salvato la vita a centinaia di passeggeri se
l’esplosione fosse avvenuta in pieno tunnel. Sanno bene che l'esplosione di una
bomba all'interno di un treno che si trova in una galleria è uno degli scenari
più critici e devastanti in assoluto per la sicurezza ferroviaria. La
combinazione di uno spazio confinato, l'alta velocità e la difficoltà dei
soccorsi amplifica esponenzialmente gli effetti rispetto a un'esplosione
all'aria aperta. La pianificazione era cominciata in autunno, pezzi da novanta
della Camorra e di Cosa Nostra da anni legati a doppio filo da un decennio agli
ambienti della destra neofascista napoletana, si erano coalizzati. Misso aveva
partecipato a più di una riunione con gli uomini del referente di Roma, incontri
tenuti in via delle Carrozze 76, nell’abitazione dell'antiquario Virginio
Fiorini, ma soltanto l'8 dicembre il boss aveva svelato il piano ai più fidati
del clan. Intorno al tavolo, con Alfonso Galeota si erano seduti i manovali
della banda, Giulio Pirozzi, Mario Savarese e Antonio Criscuolo. Mario Cardone,
Carlo Martello e Massimo Abbatangelo, parlamentare della Repubblica e membro
del partito Movimento Sociale Italiano, si erano incontrati con gli altri nel
negozio Eurosport in una seconda riunione dove avevano definito i dettagli e
dove l’esponente dell’MSI aveva portato esplosivo e inneschi. Lucio Luongo,
preso in consegna il materiale, lo aveva fatto caricare nel cassone di un
pullmino Fiat 238 e aveva ordinato a Guido Pirozzi di occuparsi del
trasferimento nella Capitale dove successivamente sarebbe stata assemblata la
bomba. L’esplosivo era stato stoccato nella cantina di un casale in affitto a
Pippo Calò nel paesino di Poggio San Lorenzo, vicino a Rieti, locale adibito a
deposito di armi automatiche ed esplosivi accorciato di alcuni metri rispetto
alla planimetria originale all’insaputa del proprietario e nascosto dietro un
muro in mattoni. Le operazioni di costruzione della bomba erano avvenute nel
salotto del casale sotto la supervisione di Guido Cercola, romano, luogotenente
e uomo di cerniera tra la Mala Romana e Cosa Nostra. Panetti e cartucce erano
stati armati da una serie di detonatori elettrici, eredi del primo di questo
tipo inventato nel 1876 da Julius Smith, costituiti da un cilindro di alluminio
contenente una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescato
a sua volta da uno primario, l’Azoturo di Piombo, con velocità di detonazione
pari a 5.300 metri al secondo, preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd
Explosives Factory nel 1890. Complicato ed ingegnoso era il sistema di trasmettitori
a corto raggio messo a punto da un elettrotecnico tedesco, Friedrich Schaudinn,
che lo aveva progettato e venduto a Guido Cercola, factotum di Pippo Calò, il
cassiere della Mafia, la lunga mano di Cosa Nostra a Roma dove risiede col nome
di Mario Aglialoro e che tiene i rapporti con la Banda della Magliana per il
traffico di cocaina. Questa, organizzazione criminale di stampo
mafioso nata ed operante principalmente a Roma, è attiva dalla fine
degli anni Settanta.
È la prima organizzazione criminale romana a unificare in senso operativo la
frastagliata realtà della malavita locale con le proprie attività criminali, dai sequestri di persona al controllo
del gioco d'azzardo e delle scommesse ippiche,
dalle rapine al traffico di
droga, col tempo estese allargando la rete di contatti alle
principali organizzazioni criminali italiane, nonché a esponenti della massoneria in Italia, oltre a numerose
collaborazioni con elementi del terrorismo nero e
della finanza. Schaudinn, 49enne criminale di grosso calibro, trafficante d’armi
ed esplosivista mercenario al servizio di agenzie occulte, era chiamato non di
rado a svolgere i lavori sporchi, anche di matrice terroristica, e questo
trasmettitore, venduto assieme ad altri 5 identici per la cifra complessiva di
18 milioni di Lire, è il fiore all’occhiello della sua mente ingegneristica. I
detonatori, collegati in serie ad una batteria e un interruttore, erano la
parte finale di una catena costituita da una prima ricevente fissata alla
carica posta nel bagaglio, da una seconda ricetrasmittente intermedia piazzata
all’interno della Galleria Appenninica, e da una terza ricetrasmittente esterna,
un telecomando procurato da Franco D’Agostino, affittuario e sodale di Cercola,
consentendo tramite un ponte radio di mettere in comunicazione la bomba nel
treno in movimento con il commando in attesa all’esterno. Sono passate da pochi
secondi le ore 19:00 e il Rapido 904, dopo aver imboccato l’ingresso dal
Portale Sud in località Vernio sta percorrendo la galleria nel ventre
dell’Appennino alla velocità costante di 150 chilometri orari. Sotto la piccola
