TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: autobomba
DATA: 27 luglio 1993
STATO: Italia
LUOGO: Milano, via Palestro
MORTI: 5
FERITI: 12
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 1993 e come due mesi prima a Firenze, anche la notte del 27 luglio l’organizzazione
criminale Cosa Nostra si sta muovendo nel buio, in silenzio, ma stavolta si
trova a Milano. Il ricatto della Mafia siciliana allo Stato, la risposta da
parte del clan dei Corleonesi del 73enne supercapo di Cosa Nostra Salvatore
Riina all’applicazione dell’articolo 41bis della legge sull’ordinamento
penitenziario che prevede il carcere duro e l’isolamento per i detenuti
accusati di appartenere a organizzazioni criminali, sta andando avanti. Associazione
criminale di tipo mafioso Cosa Nostra è nata in Sicilia nel 19° secolo e si è
sviluppata esponenzialmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Strutturata gerarchicamente, nota in tutto il mondo per gli attentati, gli
omicidi esemplari e la violenza diretta contro lo Stato italiano con
l’eliminazione di uomini politici, poliziotti e magistrati, mantiene il
controllo su numerose attività economiche e politiche regionali ed
extraregionali per mezzo di reti di fiancheggiatori e dell’inserimento di
propri capitali nel settore dei pubblici appalti, della sanità e del turismo,
penetrando perfino nei settori della grande distribuzione alimentare, dei
mercati ortofrutticoli, nelle attività edili e in quelle di tipo
economico-finanziario. L’Organizzazione è divisa in “Famiglie”, ciascuna con un
capo, il “rappresentante”, eletto da tutti gli “uomini d’onore” e assistito da
un vice-capo e uno o più consiglieri. Tre Famiglie, ognuna organizzata in
"'decine" composte da dieci uomini d'onore, i "soldati",
coordinati da un "capodecina", costituiscono un
"mandamento", la zona di influenza, gestito dal “capo mandamento”
anch'esso eletto e che fa parte della "Commissione Provinciale", il
massimo organismo dirigente di Cosa Nostra nella provincia, organismo che
prende le decisioni più importanti, risolve i contrasti tra le famiglie,
espelle gli uomini inaffidabili, controlla tutti gli omicidi, inferiore in
quanto a potere soltanto a quella "Regionale". Corruzione e
riciclaggio sono il volano che ha permesso a Cosa Nostra di radicarsi, anno
dopo anno, sempre di più nel territorio accrescendo il proprio potere in
maniera spropositata. Riina è in carcere dal 15 gennaio e dopo il suo arresto i
boss rimanenti tra i quali Giuseppe e Filippo Graviano, capi del mandamento di
Brancaccio-Ciaculli, Matteo Messina Denaro, capo del mandamento di
Castelvetrano, Bernardo Provenzano, sostituto capo del mandamento di Corleone,
Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro e Francesco Tagliavia, della famiglia di
Brancaccio, Giovanni Brusca, reggente del mandamento di San Giuseppe Jato,
Leoluca Bagarella, del mandamento di Corleone, fratello di Ninetta, la moglie
di Salvatore Riina, Antonino Gioè, il capo della Famiglia di Altofonte, del
mandamento di San Giuseppe Jato, e Gioacchino La Barbera, capo del mandamento di
Passo di Rigano-Boccadifalco, si erano riuniti il primo di aprile a Santa
Flavia, comune alle porte di Bagheria, nella città metropolitana di Palermo, in
una riunione deliberativa nel villino di proprietà di un certo Leonardo Vasile
ma occupata dal figlio Giuseppe, uomo legato ai Graviano, per mettere in atto
una strategia stragista del tutto nuova con obiettivi completamente diversi,
non magistrati, non servitori dello Stato, ma luoghi di interesse
storico-culturale. Il libro di storia dell’arte e alcune guide turistiche, da cui
era stato scelto l’obiettivo, era stato portato da Messina Denaro, rappresentante
indiscusso della mafia della provincia di Trapani, favorevole fin da
subito alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi assieme
ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe
Graviano. A fare da paciere tra questa fazione, aggressiva, e quella contraria,
moderata, composta da Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore
Cancemi, rispettivamente capi dei mandamenti di Della Noce e Porta Nuova,
Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonio Giuffrè, capo del mandamento di Caccamo
e Pietro Aglieri, era stato Bernardo Provenzano, amico intimo di Salvatore
Riina, per scongiurare un’altra guerra di mafia ma ponendo la condizione che
gli attentati avessero avuto luogo fuori dalla Sicilia, nel “continente”. Con
questo gesto doveva essere colpita al cuore l'Italia dell'arte e della cultura
e doveva essere colpita con un martello. Mirando ad un obiettivo rappresentato
da una persona fisica il significato e gli effetti sarebbero stati limitati
rispetto a quelli che avrebbero accompagnato obiettivi diversi, come opere
d’arte o edifici storici di rilevante importanza, poiché una persona, per
quanto importante, può sempre essere sostituita ma un’opera d’arte, una volta
persa lo è per tutti e per sempre, con la morte di una città qualora questa
viva di turismo. Questa riflessione, in merito ad un ipotetico abbattimento
della Torre di Pisa e in risposta ad una domanda ben precisa di Antonino Gioè,
colui che aveva avuto nell’inquadratura del cannocchiale il convoglio di auto
blindate che trasportavano il Giudice Giovanni Falcone appena prima di vederlo
volare per aria, era stata fatta da un uomo estraneo alle “famiglie”, alla
Sicilia, un uomo conosciuto anni prima nell’ambiente carcerario: Paolo Bellini.
