TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: mina sotterranea
DATA: 23 maggio 1992
STATO: Italia
LUOGO: Isola delle Femmine,
Autostrada A29
MORTI: 5
FERITI: 23
Ultimo aggiornamento: 22 giugno 2026
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
È il 1992, è il 23 maggio, è un sabato pomeriggio e c'è caldo. Antonino Gioè è appostato con Giovanni Brusca sulle colline sopra Capaci, a 900 metri di distanza in linea d’aria dall’autostrada. Dietro di loro, a qualche decina di metri ci sono Giovanni Battaglia, Antonino Troia e Salvatore Biondino, in silenzio. Da questo punto di osservazione sopraelevato aspettano il passaggio di un convoglio di auto blindate, aspettano il Giudice Giovanni Falcone, il loro obiettivo numero uno. Procuratore della Repubblica di Marsala, in città dal 1978 inizialmente impiegato all'Ufficio Istruzione sotto la guida del Giudice Rocco Chinnici, ucciso sotto casa assieme a parte della scorta con un’autobomba il 29 luglio 1983, ha lavorato assieme ai Giudici Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte, costituenti un pool antimafia sviluppato e reso operativo dal Sostituto Procuratore Generale di Firenze Antonino Caponnetto che confermava la linea inaugurata da Chinnici di centralizzare le indagini sul fenomeno mafioso al fine di favorire la circolazione e la condivisione delle informazioni emerse e, quindi, di avere un quadro globale sul fenomeno e le sue dinamiche criminali. Questo stabile gruppo di giudici istruttori destinati esclusivamente a occuparsi di processi di mafia, concentrandosi sui membri dell’organizzazione di Cosa Nostra, dai meno potenti ai più influenti, ha creato e sta continuando a crearle non pochi problemi tanto da mobilitare le “Commissioni” e farle riunire per decidere se e come affrontare il problema. Reggente del mandamento di San Giuseppe Jato, con alle spalle la bomba di via Federico Giuseppe Pipitone, a Palermo, dove aveva fatto saltare in aria proprio il Giudice Rocco Chinnici e parte della sua scorta, Brusca è stato scelto dalla Commissione Regionale, il massimo organo decisionale dell’organizzazione mafiosa, come coordinatore di questa operazione. La sua responsabilità è altissima, è teso, fuma una sigaretta dietro l’altra. A terra ci sono cinque pacchetti di Merit e due di Malboro, l’attesa è snervante, guarda in maniera compulsiva la strada e il radiocomando che sta stringendo tra le mani mentre rivolge qualche parola a Gioè che non stacca l’occhio dal cannocchiale. Gioè invece è il capo della Famiglia di Altofonte, nel mandamento di San Giuseppe Jato, anche lui un nome importante in Sicilia. In piedi, sotto un sole caldo in questo spiazzo di Montagna Raffo Rosso, sono concentrati, nervosi, il piano è stato preparato con perizia certosina e a questo punto nessuno sbaglio è tollerato. Qui si giunge percorrendo la SS 135, proveniente da Isola delle Femmine in direzione Capaci, giunti al Km. 277+750 e svoltando in una stradina interpoderale che si estende da valle verso monte. Dopo aver percorso questa stradina per circa 900 metri si arriva ad un cancello in metallo a due battenti, varcato il quale, dopo aver percorso 63 metri, a causa di una frana che ha invaso il manto stradale asfaltato bisogna proseguire a piedi. Ricevuto l’ordine direttamente dai vertici di Cosa Nostra di trovare un posto adatto allo scopo, i primi sopralluoghi erano iniziati alla fine di marzo. Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi, rispettivamente capi dei "mandamenti" di San Lorenzo, Della Noce e Porta Nuova, li avevano fatti seguendo una buona parte di Autostrada A29, la via più veloce che collega i 35 chilometri che separano l’aeroporto di Palermo-Punta Raisi alla città, restringendo il campo alla zona di Capaci, una zona aperta, con ampia visuale anche da lunga distanza. Associazione criminale di tipo mafioso Cosa Nostra è nata in Sicilia nel 19° secolo e si è sviluppata esponenzialmente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Strutturata gerarchicamente, nota in tutto il mondo per gli attentati, gli omicidi esemplari e la violenza diretta contro lo Stato italiano con l’eliminazione di uomini politici, poliziotti e magistrati, mantiene il controllo su numerose attività economiche e politiche regionali ed extraregionali per mezzo di reti di fiancheggiatori e dell’inserimento di propri capitali nel settore dei pubblici appalti, della sanità e del turismo, penetrando perfino nei settori della grande distribuzione alimentare, dei mercati ortofrutticoli, nelle attività edili e in quelle di tipo economico-finanziario. L’Organizzazione è divisa in “Famiglie”, ciascuna con un capo, il “rappresentante”, eletto da tutti gli “uomini d’onore” e assistito da un vice-capo e uno o più consiglieri. Tre Famiglie, ognuna organizzata in "'decine" composte da dieci uomini d'onore, i "soldati", coordinati da un "capodecina", costituiscono un "mandamento", la zona di influenza, gestito dal “capo mandamento” anch'esso eletto e che fa parte della "Commissione Provinciale", il