pensilina della stazione ferroviaria di Vernio-Montepiano-Cantagallo qualcuno che
ha in mano il telecomando e il dito sul pulsante guarda l’orologio, scandisce i
secondi, aspetta che il convoglio raggiunga il centro della galleria. Ore 19:06,
è il momento, il pulsante della trasmittente viene premuto. L’impulso rimbalza
sulla ricevente all’interno del tunnel inviandolo alla ricevente sulla Carrozza
numero 9 di Seconda Classe. Il dispositivo chiude il circuito, la batteria
spara la corrente elettrica lungo i fili fino ai detonatori, la resistenza
degli artifizi primari si arroventa incendiando una miscela infiammabile che
innesca l’Azoturo di Piombo e subito la Pentrite. Il Semtex-H e il Brixia B5
detonano con una velocità di più di 8.000 metri al secondo, le due valigie a
contatto esplodono contemporaneamente, il boato è gigantesco, la galleria
trema. Mentre all'aperto, l'onda d'urto di un'esplosione si propaga in tutte le
direzioni disperdendo rapidamente la sua energia, in una galleria accade il
contrario. Le pareti di cemento e roccia non assorbono l'energia, ma la
riflettono, l'onda d'urto rimbalza sulle pareti del tunnel e sulla struttura
del treno stesso. La galleria si comporta come la canna di un fucile, l'energia
pressoria viene incanalata longitudinalmente avanti e indietro lungo il tunnel
viaggiando rapidamente e mantenendo un potere distruttivo immenso che attraversa
il treno. Il centro del convoglio viene dilaniato, gli effetti della
detonazione della carica combinata moltiplicati dalla posizione del treno
all’interno del tunnel provocano un violento spostamento d’aria che frantuma i
finestrini e scardina le porte della carrozza. Il vagone si gonfia, le lamiere
si strappano, il tetto si piega all’indietro e i fianchi si aprono. La famiglia
De Simone viene dilaniata, i due bambini ancora addormentati non se ne
accorgono nemmeno, i loro pezzi assieme a quelli dei passeggeri seduti nei
pressi della griglia portabagagli, tra l’11esimo e il 12esimo scompartimento, schizzano
fuori dalla carrozza. Il metallo della griglia, dei sedili, delle pareti, si
spezza diventando frecce che infilzano, che squarciano, che uccidono. L'onda
d'urto, unitamente ad un muro di fuoco, costrette a sfogare verso i lati della
galleria accartocciano e sciolgono qualunque cosa trovino sul loro percorso.
Alcuni passeggeri vengono schiacciati contro le pareti dei vagoni, altri contro
il soffitto ancora imbullonato al telaio, altri ancora sono sbalzati sulle
rotaie finendo sotto le ruote del convoglio in movimento. È un massacro. Viene
attivato il freno di emergenza, finalmente il treno si blocca ad 8 chilometri dal
Portale Sud e 10 chilometri dal Portale Nord. La galleria è al buio, la linea
elettrica è interrotta e i vagoni sono avvolti da un irreale silenzio che dura
pochi secondi. Scoppia il panico, i pianti e le urla dei feriti rimbombano nel
vuoto, a bordo è un inferno di fuoco, sangue e una matassa di lamiere contorte
e roventi. Per l’”effetto camino” la galleria crea una forte corrente d'aria
che in una manciata di secondi alimenta le fiamme e spinge il fumo rapidamente
in una direzione. I materiali interni del treno, plastiche, gli isolanti e i
sedili, bruciando, rilasciano monossido di carbonio e acido cianidrico che
invadono lo spazio chiuso dove l’ossigeno si consuma rapidamente sostituito da
una coltre di fumo nero e denso che azzera la visibilità in pochi istanti. Il
controllore Gian Claudio Bianconcini, al suo ultimo viaggio in servizio, chiama
i soccorsi da un telefono di servizio della galleria, perde sangue, è ferito
alla nuca, le schegge non hanno risparmiato nessuno. Dall’altro capo del
telefono qualcuno risponde, Bianconcini lo supplica di fare in fretta, un fumo
nero che ha saturato l’ambiente e il gelo dell’inverno appenninico stanno
peggiorando la già difficile situazione. I feriti sono 267, i morti invece sono
17, non resta molto dei loro corpi, i pezzi sono sparsi sul selciato, per la
sezione centrale del treno ridotta a un mucchio di metallo senza forma e sulle
pareti del tunnel. I soccorsi impiegheranno un’ora e mezza ad arrivare,
utilizzando una locomotiva diesel che renderà l’aria ancora più irrespirabile.
L’ospedale di San Benedetto e il Maggiore di Bologna, messi in emergenza,
metteranno in moto quella che sarà la prima sperimentazione del sistema
centralizzato di gestione emergenze costituito a Bologna dopo l’attentato alla
stazione ferroviaria del 1980. Nei giorni seguenti lo sgomento andrà di pari
passo con l’inquietudine, il paese sembrerà essere inghiottito, ancora una
volta, da quello stragismo che aveva fatto centinaia di morti tra il 1969 e il
1984.
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