Bellini non è un delinquente comune, è nell’isola dall’anno scorso poiché
infiltrato col nome in codice di “aquila selvaggia” dal Maresciallo dell’Arma
dei Carabinieri Roberto Tempesta, il sottufficiale in servizio al Nucleo Tutela
Patrimonio Artistico, e dal Colonnello del Raggruppamento Operativo Speciale
dell’Arma dei Carabinieri Mario Mori. Ha il preciso scopo di avere informazioni
sull’ubicazione di alcune opere d’arte rubate dalla Pinacoteca di Modena il 23
gennaio del 1992 e del valore di 25 miliardi di lire in cambio del regime di
semilibertà a seguito della condanna a tre anni di carcere per furto e
commercio di opere d’arte rubate. Conosciuto quando era rinchiuso in attesa di
giudizio nel carcere di Sciacca intorno al 1981 per una serie di furti di opere
d’arte commessi in Toscana, aveva iniziato ad approfittare dell’influenza di
Gioè quale persona “di massimo rispetto” per avere informazioni riguardanti dei
crediti miliardari da riscuotere in Sicilia per conto di alcune società del
nord Italia, favori che sono diventati poi trattative riguardanti dei quadri
rubati in cambio di condizioni vantaggiose quali arresti domiciliari causa
malattia per gli uomini di mafia detenuti e già trasferiti nelle carceri speciali
di Pianosa e dell’Asinara. Quello che i siciliani non sanno è il fatto che
Bellini non sia estraneo alle bombe. Sicario della ‘Ndrangheta non ha
all’attivo solo i 13 omicidi in Emilia-Romagna che i corleonesi credono eseguiti
per la cosca calabrese. Noto estremista di destra e legato agli ambienti di
Avanguardia Nazionale, un’organizzazione neofascista golpista fondata il 25
aprile del 1960 dal politico esponente della destra neofascista Stefano Delle
Chiaie, è uno dei responsabili della strage alla Stazione ferroviaria di
Bologna del 2 agosto 1980. Infiltrato e informatore per conto di alcuni membri
del partito neofascista Movimento Sociale Italiano era stato lui a portare la
bomba in città, consegnandola, dopo averla trasportata per mezza Italia, nelle
mani di chi si era occupato di lasciarla nella sala d’aspetto di seconda classe
consapevole che da lì a poco avrebbe dilaniato l’edificio provocando un mare di
morti. E come allora, anche questa notte l’esplosivo sta per scatenare la sua
cieca potenza. Questa del 27 è una calda notte tipicamente milanese condita
dall’attesa per le ferie d’agosto. La città sta terminando una settimana
difficile, dopo il suicidio del presidente dell’Eni, Gabriele
Cagliari, e poi dell’imprenditore Raul Gardini, la Capitale del Nord Italia
cerca di rimettere insieme i pezzi. Nella via Palestro, un’elegante strada del
centro ricca di palazzi storici che costeggia con una curva dolce i giardini
pubblici intitolati a Indro Montanelli e che da piazza Cavour conduce a corso
Venezia, qualcuno ha parcheggiato un’auto davanti al Padiglione di Arte
Contemporanea e alla Galleria d’Arte Moderna della Villa Reale, una struttura
del 1796 che rivolge la propria parte posteriore sulla via Palestro
affacciandosi sui giardini. Conosciuto a Milano come una delle istituzioni più
in vista dove tra gli spazi adibiti a mostre è certamente uno dei più
prestigiosi, il PAC, uno dei più importanti musei d’arte moderna esistente in
Italia occupa il posto delle scuderie della settecentesca villa, una volta Villa
Belgioioso, bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale e ricostruite nel
1953 per far posto al nuovo padiglione nato nell’ambito del preesistente museo e
quindi, come area di esposizione permanente, trasformato in centro espositivo
alla fine degli agli ’70 dove fino ad oggi sono state allestite 154 mostre. L’auto
è una Fiat Uno di colore grigio, parcheggiata contromano col muso rivolto verso
piazza Cavour è piena di esplosivo e si trova esattamente sopra una conduttura
del gas di città posta sotto il manto stradale. Sono le ore 22:48 e chi l’ha
parcheggiata si sta allontanando a piedi con passo svelto, si gira ancora una
volta verso l’auto come per un ultimo controllo. Si chiama Filippo Marcello
Tutino, appartiene alla cosca mafiosa di Cosa Nostra e avendo lavorato a Milano
come imbianchino, per la sua familiarità con le vie del centro era stato scelto
come “postino” per questo pacco che, tra pochi minuti, sveglierà la città nella
maniera più brusca. Qualche giorno fa, assieme al fratello Vittorio, colui che
si era occupato del furto della Fiat 126 color sangue di bue servita per
l’attentato al Giudice Paolo Borsellino nella via D’Amelio il 18 luglio
dell’anno scorso, a Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro,
Francesco Giuliano e Giovanni Formoso, tutti appartenenti alla Famiglia di
Brancaccio, aveva partecipato ad un incontro a Palermo nell’abitazione di Corso