massimo organismo dirigente di Cosa Nostra nella provincia, organismo che prende le decisioni più importanti, risolve i contrasti tra le famiglie, espelle gli uomini inaffidabili, controlla tutti gli omicidi, inferiore in quanto a potere soltanto a quella "Regionale". Corruzione e riciclaggio sono il volano che ha permesso a Cosa Nostra di radicarsi, anno dopo anno, sempre di più nel territorio accrescendo il proprio potere in maniera spropositata. Il lavoro dei tre capi-mandamento aveva richiesto due mesi interi e nell’epoca del “pentitismo” iniziata con le rivelazioni date da Tommaso Buscetta, uno dei primi mafiosi a cominciare a collaborare con la giustizia durante le inchieste coordinate proprio da Giovanni Falcone che avevano permesso, per la prima volta, una dettagliata ricostruzione giudiziaria dell'organizzazione e della struttura della criminalità siciliana dando inizio al declino del potere mafioso, la sentenza di Cassazione che confermava gli ergastoli nel Maxiprocesso per crimini di mafia del 30 gennaio con 360 condanne per complessivi 2.665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia, aveva messo in moto una macchina, ormai impossibile da fermare. Progettata dai vertici della Commissione Regionale che aveva riunito i leader delle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta ed Enna, incontratisi tra settembre e dicembre dell’anno scorso per diverse settimane in un casolare della provincia di Enna, presieduti da Salvatore Riina, il 72enne capo del mandamento di Corleone e super capo di Cosa Nostra, avevano discusso una strategia di destabilizzazione politica che si sarebbe snodata con l’omicidio di uomini politici e con attentati dinamitardi, un complesso piano di destabilizzazione politica da attuarsi con eventi cruenti che avrebbero dovuto dare una spallata al vecchio sistema politico che non offriva più protezione. Questa era effettivamente iniziata dopo il definitivo unanime benestare dei membri della Commissione Regionale e Provinciale in due riunioni distinte svolte nella villetta palermitana di via Margi Faraci di Girolamo Guddo, uomo di spicco delle famiglie palermitane, mafioso di Altarello di Baida e cugino del boss Salvatore Cancemi. Con la prima che aveva visto partecipare i nomi di spicco dell’organizzazione, Salvatore Riina, Matteo Motisi, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Raffaele Ganci, Antonino Giuffrè, Giuseppe Montalto e Salvatore Madonia, e con la seconda che aveva riunito Riina, Biondino Ganci, Brusca, La Barbera e Cancemi, la mattanza era iniziata la mattina del 12 marzo a Palermo con l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, il più potente politico siciliano leader della Democrazia Cristiana nell’isola, ucciso perché non era riuscito a impedire le tante condanne inflitte ai mafiosi al termine del più grande processo penale mai svolto in Italia. Per il Giudice Falcone il Punto Zero era stato scelto valutando con cura ogni dettaglio e Brusca, Biondino e Pietro Rampulla, classe 1952, capomafia della Famiglia di Mistretta, legato in particolare ai boss Nitto Santapaola, considerato uno tra i più potenti e sanguinari boss mafiosi di Cosa nostra, e Giuseppe Farinella, soprannominato Don Peppino, capo del mandamento di San Mauro Castelverde, lo avevano ispezionato e proposto in una riunione tre mesi fa nei pressi di Castelvetrano, incontro in cui le Commissioni Regionale e Provinciale presiedute da Salvatore Riina, avevano discusso su come affrontare il problema, una questione d’urgenza dove Riina si era già espresso durante un ulteriore incontro ad inizio febbraio con Raffaele Ganci, Salvatore Cangemi, Salvatore Biondino e Gioacchino La Barbera, capo del mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco. E dopo la frase “Falcone sta facendo più danni a Roma che a Palermo” pronunciata dal capo della Commissione Regionale che Matteo Messina Denaro, ombra di Riina, capo del mandamento di Castelvetrano e rappresentante indiscusso della mafia della provincia di Trapani, Vincenzo Sinacori, il suo braccio destro e uomo di spicco del trapanese, Mariano Agate, capo del mandamento di Mazzara Del Vallo, Bernardo Provenzano, sostituto capo del mandamento di Corleone, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, capi del mandamento di Brancaccio-Ciaculli, non avevano avuto più dubbi: il Giudice doveva morire, avrebbe dovuto farlo al più presto, in maniera plateale ma soprattutto, in Sicilia, sul territorio di Cosa Nostra, nonostante questo avrebbe richiesto molte più risorse e un coefficiente di difficoltà maggiore nella realizzazione. Essendo stato nominato a Roma Direttore Generale degli Affari Penali, nonostante il Giudice nella Capitale trascorra la vita di un uomo normale, senza una scorta e coi protocolli di sicurezza ridotti al minimo, una preda facile per chi avesse voluto eliminarlo, ciò non aveva fatto cambiare idea alla Commissione sul da farsi. Con l’annullamento a marzo da parte di Riina della "missione romana" dove un commando