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01 novembre, 2021

Nāṣiriya, Base MSU Maestrale, 12 novembre 2003


TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: camion-bomba suicida
DATA:
12 novembre 2003
STATO: Iraq
LUOGO: Nāṣiriya, Base MSU Maestrale
MORTI:
28
FERITI:
119

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 12 novembre 2003 e nella città di Nāṣiriya sono le ore 10:00. Siamo nella provincia di Dhi-Qar che si estende su un'area di circa 13 mila chilometri quadrati con una popolazione di quasi un milione di persone. Nāṣiriya, a maggioranza sciita, ne è il capoluogo di provincia, situata a circa 375 chilometri a sud della capitale Baghdad e centro di grande rilevanza dal punto di vista militare. I militari italiani si trovano qui dal 19 luglio, da quando hanno dato il cambio ai Marines americani del 2° Battaglione del 25° Reggimento. L’”Operazione Antica Babilonia”, la missione italiana iniziata il 15 luglio e classificata come missione di “peacekeeping” autorizzata dalle Nazioni Unite conseguentemente alla guerra avviata dagli Stati Uniti d’America per deporre il dittatore Saddam Hussein, è nel pieno del suo svolgimento. Tra le attività politiche e militari svolte al “mantenimento della pace internazionale” i militari italiani hanno diversi compiti e la bonifica, la ricostruzione del "comparto sicurezza" iracheno attraverso l'assistenza per l'addestramento e l'equipaggiamento, il concorso al ripristino di infrastrutture pubbliche, alla riattivazione dei servizi essenziali e all’ordine pubblico, sono alcuni di questi. Il comando dell’operazione, l'Italian Joint Task Force, il IJTF, si trova fuori città, nella base “White Horse”, a 7 chilometri in linea d’aria dal centro abitato. In città i Carabinieri e l’Esercito occupano altre due basi distanti 350 metri l’una dall’altra, gli uomini dell’Esercito si trovavano in quella denominata “Libeccio”, dove hanno sede sia il Battaglione, il Multinational Specialized Unit, sia il Comando del Reggimento MSU/IRAQ, i Carabinieri invece si trovavano nella “Maestrale”, soprannominata “Animal House”, anch’essa base MSU e che occupa l’ormai vecchio edificio che durante il regime di Saddam Hussein era la sede della Camera di Commercio. Perché il peacekeeping abbia un maggiore impatto e i soldati abbiano un contatto diretto con la popolazione locale, i contingenti si trovano proprio nel centro abitato, ma quello che in termini logistici può essere sicuramente un vantaggio, in termini strategici è un disastro: le basi sono scoperte e mal difese. A differenza delle altre, nel deserto, queste sono facili da colpire, soprattutto la Base Maestrale, priva di difese passive “a zig zag”, di blocchi stradali e di solide mura statiche perimetrali di protezione. Nāṣiriya si trova nel sud dell’Iraq, una zona dove gli scontri con la minoranza sunnita e con le forze internazionali sono molto meno gravi e frequenti che in altre zone del paese, come intorno alle città di Baghdad e Tikrit, presidiate dall’esercito americano. I primi mesi dell’operazione sono passati senza incidenti, ma mentre si ha l’illusione che i rapporti con la popolazione siano buoni e di reciproca collaborazione, in città è pronto già da qualche mese un piano d’attacco proprio contro una delle basi. Il leader Aḥmad Fāḍil al-Nazāl al-Khalāʾil, noto con lo pseudonimo di Abū Musʿab al-Zarqāwī, appoggiato dagli estremisti sunniti aveva dato l’assenso a Said Mahmoud Abdelaziz Haraz per l’organizzazione un raid suicida contro la Base Maestrale, la più adatta allo scopo in quanto sita lungo un’arteria principale che non sarebbe mai potuta essere chiusa. Abū Musʿab al-Zarqāwī è uno dei comandanti operativi di al-Qaida, e grazie alla sua maggiore visibilità come leader dell'insurrezione contro i militari americani e il governo provvisorio dell'Iraq, ha un potere e un’influenza maggiore dello stesso Osāma bin Lāden, il leader del movimento fondamentalista islamista sunnita paramilitare terroristico nato nel 1988 durante la Guerra in Afghanistan e guidato dal miliardario saudita 17esimo dei 57 figli dell’immobiliarista yemenita Mohammed bin Awad bin Lāden, che avvalso della guida ideologica di al-Zawāhirī, scrittore, poeta e medico de Il Cairo appartenente ad una famiglia di dotti religiosi e di magistrati, aveva deciso di utilizzare soldi e macchinari della propria impresa di costruzioni per aiutare la resistenza dei mujaheddin durante l’invasione. La benedizione per la strage era stata data durante un incontro del "Consiglio della shura", l'organo ideologico-religioso dell'organizzazione terroristica “Al Tawhid wal Jihad'' rinominata “Tainzim qaidtu al jihad fi bilad al rafidain”, “Base del jihad nella terra dei due fiumi”, con l’annessione ad al-Qaida. Il colloquio si era tenuto dalle parti di Falluja e a cui avevano partecipato, oltre il leader di al-Qaida in Iraq, anche Abu Anas al Shami, 38 anni giordano, Capo del Consiglio, Abu Adnan, portavoce e addetto stampa, Haji Thamer, iracheno, responsabile della "sezione operazioni suicide", e i membri più influenti: Abu Salman al Shami, Abab Turki, Nidal al Arabiya, e Abu Omar Al Masri, egiziano e braccio destro ed erede di al-Zarqāwī. Said Mahmoud Abdelaziz Haraz aveva iniziato a lavorare al progetto assieme ad Haji Thamer dopo che questo era nato quasi per caso, quando Thamer si era trovato di passaggio a Nāṣiriya durante un