TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: camion-bomba suicida
DATA: 12 novembre 2003
STATO: Iraq
LUOGO: Nāṣiriya, Base MSU Maestrale
MORTI: 28
FERITI: 119
Ultimo aggiornamento: 18 giugno 2026
Tempo di
lettura: 28 minuti
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 12 novembre 2003 e nella città di Nāṣiriya sono le ore 10:00. Siamo
nella provincia di Dhi-Qar che si estende su un'area di circa 13 mila
chilometri quadrati con una popolazione di quasi un milione di persone. Nāṣiriya,
a maggioranza sciita, ne è il capoluogo di provincia, situata a circa 375
chilometri a sud della capitale Baghdad e centro di grande rilevanza dal punto
di vista militare. I militari italiani si trovano qui dal 19 luglio, da quando hanno
dato il cambio ai Marines americani del 2° Battaglione del 25° Reggimento. L’”Operazione
Antica Babilonia”, la missione italiana iniziata il 15 luglio e classificata
come missione di “peacekeeping” autorizzata dalle Nazioni Unite conseguentemente
alla guerra avviata dagli Stati Uniti d’America per deporre il dittatore Saddam
Hussein, è nel pieno del suo svolgimento. Tra le attività politiche e militari
svolte al “mantenimento della pace internazionale” i militari italiani hanno
diversi compiti e la bonifica, la ricostruzione del "comparto
sicurezza" iracheno attraverso l'assistenza per l'addestramento e
l'equipaggiamento, il concorso al ripristino di infrastrutture pubbliche, alla
riattivazione dei servizi essenziali e all’ordine pubblico, sono alcuni di
questi. Il comando dell’operazione, l'Italian Joint Task Force, il IJTF, si
trova fuori città, nella base “White Horse”, a 7 chilometri in linea d’aria dal
centro abitato. In città i Carabinieri e l’Esercito occupano altre due basi distanti
350 metri l’una dall’altra, gli uomini dell’Esercito si trovavano in quella
denominata “Libeccio”, dove hanno sede sia il Battaglione, il Multinational
Specialized Unit, sia il Comando del Reggimento MSU/IRAQ, i Carabinieri invece si
trovavano nella “Maestrale”, soprannominata “Animal House”, anch’essa base MSU
e che occupa l’ormai vecchio edificio che durante il regime di Saddam Hussein
era la sede della Camera di Commercio. Le due basi sorvegliano entrambi i lati
di un ponte, l’Al Zaitun, che unisce le due sponde del fiume Eufrate e che deve
essere difeso a tutti i costi. Per gli occidentali rappresenta uno snodo
importante. Va tenuto aperto e perché assicura il collegamento con il nord e
con le altre forze della coalizione a Bagdad e Mosul. Per assicurare la
transitabilità del ponte ma soprattutto perché il peacekeeping abbia un
maggiore impatto e i soldati abbiano un contatto diretto con la popolazione
locale, i contingenti si trovano proprio nel centro abitato. Ma quello che in
termini logistici può essere sicuramente un vantaggio, in termini strategici è
un disastro: le basi sono scoperte e mal difese. A differenza delle altre, nel
deserto, queste sono facili da colpire, soprattutto la Base Maestrale, priva di
difese passive “a zig zag”, di blocchi stradali e di solide mura statiche perimetrali
di protezione, questo perché la città del sud dell’Iraq, si trova in una zona dove
gli scontri con la minoranza sunnita e con le forze internazionali sono molto
meno gravi e frequenti che in altre zone del paese, come intorno alle città di
Baghdad e Tikrit, presidiate dall’esercito americano. I primi mesi
dell’operazione infatti sono passati senza incidenti, ma mentre si ha
l’illusione che i rapporti con la popolazione siano buoni e di reciproca
collaborazione, in città è pronto già da qualche mese un piano d’attacco proprio
contro una delle basi. Il leader Aḥmad Fāḍil al-Nazāl al-Khalāʾil, noto con lo
pseudonimo di Abū Musʿab al-Zarqāwī, appoggiato dagli estremisti sunniti aveva
dato l’assenso a Said Mahmoud Abdelaziz Haraz per l’organizzazione un raid
suicida contro la Base Maestrale, la più adatta allo scopo in quanto sita lungo
un’arteria principale che non sarebbe mai potuta essere chiusa. Abū Musʿab
al-Zarqāwī è uno dei comandanti operativi di al-Qaida, e grazie alla sua
maggiore visibilità come leader dell'insurrezione contro i militari americani e
il governo provvisorio dell'Iraq, ha un potere e un’influenza maggiore dello
stesso Osāma bin Lāden, il leader del movimento fondamentalista islamista
sunnita paramilitare terroristico nato nel 1988 durante la Guerra in
Afghanistan e guidato dal miliardario saudita 17esimo dei 57 figli dell’immobiliarista
yemenita Mohammed bin Awad bin Lāden, che avvalso della guida ideologica
di al-Zawāhirī, scrittore, poeta e medico de Il Cairo appartenente ad
una famiglia di dotti religiosi e di magistrati, aveva deciso di utilizzare
soldi e macchinari della propria impresa di costruzioni per aiutare la
resistenza dei mujaheddin durante l’invasione. La benedizione per la
strage era stata data durante un incontro del "Consiglio della
shura", l'organo ideologico-religioso dell'organizzazione terroristica “Al
Tawhid wal Jihad'' rinominata “Tainzim qaidtu al jihad fi bilad al rafidain”,