Dei Mille a Roccella, di proprietà della suocera di Marcello, una riunione
operativa e non deliberativa dove non era presente Giuseppe Graviano, in cui
erano stati decisi i gruppi di fuoco che avrebbero dovuto operare, dopo il triste
successo di Firenze, sui successivi obiettivi per gli altri attentati
dinamitardi. La carica esplosiva all’interno del baule portabagagli della Uno è
composta da due involucri separati, uno da 60 chilogrammi, l’altro da 70 ed
entrambi del diametro di 60 centimetri, uniti ad un terzo più piccolo a formare
un unico grande pacco nastrato con cura. I plichi, assemblati a Palermo in un
capannone al civico 1419/D di Corso dei Mille per ordine di Antonino Mangano,
capo della Famiglia di Roccella, una delle quattro famiglie componenti il
mandamento di Brancaccio, che aveva chiesto a Salvatore Grigoli, Giuliano Lo
Nigro, Salvatore Giuliano e Gaspare Spatuzza di occuparsene, erano arrivati in
Lombardia separati e pronti da collegare tra loro. Per il trasporto le Famiglie
si erano rivolte ancora una volta a Pietro Carra, un autotrasportatore che gravita
negli ambienti mafiosi di Brancaccio. Era stato lui ad occuparsi del trasporto
dell’esplosivo fino alla Toscana per l’attentato del 27 maggio a Firenze dove
un Fiat Fiorino saltando in aria aveva sventrato il cuore storico della città
uccidendo 5 persone, ferendone 48 e provocando, come da programma, dei danni al
patrimonio incalcolabili. Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano, dopo averlo
incontrato per strada accennandogli della nuova spedizione, assieme a Giuseppe
Barranca lo avevano successivamente raggiunto nel magazzino della CO.PRO.RA.
srl, in Palermo, in via Federico Orsi Ferrari, dove aveva già pronta la motrice
Volvo targata TO62079D con attaccato il solito semirimorchio del tipo
ribaltabile provvisto di un doppio fondo vicino alle ruote con accesso
sollevando una parte del pianale, utilizzato solitamente per conservare i
teloni dopo averli ripiegati. Questo tipo di spedizione, testata la prima volta
il 19 aprile per un trasporto di hashish che Carra aveva fatto transitare per
loro da Palermo a Roma per il compenso di 3 milioni di lire, dopo aver
consentito l’arrivo a destinazione di 20 quintali in panetti da mezzo
chilogrammo nascosti in camere d’aria di camion sistemate sul pianale in uno
spazio ricavato tra traverse ferroviarie in legno e rottami d’auto, aveva fatto
sì che gli uomini di Cosa Nostra riponessero in lui la piena fiducia per i
trasporti futuri di merci delicate in tutta sicurezza. Definito con Carra il
compenso e pianificata la spedizione, che come per Firenze aveva approfittato
del trasporto già programmato di un semirimorchio agganciato su quello
marciante ma stavolta ben consapevole di ciò che avrebbe trasportato, Lo Nigro
era arrivato alla CO.PRO.RA. a bordo della sua Ape Piaggio con i due involucri
di forma ovale, simili a forme di parmigiano, prelevati dall’ovile in cui erano
nascosti di proprietà di un certo Antonino Nastasi, detto Papase, mafioso di
spicco di Castelvetrano e uomo molto vicino a Matteo Messina Denaro, più il
terzo pacco, più lungo e completamente diverso dagli altri. Arrivati al
magazzino del Carra coi plichi coperti da una rete da pesca pronti per essere
sistemati nel doppio fondo del semirimorchio delle dimensioni di 3 metri di
lunghezza, 70 centimetri di altezza e 60 di profondità, li aveva sistemati
assieme a Giuliano, Barranca e Spatuzza nello scompartimento sotto il pianale appena
prima della partenza programmata per le ore 21:30 con la motonave Freccia Rossa
della compagnia di navigazione “Grandi Traghetti con destinazione il porto di
Livorno e poi Arluno, un paesino del milanese, con appuntamento per la mattina
del 22 nella piazzetta centrale per le ore 11:00 con una persona. A differenza
dello scorso trasporto per la Toscana, stavolta il carico non aveva viaggiato
da solo. Lo Nigro, caricato a bordo della motrice all’entrata dell’autostrada
di Villabate, seduto accanto a Carra aveva portato con sé una borsa con
all’interno delle pinze, un cacciavite, due detonatori, due spezzoni di miccia
a lenta combustione e uno di miccia detonante che aveva riposto in un primo
momento sotto il sedile di guida e successivamente nel vano portaoggetti sotto
la branda della cabina. Arrivati ad Arluno, Carra, con la sola motrice era
entrato in centro fino alla piazzetta luogo dell’incontro dove ad attenderli
c’era una Fiat 127 di colore bianco con una persona a bordo. Tornati fino al
semirimorchio e riagganciato velocemente si erano spostati fino a una stradina
di campagna, tra Vittuone e Santo Stefano Ticino, accanto ad un grosso edificio