guidato da Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano era stato inviato a Roma per eliminarlo il gruppo di fuoco era stato richiamato in Sicilia. Alla squadra era stato detto che Falcone andasse spesso a mangiare al Matriciano, in via dei Gracchi, nei pressi della corte di Cassazione, invece che al ristorante La Carbonara a Campo dei Fiori, un posto che ha il nome di un altro piatto tipico della cucina romana e dove per questo banale scambio di luoghi non era stato intercettato. Con un cambio della strategia di guerra il Capo della Commissione di Cosa Nostra aveva sostituito quello che sarebbe stato un semplice omicidio a colpi di arma da fuoco con qualcosa di diverso. L’attentato quindi avrebbe dovuto essere fatto in un luogo per cui non ci fossero dubbi sul chi fosse a colpirlo, con una prova di potere, un episodio forte, eclatante, mai visto prima e che sicuramente avrebbe destabilizzato il paese. Contrariamente alle malelingue che lo vedevano in fuga dall'Isola per paura di finire nell'elenco dei morti ammazzati, con quella carica al Ministero della Giustizia Falcone si era fatto promotore dell'istituzione della Procura Nazionale Antimafia, la cosiddetta Superprocura, la direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. L’omicidio, pianificato sì per vendetta, sì per la conferma degli ergastoli della Cassazione, avrebbe avuto anche un terzo aspetto, fondamentale, quello preventivo. Poiché egli, da magistrato al servizio dello Stato e della Politica, ispirando questa sulla giustizia e sulla lotta alla Mafia, sta ponendo dei paletti che stanno creando dei problemi alla criminalità organizzata legata al mondo della politica e della finanza, danni che sarebbero aumentati esponenzialmente se gli fosse stata data la possibilità di continuare a coltivare i rapporti diventati intimi con la politica in grado di indirizzare quella legislativa verso il contrasto alla criminalità mafiosa e ai suoi grandi interessi con la centralizzazione delle indagini. Con un ulteriore incontro, sempre nella a casa di Girolamo Guddo, alla presenza di Riina, Cancemi, Biondino, Brusca, Rampulla e Raffaele Ganci, erano stati organizzati i due gruppi “di fuoco” responsabili della gestione delle operazioni, sia logistiche che organizzative, dove Salvatore Biondino avrebbe costituito il punto di raccordo: quello di Palermo composto da Raffaele Ganci, i due figli Domenico e Calogero, Cancemi, Giovan Battista Ferrante, uomo d'onore della famiglia di San Lorenzo, il nipote Antonino Galliano, Gioacchino La Barbera; e quello di Capaci costituito da Brusca, Mario Santo Di Matteo, detto Mezzanasca, della famiglia di Altofonte, del mandamento di Porta Nuova-San Giuseppe Jato, Gioè, Rampulla, Antonino Troia e Giovanni Battaglia, della Famiglia di Capaci, Leoluca Bagarella, del mandamento di Corleone, fratello di Ninetta, la moglie di Riina, e Ferrante, Salvatore Biondo e Giuseppe Graviano, del mandamento di Brancaccio-San Lorenzo. La zona dell’autostrada esaminata era risultata perfetta, questo perché il giudice Giovanni Falcone, lavorando negli uffici di Roma era diventato abitudinario e tutti i fine settimana, rientrando in Sicilia nel suo domicilio a Palermo, passa proprio da lì, da quella strada lunga 115 chilometri priva di corsia di emergenza che collega il capoluogo della Regione Siciliana con Mazzara del Vallo. La sua abitudine coi mesi era diventata la sua debolezza, debolezza che qualcuno aveva notato. A controllare i suoi movimenti ci avevano pensato, mese dopo mese, Raffaele Ganci e i suoi tre figli, Stefano, Domenico e Calogero, da una delle loro macellerie, quella in via Francesco Lo Jacono, un ottimo punto di osservazione a pochi passi dalla casa del Giudice, là dove si accede al garage luogo di stallo dell’autovettura blindata e che aveva consentito di monitorarne ogni spostamento. I Ganci, potentissimi uomini d’onore, assidui frequentatori dei cantieri edili nonostante privi di alcuna competenza tecnica nella specifica attività, dispongono di quelle realtà imprenditoriali facenti capo a persone di loro totale fiducia che amministrano e gestiscono i patrimoni della struttura mafiosa così come la rete di contatti che attivano qualora ce ne fosse io bisogno. E proprio grazie ad una di queste, giorno dopo giorno erano state annotate le partenze e gli arrivi dell’autista giudiziario con la macchina blindata, così come avevano tenuto d’occhio i movimenti degli uomini che lo proteggono, uno per uno, memorizzandone sia i punti di forza che le debolezze. Inoltre, i Ganci avevano avuto il compito di tenere i contatti telefonici con un certo Giusto Sciarabba, uomo d’onore della famiglia della Noce, che a Roma aveva seguito i movimenti del Magistrato segnalando tempestivamente la partenza per Palermo sorvegliando l’uscita dell’autovettura blindata dal garage dove era riposta, informandone il gruppo propriamente operativo. Per il modo in cui è costantemente protetto, per il numero di uomini al seguito, per la robustezza delle auto e il