01 dicembre, 2019

Courrieres, Miniera di carbone, 10 marzo 1906


TIPOLOGIA: incidente
CAUSE: errore umano
DATA:
10 marzo 1906
STATO:
Francia
LUOGO:
Courrieres, Miniera di carbone
MORTI: 1.115
FERITI:
594

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 10 marzo 1906, è un sabato, ci troviamo nella Francia di quel periodo che negli anni a venire sarà chiamato La Belle Epoque, un momento storico caratterizzato dal dominio dell'Europa e dall'assoluta ed eccessiva fiducia nel progresso tecnico. Da un punto di vista politico la situazione è eccezionale: Armand Fallières è stato eletto Presidente della Repubblica in sostituzione di Émile Loubet e la nazione è ancora traumatizzata dalla legge sulla separazione tra Chiesa e Stato. Il pallido Ferdinand Sarrien, nuovo Primo Ministro, a giorni formerà il suo Governo con Louis Barthou ai Lavori Pubblici e Clemenceau all'Interno. La stampa è potentissima, il Petit Parisien stampa più di 2 milioni di copie seguito da Le Temps e Le Petit Journal. Con 39 milioni di abitanti, di cui 20 milioni attivi e 5,7 milioni solo nell'industria, nella Francia di questo inizio 1906 appena uscita da due mesi di intensa campagna elettorale il clima sociale è particolarmente cattivo e gli scioperi numerosi. Nelle miniere, i lavoratori sono relativamente privilegiati perché meglio sindacalizzati: 8 ore lavorative, salari settimanali, alloggi forniti, fondi di soccorso, cooperative. Nonostante ciò il lavoro è duro, pericoloso e il tasso di mortalità altissimo. Frane, cedimenti, incendi, decimano gli operai, bambini e adulti, che giornalmente si addentrano nelle viscere della terra per estrarre il principale combustibile fossile: il carbone. A Courrières lo sfruttamento del sottosuolo è tecnicamente innovativo. L'azienda, che estrae dal giacimento di carbone del bacino minerario di Nord-Pas-de-Calais nel Pas-de-Calais, a 220 chilometri a nord di Parigi, è stata premiata più volte durante le grandi fiere nazionali e universali per la qualità delle sue attrezzature, innovazione delle linee, ventilatori, caldaie, sistema di approvvigionamento elettrico della parte inferiore, pompe, argani, macchine perforatrici, e per la sicurezza del suo personale, quest’ultimo almeno sulla carta, poiché anche se un decreto dell'8 febbraio dell’anno scorso ha reso obbligatorio l’utilizzo delle lampade di sicurezza, non viene quasi mai applicato. È stato il primo pozzo, quello scavato nel 1849 ad aver dato il nome alla Compagnia. Ora coi dodici pozzi attivi, 7.500 tonnellate giornaliere di materiale estratto e 2.737.500 tonnellate annue, il 7% della produzione nazionale di carbone, è diventata la terza compagnia nel Nord-Pas-de-Calais. Producendo il combustibile per le centrali elettriche, l'azienda, con alle dipendenze 9.258 lavoratori di cui 7.594 impiegati in sotterraneo, ottiene enormi profitti, 7,4 milioni di Franchi in sette anni, risorse finanziarie che permettono all’azienda di destinare una grossa fetta degli utili allo scavo di nuovi pozzi ottimizzando la produzione nei vecchi modernizzando le strutture già esistenti. La miniera è insolitamente complessa per il suo tempo: i diversi pozzi sono collegati tra loro da gallerie sotterranee su più livelli. Queste, raccordate a loro volta per questioni logistiche, ovvero facilitare il trasporto del materiale in superficie, e per motivi di sicurezza, ovvero facilitare l’accesso dei soccorsi in caso di incidente, formano una insidiosa e intricata rete viaria nel sottosuolo. Il Pozzo numero 3 serve per l'estrazione, per l'ingresso dell'aria, e a mezzo di uno scompartimento isolato con diaframma in legno, anche per il riflusso, con un ventilatore Guibal di 7 metri di diametro montato alla bocca che aspira 7 metri cubi d'aria al secondo. L'aria in entrata si divide in due circuiti principali: uno in direzione Nord, che dopo aver ventilato i cantieri nei livelli Giulia a -280 metri di profondità, Santa Barbara a -303 metri, e Giuseppina a -326 metri, fuoriesce dal Pozzo numero 2; l'altro circuito in direzione Sud, che passando per i livelli Giuseppina e Santa Barbara a -299 metri, fuoriesce dal Pozzo numero 4. Due derivazioni secondarie destinate a ventilare dei tratti raddrizzati