viaggio nella città di Bassora. Aveva notato la bandiera italiana sventolare su un edificio e aggredire una preda che non immaginava alcun tipo di agguato era stato un pensiero che aveva acceso l'ex ufficiale disertore dell’esercito di Saddam Hussein. Essendo in zona sciita ed essendo un quadrante scoperto dagli uomini di al-Zarqāwī, nessuno si sarebbe mai immaginato che avrebbe potuto arrivare fino a lì. Il progetto era stato quindi proposto al leader e di conseguenza passato al vaglio del consiglio. L'obiettivo sarebbe stato quello di colpire il Governo Berlusconi mandando così un messaggio chiaro all'Italia e agli altri Stati della Coalizione: il ritiro immediato dalla città. Said Mahmoud Abdelaziz Haraz, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Abū ‘Omar al-Kurdī, è un 35enne iracheno veterano dei campi di addestramento in Afghanistan e uno dei massimi specialisti di esplosivi, ai primi di ottobre, assieme a Haji Thamer si era trovato in città per il primo di tre sopralluoghi. I due erano arrivati via Baghdad su un autobus di linea partito da Ramadi, lo studio era durato poco più di due ore, con una serie di passaggi davanti all’obiettivo per studiarne le debolezze e individuare nelle vicinanze un luogo in cui parcheggiare il veicolo imbottito di esplosivo. Inizialmente avevano pensato ad un’autoambulanza dopo essere balzato ai loro occhi l’ospedale a pochi chilometri dalla base. Dopo due settimane il piano era pronto, colpire due obiettivi, per uno dei quali era stata scelta la base Maestrale. Questa è organizzata su di un comprensorio di dimensioni massime 80 metri per 70 sul terreno pianeggiante privo di asfalto ubicato in prossimità della riva sinistra del fiume Eufrate, all'altezza del ponte Al Zaitun. La palazzina sede del Comando e della parte logistica è una massiccio parallelepipedo di 15 metri per 22 e alto 10 con struttura in calcestruzzo armato, pilastri di sezione quadrata di 40 centimetri di lato e pannelli prefabbricati. Accanto c’è un container adibito a deposito munizioni in corrispondenza del lato sul fiume, il tutto è davanti ad un ampio spiazzo all’interno del perimetro allestito a parcheggio e alla movimentazione degli automezzi. L'entrata, una parte carraia e una pedonale che conduce alla palazzina, è protetta da sbarramenti con sacchi di sabbia e barriere hesco bastion, dei gabbioni metallici riempiti di ghiaia e terra utilizzati per creare un riparo provvisorio, molto efficace contro eventuali truppe a piedi ma decisamente meno contro veicoli pesanti. Inoltre, la zona è un cantiere a cielo aperto, i lavori per asfaltare la strada in piena attività avrebbe fornito una copertura per l’avvicinamento del veicolo-bomba. L’autoambulanza, confermata per essere utilizzata come mezzo d’attacco, sarebbe stata preparata assieme ad una autocisterna che avrebbe invece colpito un palazzo ministeriale. Da quella stessa notte erano iniziati i preparativi, l’autoarticolato era stato allestito per primo mentre l’esplosivo per riempire l’ambulanza sarebbe arrivato nei giorni a seguire con una seconda spedizione. L’organizzazione terroristica aveva avuto accesso ad una quantità inimmaginabile di esplosivo, completamente militare, ad alta velocità di detonazione e ciò era stato reso possibile grazie allo smantellamento di razzi e pezzi di artiglieria che Ammar az-Zubaidi, uno degli elementi della cellula addetto al procacciamento della materia prima, aveva trafugato assieme a decine di casse dai magazzini iracheni all'inizio dell'occupazione di inizio anno da parte della coalizione di paesi, guidata dagli Stati Uniti d’America assieme a Regno Unito, Australia e Polonia. La prima carica era stata assemblata all’interno del grosso camion cisterna di fabbricazione russa, un Kamaz, un residuato bellico dell’esercito iracheno con cabina di colore verde e serbatoio bianco, dove all’interno, a 160 centimetri dal suolo, avevano sistemato con cura certosina il risultato di un progetto figlio di anni di test e attentati dinamitardi contro obiettivi militari: una mostruosa carica concentrata con un rapporto fra la dimensione maggiore e quella minore non superiore di 4 e del peso di 3.500 chilogrammi finalizzata alla totale distruzione dell’obiettivo. Di questi, 2.000 chilogrammi erano costituiti da una parte di Trinitrotoluene sfuso, esplosivo preparato la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt. Lo avevano ricavato estraendolo dalle testate da 25 chilogrammi dei razzi sovietici aria-terra da 122 millimetri BM-21 Grad, ognuno lungo 3,04 metri per 70 chilogrammi di peso, e dalle testate da 75 chilogrammi dei missili statunitensi Raytheon MIM-23B HAWK, missili terra-aria lunghi 5,03 metri, 638 chilogrammi di peso, un diametro di 37 centimetri e un’apertura alare di 1,21 metri. L’esplosivo, una volta aperti gli involucri, dopo essere stato liquefatto col vapore per essere prelevato più facilmente, era stato risolidificato in forme regolari e stipato in barili di plastica sigillati ermeticamente e accorpato ad una seconda tranche di esplosivo completamente diverso, il plastico C-4. Creato durante la Seconda Guerra Mondiale, evoluzione del C-3 con brevetto americano degli anni ’70, solitamente confezionato in cartucce è composto da 91% di RDX, 5,3% di plastificante dietilesile, 2,1% di poliisobutilene e 1,6% di olio lubrificante del tipo SAE 10. L’RDX, formalmente