metodo di guida del convoglio, le staffette, la velocità fuori e dentro il centro abitato, su come affrontare il problema non era rimasto che un modo: una bomba, una gigantesca bomba sotto la strada. Una tecnica brevettata, se così si può dire, da una squadra di separatisti dell’organizzazione indipendentista spagnola ETA il 20 dicembre 1973 a Madrid, dove la Dodge 3700 GT nera blindata del 1971, modello di lusso, blindato, con a bordo José Luis Pérez Mojena, l’autista del Ministero, Juan Bueno Fernández, Ispettore di polizia, entrambi seduti nei sedili anteriori, e Luis Carrero Blanco, Primo Ministro spagnolo, era stata fatta saltare letteralmente in aria da un mina scavata sotto la carreggiata della via Claudio Coello che conteneva una carica di 191 chilogrammi di esplosivo per uso civile attivata elettricamente a distanza. L’auto, pesante 1.738 chilogrammi, era stata scaraventata in aria per un’altezza di 35 metri raggiungendo il tetto di un convento, scavalcandolo e rovinandosi nella corte interna sulla terrazza del secondo piano stritolando gli occupanti tra le lamiere. Pietro Rampulla, soprannominato “l’artificiere” per la sua esperienza con gli esplosivi, era stato convocato su esplicita richiesta di Giovanni Brusca, richiesta approvata da Riina che si era preso del tempo per valutare se fosse saggio inserire un “esterno” in un evento di tale importanza, in una delle tante riunioni tenutesi alla villa della contrada Rebuttone di proprietà di Mario Santo Di Matteo, ad Altofonte, luogo di incontro e riunione degli appartenenti alla sua famiglia, dove avevano partecipato anche lo stesso Brusca e Gioè assieme a Gioacchino La Barbera, Di Matteo e Bagarella. Rampulla, che non è nuovo a questo genere di “incarichi”, addestrato dai Servizi deviati italiani nella manipolazione e utilizzo di materiali esplosivi per disposizione del Generale Luigi Ramponi, direttore del servizio segreto Sismi, il Servizio Informazioni e Sicurezza Militare nato nel 1977, è infatti un ex militante di Ordine Nuovo. Associazione segreta neofascista di natura terroristica, Ordine Nero era nata nel 1974 in seguito alla crisi della più vecchia Avanguardia Nazionale, organizzazione neofascista e golpista fondata il 25 aprile 1960 dal politico Stefano Delle Chiaie, e dallo scioglimento a novembre del ‘73 di Ordine Nuovo, un altro movimento neofascista falange extraparlamentare di estrema destra guidato dal politico Clemente Graziani nato nel dicembre del 1969, poco prima della strage alla Banca Nazionale Dell'Agricoltura di Milano del 12 dicembre, da parte di alcuni militanti dell’associazione politico-culturale di estrema destra Centro Studi Ordine Nuovo, creata questa nel 1956 dal politico esponente del Movimento Sociale Italiano Pino Rauti. Ma questo attentato in grande stile, difficile da preparare e che non avrebbe assicurato l’eliminazione dell’obiettivo, era ad altissima probabilità di fallimento, poiché anche imbottendo di esplosivo un intero pezzo di autostrada, a complicare il progetto sarebbe stata la velocità con cui le auto avrebbero transitato per il Punto Zero. Non era possibile, con apparecchiature di facile reperibilità in commercio come barriere di raggi infrarossi, di microonde e di ultrasuoni, determinare il brillamento della carica al passaggio delle blindate in corrispondenza di esse a velocità superiore a 80 chilometri orari. Ciò in quanto queste apparecchiature, a tali velocità, sono praticamente insensibili alla ricezione del segnale. Era possibile invece, con due radio commerciali opportunamente adattate, determinare l’esplosione della carica al momento voluto, dislocando la ricevente sul punto di scoppio e la trasmittente su quello in cui era stato ipotizzato che l’osservatore si fosse posizionato. A trovare il luogo ideale per questo scopo, alto, aperto e con un’ottima visuale, ci avevano pensato Raffaele Ganci, Salvatore Biondino e Salvatore Cancemi. In quanto alla scelta dell’esplosivo, istruiti da un esperto del suo calibro i “tecnici” di Cosa Nostra avevano deciso di utilizzare ogni aggancio possibile, perfino quello coi gestori della cava di sabbia INCO di Roccamena-Camporeale, nel territorio di Roccamena, nel Belice, di proprietà di Giuseppe Modesto, un imprenditore molto vicino a Brusca. Cava vuol dire ampia disponibilità di esplosivo e Giuseppe Agrigento, persona molto vicina a Brusca nonché capofamiglia di San Cipirello, era stato incaricato di recuperarne una discreta quantità che sarebbe andata a costituire una parte di una carica esplosiva più grossa appositamente progettata per l’”attentatuni”, il grande attentato. Della seconda parte se ne era occupata invece la Famiglia di Brancaccio, con Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca e Giuseppe Graviano che attingono, quando si ha bisogno di esplosivo in enormi quantità, da due canali ben distinti e ridondanti nell’eventualità che il primo o il secondo non fosse stato fruibile. Il primo sono i contatti di reciprocità che le famiglie tengono con la N’drangheta