“Base del jihad nella terra dei due fiumi”, con l’annessione ad al-Qaida. Il
colloquio si era tenuto dalle parti di Falluja e a cui avevano partecipato,
oltre il leader di al-Qaida in Iraq, anche Abu Anas al Shami, 38 anni giordano,
Capo del Consiglio, Abu Adnan, portavoce e addetto stampa, Haji Thamer,
iracheno, responsabile della "sezione operazioni suicide", e i membri
più influenti: Abu Salman al Shami, Abab Turki, Nidal al Arabiya, e Abu Omar Al
Masri, egiziano e braccio destro ed erede di al-Zarqāwī. Said Mahmoud Abdelaziz
Haraz aveva iniziato a lavorare al progetto assieme ad Haji Thamer dopo che
questo era nato quasi per caso, quando Thamer si era trovato di passaggio a Nāṣiriya
durante un viaggio nella città di Bassora. Aveva notato la bandiera italiana sventolare
su un edificio e aggredire una preda che non immaginava alcun tipo di agguato
era stato un pensiero che aveva acceso l'ex ufficiale disertore dell’esercito
di Saddam Hussein. Essendo in zona sciita ed essendo un quadrante scoperto
dagli uomini di al-Zarqāwī, nessuno si sarebbe mai immaginato che avrebbe
potuto arrivare fino a lì. Il progetto era stato quindi proposto al leader e di
conseguenza passato al vaglio del consiglio. L'obiettivo sarebbe stato quello
di colpire il Governo Berlusconi mandando così un messaggio chiaro all'Italia e
agli altri Stati della Coalizione: il ritiro immediato dalla città. Said
Mahmoud Abdelaziz Haraz, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Abū ‘Omar
al-Kurdī, è un 35enne iracheno veterano dei campi di addestramento
in Afghanistan e uno dei massimi specialisti di esplosivi, ai primi di
ottobre, assieme a Haji Thamer si era trovato in città per il primo di tre
sopralluoghi. I due erano arrivati via Baghdad su un autobus di linea partito
da Ramadi, lo studio era durato poco più di due ore, con una serie di passaggi
davanti all’obiettivo per studiarne le debolezze e individuare nelle vicinanze
un luogo in cui parcheggiare il veicolo imbottito di esplosivo. Inizialmente
avevano pensato ad un’autoambulanza dopo essere balzato ai loro occhi
l’ospedale a pochi chilometri dalla base. Dopo due settimane il piano era
pronto, colpire due obiettivi, per uno dei quali era stata scelta la base
Maestrale. Questa è organizzata su di un comprensorio di dimensioni massime 80
metri per 70 sul terreno pianeggiante privo di asfalto ubicato in prossimità
della riva sinistra del fiume Eufrate, proprio all'altezza del ponte. La palazzina
sede del Comando e della parte logistica è un massiccio parallelepipedo di 15
metri per 22 e alto 10 con struttura in calcestruzzo armato, pilastri di
sezione quadrata di 40 centimetri di lato e pannelli prefabbricati. Accanto c’è
un container adibito a deposito munizioni in corrispondenza del lato sul fiume,
il tutto è davanti ad un ampio spiazzo all’interno del perimetro allestito a
parcheggio e alla movimentazione degli automezzi. L'entrata, una parte carraia
e una pedonale che conduce alla palazzina, è protetta da sbarramenti con sacchi
di sabbia e barriere hesco bastion, dei gabbioni metallici riempiti di ghiaia e
terra utilizzati per creare un riparo provvisorio, molto efficace contro
eventuali truppe a piedi ma decisamente meno contro veicoli pesanti. Inoltre,
la zona è un cantiere a cielo aperto, i lavori per asfaltare la strada in piena
attività avrebbe fornito una copertura per l’avvicinamento del veicolo-bomba. L’autoambulanza,
confermata per essere utilizzata come mezzo d’attacco, sarebbe stata preparata
assieme ad una autocisterna che avrebbe invece colpito invece un palazzo
ministeriale. L’utilizzo di un mezzo così pesante e corazzato artigianalmente
per lo scopo, sarebbe servito a un duplice scopo: camuffare il carico
esplosivo, trattandosi di un mezzo comune in queste zone, e sfruttare l'enorme
massa del veicolo. Lanciato a forte velocità, il camion avrebbe funto da ariete
per sfondare le postazioni di guardia e gli eventuali blocchi di cemento
all'ingresso con l'obiettivo di detonare il più vicino possibile alle
fondazioni dell'edificio principale. Da quella stessa notte erano iniziati i
preparativi, l’autoarticolato era stato allestito per primo mentre l’esplosivo
per riempire l’ambulanza sarebbe arrivato nei giorni a seguire con una seconda
spedizione. L’organizzazione terroristica ha accesso ad una quantità inimmaginabile
di esplosivo. Durante vent'anni di guerriglia le cellule hanno sviluppato una
catena di approvvigionamento di esplosivi economica, capillare e altamente
adattabile. Per le bombe artigianali, l'arma principale della loro guerra, i
materiali per fabbricarle provengono essenzialmente da tre grandi bacini: il
contrabbando transfrontaliero di prodotti civili, il riciclo di vecchie guerre
e il furto di scorte militari. Il 70% degli esplosivi utilizzati sono di natura
artigianale e la base chimica assoluta di queste cariche è quasi sempre il
Nitrato di Ammonio. È un fertilizzante utilizzato come ingrediente esplosivo
dal 1867, quando era stato rilasciato un brevetto a due chimici svedesi, J. H.