dei livelli Santa Barbara e Giuseppina, ritornano, passando per la galleria a -280 metri, allo scompartimento di ventilazione del Pozzo numero 3. Il Pozzo numero 11 serve invece per l’estrazione e l'ingresso di altra aria che, formando 4 circuiti di ventilazione ai livelli -331 metri e -383 metri, ritorna in uscita al Pozzo numero 4. A quest'ultimo fa anche capo un riflusso d'aria proveniente dal Pozzo numero 5 passando per il livello a -260 metri. Al Pozzo numero 2 arriva invece l’aria dei circuiti provenienti dal Pozzo numero 3 assieme alle correnti di ventilazione alimentate dal Pozzo numero 10 e passanti per i livelli a -307 e a -354 metri. In questa mattina del 10 marzo 1.664 minatori sono a lavoro alle quote -330 e -340 metri, come ogni giorno. Iniziato appena prima dell’alba questo è il turno più numeroso. Gli operai sono ancora provati dall’incidente di quattro giorni fa dove un incendio scoppiato a causa del rovesciamento di alcune lampade a fiamma libera nel punto in cui gli armatori stavano lavorando ha incenerito le cataste delle vecchie armature in legno nel Pozzo numero 3, a Cècile, sul Lavaleresse a Méricourt, fra i livelli a -326 metri e -280 metri. Anche se si è provveduto subito con sbarramenti costituiti da terra, ferro e ciottoli, a chiudere l'entrata d'aria a questi cantieri, aria proveniente dal Pozzo numero 3, al livello -326 metri, domare le fiamme non è stato semplice. Creare sbarramenti anche nella galleria di riflusso d'aria al livello -280 ha fatto sì che si riuscisse finalmente a circoscrivere l’incendio solo qualche ora fa. I minatori sono stremati ma sono abituati a questi episodi, gli incendi sono abbastanza frequenti a queste profondità e ciò non ha destato grosse preoccupazioni né agli operai, né agli ingegneri, né ai dirigenti. La miniera non è considerata a rischio grisù, il terribile metano infiammabile ed esplosivo se messo a contatto con l’aria, le lampade a fiamma libera sono utilizzate come principale fonte di luce salvo che negli avanzamenti verso zone non ancora ispezionate in cui vengono adoperate in via precauzionale quelle di sicurezza a benzina. Per quanto riguarda l’esplosivo, per demolire la roccia viene utilizzata la Polvere Favier, un prodotto belga apparso nel 1887 e composto da una percentuale di 12% di Nitronaftalina, un preparato esplosivo del 1835, e una dell’88% di Nitrato d'Ammonio,fertilizzante preparato per la prima volta dal chimico e farmacista tedesco nel 1659 battezzandolo “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma, e scoperto come prodotto esplodente dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1870. L’utilizzo del Favier è molto pericoloso, soprattutto nell’estrazione del carbone, e dato il suo non facile maneggio pochi specialisti sono in grado di utilizzarlo. La Grisoutine invece, l’”esplosivo di sicurezza”, così chiamato perché estremamente veloce al fine di rendere minimo il tempo di esplosione e che lavora con una temperatura di fiamma al di sotto dei 1.500 gradi centigradi, è utilizzata solamente nelle zone non ancora preventivamente ispezionate. È un ottimo prodotto ma è molto costoso, forse troppo per farne un uso giornaliero ma si sa, la vita in miniera vale poco. C’è da dire che l’uso di questo esplosivo, costituito da 10% in peso della Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 dalla Nitrocellulosa, scoperta dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846, da 0.25% in peso di Cotone Collodio, composto dalla Nitrocellulosa con alta percentuale di azoto, e da 89.75% in peso di Nitrato d'Ammonio, avrebbe permesso di rientrare a casa dalle loro mogli a molti dei lavoratori della miniera. Sul fronte di scavo di una delle gallerie del Pozzo numero 2, al livello Giuseppina, 4 operai si trovano impegnati nella routine lavorativa: perforazione, caricamento dell’esplosivo, innescamento, brillamento e raccolta del marino, il risultato della frantumazione della roccia, che verrà poi trasportato all’esterno in superficie con vagoncini trainati da cavalli. 