calabrese e con il suo deposito, una Santa Barbara in fondo al mare. Si tratta di una vecchia nave colata a picco durante la Seconda Guerra Mondiale e adagiata sul fondale col suo carico intatto nella stiva. Oggetto dei desideri proibiti per numerosissimi appassionati di immersioni e per coloro i quali operano nel settore del turismo subacqueo, questa nave non è solo un’oasi di vita colorata e ricca, spunto per riprese video mozzafiato facilmente raggiungibile dalla costa, ma è anche una gigantesca “Santa Barbara” a disposizione dei clan della N’drangheta calabrese. Varata il 3 gennaio del 1923 per la Cosulich Società Triestina di Navigazione insieme ai gemelli Ida, Alberta, Clara, Teresa e Lucia, la Laura C. era impiegata assieme a loro sulle linee dell’America Settentrionale. La nave, un piroscafo da carico di 122 metri di lunghezza, 17 di larghezza e 20 mila tonnellate di stazza, era stata confiscata per le sue peculiarità il 29 ottobre 1940 a Trieste dalla Regia Marina per i propri scopi legati al conflitto bellico in corso. Partita da Venezia il 28 giugno 1941 con destinazione Tripoli stivava rifornimenti per le forze dell’Asse operanti in Nordafrica costituenti, oltre un carico di 5.773 tonnellate di materiali tra cui medicinali, scorte alimentari, biciclette, vestiario, macchine da cucire, cavi per linee telefoniche e parti di ricambio per automezzi, anche armi, munizioni e 1.200 tonnellate di esplosivo. Sistemato nella terza stiva poppiera e costituito da casse contenenti panetti del peso di 200 grammi l’uno, si tratta del Trinitrotoluene, un esplosivo preparato la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt. Mentre navigava in convoglio con altri due piroscafi e scortata da un incrociatore e una torpediniera era stata avvistata da un sommergibile britannico Upholder che presso Capo dell’Armi, in Calabria, le aveva lanciato contro tre siluri che avevano fermato i motori, bloccato il timone e allagato le stive. L’equipaggio, deciso a fare incagliare la nave in costa trascinata da due rimorchiatori alla foce della fiumara di Molaro, sulla spiaggia di Saline Ioniche, per salvare la nave o almeno il suo carico, non aveva fatto caso alla configurazione del fondale, molto scosceso, che aveva fatto sì che la Laura C., nel giro di poco più di sette ore scivolasse all’indietro affondando senza spezzarsi alla profondità di 50 metri e a 100 metri dalla spiaggia. Negli anni, mentre parte delle vettovaglie che facevano parte del carico, finite a riva, erano diventate una insperata risorsa per la popolazione locale affamata dai razionamenti imposti dalla guerra, l’esplosivo è stato abbondantemente prelevato dai sub della ‘Ndrangheta con l’obiettivo di confezionare bombe per la loro personale strategia della tensione. Il secondo canale invece è il recupero dell’esplosivo, sempre dal mare, ma da vecchi residuati bellici, evento abbastanza comune considerato che ogni anno il mare e il suolo italiano continuano a farne affiorare decine, la maggior parte delle quali armate e potenzialmente letali. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il mare intorno alla Sicilia, in particolare il tratto tra Palermo, Trapani e la Tunisia, era stato teatro di pesanti bombardamenti riempiendo i fondali di bombe rimaste inesplose. Negli anni successivi, i pescatori locali, specialmente quelli della zona di Trapani, erano finiti spesso per agganciare con le loro reti a queste enormi bombe d'aereo americane o britanniche e invece di denunciare i ritrovamenti alle autorità, alcuni di loro legati a Cosa Nostra avevano iniziato a venderle ai capi che avevano compresero subito il valore di quella riserva quasi inesauribile di esplosivo ad altissimo potenziale. Graviano, il capo della Famiglia, aveva scomodato Cosimo d’Amato, cugino proprio del boss palermitano Lo Nigro. Cosa Nostra non aveva sintetizzato il TNT in laboratorio, ma aveva in piedi una vera e propria attività di recupero e "pesca" di questi ordigni bellici inesplosi. Le bombe nel mare della Sicilia provenivano in particolare dalla zona di Porticello e nel golfo di Palermo, rimaste sui fondali marini per cinquant'anni, sganciate dai bombardieri prima di rientrare alla base. La famiglia mafiosa di Brancaccio non si era affidata ad ingegneri militari d'élite, ma ai pescatori-artificieri di Santa Flavia e Porticello che, durante le loro attività di pesca coi loro pescherecci attrezzati con le reti a strascico continuavano ad individuare, sollevare e caricare a bordo le pesanti bombe utilizzando una combinazione di nozioni rudimentali sui residuati bellici e tecniche puramente artigianali. Una volta a bordo, venivano nascoste sotto i cumuli di pesce o sotto le reti prima di essere portati a riva per essere disattivati. Svolgere questa operazione, nonchè l’apertura e lo svuotamento direttamente in mare sarebbe stato tecnicamente impossibile e folle, sia per questioni di stabilità che per motivi di sicurezza e logistica. Le barche fungevano solo da mezzo di trasporto fino al