ciclotrimetilentrinitroammina, di caratteristiche eccezionali e scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898, era stato codificato con questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e "X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva. Il resto della carica era costituita invece da proiettili di artiglieria: i BK-14M russi, proiettili perforanti in acciaio del calibro di 125 millimetri lunghi 677 millimetri contenenti una testata da 5,9 chilogrammi di Pentolite, gli HE432M iracheni, proiettili in acciaio altamente esplosivi del calibro di 130 millimetri lunghi 502 millimetri contenenti una testata da 5,3 chilogrammi di PBXN-5, gli M107 HE americani, proiettili in acciaio ad alto potenziale esplosivo del calibro di 155 millimetri lunghi 800 millimetri contenenti una testata da 6,6 chilogrammi di Composizione B, e gli americani M549 HERA, proiettili perforanti in acciaio del calibro di 155 millimetri lunghi 607 millimetri contenenti anch’essi la Composizione B nella testata ma in un peso di 7,3 chilogrammi. La Pentolite, il primo dei tre esplosivi ad altissimo potenziale, è una miscela formata da parti uguali di Trintrotoluene e Pentrite, questo uno degli esplosivi più potenti preparato per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens. Il secondo, il PBXN-5, è un prodotto sviluppato per la prima volta nel 1952 presso il Los Alamos National Laboratory, il laboratorio nazionale del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti inizialmente organizzato durante la Seconda Guerra Mondiale per la progettazione di armi nucleari come parte del Progetto Manhattan. Questo è composto per il 5% da tecnopolimeri sintetici e per il 95% da HMX, formalmente ciclotetrametilentetranitroammina, esplosivo ad alta velocità di caratteristiche eccezionali scoperto e brevettato nel 1930 e codificato col nome “HM” per High Molecular weight, ad alto peso molecolare, e "X", la classificazione, anche in questo caso nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva. Il terzo, la Composizione B, è un esplosivo sviluppato agli inizi della Seconda Guerra Mondiale dai laboratori di ricerca americani e composto da una percentuale del 39,5% di Trinitrotoluene, 1% di cera di paraffina e 59,5% di RDX. Le varie sezioni della gigantesca carica erano state collegate tra loro da un circuito ridondante di miccia detonante, un cordone esplosivo con l’anima interna in Pentrite diretto discendente di quello messo a punto negli stabilimenti David Bickford nel 1914. La miccia esplosiva era stata quindi affogata nelle miscele, un accorgimento utilizzato anche in altri attentati, adottato per assicurare una detonazione uniforme degli involucri in modo da non avere interruzioni nel passaggio dell’onda esplosiva da una sezione all’altra. Alla miccia detonante era stata poi nastrata una rete di detonatori elettrici, artifizi esplosivi primari, versioni moderne di quello inventato nel 1876 da Julius Smith, e costituiti da un cilindro di alluminio riempito con una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescato a sua volta da pochissimo esplosivo primario, l’Azoturo di Piombo, il preparato della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, sensibile ad urti e calore. Infine dai detonatori, collegati in serie anch’essi in modo ridondante, gli esplosivisti avevano fatto partire un cavo elettrico fissato ad un trefolo d’acciaio e che era stato fatto arrivare fino alla cabina, quindi ad un set di batterie e ad un doppio meccanismo di accensione: il primo, un interruttore a pressione nastrato sulla leva del cambio; il secondo, un doppio contatto a rilascio di pressione installato sotto il sedile dell’autista che sarebbe scattato nel caso lui fosse stato abbattuto durante l’avvicinamento all’obbiettivo. La bomba era completata, infinitamente terribile, tecnicamente perfetta. A fine ottobre l’autocisterna e l’ambulanza avevano lasciato Ramadi subito dopo la preghiera, la prima guidata da Haji Thamer, la seconda da Abū ‘Omar al-Kurdī. Accanto a lui, i due shahid, i martiri che si sarebbero immolati: Abu Zubeir Al Saudi, di 23 anni, saudita e Abu Abdallah Orduni, 33 anni, giordano. Erano arrivati dalla fabbrica dei martiri di Falluja, due dei tanti giovani stranieri che, all'inizio della guerra, erano arrivati in Iraq per combattere con al-Zarqāwī e immolarsi contro gli invasori stranieri. Avevano vissuto in una casa messa a disposizione dall’organizzazione dove nella “stanza dei martiri” avevano scritto il proprio nome su una lista affissa sulla parete mettendosi in fila per morire: uno si sarebbe fatto saltare sull’ambulanza, uno sulla cisterna. Ma mentre la prima era arrivata a Nāṣiriya per le ore 13:00, la seconda era stata fermata ad un posto di blocco della polizia di Kut, a 170 chilometri a sud-est di Baghdad, sulle rive del Tigri, in mezzo alle piantagioni di datteri che rompono le paludi. Haji Thamer era stato arrestato e il camion era finito assieme a lui nella caserma dove la “nuova polizia irachena”, sotto il controllo del contingente ucraino, aveva rilasciato l’autista ma concesso la restituzione del mezzo sotto compenso di 10 mila dollari americani. La trattativa si era conclusa all’alba del 12 novembre col pagamento di soli 300 dollari. Alle ore 09:00 uno degli agenti aveva consegnato di persona l'autocisterna ad Haji Thamer al confine della provincia di Wasit dove aveva