2 lavorano ai trapani ad aria compressa, un terzo carica in foro le prime cartucce cilindriche di Favier spingendole fino in fondo con un calcatoio in legno, un quarto, poco più indietro, prepara le smorze armate, le cartucce con annegato all’interno il sensibilissimo detonatore a fuoco, anch’esso brevetto di Nobel del 1867. Il cilindretto di stagno riempito col Fulminato di Mercurio, esplosivo primario sensibilissimo agli urti e al calore, sintetizzato già nel XVII secolo e perfezionato nel 1799 dal chimico inglese Edward Howard, verrà innescato da una miccia del tipo “a lenta combustione”. Il cordone di canapa catramata brevettata il 6 settembre 1836 da William Bickford consentirà alla fiamma un percorso di un metro ogni 120 secondi di tempo grazie alla sua anima di Polvere Nera, un esplosivo formato da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e scienziato Ruggero Bacone che nel 1249 aveva modificato quella comparsa per la prima volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao nel 1044. Le operazioni, svolte in silenzio, sono continue e meccaniche. Mentre le perforatrici battono sulla roccia viva sollevando una nuvola di polvere soffocante, l’operaio addetto al caricamento ha finito di caricare le mine “centrali”, quelle che provocheranno sulla parete uno spazio centrale libero per consentire a quelle successive di trovare un volume dove far cadere la roccia abbattuta. Sta per dedicarsi alle mine “di scarico”, che col loro lavoro abbatteranno gran parte della roccia. Dietro di lui, a terra, lo aspettano le ultime, quelle “di contorno”, che porteranno con la loro esplosione la sezione della galleria al profilo voluto. È un compito delicato, tutto deve essere fatto con precisione chirurgica. La progettazione della volata per l'avanzamento della galleria, presentando problemi diversi e più complessi rispetto all'abbattimento di un gradino a cielo aperto, ha bisogno di concentrazione continua da parte degli esplosivisti e pertanto ogni membro della squadra cerca di non perdere la lucidità neanche per un momento. Sulla parete, davanti al foto l’uomo si sta accingendo a pressare con la mano destra l’ultima cartuccia della fila, quella armata col detonatore, all’interno della mina profonda un metro e mezzo e con dentro un peso complessivo di 450 grammi di esplosivo. Nella mano sinistra ha invece il borraggio, il tappo di argilla incartocciato, un metodo introdotto nel 1687 dall’esplosivista Carl Zumbe nelle miniere di Clausthal, nella Bassa Sassonia, in Germania, che chiuderà la mina in modo da permettere all’esplosivo di sfogare la sua forza completamente e senza dispersioni di energia sulla roccia circostante. È in ritardo e deve chiudere anche le altre. La fretta di voler concludere, la stanchezza o forze l’eccessiva sicurezza, nel momento in cui spinge col calcatoio la cartuccia di Polvere Favier all’interno del foro per farla aderire alle altre, picchia troppa forza sul candelotto urtando la testa sporgente detonatore. La distrazione è fatale, il Fulminato di Mercurio nel cilindretto di stagno reagisce violentemente allo shock meccanico accendendo tutte le cartucce nel foro. La mina esplode innescando tutte le vicine non ancora intasate provocando un effetto cannone multiplo che si riversa sugli operai e sulle casse di esplosivo a terra. I tre operai sul fronte di scavo vengono investiti in pieno e fatti a pezzi senza nemmeno accorgersene. Il quarto, chino sul tavolo una manciata di metri più indietro, viene diviso in due e scaraventato per 19 metri. Le casse di esplosivo a terra, investite dalla prima onda d’urto detonano tutte assieme, la galleria trema, il tunnel viene devastato e dalle pareti dei cunicoli scossi si solleva una fitta nuvola di polvere di carbone che prende fuoco. L’aria si incendia, la rapida combustione in questo spazio confinato in cui la reazione chimica non ha il tempo di liberare tutta l'energia prodotta sotto forma di calore, ne produce una parte consistente sotto forma di energia di pressione generando a sua volta lo spostamento dell'aria circostante ad una velocità elevatissima. Sono le ore 06:45, i cunicoli esplodono, al Pozzo numero 3, appena sotto la superficie, mentre 125 uomini vengono ragguagliati sulle condizioni dell’incendio di quattro giorni fa, il pavimento sotto di loro si squarcia con uno sbuffo di terra che fa volare i caschi. Una forte spinta dal basso in progressivo aumento proveniente dal vano ascensori fa voltare tutti di colpo. 