porto. Fare operazioni di sminamento a bordo di un peschereccio in movimento sarebbe stato un suicidio: il rischio di ribaltamento, le scintille dei motori e la mancanza di spazio rendevano la barca del tutto inadatta. Una volta attraccate le barche in orari notturni, le bombe erano state scaricate e trasferite immediatamente in luoghi isolati e protetti sulla terraferma. Molti ordigni erano stati portati in vecchi stabili nella zona di Brancaccio o nelle campagne del palermitano, luoghi di privacy necessaria per accendere grandi fuochi e maneggiare attrezzi rumorosi. In alternativa erano state attrezzate alcune calette isolate dove le operazioni di prima pulizia e disarmo delle spolette, il lavoro più rischioso, erano avvenuti direttamente su tratti di costa deserti o all'interno di grotte marine accessibili da terra, dove un'eventuale esplosione accidentale non avrebbe attirato troppi occhi o causato danni a centri abitati. Ma come avevano fatto i tecnici della Mafia a disattivare le bombe prima di estrarre l'esplosivo? Per la disattivazione i tecnici di Cosa Nostra avevano sfruttato alcune caratteristiche chimico-fisiche degli ordigni per operare come l'effetto bloccante delle incrostazioni. I decenni passati sott'acqua accumulavano calcificazione, ruggine e sabbia che spesso cementavano gli ingranaggi interni o i percussori delle spolette, riducendone la sensibilità immediata al movimento. Per prima cosa, avevano ripulito la testa o la coda della bomba dalle concrezioni marine. Successivamente, utilizzando normali attrezzi da cantiere, chiavi a giratubi pesanti o scalpelli, avevano svitato la spoletta direttamente dal corpo della bomba. La spoletta, il "cervello" o l'interruttore di una bomba d'aereo, era il dispositivo progettato per calcolare il momento esatto in cui l'ordigno dovesse esplodere garantendo al contempo che la bomba non si attivasse accidentalmente prima del lancio. Dopo lo sgancio dall’aereo il meccanismo si era armato pronto ad attivare la bomba tramite impatto con percussore meccanico, tramite ritardo meccanico o chimico, o tramite prossimità mediante un piccolo radar. Una volta estratta era stato rimosso il "guadagno", ovvero la carica di innesco secondaria, solitamente in Tetrile o Pentrite, la parte più sensibile agli urti. Il primo, con velocità di detonazione di 7.200 metri al secondo, è un esplosivo sensibilissimo agli urti. Sintetizzato per la prima volta nel 1877 dal chimico olandese Michler per poi essere perfezionato e prodotto negli stabilimenti dell’Esercito degli Stati Uniti agli inizi del 1900 e continuamente sviluppato durante la Prima Guerra Mondiale, con qualità esplosive nettamente superiori a quelle del Tritolo. La Pentrite, di velocità di detonazione pari a 8.400 metri al secondo, dirompente ed innescante preparata per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, ha caratteristiche così elevate da classificarsi come "superesplosivo”. Tolto l'innesco, il corpo principale della bomba era diventato un guscio contenente solo esplosivo stabile. Questa era l'operazione più pericolosa. Se la spoletta fosse stata del tipo chimico a lungo ritardo, con fiala d'acetone, il minimo movimento avrebbe potuto innescare l'esplosione. Cosa Nostra procedeva per tentativi, accettando il rischio che qualche ordigno potesse brillare accidentalmente durante la lavorazione. Per la seconda fase, i tecnici di Cosa Nostra, tra cui spiccavano figure con competenze meccaniche e chimiche rudimentali, guidate da Giovanni Brusca e Cosimo Lo Nigro avevano effettuato lo svuotamento in luoghi isolati presso casolari nelle campagne palermitane adottando un metodo empirico basato proprio sulle proprietà fisiche del TNT. Questo esplosivo ha un punto di fusione relativamente basso, circa 81 gradi centigradi e utilizzando vapore acqueo ad alta pressione e temperatura controllata all'interno del corpo bomba si scioglie, cola fuori dall'ordigno sotto forma liquida per poi venire raccolto in vasche d'acqua fredda dove si solidifica nuovamente in scaglie per essere poi riciclato. Il Tritolo puro ha una caratteristica fondamentale: è chimicamente estremamente stabile. Non esplodendo per sfregamento, se colpito da un proiettile e se esposto al fuoco libero, anche se necessita di una fortissima onda d'urto data da un detonatore, l'estrazione da una bomba d'aereo reale è considerata una delle operazioni più pericolose in assoluto. Con il passare dei decenni, come nel caso delle bombe della Seconda Guerra Mondiale, il TNT all'interno della bomba può aver reagito con l'involucro metallico formando picrati o altri composti chimici altamente instabili. Questi "sali" sono estremamente sensibili alla minima frizione, alla pressione o al calore e possono innescare la bomba intera. Inoltre, una bomba d'aereo non contiene solo TNT. Per aprire gli involucri d'acciaio spessissimo delle bombe d'aereo senza causare scintille o calore estremo, che avrebbero fatto detonare l'ordigno, i tecnici avevano effettuato il taglio manualmente, bagnando