TIPOLOGIA: incidente
CAUSE: errore umano
DATA: 10 marzo 1906
STATO: Francia
LUOGO: Courrieres, Miniera di carbone
MORTI: 1.115
FERITI: 594
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 10 marzo 1906, è un sabato, ci troviamo nella Francia di quel
periodo che negli anni a venire sarà chiamato La Belle Epoque, un momento
storico caratterizzato dal dominio dell'Europa e dall'assoluta ed eccessiva
fiducia nel progresso tecnico. Da un punto di vista politico la situazione è
eccezionale: Armand Fallières è stato eletto Presidente della Repubblica in
sostituzione di Émile Loubet e la nazione è ancora traumatizzata dalla legge
sulla separazione tra Chiesa e Stato. Il pallido Ferdinand Sarrien, nuovo Primo
Ministro, a giorni formerà il suo Governo con Louis Barthou ai Lavori Pubblici
e Clemenceau all'Interno. La stampa è potentissima, il Petit Parisien stampa
più di 2 milioni di copie seguito da Le Temps e Le Petit Journal. Con 39
milioni di abitanti, di cui 20 milioni attivi e 5,7 milioni solo nell'industria,
nella Francia di questo inizio 1906 appena uscita da due mesi di intensa
campagna elettorale il clima sociale è particolarmente cattivo e gli scioperi
numerosi. Nelle miniere, i lavoratori sono relativamente privilegiati perché
meglio sindacalizzati: 8 ore lavorative, salari settimanali, alloggi forniti,
fondi di soccorso, cooperative. Nonostante ciò il lavoro è duro, pericoloso e
il tasso di mortalità altissimo. Frane, cedimenti, incendi, decimano gli
operai, bambini e adulti, che giornalmente si addentrano nelle viscere della
terra per estrarre il principale combustibile fossile: il carbone. A Courrières
lo sfruttamento del sottosuolo è tecnicamente innovativo. L'azienda, che estrae
dal giacimento di carbone del bacino minerario di Nord-Pas-de-Calais nel
Pas-de-Calais, a 220 chilometri a nord di Parigi, è stata premiata più volte
durante le grandi fiere nazionali e universali per la qualità delle sue
attrezzature, innovazione delle linee, ventilatori, caldaie, sistema di
approvvigionamento elettrico della parte inferiore, pompe, argani, macchine perforatrici,
e per la sicurezza del suo personale, quest’ultimo almeno sulla carta, poiché
anche se un decreto dell'8 febbraio dell’anno scorso ha reso obbligatorio
l’utilizzo delle lampade di sicurezza, non viene quasi mai applicato. È stato
il primo pozzo, quello scavato nel 1849 ad aver dato il nome alla Compagnia.
Ora coi dodici pozzi attivi, 7.500 tonnellate giornaliere di materiale estratto
e 2.737.500 tonnellate annue, il 7% della produzione nazionale di carbone, è diventata
la terza compagnia nel Nord-Pas-de-Calais. Producendo il combustibile per le
centrali elettriche, l'azienda, con alle dipendenze 9.258 lavoratori di cui 7.594
impiegati in sotterraneo, ottiene enormi profitti, 7,4 milioni di Franchi in
sette anni, risorse finanziarie che permettono all’azienda di destinare una
grossa fetta degli utili allo scavo di nuovi pozzi ottimizzando la produzione nei
vecchi modernizzando le strutture già esistenti. La miniera è insolitamente complessa
per il suo tempo: i diversi pozzi sono collegati tra loro da gallerie
sotterranee su più livelli. Queste, raccordate a loro volta per questioni
logistiche, ovvero facilitare il trasporto del materiale in superficie, e per
motivi di sicurezza, ovvero facilitare l’accesso dei soccorsi in caso di
incidente, formano una insidiosa e intricata rete viaria nel sottosuolo. Il
Pozzo numero 3 serve per l'estrazione, per l'ingresso dell'aria, e a mezzo di
uno scompartimento isolato con diaframma in legno, anche per il riflusso, con
un ventilatore Guibal di 7 metri di diametro montato alla bocca che aspira 7
metri cubi d'aria al secondo. L'aria in entrata si divide in due circuiti
principali: uno in direzione Nord, che dopo aver ventilato i cantieri nei livelli
Giulia a -280 metri di profondità, Santa Barbara a -303 metri, e Giuseppina a
-326 metri, fuoriesce dal Pozzo numero 2; l'altro circuito in direzione Sud,
che passando per i livelli Giuseppina e Santa Barbara a -299 metri, fuoriesce
dal Pozzo numero 4. Due derivazioni secondarie destinate a ventilare dei tratti
raddrizzati dei livelli Santa Barbara e Giuseppina, ritornano, passando per la
galleria a -280 metri, allo scompartimento di ventilazione del Pozzo numero 3.