Norrbin and J. Ohlsson, utilizzandolo assieme ad un 20% di carbone nel loro
Ammoniakkrut, venendo utilizzato dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel
nella sua dinamite "extra", in cui aveva sostituito la farina di
roccia silicea sedimentaria di origine organica, la segatura, la polvere
assorbente e parte della Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico italiano
Ascanio Sobrero nel 1847. Johann Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco
considerato uno dei fondatori della chimica industriale moderna e precursore
dell’ingegneria chimica, lo aveva preparato e descritto nel 1659 chiamandolo
“nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma. In Iraq, la
reperibilità di questo materiale non avviene attraverso un singolo canale, ma
tramite una strategia basata sull'approfittare di un mercato agricolo ed
industriale poco regolamentato. In un Iraq che ha storicamente un'ampia base
agricola che richiede grandi quantità di fertilizzanti azotati, Al-Qaida,
tramite aziende di facciata o infiltrazioni in cooperative agricole esistenti,
acquista fertilizzante in grandi lotti senza destare sospetti. Per evitare di
attirare l'attenzione delle autorità o dei checkpoint, i gruppi frazionano gli
ordini tra decine di piccoli agricoltori compiacenti o intimiditi che poi si
occupano di far confluire il prodotto nei magazzini clandestini. In
alternativa, dato che il Nitrato d'Ammonio è legale in quasi tutto il mondo e
il confine iracheno è un punto di ingresso critico, viene quindi importato
legalmente nei paesi confinanti dove la regolamentazione è altrettanto
permissiva o soggetta a corruzione, per poi essere trasportato illegalmente in
Iraq attraverso rotte desertiche non monitorate o tramite il coinvolgimento di
autotrasportatori corrotti che nascondono i carichi sotto merci lecite. Un
altro canale è il mercato nero. Sia da prima che dopo i periodi di conflitto lo
Stato iracheno stocca enormi quantità di fertilizzanti per sostenere il piano
nazionale di agricoltura. I gruppi terroristici spesso e volentieri infiltrano
personale all'interno dei magazzini statali dove il materiale viene fatto
uscire dai depositi ufficiali dichiarandolo come "andato a male",
"disperso" o "distribuito" ad agricoltori inesistenti, per
poi essere rivenduto sul mercato nero interno. Oltre a questo, anche l’accesso
ad esplosivo militare, quello ad alta velocità di detonazione, è praticamente
illimitato. Il territorio iracheno è tra i più contaminati al mondo da mine e
ordigni inesplosi risalenti alla guerra Iran-Iraq, alla Guerra del Golfo e ai
conflitti successivi. I tecnici delle cellule hanno a disposizione squadre
specializzate nello sminamento "al contrario", ovvero addetti al
recupero dell'esplosivo dagli ordigni inesplosi sepolti nelle campagne,
trasformando una minaccia ambientale in una risorsa bellica. Ma il più delle
volte, la materia prima viene estratta da ordigni trafugati direttamente dagli
arsenali militari iracheni. Per comprendere il tipo di materiale bellico
presente in questi depositi da cui il gruppo ha estratto l'esplosivo è
necessario guardare alle dotazioni standard dell'esercito iracheno post-1991, in
gran parte di origine sovietica o prodotti sotto licenza. I tecnici, nonostante
cerchino continuamente nei bunker in disuso munizioni di grosso calibro perché
offrono il miglior rapporto peso dell'esplosivo/sforzo di smantellamento, le bombe
d'aereo sono la fonte più efficiente. Non sempre di facile reperimento
rappresentano la soluzione ottimale per ottenere grandi quantità di materia
prima in un'unica operazione di smantellamento. Per questa occasione,
l’approvvigionamento è stato possibile proprio grazie allo smontaggio di alcune
di queste. Ammar az-Zubaidi, uno degli elementi della cellula addetto al
procacciamento della materia prima, le aveva trafugate assieme a decine di
casse di pezzi di artiglieria da vari magazzini iracheni all'inizio
dell'occupazione di inizio anno da parte della coalizione guidata dagli Stati
Uniti d’America assieme a Regno Unito, Australia e Polonia. Le bombe aeronautiche
sono generalmente considerate "più facili" da gestire in ambiente di
demilitarizzazione industriale perché sono progettate per essere trasportate
all'esterno dei velivoli. Avendo una struttura più "pulita", una
volta rimosse le spolette, che sono solitamente posizionate in punti
accessibili come il muso o la coda, l'interno è spesso un unico blocco di
esplosivo colato che può essere rimosso tramite il washout, il lavaggio con
acqua ad alta pressione, oppure tramite fusione controllata. I proiettili di
artiglieria invece sono spesso più complessi da maneggiare. A differenza delle
bombe sono progettati per sopportare le enormi accelerazioni e pressioni dello
sparo dal cannone. Ciò sta a significare che le loro pareti sono molto spesse e
l'esplosivo all'interno, nel caso di ordigni inesplosi e recuperati sul
terreno, è stato sottoposto a sollecitazioni meccaniche che possono averlo reso
più compatto o, in alcuni casi, alterato. Inoltre, i proiettili di artiglieria
hanno spesso sistemi di innesco a tempo o di prossimità molto piccoli e
difficili da estrarre senza rischiare la detonazione. Le munizioni aeronautiche
mai utilizzate quindi, essendo spesso conservate in depositi climatizzati o in
hangars protetti, sono mediamente in condizioni chimiche migliori rispetto a
munizioni di artiglieria che potrebbero essere rimaste per decenni in depositi
campali o sotterranei, aumentando il rischio che l'esplosivo sia diventato
instabile. Per l’occasione, la carica era stata assemblata all’interno del grosso
camion cisterna di fabbricazione russa, un Kamaz modello 5321 del 1990 con una
capienza di 6.500 litri utilizzato per distribuzioni locali, un robusto residuato
bellico dell’esercito iracheno con cabina di colore verde e serbatoio bianco,
dove all’interno, a 160 centimetri dal suolo, avevano costruito con cura
certosina il risultato di un progetto figlio di anni di test e attentati
dinamitardi contro obiettivi militari: una mostruosa carica concentrata con un
rapporto fra la dimensione maggiore e quella minore non superiore a 4 e in
grado di sviluppare una potenza equivalente di 3.500 chilogrammi di esplosivo
convenzionale finalizzata alla totale distruzione dell’obiettivo. Questa bomba
era stata progettata per essere un tutt’uno col serbatoio, esternamente anonimo
e internamente diviso in scompartimenti. Il nucleo centrale, indipendente, costituito
da una “scatola” metallica saldata ad hoc ricavata dall’equivalente in spazio
di 1.500 litri adeguatamente isolata con silicone per evitare infiltrazioni di
carburante, è formato da una carica combinata solida. Il suo involucro, il
restante spazio interno della cisterna, contenente combustibile liquido, 5.000
litri di benzina, creano una bomba termobarica altamente distruttiva. Nota anche
come Fuel-Air Explosive, a differenza degli esplosivi convenzionali che
contengono al loro interno sia il combustibile che l'ossidante chimico
necessari per esplodere, un esplosivo termobarico è composto per la maggior
parte da combustibile. Per innescare la reazione sfrutta l'ossigeno presente
nell'aria circostante. In un'arma termobarica di livello militare, il processo
avviene in due fasi distinte e rapidissime: la Fase di dispersione, dove una
prima, piccola carica esplosiva si aziona per disperdere il combustibile
creando una vasta nube di aerosol miscelata con l'ossigeno atmosferico, e la
Fase di accensione, in cui frazioni di secondo dopo, quando la nube ha
raggiunto la miscelazione ottimale, una seconda carica o incendia l'aerosol.