industriale adiacente la ferrovia, vicino ad un canneto, in cui il camion era entrato
in retromarcia. Con l’aiuto dei fratelli Formoso che nel frattempo li avevano
raggiunti, mentre Carra si preparava a ripartire con destinazione Palermo per
il 23, Lo Nigro aveva scaricato i pacchi che erano stati trasportati in una
villetta che Giovanni Formoso, incaricato di occuparsi del supporto logistico
su Milano, si era fatto prestare dal fratello Tommaso e in cui il materiale era
stato preparato per essere assemblato nella sua forma definitiva da Lo Nigro,
Spatuzza e Giuliano. Mentre i tre avevano proceduto ad allestire il montaggio,
Antonino Mangano, Giuseppe Barranca, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio
Scarano e Salvatore Grigoli, gli altri membri del gruppo di fuoco al soldo
della famiglia Graviano, saliti per un ultimo briefing, avevano messo a punto i
restanti dettagli prima di iniziare l’operazione programmata. Parte della
carica, stesso tipo di esplosivo usato negli attentati di via dei Georgofili a
Firenze, all’Isola delle Femmine e in via Mariano d’Amelio a Palermo, è costituita
dal Trinitrotoluene e dalla Composizione B. Preparato la prima volta nel 1863
dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann
Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo
col nome di Tritolo o Tnt, il Trinitrotoluene proviene dai depositi della
Famiglia di Brancaccio e dai recuperi sottomarini di Cosimo d’Amato, pescatore
di Porticello e cugino proprio del boss palermitano Lo Nigro, che era solito
attingere da una vecchia nave colata a picco durante la Seconda Guerra Mondiale
e adagiata sul fondale col suo carico intatto nella stiva. Oggetto dei desideri
proibiti per numerosissimi appassionati di immersioni e per coloro i quali
operano nel settore del turismo subacqueo, questa nave non è solo un’oasi di
vita colorata e ricca, spunto per riprese video mozzafiato facilmente
raggiungibile dalla costa, ma è anche una specie di gigantesca “Santa Barbara”
a disposizione dei clan. Varata il 3 gennaio del 1923 per la Cosulich Società
Triestina di Navigazione insieme ai gemelli Ida, Alberta, Clara, Teresa e Lucia,
la Laura C. era impiegata assieme a loro sulle linee dell’America
Settentrionale. La nave, un piroscafo da carico di 122 metri di lunghezza, 17
di larghezza e 20 mila tonnellate di stazza, era stata confiscata per le sue
peculiarità il 29 ottobre 1940 a Trieste dalla Regia Marina per i propri scopi
legati al conflitto bellico in corso. Partita da Venezia il 28 giugno 1941 con
destinazione Tripoli stivava rifornimenti per le forze dell’Asse operanti in
Nordafrica costituenti, oltre un carico di 5.773 tonnellate di materiali tra
cui medicinali, scorte alimentari, biciclette, vestiario, macchine da cucire,
cavi per linee telefoniche e parti di ricambio per automezzi, anche armi,
munizioni e 1.200 tonnellate di Tnt sistemate nella terza stiva poppiera e
costituite da casse contenenti panetti del peso di 200 grammi l’uno. Mentre
navigava in convoglio con altri due piroscafi e scortata da un incrociatore e
una torpediniera era stata avvistata da un sommergibile britannico Upholder che
presso Capo dell’Armi, in Calabria, le aveva lanciato contro tre siluri che
avevano fermato i motori, bloccato il timone e allagato le stive. L’equipaggio,
deciso a fare incagliare la nave in costa trascinata da due rimorchiatori alla
foce della fiumara di Molaro, sulla spiaggia di Saline Ioniche, per salvare la
nave o almeno il suo carico, non aveva fatto caso alla configurazione del fondale,
molto scosceso, che aveva fatto sì che la Laura C., nel giro di poco più
di sette ore scivolasse all’indietro affondando senza spezzarsi alla profondità
di 50 metri e a 100 metri dalla spiaggia. Negli anni, mentre parte delle
vettovaglie che facevano parte del carico, finite a riva, erano diventate una
insperata risorsa per la popolazione locale affamata dai razionamenti imposti
dalla guerra, l’esplosivo è stato abbondantemente prelevato dai sub della
‘Ndrangheta calabrese, della Cosa Nostra siciliana, della Camorra campana e della
Sacra Corona Unita pugliese con l’obiettivo di confezionare bombe per la loro
personale strategia della tensione. La Composizione B invece proviene da una residuato
bellico della Seconda Guerra Mondiale, uno dei tanti rimasti impigliati nella
rete di un peschereccio, evento non proprio isolato considerato che ogni anno il
mare e il suolo italiano continuano a farne affiorare decine ogni anno, la
maggior parte delle quali armate e potenzialmente letali. Riusciti a portare
sul ponte la carcassa semidistrutta dell’ogiva di una bomba aeronautica a