Il Pozzo numero 11 serve invece per l’estrazione e l'ingresso di altra aria
che, formando 4 circuiti di ventilazione ai livelli -331 metri e -383 metri,
ritorna in uscita al Pozzo numero 4. A quest'ultimo fa anche capo un riflusso
d'aria proveniente dal Pozzo numero 5 passando per il livello a -260 metri. Al
Pozzo numero 2 arriva invece l’aria dei circuiti provenienti dal Pozzo numero 3
assieme alle correnti di ventilazione alimentate dal Pozzo numero 10 e passanti
per i livelli a -307 e a -354 metri. In questa mattina del 10 marzo 1.664
minatori sono a lavoro alle quote -330 e -340 metri, come ogni giorno. Iniziato
appena prima dell’alba questo è il turno più numeroso. Gli operai sono ancora provati
dall’incidente di quattro giorni fa dove un incendio scoppiato a causa del
rovesciamento di alcune lampade a fiamma libera nel punto in cui gli armatori
stavano lavorando ha incenerito le cataste delle vecchie armature in legno nel
Pozzo numero 3, a Cècile, sul Lavaleresse a Méricourt, fra i livelli a -326
metri e -280 metri. Anche se si è provveduto subito con sbarramenti costituiti
da terra, ferro e ciottoli, a chiudere l'entrata d'aria a questi cantieri, aria
proveniente dal Pozzo numero 3, al livello -326 metri, domare le fiamme non è
stato semplice. Creare sbarramenti anche nella galleria di riflusso d'aria al
livello -280 ha fatto sì che si riuscisse finalmente a circoscrivere l’incendio
solo qualche ora fa. I minatori sono stremati ma sono abituati a questi
episodi, gli incendi sono abbastanza frequenti a queste profondità e ciò non ha
destato grosse preoccupazioni né agli operai, né agli ingegneri, né ai
dirigenti. La miniera non è considerata a rischio grisù, il terribile metano
infiammabile ed esplosivo se messo a contatto con l’aria, le lampade a fiamma
libera sono utilizzate come principale fonte di luce salvo che negli
avanzamenti verso zone non ancora ispezionate in cui vengono adoperate in via
precauzionale quelle di sicurezza a benzina. Per quanto riguarda l’esplosivo, per
demolire la roccia viene utilizzata la Polvere Favier, un prodotto belga
apparso nel 1887 e composto da una percentuale di 12% di Nitronaftalina, un
preparato esplosivo del 1835, e una dell’88% di Nitrato d'Ammonio,fertilizzante
preparato per la prima volta dal chimico e farmacista tedesco nel 1659
battezzandolo “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma, e scoperto
come prodotto esplodente dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nel 1870.
L’utilizzo del Favier è molto pericoloso, soprattutto nell’estrazione del
carbone, e dato il suo non facile maneggio pochi specialisti sono in grado di
utilizzarlo. La Grisoutine invece, l’”esplosivo di sicurezza”, così chiamato
perché estremamente veloce al fine di rendere minimo il tempo di esplosione e
che lavora con una temperatura di fiamma al di sotto dei 1.500 gradi
centigradi, è utilizzata solamente nelle zone non ancora preventivamente
ispezionate. È un ottimo prodotto ma è molto costoso, forse troppo per farne un
uso giornaliero ma si sa, la vita in miniera vale poco. C’è da dire che l’uso
di questo esplosivo, costituito da 10% in peso della Nitroglicerina
sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 dalla
Nitrocellulosa, scoperta dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel
1846, da 0.25% in peso di Cotone Collodio,
composto dalla Nitrocellulosa con alta percentuale di azoto, e da 89.75% in
peso di Nitrato d'Ammonio, avrebbe permesso di rientrare a casa dalle loro mogli
a molti dei lavoratori della miniera. Sul fronte di scavo di una delle gallerie
del Pozzo numero 2, al livello Giuseppina, 4 operai si trovano impegnati nella
routine lavorativa: perforazione, caricamento dell’esplosivo, innescamento,
brillamento e raccolta del marino, il risultato della frantumazione della
roccia, che verrà poi trasportato all’esterno in superficie con vagoncini
trainati da cavalli. 2 lavorano ai trapani ad aria compressa, un terzo carica
in foro le prime cartucce cilindriche di Favier spingendole fino in fondo con
un calcatoio in legno, un quarto, poco più indietro, prepara le smorze armate, le
cartucce con annegato all’interno il sensibilissimo detonatore a fuoco, anch’esso