Nella costruzione di questa bomba, i tecnici del gruppo non hanno utilizzato
una testata termobarica militare, ma hanno creato un ordigno improvvisato in
grado di simulare lo stesso principio fisico sfruttando proprio il camion
cisterna come involucro in cui le due fasi avvengono quasi simultaneamente
grazie alla dinamica del vettore. Con la detonazione della carica esplosiva
primaria, l'energia di questa esplosione avrebbe distrutto la cisterna e, a
causa dell'enorme pressione, avrebbe nebulizzato istantaneamente migliaia di
litri di liquido infiammabile proiettandoli nell'aria tutt'intorno. Il calore
estremo generato dalla detonazione del Tritolo e del Nitrato d’Ammonio avrebbe successivamente
incendiato questa colossale nube di combustibile aerosolizzato durante la sua
espansione con una meccanica che avrebbe prodotto effetti sensibilmente diversi
ma molto più distruttivi per le strutture rispetto a un esplosivo tradizionale
di pari peso. Gli esplosivi convenzionali creano un'onda d'urto fortissima ma
brevissima, ideale per spezzare il metallo, un'esplosione termobarica crea invece
un'onda d'urto che viaggia leggermente più lenta, ma che dura molto più a
lungo. Questa "spinta" continua è capace di radere al suolo o far
collassare enormi edifici in calcestruzzo armato abbattendoli come un muro
d'acqua. Inoltre, l'accensione della nube crea una bolla di fuoco gigantesca
che dura molto più a lungo di un'esplosione normale, incenerendo tutto ciò che
si trova nel suo raggio di espansione e innescando incendi secondari devastanti.
Poiché l'esplosione consuma rapidamente e violentemente tutto l'ossigeno
presente nell'aria circostante per bruciare, genera un'area di vuoto parziale e
una successiva, massiccia ondata di bassa pressione. Questo sbalzo pressorio è
letale per gli esseri viventi, poiché provoca la rottura degli organi interni,
anche per chi si trova al riparo dietro a muri o all'interno di bunker non
sigillati ermeticamente. Il nucleo della carica termobarica “hand made” era
stato assemblato con 400 chilogrammi di Trinitrotoluene sfuso. Esplosivo
preparato la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand,
perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto
industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt, lo avevano ricavato
estraendolo dalle pance di 5 bombe aeronautiche FAB-250 a caduta libera di
fabbricazione sovietica progettate per l'impiego generico contro obiettivi
terrestri, infrastrutture e postazioni fortificate. Questo tipo di bombe, dove
il nome "FAB" deriva dall'acronimo russo Fugasnaya Aviatsionnaya
Bomba, che si traduce letteralmente come "bomba aeronautica altamente
esplosiva", costituiva l'ossatura dell'arsenale dell'aeronautica irachena.
Con corpo cilindrico in acciaio, robusto, studiato per favorire la penetrazione
in terreni o strutture prima della detonazione, era progettata con una forma a
bassa resistenza aerodinamica ottimizzata per essere trasportata esternamente
sui piloni alari di cacciabombardieri e bombardieri tattici per permettere
velocità di rilascio più elevate. Il suo numero "250" indica il peso
nominale dell'ordigno in chilogrammi mentre il suo carico operativo comprende
110 chilogrammi netti di esplosivo. Queste bombe, chiuse e abbandonate nei
depositi, avevano accumulavano ruggine e polvere per anni col rischio che gli
ingranaggi interni dei percussori delle spolette potessero aver subito delle
alterazioni riducendone la sensibilità immediata al movimento. I tecnici, dopo
aver ripulito la testa, avevano dovuto neutralizzare il meccanismo di innesco
originale. Questo era stato fatto forzando la filettatura con chiavi inglesi
modificate e strumenti artigianali. Quando non era stato possibile svitare le
la spoletta direttamente dal corpo della bomba, l'involucro metallico era stato
tagliato. Venivano usati strumenti meccanici molto basilari, come seghetti a
mano, smerigliatrici angolari, trapani o scalpelli. L’esplosivo, una volta
aperti gli involucri, era stato estratto in due modi: rompendo e scheggiando
l'esplosivo indurito con punteruoli, spesso di legno o rame per evitare
scintille, sebbene molti usassero strumenti in acciaio con rischi enormi,
oppure tramite scioglimento. Il Tritolo ha un punto di fusione relativamente
basso, circa 81 gradi centigradi, utilizzando dei pentoloni d’acqua bollente i
corpi bomba venivano messi a bagnomaria in modo da scioglierne il contenuto.