caduta libera americana “per uso generico, a media capacità” da 227
chilogrammi, gli uomini a bordo erano riusciti ad aprire il corpo lungo 104,2
centimetri e con un diametro di 32,8 ed asportarne il contenuto rimasto, poco
rispetto ai 100,7 chilogrammi in dotazione, ma comunque in buone condizioni e
ancora operativo. Conosciuta anche col nome italiano di Tritolite, creata e
sviluppata agli inizi della Seconda Guerra Mondiale dai laboratori di ricerca
americani, la Composizione B invece è composta da una percentuale di 59,5% di
RDX, 39,5% di Tritolo e un 1% di cera sintetica di paraffina. L’RDX,
formalmente chiamato Ciclotrimetilenetrinitramina, ha caratteristiche
eccezionali ed è stato scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg
Friedrich Henning nel 1898. È stato codificato con questo nome prima
dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga
scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e
sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e
"X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta
definitiva. L’esplosivo, una volta portato in superficie e fatto asciugare,
dopo essere stato deconfezionato era tenuto sfuso dentro sacchi di juta chiusi
con legacci conservati nei vari depositi delle Famiglie e prelevato ogni volta
che se ne verificava l’esigenza. E proprio da uno di questi depositi che alcuni
sacchi erano stati presi e trasportati in un immobile fatiscente di vicolo
Guarnaschelli, a Palermo, luogo sotto l’influenza della famiglia di Roccella
capeggiata da Antonino Mangano, che aveva messo a disposizione il piccolo
appartamento di due stanze, corridoio e bagno di proprietà del padre Salvatore
per la preparazione degli esplosivi. Qui il contenuto, passato nelle mani di Grigoli,
Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza, solidificato per l’azione di acqua e umidità in
grani di varia pezzatura, da pochi centimetri ad alcune decine, di colore
giallo chiaro il primo e leggermente più scuro il secondo, era stato scaricato
su di un tavolo poco alla volta e asciugato ed erano state sbriciolate
artigianalmente le scaglie di uno e i grani dell’altro setacciandoli con uno
scolapasta, operazione ripetuta più volte fino all’ottenimento di due polveri
asciutte e finissime pronte per essere ricompattate. La prima macinatura, eseguita
mediante mazzuoli in ferro e recipienti in alluminio, aveva preceduto la
seconda tramite una molazza procurata da Antonino Mangano, la stessa utilizzata
anche per la macinatura della bomba di Firenze, di proprietà del padre
Salvatore ed eseguita nel deposito di materiale edile della EdilVaccaro del
cognato Giacomino, sito nella via Messina Montagne dove era stato lavorato del materiale
anche per altre occasioni. Durante il lavoro, svolto tra il piccolo immobile
fatiscente e il deposito di Vaccaro, i quattro con la materia prima raffinata
avevano poi proceduto al peso e al riconfezionamento nelle due forme costituite
da sacchi grandi neri della spazzatura pressati con forza e avvolti ripetutamente
con corde di cotone del diametro di 5 millimetri fino ad ottenere delle forme
circolari, pronte per l’innesco, avvolte successivamente con nastro largo
marrone per imballaggi a cui erano state apposte delle maniglie in cordoncino
bianco. Il terzo pacco, completamente diverso dagli altri due per forma e dimensioni,
è una salsiccia lunga, oleosa e molliccia. Cartuccia tubolare in guaina di
politene ad alta densità e presentante una pasta fluida di colore grigio, molto
viscosa, untuosa al tatto e con spiccato odore di olio minerale delle
dimensioni di 90 centimetri di diametro per 80 centimetri di lunghezza per 3,5
chilogrammi di peso, si tratta di un esplosivo in emulsione per uso civile. È
composto da un percentuale del 73% di Nitrato d’Ammonio, il fertilizzante
scoperto come prodotto esplodente dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel
nel 1870 dove Johann Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco considerato
uno dei fondatori della chimica industriale moderna e precursore dell’ingegneria
chimica, lo aveva preparato e descritto nel 1659 chiamandolo “nitrum flammans”
per via del colore giallo della sua fiamma, 13% di Nitrato di Sodio, 8% di
polvere d’alluminio e un 6% di olio combustibile, cera e paraffina con la
funzione di garantire la stabilità nel tempo. Di recente invenzione, caratterizzato
da un’estrema sicurezza nel maneggio, nel trasporto, nell’impiego e durante la
conservazione rispetto agli esplosivi di tipo tradizionale, grazie alla caratteristica
di scarsa sensibilità agli urti ed al calore, alla sua eccellente resistenza
all'acqua e le proprietà detonanti, è adatto praticamente a qualsiasi utilizzo.