poi proseguito per Nāṣiriya. Gli italiani erano stati appena condannati a morte. Nel frattempo, l’ambulanza era stata impiegata in un altro mattatoio, la Croce Rossa di Baghdad il 27 ottobre e a sostituire Abu Abdallah Orduni, morto nell’esplosione, era arrivato un altro giovane, un algerino di 33 anni, Bellil Belgacem. Proveniente da Jaén in Andalusia dove faceva il bracciante, aveva vissuto per un paio di mesi a Vilanova i la Geltru, un comune situato nella comunità autonoma della Catalogna dove era stato reclutato nella moschea locale di Al Forkan. Uno degli imam, Mohammed Samadi, aveva fatto durante la preghiera un riferimento diretto alla jihad violenta, Bellil si era mostrato interessato e la cosa non era sfuggita all’occhio Mohamed Mrabet Fhasi, originario di Tangeri e capo della cellula di reclutamento di terroristi per al-Zarqāwī. Era stato scelto come candidato al martirio, accolto nell’appartamento che condivideva con suo fratello Khalid e messo a lavorare nella macelleria Boughaz del quartiere. In quell'appartamento aveva cominciato il suo indottrinamento, era stato sottoposto ad un processo teso a dominare il suo tempo e il suo pensiero obbligandolo a dedicarsi anima e corpo al pensiero della jihad, alla morte rituale, al fine di annullare la sua volontà. Di questo se ne era occupato l’imam Mustafà Serroukh, personaggio di primo piano del radicalismo islamico in Spagna, braccio destro dell’imam Hicham Temsamani, collegamento tra la cellula spagnola e le altre realtà islamiche radicali in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Algeria, Marocco, Siria, Turchia e Iraq. Una volta ripulito da ogni pensiero esterno, era stato affiancato ad Abu Zubeir Al Saudi e preparato per la missione. Sono le ore 10:34 di quel 12 novembre e alla Base Maestrale una troupe cinematografica si trova all’interno del perimetro per una sosta veloce. Il regista, Stefano Rolla e il suo aiuto regista, Aureliano Amadei, sono in piedi nel piazzale antistante l’ingresso della palazzina in compagnia del cooperatore internazionale Marco Beci. Stanno discutendo del programma della giornata riguardo le riprese dello sceneggiato in lavorazione sulla ricostruzione a Nāṣiriya da parte del contingente italiano. La troupe è accompagnata nel corso dei suoi spostamenti da una squadra del 151° Reggimento Fanteria “Sassari” e tre soldati del 6º Reggimento Trasporti della Brigata Logistica di Proiezione. Il camion-cisterna si avvicina a bassa velocità al ponte sull’Eufrate, solo poche centinaia di metri lo separano dalla base. Al volante c’è Abu Zubeir Al Saudi, accanto a lui Bellil Belgacem stringe tra le mani un fucile automatico Ak-47. Le strade sono un fiume di persone ma nessuno fa caso a quel mezzo pesante che sta via via aumentando l’andatura. Haji Thamer è poco distante e sta osservando con attenzione le manovre del camion, vuole assistere all’esplosione, vuole essere sicuro che il carico di distruzione all’interno del rimorchio faccia il suo dovere. Sono le ore 10:38 e il camion attraversa il ponte, all’altezza della base gira a sinistra puntando verso il posto di guardia dell’entrata del vecchio edificio della Camera di Commercio. Gli italiani dall’ultimo sopralluogo hanno alzato delle protezioni ulteriori ma il camion non si ferma, Abu Zubeir Al Saudi preme sull’acceleratore facendo sobbalzare il pesante mezzo mentre Bellil Belgacem ha già fuori dal finestrino la canna del fucile col colpo inserito e la modalità a raffica. Il mezzo passa accanto al chiosco di Hassan Saad, un ragazzo di 17 che sta vendendo bombole di gas da cucina che, visto il fucile scorgere dalla cabina, lascia tutto arrampicandosi su una recinzione per allontanarsi di corsa. Il rombo del motore sovrasta le auto di passaggio, il mezzo viene visto dal corpo di guardia, accelera, i militari non fanno in tempo a dare l’allarme che il passeggero inizia a sparare nella loro direzione. Il camion prosegue a tutta velocità sfondando la sbarra di metallo, l’autista ha la mano destra sul pulsante e il piede sull’acceleratore, non si ferma, è sotto il fuoco del carabiniere Andrea Filippa che sta scaricando l’intero caricatore sul parabrezza. Sbanda, travolge gli hesco bastion fermandosi a 26 metri dalla facciata. L’urto del muso del camion contro le barriere sbalza in avanti Abu Zubeir Al Saudi che fracassandosi sul volante annulla la pressione sul sedile attivando la molla del secondo contatto. La corrente elettrica dal pacco batterie arriva ai detonatori, la miscela incendiaria all’interno prende fuoco innescando l’Azoturo di Piombo e facendo detonare la Pentrite che attiva la miccia detonante. In un decimo di secondo il cordone esplosivo arma le sezioni della carica all’interno del rimorchio che esplodono contemporaneamente. Il Kamaz si trasforma in una sfera di fuoco del raggio di 25 metri, è un’esplosione fortissima, terribile, l’aria e la terra vengono scosse con un ruggito. I 3.500 chilogrammi del super-esplosivo detonano alla velocità di oltre 8.000 metri al secondo. La forza dell’esplosione scaglia in aria la ghiaia degli hesco bastion, schiaccia e ribalta gli 11 automezzi pesanti parcheggiati prima di impattare contro l’angolo dell’edificio che viene sventrato, passato da parte a parte, strappando il primo pilastro dal suo vincolo superiore e abbattendolo verso l’interno. L’onda d’urto, una volta spogliata la facciata e demolite le