Questo, colato fuori sotto forma liquida era stato raccolto in vasche d'acqua
fredda per solidificarsi nuovamente in scaglie o in blocchi, per venire
riutilizzato. Il Tritolo puro ha una caratteristica fondamentale: è
chimicamente estremamente stabile. Non esplodendo per sfregamento e se esposto
al fuoco libero poiché necessita di una fortissima onda d'urto per la sua
attivazione, consentiva queste operazioni, benchè potenzialmente pericolose, rendendole
estremamente sicure rispetto all’applicazione con altri esplosivi più
sensibili. Per aprire gli involucri d'acciaio delle bombe senza causare
scintille o calore estremo avevano utilizzato un taglio manuale con acqua
corrente per il raffreddamento delle seghe. Una volta tornato in forma solida,
il Tritolo era stato nuovamente frantumato in piccoli grumi con mortai a mano e
stoccato in taniche di plastica prima della successiva sagomatura in panetti
per l’impilamento a incastro nello scompartimento del nucleo. A contatto con il
Tritolo era stata poi sistemata nella parte alta del nucleo la seconda porzione
della carica, quella di Nitrato d’Ammonio, in sacchi e per un peso complessivo di
600 chilogrammi. La combinazione di Nitrato d’Ammonio e Tritolo è una questione
di chimica esplosiva ben documentata. Quando si accosta o si miscela il Nitrato
d’Ammonio, un ossidante, con il Tritolo, un esplosivo ad alto potenziale, non
si ottiene un'arma in senso stretto, ma si crea un esplosivo composto con
caratteristiche di potenza superiori alla somma delle singole parti. Il Nitrato
d’Ammonio da solo è un esplosivo relativamente instabile e difficile da far
detonare quindi il Tritolo funge da innesco e potenziatore. L'esplosione del Tritolo
fornisce l'onda d'urto e il calore necessari per far reagire rapidamente il primo
che agisce fornendo ossigeno extra alla reazione. Risultato, questa unione aumenta
significativamente il volume di gas prodotti e la velocità di detonazione
rispetto all'uso del solo Tritolo, creando un'esplosione caratterizzata da un
effetto di onda d'urto massiccia e una grande produzione di calore. Il Nitrato
d’Ammonio è stato accostato e non inglobato al Tritolo con uno scopo ben
preciso, la produzione di calore. Se i tecnici avessero creato la miscela tra i
due avrebbero ottenuto ciò che viene definito Amatolo, un potente prodotto
esplosivo creato durante la Prima Guerra Mondiale dalle forze armate
britanniche e costituita da una percentuale in peso di Nitrato
d'Ammonio e di Trinitrotoluene variabili tra 60/40, 50/50 e 80/20, cosa in
questo caso assolutamente non necessaria per due motivi. Il primo, il mero
scopo di innescare il Nitrato d’Ammonio per simpatia creandone la
decomposizione violenta e accendere quindi il serbatoio di carburante. Il
secondo, per la sua difficoltà nella lavorazione. L’Amatolo, essendo un
esplosivo formulato, per produrlo, il Tritolo viene fuso a circa 100 gradi
centigradi e il Nitrato d'Ammonio viene aggiunto in polvere e miscelato
accuratamente. Questo processo crea un composto omogeneo in cui il secondo è
inglobato nel primo. Questa omogeneità è fondamentale affinché la reazione
chimica di esplosione sia efficiente, permettendo al Nitrato di fornire
l'ossigeno necessario alla combustione completa del TNT durante l'onda d'urto. Anche
se l'Amatolo ha una sensibilità all'urto relativamente bassa, specialmente
quando è colato a caldo, la sua preparazione artigianale è estremamente
pericolosa poiché a temperature non controllate può attivarsi spontaneamente.
Per di più, lavorare il Nitrato d'Ammonio per la miscelazione è un’operazione
complicata per il suo forte grado di igroscopicità, ovvero la sua capacità di
assorbire umidità dall'aria e, a contatto con metalli o contaminanti comuni,
può destabilizzarsi. I panetti di Tritolo erano stati accatastati formando
delle sezioni che ne raggruppavano un certo numero, questo per esigenze di
innesco. Le varie sezioni erano state collegate tra loro da un circuito
ridondante di miccia detonante, un cordone flessibile messo a punto negli
stabilimenti David Bickford nel 1914 con anima in Pentrite, uno degli esplosivi
più potenti, con velocità di detonazione pari a 8.400 metri al secondo e preparato
per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, ed esternamente
rivestita con guaina di resina termoplastica resistente a trazione, ai tagli e
all’abrasione. Impermeabile ad acqua, olio, sia alle basse che alle alte
temperature, ha un peso interno variabile tra i 10 e i 100 grammi/metro di
Pentrite con un diametro compreso tra i 5 e i 13 millimetri e che detona con
una velocità di 6.500 metri al secondo. La miccia esplosiva, di uso prettamente
civile, era stata quindi affogata nei blocchi solidi, un accorgimento
utilizzato anche in altri attentati, adottato per assicurare una detonazione
uniforme delle sezioni in modo da distribuire l’onda di detonazione per tutto
il nucleo e non avere interruzioni tra una sezione all’altra. Alla miccia
detonante era stata poi nastrata una rete di detonatori elettrici, artifizi
esplosivi primari, versioni moderne di quello inventato nel 1876 da Julius
Smith, e costituiti da un cilindretto di alluminio riempito con una piccola
quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescato a sua volta da
pochissimo esplosivo primario, l’Azoturo di Piombo, il preparato della Curtis's
and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, sensibile ad urti e calore con
velocità di detonazione pari a 5.300 metri al secondo, attivato da un
ponticello elettrico imbevuto in una sostanza infiammabile che funge da
starter. Anche questi per uso civile, provengono assieme alla miccia detonante da
una delle cave della regione. L'Iraq, essendo un paese con un'industria
estrattiva e infrastrutturale attiva, importava legalmente grandi quantità di
esplosivi e inneschi industriali. Dopo l'invasione di inizio anno, il collasso
dell'apparato statale iracheno ha lasciato scarsamente custoditi decine di siti
industriali, comprese le cave e miniere coi loro depositi. Il successo nel
reperire questi materiali non è dipeso da una singola fonte di
approvvigionamento, ma dalla facilità con cui i beni legali potevano essere
deviati verso l'illegalità in uno stato in cui le autorità non sono più in
grado di garantire il controllo sulle scorte. La combinazione di un'enorme
disponibilità residua e una capillare rete di corruzione, complicità interna e
contrabbando ha reso la reperibilità di esplosivi, micce e detonatori civili relativamente
semplice. Dai detonatori, collegati con un circuito elettrico in serie e in
numero elevato a garanzia di una ottimale attivazione della miccia detonante,
gli esplosivisti avevano fatto partire un unico cavo elettrico bipolare fissato
ad un trefolo d’acciaio steso in direzione della cabina di guida fino ad un set
di batterie e ad un doppio meccanismo di accensione. Il primo, un interruttore
a pressione nastrato sulla leva del cambio; il secondo, un doppio contatto a
rilascio di pressione installato sotto il sedile dell’autista che sarebbe
scattato nel caso lui fosse stato abbattuto durante l’avvicinamento all’obbiettivo.