Proveniente dalle cave di sabbia la cartuccia di emulsione fa parte di una
partita di 16, una scatola intera, presa in consegna da Carra per ordine di Lo
Nigro che, in auto con lui, la era andata a recuperare presso una campagna
nella zona di Castelvetrano dove, tenuta in custodia da un signore anziano
presso la sua azienda agricola, l’avevano portata a Palermo facendola
transitare nel deposito di Carra prima di essere prelevata e portata via da Lo
Nigro. L’obiettivo di via Palestro era stato scelto e confermato dopo tre
sopralluoghi sia per il suo valore storico e culturale, poiché rappresenta
sicuramente un obbiettivo d’alto livello, non quanto gli Uffizi, ma sicuramente
a livelli tali da stuzzicare l’interesse di chi vuol provocare la commozione
pubblica, sia per la semplicità con cui si sarebbe potuta lasciare di fronte la
gigantesca carica di esplosivo a bordo di un’auto parcheggiata senza essere
notati. Questa, targata MI 7P2498, di proprietà di una certa Letizia Esposito
ed in uso prevalente al figlio Oreste Cavaliere, era stata rubata il 23 dopo le
ore 20:00 nella via Filippo Baldinucci, nel quartiere milanese di Bovisa, e
portata da Spatuzza nella villa di Arluno per spogliare del superfluo il vano
portabagagli, riempirlo con gli involucri e armarli. I tecnici avevano creato
un unico pacco di forma cilindrica mettendo a contatto i tre plichi nastrandoli
tra loro e avvolgendoli con la miccia detonante portata in valigia da Lo Nigro,
un cordone flessibile messo a punto negli stabilimenti David Bickford nel 1914 con
anima in Pentrite, il superesplosivo preparato per la prima volta nel 1891 dal
chimico tedesco Bernhard Tollens, ed esternamente rivestita con guaina di
resina termoplastica resistente a trazione, ai tagli e all’abrasione e del
diametro di 6 millimetri, impermeabile ad acqua, olio, e sia alle basse che alle
alte temperature. Il grosso pacco, del peso complessivo di 130 chilogrammi e al
quale avevano fissato due cordoni ai lati per facilitarne la manipolazione, era
stato sistemato all’interno del baule in senso orizzontale prima che Lo Nigro
facesse due fori col cacciavite nella cartuccia di emulsione per infilarvi
all’interno i due detonatori a fuoco, artifizi esplosivi primari
diretti discendenti di quelli inventati dal chimico e ingegnere svedese Alfred
Nobel nel 1867 e contenenti nel piccolo involucro cilindrico in alluminio una
piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, e innescato a sua volta
da pochissimo esplosivo primario, l’Azoturo di Piombo, il preparato dalla
Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890 sensibile ad urti e calore.
Per attivare il circuito ridondante del doppio detonatore annegato nella pasta
dell’esplosivo in emulsione, i due spezzoni di miccia a lenta combustione che
Lo Nigro aveva portato nella valigia, entrambi della lunghezza di 5 metri e
calibrati per un percorso di fiamma di 1 metro ogni 120 secondi, erano stati
fissati alle estremità degli artifizi e fatti passare all’interno
dell’abitacolo dell’auto attraverso i sedili posteriori. Le micce, del diametro
di 5 millimetri e dirette discendenti della corda di canapa catramata
brevettata il 6 settembre del 1836 da William Bickford sono costituite da un
cordone di cotone impermeabile con un’anima di Polvere Nera, esplosivo
costituito da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di
zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e scienziato Ruggero
Bacone nel 1249 modificando quella comparsa per la prima volta in un'opera di
Wu Ching Toung Yao nel 1044 che nel 1044 suggeriva il dosaggio di un 74% in
peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11% in peso di zolfo.
Oltre all’esplosivo emulsionato, anche le micce e i detonatori provengono da
una cava di sabbia, specificatamente dalla INCO di Roccamena-Camporeale, nel
territorio di Roccamena, nel Belice, da cui la sua famiglia mafiosa si era in
passato rifornita per approvvigionarsi per altri attentati, di proprietà di
Giuseppe Modesto, un imprenditore molto vicino a Giovanni Brusca che aveva
approfittato della sua “amicizia” nonché della parentela con Franco
Piedescalzi, l’addetto al maneggio degli esplosivi della cava, un anno fa
tramite Giuseppe Agrigento, anche lui persona molto vicina a Brusca nonché
capofamiglia di San Cipirello, incaricato di recuperarne quanti più possibili
assieme ad un ingente quantitativo di esplosivo in previsione di una serie di
attentati, sequenza iniziata con quello al giudice Giovanni Falcone del 23
maggio dell’anno scorso dov’era saltato in aria assieme a parte della scorta e
dell’Autostrada A29. Una volta ricontrollati i collegamenti e la solidità
dell’involucro, il vano portabagagli era stato chiuso e la Fiat Uno era pronta
a scatenare l’inimmaginabile entro poche ore. Sono le ore 22:49, le micce sono
accese, la Fiat Uno aspetta solitaria nella via Palestro il suo destino mentre il
fuoco all’interno dell’abitacolo sta mangiando centimetri di miccia, uno dopo
l’altro, molto più lentamente di quello che dovrebbe in realtà poichè umidità, cattivo