brevetto di Nobel del 1867. Il cilindretto di stagno riempito col Fulminato di
Mercurio, esplosivo primario sensibilissimo agli urti e al calore, sintetizzato
già nel XVII secolo e perfezionato nel 1799 dal chimico inglese
Edward Howard, verrà innescato da una miccia del tipo “a lenta combustione”. Il
cordone di canapa catramata brevettata il 6 settembre 1836 da William Bickford
consentirà alla fiamma un percorso di un metro ogni 120 secondi di tempo grazie
alla sua anima di Polvere Nera, un esplosivo formato da 74,65% di nitrato di
potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni
nostri grazie al monaco e scienziato Ruggero Bacone che nel 1249 aveva
modificato quella comparsa per la prima volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao
nel 1044. Le operazioni, svolte in silenzio, sono continue e meccaniche. Mentre
le perforatrici battono sulla roccia viva sollevando una nuvola di polvere
soffocante, l’operaio addetto al caricamento ha finito di caricare le mine
“centrali”, quelle che provocheranno sulla parete uno spazio centrale libero
per consentire a quelle successive di trovare un volume dove far cadere la
roccia abbattuta. Sta per dedicarsi alle mine “di scarico”, che col loro lavoro
abbatteranno gran parte della roccia. Dietro di lui, a terra, lo aspettano le
ultime, quelle “di contorno”, che porteranno con la loro esplosione la sezione
della galleria al profilo voluto. È un compito delicato, tutto deve essere
fatto con precisione chirurgica. La progettazione della volata per
l'avanzamento della galleria, presentando problemi diversi e più complessi
rispetto all'abbattimento di un gradino a cielo aperto, ha bisogno di
concentrazione continua da parte degli esplosivisti e pertanto ogni membro
della squadra cerca di non perdere la lucidità neanche per un momento. Sulla parete,
davanti al foto l’uomo si sta accingendo a pressare con la mano destra l’ultima
cartuccia della fila, quella armata col detonatore, all’interno della mina profonda
un metro e mezzo e con dentro un peso complessivo di 450 grammi di esplosivo.
Nella mano sinistra ha invece il borraggio, il tappo di argilla incartocciato, un
metodo introdotto nel 1687 dall’esplosivista Carl Zumbe nelle miniere di
Clausthal, nella Bassa Sassonia, in Germania, che chiuderà la mina in modo da
permettere all’esplosivo di sfogare la sua forza completamente e senza
dispersioni di energia sulla roccia circostante. È in ritardo e deve chiudere
anche le altre. La fretta di voler concludere, la stanchezza o forze
l’eccessiva sicurezza, nel momento in cui spinge col calcatoio la cartuccia di
Polvere Favier all’interno del foro per farla aderire alle altre, picchia
troppa forza sul candelotto urtando la testa sporgente detonatore. La
distrazione è fatale, il Fulminato di Mercurio nel cilindretto di stagno reagisce
violentemente allo shock meccanico accendendo tutte le cartucce nel foro. La mina
esplode innescando tutte le vicine non ancora intasate provocando un effetto
cannone multiplo che si riversa sugli operai e sulle casse di esplosivo a
terra. I tre operai sul fronte di scavo vengono investiti in pieno e fatti a
pezzi senza nemmeno accorgersene. Il quarto, chino sul tavolo una manciata di
metri più indietro, viene diviso in due e scaraventato per 19 metri. Le casse di
esplosivo a terra, investite dalla prima onda d’urto detonano tutte assieme, la
galleria trema, il tunnel viene devastato e dalle pareti dei cunicoli scossi si
solleva una fitta nuvola di polvere di carbone che prende fuoco. L’aria si
incendia, la rapida combustione in questo spazio confinato in cui la reazione
chimica non ha il tempo di liberare tutta l'energia prodotta sotto forma di
calore, ne produce una parte consistente sotto forma di energia di pressione
generando a sua volta lo spostamento dell'aria circostante ad una velocità
elevatissima. Sono le ore 06:45, i cunicoli esplodono, al Pozzo numero 3,
appena sotto la superficie, mentre 125 uomini vengono ragguagliati sulle
condizioni dell’incendio di quattro giorni fa, il pavimento sotto di loro si
squarcia con uno sbuffo di terra che fa volare i caschi. Una forte spinta dal