strutture verticali di irrobustimento del lato sinistro e parte del destro, si incanala nei locali della palazzina devastandoli. Porte e finestre vanno in pezzi, le pareti si aprono, i solai si sollevano. L’onda di pressione, dopo una corsa di 350 metri, raggiunge la Base Libeccio, quasi di fronte alla Base Maestrale ma sulla riva destra del fiume Eufrate, frantumando le finestre, scardinando i telai degli infissi, crepando i muri e finendo la sua furia sull’edificio della International Medical Corps, una Organizzazione Non Governativa americana attiva nella zona da sei mesi. A 800 metri le finestre del tribunale vanno in pezzi riversandosi sui presenti intenti ad assistere a un’udienza. Il calore è immenso, le lamiere si arroventano, i corpi si sciolgono, la terra fuma. La riservetta salta in aria, una tempesta di proiettili bersaglia ogni cosa in ogni direzione. È un Inferno, ci vuole qualche minuto perché la polvere si depositi e renda visibile l’ecatombe. In 28 sono stati falciati come fili d'erba, i loro corpi sono a terra senza vita. L’interno del perimetro è stato ridotto in polvere e con esso 12 carabinieri, 5 soldati, il regista e il cooperatore internazionale. Sul terreno, tra la ghiaia e le fiamme ci sono altri 19 carabinieri, miracolosamente vivi ma feriti, c’è anche Stefano Rolla, l’aiuto regista, tra le urla, la confusione e un centinaio di iracheni feriti cerca di capire cosa sia successo. Non si vede niente, ci sono solo polvere, sangue e macerie. La furia della bomba ha devastato il quartiere, a terra c’è solo sangue, morte, i resti straziati di quelli che fino a pochi secondi prima stavano svolgendo le loro mansioni. Carcasse di mezzi in fiamme, brandelli di corpi, un pezzo di gamba sono sparsi per decine di metri. Un’anca è sull'altra sponda dell'Eufrate, a 150 metri di distanza, e una testa, e poi ci sono i cani, che morsi dalla fame e vinto lo spavento del boato, portano timidamente via pezzi di carne andando a sparire tra la polvere. Poi c’è un auto, è ferma in mezzo alla strada arata dal passaggio del fronte d’onda, all’interno ci sono cinque figure, cinque donne irachene che rientravano da un college per insegnanti: sono state incenerite all’istante. Il calore e la pressione sono stati di una intensità tale da abbattersi anche sulle auto parcheggiate e sulle abitazioni dove in una delle quali una madre si trovava alla finestra con in braccio suo figlio di 10 giorni. Entrambi sono morti, la donna è a terra, scagliata contro il muro della camera da letto, il bambino invece è a 3 metri da lei in un lago di sangue e con ancora attaccato un braccio della madre. Sopra il quartiere una nuvola nera e densa continua a sollevarsi in cielo, mentre frammenti di pietra, calcestruzzo e metallo piovono senza sosta sulla città. Il traffico nella zona è impazzito, in alcuni tratti paralizzato, gli abitanti del quartiere sono scesi in strada in preda al panico. L’area è chiusa, la strada che conduce al complesso è bloccata e presidiata dai carabinieri, dai militari della Brigata Sassari e dagli uomini del Genio Guastatori che hanno attivato la macchina del soccorso. Ricomporre i corpi delle vittime sarà un’impresa titanica, per i feriti viene invece allertato il vicino ospedale dove stanno già confluendo i medici e le infermiere volontarie della Croce Rossa dell’ospedale militare italiano di Tallil. Nel Punto Zero, l’Animal House non c’è più, dove prima c’era uno dei punti nevralgici delle operazioni per il mantenimento della pace internazionale, ora c’è un rudere di cemento, scheletri di metallo e un cratere di 7,7 metri di diametro e 2,5 di profondità.

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01 agosto, 2021

Fauld, Royal Air Force Base, 27 novembre 1944


TIPOLOGIA: incidente
CAUSE: errore umano
DATA:
27 novembre 1944
STATO:
Inghilterra
LUOGO:
Fauld, Royal Air Force Base
MORTI:
71
FERITI:
22

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 1944, ci troviamo nella base militare costruita dalla Royal Air Force a sud del villaggio di Fauld, a est di Hanbury, nello Staffordshire, in Inghilterra. Il lotto, acquistato nel 1937 per 635 mila sterline, con la guerra ormai alle porte aveva convertito i 450.000 metri quadrati della cava di gesso in disuso in un mega-magazzino per lo stoccaggio degli armamenti. Le gallerie erano state rinforzate e pareti divisorie in calcestruzzo armato spesse tre metri erano state alzate e riempite con la pietra di scarto delle lavorazioni in sotterraneo del periodo in cui l’attività estrattiva della cava era attiva. Inoltre, era stata progettata una complessa rete ferroviaria per consentire l’approvvigionamento dei depositi e delle strutture rinforzate costruite ex novo, ciò affinché la base fosse a tutti gli effetti autosufficiente. La guerra in Europa si avvia verso la sua conclusione, la Germania è ormai stretta nella morsa degli Alleati, i bombardamenti sono pesanti e frequenti e ora la RAF utilizza il grosso deposito per stoccare le migliaia di tonnellate di bombe in attesa di essere stivate sugli enormi bombardieri pesanti quadrimotori Avro 683 Lancaster. La struttura di approvvigionamento, scelta appositamente in sotterraneo per una questione di sicurezza, immagazzina 3.670 tonnellate di esplosivo netto contenuto nelle ogive di bombe aeronautiche a caduta libera con carica esplosiva ad alta velocità, un tipo di bombe che segue una