La bomba era stata completata, infinitamente terribile, tecnicamente perfetta. A
fine ottobre l’autocisterna e l’ambulanza avevano lasciato Ramadi subito dopo
la preghiera, la prima guidata da Haji Thamer, la seconda da Abū ‘Omar
al-Kurdī. Accanto a lui, i due shahid, i martiri che si sarebbero immolati: Abu
Zubeir Al Saudi, di 23 anni, saudita e Abu Abdallah Orduni, 33 anni, giordano.
Erano arrivati dalla fabbrica dei martiri di Falluja, due dei tanti giovani
stranieri che, all'inizio della guerra, erano arrivati in Iraq per combattere
con al-Zarqāwī e immolarsi contro gli invasori stranieri. Avevano vissuto in
una casa messa a disposizione dall’organizzazione dove nella “stanza dei
martiri” avevano scritto il proprio nome su una lista affissa sulla parete
mettendosi in fila per morire. Ma mentre la prima era arrivata a Nāṣiriya per
le ore 13:00, la seconda era stata fermata ad un posto di blocco della polizia
di Kut, a 170 chilometri a sud-est di Baghdad, sulle rive del Tigri, in mezzo
alle piantagioni di datteri che rompono le paludi. Haji Thamer era stato
arrestato e il camion era finito assieme a lui nella caserma dove la “nuova
polizia irachena”, sotto il controllo del contingente ucraino, aveva rilasciato
l’autista ma concesso la restituzione del mezzo sotto compenso di 10 mila dollari
americani. Dopo una trattativa conclusa all’alba del 12 novembre col pagamento
di soli 300 dollari, alle ore 09:00 uno degli agenti aveva consegnato di
persona l'autocisterna ad Haji Thamer al confine della provincia di Wasit dove
aveva poi proseguito per Nāṣiriya. Gli italiani erano stati appena condannati a
morte. Nel frattempo, l’ambulanza era stata impiegata in un altro mattatoio, la
Croce Rossa di Baghdad il 27 ottobre e a sostituire Abu Abdallah Orduni, morto
nell’esplosione, era arrivato un altro giovane, un algerino di 33 anni, Bellil
Belgacem. Proveniente da Jaén in Andalusia dove faceva il bracciante, aveva
vissuto per un paio di mesi a Vilanova i la Geltru, un comune situato nella
comunità autonoma della Catalogna dove era stato reclutato nella moschea locale
di Al Forkan. Quando uno degli imam, Mohammed Samadi, aveva fatto durante la
preghiera un riferimento diretto alla jihad violenta, Bellil si era mostrato
interessato, cosa che non era sfuggita all’occhio di Mohamed Mrabet Fhasi,
originario di Tangeri e capo della cellula di reclutamento di terroristi per al-Zarqāwī.
Scelto come candidato al martirio, accolto nell’appartamento che condivideva
con suo fratello Khalid e messo a lavorare nella macelleria Boughaz del
quartiere, in quell'appartamento aveva cominciato il suo indottrinamento. Era
stato sottoposto ad un processo teso a dominare il suo tempo e il suo pensiero
obbligandolo a dedicarsi anima e corpo al pensiero della jihad, alla morte
rituale, al fine di annullare la sua volontà. Di questo se ne era occupato
l’imam Mustafà Serroukh, personaggio di spicco del radicalismo islamico in
Spagna, braccio destro dell’imam Hicham Temsamani, collegamento tra la cellula
spagnola e le altre realtà islamiche radicali in Francia, Belgio, Paesi Bassi,
Algeria, Marocco, Siria, Turchia e Iraq. Una volta ripulito da ogni pensiero
esterno, era stato affiancato ad Abu Zubeir Al Saudi e preparato per la
missione. Sono le ore 10:34, è il 12 novembre e alla Base Maestrale una troupe
cinematografica si trova all’interno del perimetro per una sosta veloce. Il
regista, Stefano Rolla e il suo aiuto regista, Aureliano Amadei, sono in piedi
nel piazzale antistante l’ingresso della palazzina in compagnia del cooperatore
internazionale Marco Beci. Stanno discutendo del programma della giornata
riguardo le riprese dello sceneggiato in lavorazione sulla ricostruzione a Nāṣiriya
da parte del contingente italiano. La troupe è accompagnata durante tutti i suoi
spostamenti da una squadra del 151° Reggimento Fanteria “Sassari” e tre soldati
del 6º Reggimento Trasporti della Brigata Logistica di Proiezione. Si
presentano, chiacchierano, non sanno che il camion-cisterna si sta avvicinando
a bassa velocità al ponte sull’Eufrate, dove solo poche centinaia di metri lo
separano dalla base. Al volante c’è Abu Zubeir Al Saudi, accanto a lui, Bellil
Belgacem stringe tra le mani un fucile automatico Ak-47. Le strade sono attraversate
da un fiume di persone ma nessuno fa caso a quel mezzo pesante, uno come tanti,
che sta via via aumentando l’andatura. Haji Thamer è lì vicino che osserva con
attenzione le manovre del camion, vuole assistere all’esplosione, vuole essere
sicuro che il carico di distruzione che trasporta faccia il suo dovere. Sono le
ore 10:38 e il camion attraversa il ponte, all’altezza della base gira a
sinistra puntando il posto di guardia dell’ingresso del vecchio edificio della
Camera di Commercio. Gli italiani, dall’ultimo sopralluogo hanno alzato delle
protezioni ulteriori, molto più robuste, ma il camion non si ferma. Abu Zubeir
Al Saudi preme sull’acceleratore, i 400 cavalli erogati dal grosso motore fanno
sobbalzare il mezzo pesante mentre Bellil Belgacem ha già fuori dal finestrino
la canna del fucile col colpo in canna e la modalità a raffica. Il mezzo accelera,
passa accanto al chiosco di Hassan Saad, un ragazzo di 17 che sta vendendo bombole
di gas da cucina che, visto il fucile scorgere dalla cabina, lascia tutto arrampicandosi
su una recinzione per allontanarsi di corsa. Il ruggito del motore sovrasta le
auto di passaggio, il mezzo viene individuato dal corpo di guardia che viene
immediatamente bersagliato dai colpi calibro 7,62 × 39 millimetri del Kalašnikov
di Belgacem. Il camion prosegue a tutta velocità nella loro direzione, arriva, sfonda
la sbarra di metallo. Dentro la cabina Al Saudi ha la mano destra sul pulsante e
il piede sull’acceleratore, non si ferma e prosegue dritto sotto il fuoco del
carabiniere Andrea Filippa che gli sta svuotando il caricatore sul parabrezza
facendolo sbandare contro gli hesco bastion travolgendoli. Il camion si arresta
di colpo, a 26 metri dalla facciata. L’urto del muso contro le barriere fa sbalzare
in avanti Abu Zubeir Al Saudi che fracassandosi sul volante annulla la
pressione del suo peso sul sedile liberando la molla del secondo meccanismo di attivazione.