stato di conservazione ed errato maneggio ne hanno compromesso nel tempo la
piena efficienza. Attorno alla macchina il quartiere è deserto, solo Driss
Moussafir, un cittadino marocchino di 44 anni sta dormendo poco lontano su di una
panchina dei giardini pubblici raggiunta scavalcando la bassa cancellata
accanto al Museo Civico di Storia Naturale. Un gruppo di persone, che da
lontano ha notato del fumo avvolgere quell’auto solitaria ha appena avvicinato
una pattuglia dei Vigili Urbani in transito nella stessa via con direzione Corso
Venezia-Piazza Cavour. I due agenti a bordo della “Monza 3”, Katia Cucchi e
Alessandro Ferrari, per sincerarsi della cosa si avvicinano alla Uno
parcheggiata davanti al Padiglione di Arte Contemporanea. Il fumo c’è davvero,
è di colore biancastro e sta uscendo da uno dei finestrini anteriori lasciato
leggermente aperto. L’auto si ferma, l’agente Ferrari scende, l’odore è acre,
molto forte, tanto da fargli allertare la sala operativa al fine di richiedere
l’intervento dei Vigili del Fuoco. Mentre la strada viene tempestivamente
bloccata al passaggio di chi si sta accingendo a percorrerla, un allarme rimbomba
nella caserma del distaccamento di via Benedetto Marcello, a 2 chilometri e 4
minuti di distanza, sono le ore 23:04. Una squadra di sette uomini si mette in
movimento con un’autoscala e un fuoristrada. Sono Stefano Picerno, Carlo La
Catena, Sergio Pasotto, Antonio Abbamonte, Paolo Mandelli, Antonio Maimone e
Massimo Salsano ad intervenire. Picerno, il caposquadra, è tornato da qualche
ora dalla luna di miele in Costa Brava, ha accettato senza problemi di fare il
turno di notte, ha anche portato al lavoro un vassoio di paste e una bottiglia
di prosecco per festeggiare il suo matrimonio e il compleanno di Pasotto. La
Catena è il più piccolo del gruppo, ha appena 24 anni, ha scelto apposta il
turno di notte per poter rientrare nella sua Napoli e in questo modo può
tornare a Milano il più tardi possibile in tempo per il turno successivo. È un
intervento di routine, sono concentrati ma non hanno idea di cosa li stia
aspettando davanti al padiglione. Gli operatori scendono dai mezzi, Picerno, Pasotto
e La Catena si avvicinano subito alla Fiat Uno per una rapida ispezione, l’odore
è fortissimo, è un odore di bitume e plastica bruciata misto a polvere da
sparo. All’interno dell’abitacolo la miccia sta continuando a bruciare, sarebbe
dovuta già arrivare ai detonatori, la bomba sarebbe già dovuta esplodere e
quegli uomini non sarebbero dovuti essere lì. Il caposquadra si abbassa sui
finestrini dell’abitacolo, non ci sono fiamme, decide di aprire la portiera,
una nuvola di fumo sale verso l’alto sorprendendo i presenti, troppo per non
esserci evidenti processi di combustione in atto. L’attenzione si concentra però
su due cordoni bruciacchiati in mezzo ai sedili e sulla direzione da cui
proviene lo sbuffo: il bagagliaio. Picerno e Pasotto si mettono dietro la
vettura, aprono il baule con cautela, il loro viso diventa bianco, anche gli
altri che lo raggiungono sgranano gli occhi, il sangue si gela, c’è un grosso
pacco nastrato accuratamente con dello scotch da pacchi color avana. Alessandro
Ferrari, anche lui accanto al baule, mentre guarda queste corde che somigliano
a micce fuoriuscire da sotto il nastro nella parte sinistra, incrociando lo
sguardo con Picerno non ha dubbi: è una bomba. Gli uomini si allontanano di
corsa, viene dato l’ordine di evacuare la zona, di sbarrare la strada nei punti
opposti utilizzando i mezzi e di allertare la Questura. Cucchi e Ferrari si
allontano verso corso Venezia arrestandosi all’incrocio tra via Palestro e via
Marina, i Vigili del Fuoco si spostano verso piazza Cavour di una ventina di
metri scendendo dal mezzo su cui si trovavano pronti al svolgere il naspo
antincendio. Mentre Ferrari, su sollecitazione della Centrale Operativa del suo
Comando torna indietro riavvicinandosi alla Uno per rilevarne il numero di
targa assieme ad alcuni Vigili del Fuoco che devono passare dall’altro lato
della strada, le micce si esauriscono, sono le ore 23:14. Il fiocco
incandescente, entrando nell’involucro del detonatore accende l’Azoturo di
Piombo della prima carica che innesca la seconda di Pentrite. Con una
velocissima reazione a catena i tre esplosivi nell’involucro detonano uno dopo
l’altro in una impercettibile gigantesca sequenza esplosiva. I 130 chilogrammi
di Emulsione, Tritolo e Composizione B si scatenano con una velocità di 6
chilometri al secondo. Un boato rimbomba per tutta Milano, il sonno dei
milanesi viene rotto da un ruggito. La Fiat Uno salta in aria sconquassando la
strada e disintegrando qualsiasi cosa gli stia vicino. Alessandro Ferrari viene
sbalzato via per 25 metri finendo nel parco, superando Moussafir Driss che nel
frattempo è passato dal sonno alla morte squarciato da un pezzo di lamiera
sparato a 800 chilometri orari. Picerno, Pasotto e La Catena vengono dilaniati
e sparpagliati per 80 metri anneriti, irriconoscibili mentre l’onda di
sovrappressione si abbatte violentemente sulla facciata del Padiglione di Arte
Contemporanea facendo sobbalzare il muro esterno per poi impattare su un vicino