traiettoria balistica dopo il lancio in funzione della velocità del mezzo aereo e della sua quota in relazione alla quota del bersaglio a terra. Ci sono: quelle “per utilizzo generico”, utilizzate per le operazioni di bombardamento sia strategico che tattico, dove il primo prevede l’impiego di bombardieri a lungo raggio per sganciare grandi quantità di ordigni su parti di territorio nemico dietro la linea del fronte per minarne il morale, il sistema produttivo o le infrastrutture, mentre il secondo è mirato a supportare le truppe attaccando mezzi e truppe sul campo; quelle “per operazioni speciali”, le BlockBuster, le Rimbalzanti, le Tallboy e le gigantesche Grand Slam, impilate in bunker che coprono 17.000 metri quadrati di stanze e corridoi concretizzati. Inoltre, chiusi in casse di legno lungo i passaggi alti 3,65 metri e larghi 6, misura ad hoc per il passaggio dei camion, sono stipati anche 500 milioni di pezzi del calibro 7,7 millimetri, il munizionamento delle 8 mitragliatrici Browning .303 Mark II che armano le tre torrette difensive dei bombardieri, ciascun colpo caricato con Polvere Infume, una invenzione del chimico francese Paul Marie Eugène Vieille che aveva ottenuto un nuovo tipo di polvere da sparo di tipo propellente completamente diverso dalle altre e che sviluppava un’energia tre volte superiore producendo nel contempo fumi di combustione molto ridotti. Questo tipo di esplosivo era stato realizzato unendo una miscela di etere ed alcool al prodotto della gelatinizzazione della Nitrocellulosa, l’esplosivo scoperto nel 1838 dal chimico francese Théophile-Jules Pelouze da carta, lino e cotone, ricetta perfezionata e stabilizzata dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846 contemporaneamente al chimico tedesco Johann Friedrich Böttger. I sotterranei sono una ramificata, immensa e pericolosa polveriera. Le bombe all’interno delle gallerie sono controllate a vista e le spolette, il meccanismo più delicato, costituite dal congegno che attiva un detonatore elettrico, erede del cilindretto di alluminio inventato nel 1876 da Julius Smith e acceso da un ponticello imbevuto in una soluzione infiammabile, o a percussione, erede ed evoluzione con accensione a stantuffo dell’involucro di stagno inventato da Alfred Nobel nel 1867, sono tenute in un’ala separata e ulteriormente sorvegliata. Si tratta di cariche primarie, in alcuni casi la Pentrite, uno degli esplosivi più potenti, preparata per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, in altri il Fulminato di Mercurio, esplosivo primario sensibilissimo agli urti e al calore, sintetizzato già nel XVII secolo e perfezionato nel 1799 dal chimico inglese Edward Howard, che consentono l’innesco dell’esplosivo contenuto nelle ogive. Da montare sul naso, sulla coda, lateralmente al corpo delle bombe, sono di tipo meccanico, elettrico, ad attivazione di prossimità, istantanea e ad orologeria. In quest’ultimo caso un meccanismo temporizzato, dalla breve durata, di pochi secondi, alla lunga durata, di qualche decina, consente una detonazione programmata per scopi speciali. È il 27 novembre, è una mattina di un lunedì come tante, gli operatori stanno lavorando agli armamenti e allo stoccaggio. Impegnati al lavoro ci sono anche 189 prigionieri italiani. L’attività della base è frenetica, i muletti sono in costante movimento, i treni arrivano e ripartono coi vagoni carichi di bombe che vengono spinti lungo le rotaie dalle locomotive diesel mentre i montacarichi si alternano lungo i pozzi. Le missioni di bombardamento tattico e strategico sono continue, le città tedesche sono martellate giorno e notte, senza tregua, con formazioni di aerei che sganciano centinaia di tonnellate di esplosivo ad ogni passaggio falciando migliaia di civili che con la guerra non c’entrano niente. Vittime collaterali le chiamano. Nei depositi i numeri dei pezzi variano di giorno in giorno e anche questa mattina gli addetti all’inventario stanno stilando l’elenco delle bombe sistemate nelle gallerie e nelle camere, una ad una. Davanti a tutte ci sono quelle “per uso generico, a media capacità” da 113, 227 e 454 chilogrammi. Le più piccole sono costituite da corpi cilindrici in acciaio del peso di 113 chilogrammi lunghi 78,3 centimetri, un diametro di 26,2 e contengono alcune 30,9 chilogrammi di Trinitrotoluene, esplosivo preparato la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt, altre 28,6 chilogrammi di Amatolo 60/40. L’Amatolo 60/40 è una miscela esplosiva creata durante la Prima Guerra Mondiale dalle forze armate britanniche costituita da 60% in peso di Nitrato d'Ammonio, il fertilizzante preparato dal chimico e farmacista tedesco Rudolph Glauber nel 1659 che lo aveva chiamato “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma e scoperto come prodotto esplodente dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1870, e 40% in peso di Trinitrotoluene. Le bombe “generiche” da 227 chilogrammi hanno la stessa conformazione dell’ogiva delle precedenti ma sono di dimensioni maggiori, con un corpo di 104,2 centimetri di lunghezza e un diametro di 32,8. Queste sono armate alcune con 95,3 chilogrammi di Amatolo 60/40, altre con 102,6 chilogrammi di Amatex, altre ancora con 100,7 chilogrammi di Tritolite, le ultime con 106 chilogrammi di Torpex, tutti esplosivi ad altissimo potenziale. L’Amatex è una miscela esplosiva sviluppata dall’ammiragliato