I contatti si chiudono, la corrente elettrica dal pacco batterie viene
scaricata sulla dorsale fino ai detonatori dove all’interno il ponticello si
arroventa accendendo la miscela incendiaria che prende fuoco innescando
l’Azoturo di Piombo e facendo detonare la Pentrite. La miccia detonante si
arma, in una frazione di secondo il cordone esplosivo attiva le sezioni del
nucleo che esplodono contemporaneamente. Il TNT genera un'onda d'urto
istantanea che si propaga a una velocità di 7.000 metri al secondo innescando
il Nitrato d’Ammonio che detonata assieme ad esso. Essendo immersa nella
benzina, la carica principale frantuma istantaneamente la cisterna prima ancora
che la benzina possa iniziare a bruciare. L'onda d'urto trasforma i 5.000 litri
di combustibile in una nebbia finissima dispersa in un volume enorme. La
benzina contiene molta più energia potenziale del TNT, a parità di peso, ma la
sua velocità di rilascio è molto più lenta. Tuttavia, in questo scenario,
l'esplosivo agisce come un innesco che costringe il carburante a reagire con
una rapidità innaturale trasformando gran parte della sua energia chimica in
un'esplosione distruttiva. Il Kamaz salta in aria. L’esplosione è forte,
fortissima, terribile, l’aria e la terra vengono scosse con un ruggito. Una
volta innescata la detonazione, non esiste alcun sistema di contenimento capace
di contenere l'energia liberata da questo processo. Il compendio fortificato
viene investito frontalmente da un'onda d'urto aerea colossale e da un fronte
termico ad altissima pressione. A 25 metri di distanza quest’onda, che viaggia
a velocità supersoniche, dopo aver scagliato in aria la ghiaia degli hesco
bastion e schiacciato gli VM90 blindati del piazzale, colpisce l'edificio sotto
forma di un muro d'aria solido trascinandosi dietro gli scheletri dei mezzi
pesanti. A quella distanza, la sovrapressione d'urto è di 5 bar, circa 30-70
psi, ma quando l'onda impatta perpendicolarmente contro la facciata
dell'edificio, si genera una pressione riflessa che quadruplica questo valore
superando i 15 bar. Per dare un'idea, le normali strutture civili in mattoni o
calcestruzzo armato non progettate per resistere ad esplosioni iniziano a
subire danni strutturali gravi già a 0,3 bar. A 15, la forza esercitata sulle
pareti è semplicemente oltre ogni limite di tolleranza standard. Poiché la
forza applicata dell’esplosione supera la capacità dei pilastri e delle pareti
di rimanere ancorati alle fondazioni e ai solai, la facciata non fa in tempo a
piegarsi. Viene letteralmente tranciata lungo i bordi e spinta all'interno
dell'edificio come un blocco unico distruggendo le solette dei pavimenti. I
tamponamenti esterni vengono polverizzati e i pilastri sul lato subiscono una
flessione violentissima. Il cemento si frantuma e si stacca lasciando i tondini
di ferro interni piegati e scoperti che cedono assieme a parte della trave che
viene strappata dal suo vincolo superiore dando il via ad un collasso
progressivo localizzato. Pezzi del motore, del telaio e della carrozzeria del camion
cisterna vengono scagliati in avanti come schegge di granata, perforando pareti
non rinforzate e barriere. Mentre un esplosivo ad alto potenziale dà un
"colpo di martello" fortissimo ma istantaneo che tende a frantumare e
bucare localmente il cemento, la bolla termobarica agisce come una spinta
colossale e prolungata, come un uragano estremo, che trasferisce un'enorme
quantità di energia cinetica all'intera struttura continuando a flettere la
struttura portante. La palla di fuoco, che dietro continua ad espandersi in
direzione della facciata, sviluppa una temperatura di 4.000 gradi centigradi che
consumano in pochi istanti tutto l’ossigeno locale, un battito di ciglia ma sufficiente
per incenerire i vestiti del personale della base, carbonizzare istantaneamente
gli strati superficiali della pelle e bruciare i capelli. Ma poiché l'onda
d'urto smembra e allontana i tessuti in millisecondi, la distruzione meccanica
precede e supera i danni da questo calore profondo. Per chi viene attraversato
dall’onda termica non c'è alcuna percezione del dolore. Il sistema nervoso
umano conduce i segnali del dolore a una velocità massima di circa 120 metri al
secondo. L'onda d'urto appena passata ha viaggiato attraverso i corpi a una
velocità superiore ai 6.000 metri al secondo. Questo significa che la rete
neurale, il midollo spinale e il cervello stesso sono stati distrutti
fisicamente decine di volte più velocemente del tempo necessario affinché il
primo segnale di dolore potesse viaggiare dai recettori periferici fino alla
corteccia cerebrale. Il risultato è stato una cessazione istantanea della
biologia e della coscienza. Nessuno si accorge di niente. Dentro il palazzetto,
lo sgretolamento dei pilastri spara sciami di detriti letali all'interno degli
uffici e delle camerate prima ancora che i muri cedano. Le finestre, gli
infissi in alluminio, le porte e le pareti divisorie diventano schegge lucide e
taglienti che viaggiano a centinaia di metri al secondo crivellando qualsiasi
cosa si trovi nell'area. Subito dopo il picco di pressione, la struttura viene
investita dal vento di scoppio, un flusso d'aria che viaggia a centinaia di
chilometri orari che scalza i solai e trascina via le macerie staccate dall’onda
di sovrappressione e che anticipa la fase di pressione negativa. In questo vuoto