6 secondi dopo, una delle gabbie viene sparata in alto seguita da un tremendo boato. La struttura metallica, scardinata dalle guide e piegata su un lato è avvolta da una coltre di fumo rovente nero e denso. Le braccia bruciate e dilaniate degli operai morti schiacciati all’interno pendono dalle lamiere accartocciate del montacarichi. Tutto diventa buio. Nei 7 secondi successivi: la testa del pozzo si apre come un fiore, la gabbia ascendente si fracassa contro la parete e quella discendente si blocca in basso, il flusso di ventilazione si interrompe mentre il Pozzo numero 3 si chiude da quota -50 metri a causa delle guide, delle traverse, dei palchetti e dei rottami del tramezzo che crollano su loro stessi; il Pozzo numero 2, l’Auguste-Lavaurs a Billy-Montigny, è squassato da un muro di polvere seguito da una cannonata; al Pozzo numero 11 la gabbia viene lanciata fino alle molette e bloccata dai tacchetti di sicurezza, i minatori presenti all’interno sono arrostiti vivi. L’onda barica, che viaggia ad una velocità di oltre 1.000 chilometri orari, dopo aver abbattuto gli sbarramenti sul Lavaleresse a Méricourt percorre i 110 chilometri di gallerie del bacino carbonifero fra i paesi di Méricourt,  Sallaumines, Billy-Montigny e Nouvelles sous Lens in meno di due minuti, sfogando dal Pozzo numero 4 del Santa Barbara a Sallaumines e falciando 4 operai a lavoro per delle riparazioni nei pressi della bocca, straziando i corpi e proiettandoli per 12 metri assieme ai cavalli e ai rimorchi. Raggiunta la superficie, l’onda d’urto strappa i tetti dai sostegni delle strutture, apre il terreno, scardina le porte di ventilazione, trascina le benne, piega le armature e appiattisce le paratie in legno rendendo i pozzi inutilizzabili. È l’apocalisse. Se l’esterno è un disastro, l’interno è pure peggio. L’accesso è possibile soltanto dalle estremità del campo operativo poiché i sostegni metallici sono piegati in avanti bloccando le gallerie. La mostruosa esplosione, formata da una catena di esplosioni ravvicinate, ha corso per le gallerie comunicanti generando ad ogni deflagrazione un’onda barica che ha sollevato in sospensione altre polveri di carbone innescate a loro volta al contatto col fronte di fuoco. La forza spaventosa di questa tempesta di fuoco ha consumato in un attimo tutto l’ossigeno, soffocando, schiacciando e incenerendo 1.099 operai e 97 cavalli. La rete di gallerie, studiata appositamente per motivi logistici e di sicurezza, ha favorito l’estendersi dell’evento trasformando la miniera in una fornace. Le strutture sono distrutte, i sostegni danneggiati, le pareti sono pericolanti e a terra non restano che corpi senza vita, alcuni smembrati, altri orribilmente mutilati e irriconoscibili. Sotto pezzi di legnami ancora in fiamme gli attrezzi ancora impugnati da mani, ma senza traccia dei corpi. Nei borghi vicini il fragore delle esplosioni ha spalancato le finestre di tutte le abitazioni e il fumo nero, che ha invaso in una manciata di minuti l’intera aerea, sta attirando sul posto la popolazione locale. Le mogli degli operai si riversano in strada, in migliaia affollano le vie dei quartieri. I cancelli della miniera sono sbarrati e presidiati per contenere la folla. In poche ore verrà mobilitata la macchina dei soccorsi. Minatori belgi, pompieri da Parigi e soccorritori tedeschi dotati di autorespiratore verranno portati sul posto. 16 di loro moriranno nelle ricerche. Ambulanze, carri carichi di bombole di ossigeno, attrezzi da lavoro, medicine, materassi, pacchetti di ovatta, verranno portati alle imboccature dei pozzi e i cameroni degli edifici in superficie si trasformeranno in infermeria e in camera mortuaria. Il bilancio definitivo sarà di 429 morti al Pozzo numero 3, 507 al Pozzo numero 4 e 163 morti al Pozzo numero 2. Nelle ore successive, ustionati, intossicati e feriti, in 594 riusciranno a raggiungere la superficie. Gli ultimi 13, che verranno poi soprannominati “I Rescapés”, resteranno intrappolati per 20 giorni riuscendo a sopravvivere mangiando i cavalli morti.

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