britannico nei primi anni della guerra ed è costituita da 51% in peso di Nitrato d’Ammonio, 40% in peso di Trinitrotoluene e 9% in peso di RDX. Formalmente chiamato ciclotrimetilenetrinitramina, l’RDX ha caratteristiche eccezionali. È stato scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898 e codificato con questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e "X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva. La Tritolite, conosciuta anche col nome di Composizione B e composta da un 59,5% di RDX, 39,5% di Tritolo e un 1% di cera sintetica di paraffina, è una miscela di recente invenzione mentre il Torpex, potentissimo, è stato sviluppato nel 1942 presso la Fabbrica Reale Gunpowder, nel Waltham Abbey, nel Regno Unito. Il Torpex è 50% più potente del Trinitrotoluene ed è composto da 40% in peso di questo, 42% in peso di RDX e 18% in peso di polvere di alluminio. Il nome è l'abbreviazione di TORPedo EXplosiv, essendo stato originariamente sviluppato per la testata dei siluri. Ultime per sistemazione tra quelle “per uso generico, a media capacità” ci sono quelle da 454 chilogrammi, sorelle maggiori delle precedenti, lunghe 133,4 centimetri di lunghezza per 41 di diametro e armate alcune con 171,5 chilogrammi di Tritolite, altre con 162 chilogrammi di Amatolo 60/40. Andando avanti con le stanze e i corridoi è stoccata la prima tranche di bombe “per operazioni speciali, ad alta capacità”, le Blockbuster, utilizzate per scopi di bombardamento in cui è richiesto il massimo danno da esplosione. Le più piccole, da 782 chilogrammi, sono dei cilindri in acciaio lunghi 224 centimetri con un diametro di 76 contenenti alcune una carica di 556 chilogrammi di Amatolo 60/40, altre una di Tritolite e altre ancora una di Torpex. Queste sono bombe che hanno una configurazione particolare, modulare, poiché le versioni maggiori sono studiate per essere costituite da sezioni affiancate della più piccola imbullonate e saldate tra loro. Le Blockbuster da 1.780 chilogrammi, formate da due sezioni della precedenti, sono lunghe 292 centimetri, hanno un diametro di 76 e contengono alcune 1.264 chilogrammi di Amatolo 60/40, altre Tritolite, altre ancora il Torpex, e per ultimo il Minol, una miscela esplosiva sviluppata anch’essa dall’ammiragliato britannico durante la guerra e costituita da 40% in peso di Trinitrotoluene, 40% Nitrato d’Ammonio e 20% in peso di polvere d’alluminio. Le versioni da 3.570 e 5.443 chilogrammi sistemate nella camera successiva, costituite rispettivamente da tre e quattro sezioni affiancate, raggiungono una lunghezza di 517 centimetri la prima e 741 centimetri la seconda, per un diametro di 97 centimetri e una carica di 2.428 e 4.355 chilogrammi di Torpex alcune e di Amatex altre. Le camere successive, le ultime per lo stoccaggio, sono dedicate anche’esse agli ordigni utilizzati per le operazioni speciali: le bombe “Rimbalzanti anti-diga”, delle casse cilindriche in acciaio pesanti 4.196 chilogrammi lunghe 152 centimetri, larghe 127 e che contengono una carica di 2.994 chilogrammi di RDX, progettate con lo specifico scopo di poter rimbalzare sulla superficie dell'acqua fino a colpire il bersaglio rendendo inefficaci le reti anti-siluro; le bombe “penetranti” Tallboy da 5.443 chilogrammi e le Grand Slam da 9.979 chilogrammi, rispettivamente due mostri in acciaio rinforzato da 640 centimetri di lunghezza per 97 centimetri di diametro la prima e 808 centimetri di lunghezza per 117 di diametro la seconda, che contengono invece, avvolte in una incamiciatura dello spessore di 2,54 centimetri di Trinitrotoluene, 2.358 e 4.309 chilogrammi di Torpex. Sono le ore 11:11 e in una delle aree di armamento gli operai si stanno occupando di una Tallboy che deve essere caricata su un bombardiere Lancaster appositamente modificato per poterla trasportare. È un’arma molto particolare, molto potente, prodotta dal conglomerato di ingegneria britannico Vickers-Armstrongs Limited. L’ingegnere aeronautico britannico Sir Barnes Neville Wallis, il suo progettista, l’ha disegnata volendo creare una bomba sismica, diversa nel concetto dalle bombe tradizionali che di solito esplodono in superficie o nelle vicinanze distruggendo il loro obiettivo direttamente con la forza esplosiva. Questa, al contrario, grande, pesante, corazzata frontalmente poiché fusa in un unico pezzo d’acciaio ad alta resistenza, viene rilasciata ad un'altitudine di 5.500 metri, con una velocità dell'aria di 270 chilometri orari, grazie alla sua linea pulita raggiunge una velocità di caduta di 335 metri al secondo con una velocità di rotazione di 300 giri al minuto generati dalla torsione delle pinne del governale di coda che ne garantiscono l’aerodinamica e la precisione fermando il beccheggio e l’imbardata grazie all’effetto giroscopico. Al momento dell'impatto colpisce il terreno con una velocità di 1.210 chilometri orari penetrando nel terreno come un proiettile da dieci tonnellate sparato verso il basso, in grado di attraversare una parete in calcestruzzo armato spessa 4,9 metri ed esplodendo in profondità nel sottosuolo, generando un cratere profondo 24 metri e largo 30, nonché un’intensa onde d’urto equivalente a quella di un terremoto di magnitudo 3,6, disintegrando anche il bersaglio più resistente, difficili per una bomba convenzionale, poiché penetrando in profondità produce una caverna che rimuove il supporto