parziale creato dall’ossigeno consumato l'aria viene risucchiata violentemente
verso il punto dell'esplosione. I muri superstiti della facciata,
destabilizzati dalla prima spinta verso l'interno, vengono tirati violentemente
verso l'esterno completando il crollo della facciata portando via con sé
detriti e infissi e riducendo l'ex palazzo della Camera di Commercio ad uno
scheletro di macerie. Contemporaneamente, l'onda d'urto, che si è espansa a
raggiera, attraversa il fiume Eufrate e dopo una corsa di 350 metri investe la
vicina Base Libeccio mandando in frantumi le vetrate. Qui, scardinati i telai
degli infissi e strappati dalla muratura che viene crepata su entrambi i lati,
il muro d’aria dimezza la sua forza contro l’edificio della International
Medical Corps, una Organizzazione Non Governativa americana attiva nella zona
da sei mesi fino a terminarla 800 metri dopo sulle vetrate del tribunale che vanno
in pezzi riversandosi sui presenti che assistono ad una udienza. Una densa
colonna di fumo nero e polvere si alza nel cielo di Nassiriya visibile a
chilometri di distanza mentre l'onda termica e l'incendio scaturito
dall'esplosione hanno appena raggiunto, quasi istantaneamente il deposito
munizioni della base dove sono stoccati proiettili, granate e razzi
sequestrati. Inizia una spaventosa reazione a catena, le munizioni cominciano a
esplodere in modo incontrollato sparando schegge infuocate in ogni direzione. Il
calore è immenso, le lamiere si arroventano, i corpi si sciolgono, la terra
fuma. È un inferno, ci vuole qualche minuto perché la polvere si depositi e
renda visibile l’ecatombe. In 28 sono stati falciati come fili d'erba, i loro
corpi sono a terra senza più una forma. L’interno del perimetro è stato ridotto
in cenere e con esso 12 carabinieri, 5 soldati, il regista e il cooperatore
internazionale. La sovrapressione estrema generata dal muro di pressione solida
gli ha causato un barotrauma letale istantaneo. Gli organi che contengono aria
o liquidi a densità diverse come i polmoni, il cuore, le orecchie e il tratto
gastrointestinale, sono stati letteralmente schiacciati e lacerati dall'interno
prima ancora che il corpo si muovesse di un millimetro. La forza di taglio dell’onda
d’urto applicata ai tessuti ha superato la forza di coesione di muscoli,
tendini e ossa con il corpo che ha subito un'amputazione e uno smembramento
traumatico totale. Le membra sono state strappate dal tronco e le ossa si sono frantumate
in centinaia di pezzi. I corpi, che hanno agito come “assorbitori” primari, non
sono stati "vaporizzati" come in un'esplosione nucleare, ma
letteralmente fatti a pezzi e scagliati radialmente rispetto al centro
dell'esplosione contro muri, veicolo e lo stesso terreno, assieme alle schegge
che sono penetrate nei tessuti a velocità simili a quelle dei proiettili di un
fucile d'assalto contribuendo alla loro distruzione strutturale. Sul terreno, altre
19 figure spuntano tra la ghiaia e la polvere, si muovono, sono vivi. Tra loro
c’è anche l’aiuto regista, che tra le urla, la confusione e un altro centinaio
di iracheni feriti cerca a stento di capire cosa sia appena successo. Non si
vede niente, solo polvere e distruzione. La furia della bomba ha devastato il
quartiere, a terra c’è solo sangue, morte, i resti straziati di quelli che fino
a pochi secondi prima stavano svolgendo le loro mansioni. Carcasse di mezzi in fiamme,
brandelli di corpi, sono sparsi per decine di metri. Una gamba è sull'altra
sponda dell'Eufrate, a 150 metri di distanza, poi una testa, sopra un muretto.
I cani, che non tardano ad arrivare, morsi dalla fame e vinto lo spavento del
boato, portano timidamente via pezzi di carne andando a sparire tra la polvere.
Poi c’è un’auto, è ferma in mezzo alla strada arata dal passaggio del fronte
d’onda, all’interno ci sono cinque figure, cinque donne irachene che
rientravano da un college per insegnanti: sono state incenerite all’istante. Il
calore e la pressione sono stati di una intensità tale da abbattersi anche sulle
auto parcheggiate e sulle abitazioni dove in una delle quali una madre si
trovava alla finestra con in braccio il figlio di soli 10 giorni. Entrambi sono
morti. La donna è a terra, scaraventata contro il muro della camera da letto,
il bambino invece è a 3 metri da lei, senza più il viso ma con ancora attaccato
un braccio della madre. Sopra il quartiere la nuvola nera e densa continua a
sollevarsi verso cielo mentre frammenti di pietra, calcestruzzo e metallo
piovono sulla città. Il traffico nella zona è impazzito, in alcuni tratti
paralizzato, mezza città si è riversata in strada in preda al panico. L’area verrà
chiusa, la strada che conduce al complesso bloccata e presidiata dai
carabinieri, dai militari della Brigata Sassari e dagli uomini del Genio
Guastatori che attiveranno la macchina del soccorso. Ricomporre i corpi delle
vittime sarà un’impresa titanica, per i feriti verrà invece allertato il vicino
ospedale dove confluiranno i medici e le infermiere volontarie della Croce
Rossa dell’ospedale militare italiano di Tallil. Nel Punto Zero, l’Animal House
non c’è più, dove prima c’era uno dei punti nevralgici delle operazioni per il mantenimento
della pace internazionale, ora c’è un rudere di cemento, scheletri di metallo e
un cratere di 7,7 metri di diametro e 2,5 di profondità.
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