costantemente il metallo. Erano stati usati seghetti e attrezzi manuali, versando continuamente acqua fredda sulla lama per dissipare l'attrito e prevenire qualsiasi surriscaldamento locale. Una volta aperto l'involucro metallico, per estrarre il blocco di Tritolo solido, compatto duro come la pietra, conservatosi perfettamente grazie all'isolamento stagno dei fusti ma comunque pericoloso da grattare, era stato sfruttato il basso punto di fusione del composto. Usando grossi pentoloni d'acqua bollente, dopo aver versato acqua bollente direttamente all'interno della bomba sezionata, il calore dell'acqua aveva sciolto progressivamente lo strato superiore del Tritolo trasformandolo in una massa pastosa o liquida. Questa fanghiglia era stata versata poi all'interno di grossi recipienti di plastica commerciali, fatta raffreddare e una volta separata l’acqua il TNT era tornato a solidificarsi sul fondo, assumendo la forma di scaglie solide. I blocchi di Tritolo così recuperati venivano successivamente frantumati e ridotti in polvere o piccoli grumi all'interno di comuni tritacarne o mortai. Questo processo rudimentale ma sistematico aveva permesso a Cosa Nostra di disporre potenzialmente centinaia di chili di esplosivo a costo quasi zero e al di fuori dei radar delle forze dell'ordine, che in questo periodo monitorano con attenzione solo i depositi commerciali di esplosivi civili e le polveriere militari. Per quanto riguarda la trasmittente, al suo recupero ci avevano pensato Santino Di Matteo e Giovanni Brusca da un negozio di giocattoli di via Maqueda e ne avevano recuperati due, gemelli, nell’eventualità che uno avesse presentato problemi in fase di collaudo. Rampulla invece ne aveva preso degli altri, di diverso tipo, professionali e molto più potenti, subito consegnati ai fratelli Graviano per un nuovo attentato, quello di via Mariano d'Amelio dove il successivo obiettivo sarebbe stato Paolo Borsellino. Brusca e Di Matteo avevano portato i radiocomandi due giorni dopo la riunione in cui Rampulla era stato presentato agli altri, nello stesso posto, la casa un po’ fuori dall’abitato di proprietà di Mario Santo Di Matteo, ad Altofonte, in contrada Rebuttone, e consegnati nelle mani degli stessi ma con in più Biondo e Biondino che li avevano presi dal camioncino con cui era arrivato, usato per il trasporto di un cavallo e nascosti sotto la paglia in una scatola di polistirolo. Ognuna non era altro che un radiocomando di quelli generalmente usati per manovrare gli aeromodelli, un GIG NIKKO “r/c systems full function” modello del 1990, quindi facilmente reperibile in un qualsiasi negozio di giocattoli, dotato di antenna telescopica in metallo e munito della doppia leva ognuna con due gradi di libertà, su-giù e sinistra-destra, dove era stata bloccata, sigillandola col nastro isolante, la prima. Tale decisione era frutto di mera precauzione poichè gli operatori volevano essere sicuri che nel momento dell’azione non ci potesse essere occasione di sbagliare leva spingendo quella delle due non collegata con la ricevente inserita nella carica. La stessa diligenza li aveva spinti, sempre al fine di garantirsi con un margine ancora più ampio la sicura realizzazione dell’effetto esplosivo, a sigillare anche in una direzione la leva che avrebbe collegato la trasmittente alla ricevente adoperata per evitare che nel momento topico chi doveva premere la levetta potesse sbagliare la direzione in cui si doveva muovere. Si era avuto cura di fare in modo che chi doveva inviare il segnale non avesse alternativa nello scegliere la direzione e fosse quindi costretto a muoversi solo in quella giusta, verso destra, l’unica idonea ad attivare la carica. Per quanto riguarda la ricevente, era stata interamente fatta a mano riciclando dei ricambi per il modellismo dinamico e quindi anch’essi comprati in vari negozi del settore. Così come il radiocomando, non era altro che la versione moderna di quella utilizzata per l’attentato al Giudice Rocco Chinnici, Direttore dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, ucciso facendo saltare in aria una Fiat 126 verde oliva del 1977 mentre stava per salire a bordo dell’Alfetta 2000 blindata che lo attendeva con lo sportello aperto davanti allo stabile in cui viveva per accompagnarlo al Palazzo di Giustizia. Avvitando assieme dei pannelli molto sottili di legno compensato avevano costruito una scatola delle dimensioni di 20 centimetri di lunghezza, 15 di altezza e 10 di profondità, sigillata con del mastice per montaggio da edilizia ad effetto “ventosa” in tubetto in alluminio della “S.I.P.A.L. AREXONS Spa” di Milano, nella quale era stato imbullonato un motorino elettrico, quello classico per la movimentazione dello sterzo delle automobili, attivato a distanza tramite la sua piccola antenna di plastica flessibile fatta fuoriuscire dall’involucro attraverso un foro creato ad hoc e fissata all’esterno poco prima dell’attivazione del congegno ricevente. Alimentato da una serie di batterie da 1,5 Volt, al momento