sotterraneo del bersaglio e ne provoca il crollo, processo graficamente descritto come un "effetto botola". Gli operai sono alle prese con le spolette, sono tre, tutte nella parte posteriore. Sono dei cilindri in ottone con all’interno un meccanismo ad attivazione per impatto che trattiene un percussore pre-caricato a molla che rilasciato impatta su una capsula montata alla base del detonatore. La routine giornaliera è snervante, lo stress è continuo e un momento di distrazione misto a imperizia di uno dei tecnici, mentre inserisce la spoletta nel suo alloggiamento, il booster, un incavo cilindrico contenente una carica di rinforzo di Tetrile, un esplosivo sensibilissimo agli urti prodotto negli stabilimenti dell’Esercito degli Stati Uniti agli inizi del 1900 e sviluppato durante la Prima Guerra Mondiale, attiva la molla che rilascia il percussore che attiva il detonatore quindi il booster innescando i 2.358 chilogrammi di esplosivo contenuti nei 3 metri della testata. L’operaio viene vaporizzato all’istante e con lui quelli accanto. La detonazione della carica di alto esplosivo sprigiona un'energia di 795 milioni di chilogrammi per metro quadrato con una velocità di 5 millesimi di secondo e una potenza istantanea è di 15.5 miliardi di kiloWatt, cioè circa una volta e mezza superiore a quella del fulmine più potente al quale si attribuisce un'intensità di corrente di 100.000 Ampere sotto una differenza di potenziale di 100 milioni di Volt. La complessiva energia cinetica, nell'ipotesi che sia trasformato in lavoro meccanico solo il 30% dell'energia termica, è tale da lanciare in aria, a 25 metri di altezza, un incrociatore corazzato da 10.000 tonnellate di dislocamento. L’esplosione, potentissima, coinvolge in una frazione di secondo le bombe vicine incanalandosi per i corridoi generando una reazione a catena di proporzioni inimmaginabili. La sua forza, pari a 1.600 Tallboy, è una delle più grandi non nucleari mai registrate, un quinto, in termini di potenza, di quella che avverrà con lo sgancio sulla città di Hiroshima di Little Boy, la bomba atomica Mk.1 all’Uranio. Con un fulmineo effetto domino due terzi dello stoccaggio salta in aria con una velocità di detonazione di 8.000 metri al secondo. La terra si gonfia, nei sotterranei i cunicoli si sciolgono, la forza dell’onda d’urto è così spaventosa che chi si trova sul suo passaggio non si accorge di niente. In 26, tra personale militare e prigionieri al lavoro, sono ridotti allo spessore di un foglio di carta. In superficie i 5.000 gradi di temperatura e la pressione esercitata proiettano in aria roccia, alberi, cemento, uomini, bombe, che si riversano sulle campagne in una pioggia di fuoco. Grazie alle barriere multistrato di calcestruzzo armato l’esplosione non coinvolge anche le sezioni numero 3 e numero 4 che restano sepolte dalla massa di roccia collassata su se stessa. Le pareti, i pilastri, i corridoi, i binari, le strutture, le locomotive, vengono sbriciolate. In un raggio di 1.500 metri tutto viene cancellato. Il villaggio di Hanbury viene raso al suolo, nella vicina Tutbury i tetti vengono scoperchiati, le abitazioni sventrate e i campanili delle chiese collassano in strada. Non esistono più le case, le fattorie, i mulini, le persone vengono falciate senza accorgersi di niente, in 7 rimarranno immobili, senza vita, in mezzo a decine di feriti. Il boato si sente fino a Birmingham, a 50 chilometri di distanza. In Svizzera i sismografi rilevarono l’onda di pressione sotterranea scambiandola per un terremoto. Mentre 10 mila tonnellate di detriti piovono su tutta l’area in una grandinata di roccia, acciaio e cemento sotto un fungo di polvere e fumo largo 60 metri e alto 400, l’onda di pressione in superficie e quella sotterranea raggiungono la vicina diga frantumando lo sbarramento. 450 mila metri cubi d’acqua si riversano nella valle. I villaggi, gli allevamenti, le campagne, vengono sommersi da un’onda di fango e detriti che terminano ciò che l’onda d’aria ha iniziato, 12 persone rimarranno ferite in maniera più o meno seria. 4 secondi dopo un muro d’acqua si abbatte sulla miniera di gesso di Peter Ford & Sons. 37 operai muoiono affogati, trascinati nelle gole fin sotto terra. Poi il silenzio. Su una superficie di 400 ettari di terreno agricolo e villaggi tutto è rivoltato, la campagna è stata trasformata in una risaia. Solo le carcasse di 200 bovini affiorano a pelo d’acqua, il resto non c’è più. A 6 chilometri dal cratere, una vacca è rimasta in piedi, è immobile, le sue dimensioni sono due volte quelle normali, la pressione esercitata dalla detonazione l’ha fulminata sul posto. Dove c’era la base le colline sono scompare. Al loro posto, tra la roccia, il ferro e le urla di 10 operai miracolosamente vivi, c’è un cratere lungo 270 metri, largo 213, profondo 30 e con una superficie di 5 ettari. Una fattoria poco lontano è ancora parzialmente in piedi, parte del tetto è crollata, le finestre sono divelte e le pareti crepate. Dentro, una coppia di anziani è seduta a tavola, sono morti, hanno i timpani esplosi e gli organi schiacciati, non si sono accorti di niente, l'onda di sovrappressione li ha sorpresi mentre mangiavano. I corpi sono lì, nella stessa posizione, l’uno davanti all’altra, tenendosi la mano, con ancora i piatti davanti in una inconsapevole ultima cena insieme.

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