basso in progressivo aumento proveniente dal vano ascensori fa voltare tutti di
colpo. 6 secondi dopo, una delle gabbie viene sparata in alto seguita da un
tremendo boato. La struttura metallica, scardinata dalle guide e piegata su un
lato è avvolta da una coltre di fumo rovente nero e denso. Le braccia bruciate
e dilaniate degli operai morti schiacciati all’interno pendono dalle lamiere
accartocciate del montacarichi. Tutto diventa buio. Nei 7 secondi successivi:
la testa del pozzo si apre come un fiore, la gabbia ascendente si fracassa
contro la parete e quella discendente si blocca in basso, il flusso di
ventilazione si interrompe mentre il Pozzo numero 3 si chiude da quota -50
metri a causa delle guide, delle traverse, dei palchetti e dei rottami del
tramezzo che crollano su loro stessi; il Pozzo numero 2, l’Auguste-Lavaurs a
Billy-Montigny, è squassato da un muro di polvere seguito da una cannonata; al
Pozzo numero 11 la gabbia viene lanciata fino alle molette e bloccata dai
tacchetti di sicurezza, i minatori presenti all’interno sono arrostiti vivi. L’onda
barica, che viaggia ad una velocità di oltre 1.000 chilometri orari, dopo aver
abbattuto gli sbarramenti sul Lavaleresse a Méricourt percorre i 110 chilometri
di gallerie del bacino carbonifero fra i paesi di Méricourt, Sallaumines,
Billy-Montigny e Nouvelles sous Lens in meno di due minuti, sfogando dal Pozzo
numero 4 del Santa Barbara a Sallaumines e falciando 4 operai a lavoro per
delle riparazioni nei pressi della bocca, straziando i corpi e proiettandoli
per 12 metri assieme ai cavalli e ai rimorchi. Raggiunta la superficie, l’onda
d’urto strappa i tetti dai sostegni delle strutture, apre il terreno, scardina
le porte di ventilazione, trascina le benne, piega le armature e appiattisce le
paratie in legno rendendo i pozzi inutilizzabili. È l’apocalisse. Se l’esterno
è un disastro, l’interno è pure peggio. L’accesso è possibile soltanto dalle
estremità del campo operativo poiché i sostegni metallici sono piegati in
avanti bloccando le gallerie. La mostruosa esplosione, formata da una catena di
esplosioni ravvicinate, ha corso per le gallerie comunicanti generando ad ogni
deflagrazione un’onda barica che ha sollevato in sospensione altre polveri di
carbone innescate a loro volta al contatto col fronte di fuoco. La forza
spaventosa di questa tempesta di fuoco ha consumato in un attimo tutto
l’ossigeno, soffocando, schiacciando e incenerendo 1.099 operai e 97 cavalli.
La rete di gallerie, studiata appositamente per motivi logistici e di
sicurezza, ha favorito l’estendersi dell’evento trasformando la miniera in una
fornace. Le strutture sono distrutte, i sostegni danneggiati, le pareti sono
pericolanti e a terra non restano che corpi senza vita, alcuni smembrati, altri
orribilmente mutilati e irriconoscibili. Sotto pezzi di legnami ancora in
fiamme gli attrezzi ancora impugnati da mani, ma senza traccia dei corpi. Nei
borghi vicini il fragore delle esplosioni ha spalancato le finestre di tutte le
abitazioni e il fumo nero, che ha invaso in una manciata di minuti l’intera
aerea, sta attirando sul posto la popolazione locale. Le mogli degli operai si
riversano in strada, in migliaia affollano le vie dei quartieri. I cancelli
della miniera sono sbarrati e presidiati per contenere la folla. In poche ore
verrà mobilitata la macchina dei soccorsi. Minatori belgi, pompieri da Parigi e
soccorritori tedeschi dotati di autorespiratore verranno portati sul posto. 16
di loro moriranno nelle ricerche. Ambulanze, carri carichi di bombole di
ossigeno, attrezzi da lavoro, medicine, materassi, pacchetti di ovatta,
verranno portati alle imboccature dei pozzi e i cameroni degli edifici in
superficie si trasformeranno in infermeria e in camera mortuaria. Il bilancio
definitivo sarà di 429 morti al Pozzo numero 3, 507 al Pozzo numero 4 e 163
morti al Pozzo numero 2. Nelle ore successive, ustionati, intossicati e feriti,
in 594 riusciranno a raggiungere la superficie. Gli ultimi 13, che verranno poi
soprannominati “I Rescapés”, resteranno intrappolati per 20 giorni riuscendo a
sopravvivere mangiando i cavalli morti.
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