distributore di benzina, sul sistema di illuminazione pubblica e sulle molte autovetture
parcheggiate. Le abitazioni vibrano per 280 metri, i mobili si muovono, i
quadri cadono e i vetri vanno in pezzi. Cala il silenzio, tutto in un raggio di
30 metri è stato cancellato, restano solo alberi spezzati dal tronco spelato, foglie
che ricoprono l’asfalto, vetri e oggetti crivellati. Nel buio si vede solo il
rosso delle fiamme che fanno da cornice ad una scena apocalittica. La Fiat Uno
è sparita. Il pezzo più grande, una parte del motore, è atterrato sul balcone
del terzo piano del civico 6, a 100 metri, mentre il più piccolo, la fibbia di
una delle cinture di sicurezza, è a 400 metri nel cortile interno del palazzo dell’Intendenza
di Finanza, dall’altra parte dei giardini pubblici. Al posto della macchina sull’asfalto
c’è un cratere con una circonferenza di 9 metri. Sotto di esso delle lingue di fuoco
si alzano in cielo illuminandolo a giorno, è la condotta del gas sottostante
alla sede stradale, è stata danneggiata. Il muro dietro ha la facciata sbrecciata,
le finestre divelte, parte di esso è ancora in piedi ma sembra aver subito un
cannoneggiamento che fa pendere verso il basso svariati mattoni illuminati dalle
fiamme del vulcano formatoglisi davanti. Il distributore di benzina “IP”
dall’altra parte della strada sembra mitragliato, sulla lamiera bianca del
gabbiotto si aprono sei squarci neri mentre la Citroen Bx parcheggiata vicino è
schiacciata, deformata, senza vetri e coi pneumatici squarciati. Tutto intorno
ci sono macerie, vetro, legno. In fondo alla via, accanto all’autopompa un
Vigile del Fuoco si sta trascinando verso lo sportello del mezzo che ha
visibilmente accusato l’impatto dell’onda di sovrappressione. La radio funziona,
abbastanza da consentirgli di allertare la sala operativa prima di perdere i
sensi. Sono sufficienti pochi minuti perché la via si animi, il tetro silenzio e
il surreale vuoto si trasformano velocemente in caos. Le ambulanze riempiono la
carreggiata, i Vigili del Fuoco srotolano i naspi antincendio tra i detriti e gli
agenti di polizia che battono la via un metro dopo l’altro alla ricerca di informazioni.
I pezzi della Fiat Uno sono disseminati fino a Piazza Cavour, dove il blocco
motore è stato sparato a 90 metri, mattoni, pietre, cemento, lamiere, e poi c’è
sangue, ovunque moltissimo sangue. Non ci sono grida, c’è una sorta di rispettoso
brusio da parte delle decine di persone che continuano ad arrivare per vedere la
natura di quel boato che ha svegliato la città. Chiedono, vogliono sapere, non
si rassegnano alle vaghe notizie del servizio d'ordine che blocca via Palestro
da piazza Cavour a via Marina. C'è rabbia, dolore, sentimenti che iniziano a
crescere con la consapevolezza che non si tratti di un incidente. La folla,
nonostante tutto, resta fuori dal recinto, lontana dal lavoro che senza sosta
continua con gli uomini della scientifica che cercano di recuperare l'innesco
della bomba, le tracce dell'esplosivo, degli involucri, qualsiasi cosa possa
servire per aiutare a capire. I camici bianchi degli infermieri risplendono nel
parco accanto ai corpi del vigile urbano e dell'immigrato, con l’unità di rianimazione
che apre il portellone pronto a caricare una barella con un gomito e una gamba
che fuoriescono dal telo. Ci sono piccoli fuochi ovunque, gli alberi della
piazza sono stati completamente spogliati, i Vigili del Fuoco camminano su un
letto di foglie fumanti con le ambulanze che partono alla volta dei Pronto
Soccorso del Policlinico, del Fatebenefratelli e del San Paolo. Dal cratere le
fiamme si levano alte, sempre di più, tanto da dover fare intervenire
urgentemente sulla condotta del gas una ruspa che 10 metri più in là sta
spaccando l’asfalto. Il fuoco non si ferma e nessuno si è reso conto della pericolosa
sacca di gas formatasi proprio sotto il PAC. Se ne accorgono alle ore 04:30. Il
terreno si gonfia, il gas esplode sventrando il padiglione con in preparazione
una mostra di pittura da inaugurare a settembre. Lo spostamento d’aria è talmente
violento da scaraventare a terra i giornalisti, gli agenti di Polizia e Vigili
del Fuoco. Il padiglione, sotto una palla di fuoco che sale verso il cielo
illuminando il quartiere a giorno, è sfregiato da una nuova gigantesca voragine
che si è tirata dietro il solaio di copertura rigirandolo su se stesso, 32
opere sono schiacciate da un groviglio di lamiere contorte, resti sconnessi di
vetrate in frantumi e mattoni. Lo sconcerto è totale, arrivano notizie di
esplosioni anche a Roma, la Basilica di San Giovanni in Laterano, San
Giorgio al Velabro, il Campidoglio e i Fori Imperiali, tutte autobomba esplose a
distanza di 3 minuti l’una dall’altra. Chi pensava che l’arresto di Salvatore
Riina, il Capo dei Capi, avesse messo fine alla follia di Cosa Nostra si è
sbagliato, e anche di tanto, perché le Famiglie hanno dimostrato, ancora una
volta, di essere in grado di colpire con violenza inaudita quando vogliono e
quello che vogliono.
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