dell’attivazione avrebbe mosso un chiodo che ruotato di 45 gradi sarebbe andato ad urtare due lamelle metalliche mettendole in comunicazione e chiudendo un circuito separato dove un’altra serie di batterie, stavolta un modello piatto da 4,5 Volt con strisce metalliche come terminali, avrebbero dato corrente al cavo della linea di tiro a cui all’estremità opposta sarebbe stato fissato il detonatore. Per la predisposizione del congegno, anche se amatoriale e moderatamente complesso, non erano state necessarie particolari capacità tecniche, era stata sufficiente una media cultura elettronica ed elettrotecnica. A testarlo, verificandone empiricamente l’efficienza in veranda nei primi giorni di maggio, ci aveva pensato Brusca. Per constatare se l’impulso radio trasmigrava dalla trasmittente alla ricevente, posto che non era pensabile aspettare di fare la verifica con la carica composta, erano state usate delle lampadine flash monouso per apparecchi fotografici automatici e di uso amatoriale. Queste, chiamate in gergo “cubi flash”, erano arrivate dal fotografo Antonio Vassallo, chiesti personalmente da Giovanni Battaglia, avvicinandosi dal casolare vicino di sua proprietà, proprio quel casolare diventato base logistica utilizzata da Brusca, di Di Matteo e Gioè per lo studio e la pianificazione dell'attentato. Vassallo, che non aveva fatto domande, aveva creduto che il vicino avesse trovato nella fotografia una forma di bellezza. Gli aveva prima proposto in regalo una macchina usa e getta con flash integrato ma a causa dell'insistenza di Battaglia, gliene aveva dato una confezione, subito, quello stesso pomeriggio, con la promessa di una seconda la settimana successiva, mai ritirata, entrambe reperite da un deposito da cui Vassallo si forniva abitualmente. Questo tipo di flash di forma cubica in materiale plastico trasparente in cui sono incorporate quattro lampade AG1, ciascuna anteposta a un suo riflettore, erano l’ideale perchè facile da aprire nella parte inferiore, dove è inserito l’incastro in plastica per l’inserzione sull’apparecchio fotografico, per il collegamento dei contatti positivo e negativo della lampada interna al ricevitore posto sotto l'autostrada. Le lampade erano capaci di emettere un lampo di luce intenso per un breve intervallo di tempo ma in grado di essere visto da lontano anche nelle giornate di sole. I cubi flash erano decisamente un passo avanti rispetto ai loro predecessori, i flash bulbi monouso. Con i bulbi avrebbero dovuto sostituire quello bruciato con uno nuovo per ogni scatto, rallentando parecchio la velocità del loro utilizzo anche per via della temperatura che avrebbe raggiunto l’involucro. Col cubo flash la squadra avrebbe avuto quattro bulbi in un'unica confezione che avrebbe costituito di fatto 4 flash indipendenti completi di riflettore, ciascuno innescato elettricamente da una batteria a basso voltaggio e in grado di essere sempre visibile da lontano anche senza essere ruotato dopo ogni singola lampadina bruciata. La prova era consistita nell’applicare la lampadina al filo che usciva dalla ricevente, lo stesso che poi sarebbe stato collegato alla linea di tiro e quindi al detonatore, pertanto era volta a verificare l’effettività della trasmissione del segnale e a saggiare anche le possibilità che il sistema così costruito andasse incontro ad interferenze di altre onde vaganti nell’etere. Poiché nessun espediente poteva escludere tale evenienza, la soluzione adottata sarebbe stata quella di provvedere all’attivazione del congegno solo nell’imminenza dell’arrivo del corteo delle blindate. Avuta la conferma che trasmittente e ricevente fossero efficienti, i successivi test erano stati fatti nel terreno di proprietà di Di Matteo a contrada Rebottone con l’esplosivo vero e proprio, due per provare che l’impulso fosse sufficiente ad alimentare l’intero circuito ed accendere il detonatore, uno per provare che questo innescasse una carica con le successive valutazioni degli effetti. Brusca, Gioè e Bagarella, dopo aver constatato che i detonatori si fossero armati e che la corrente non avesse trovato intoppi nel circuito, si erano fatti consegnare da Salvatore Biondino 5 chilogrammi di Tritolo, li avevano intasati in un tubo di plastica, lo avevano adagiato sul fondo di una fossa scavata preventivamente da La Barbera con una terna, l’avevano riempita prima con 4 metri cubi di cemento, poi con la terra, e avevano aspettato che Rampulla, sempre presente quando si doveva maneggiare l’esplosivo, desse corrente dalla collinetta poco lontano dall’abitazione. In questo modo Rampulla aveva provato la sua brisanza. Questa non è altro che la capacità di un esplosivo di frantumare i materiali a contatto immediato, determinata principalmente dalla velocità di detonazione e dalla pressione sviluppata. Rappresenta sostanzialmente la violenza dell'azione di rottura di un esplosivo non la sua potenza complessiva comprendente anche la spinta dei gas. È strettamente correlata alla pressione di detonazione e alla sua velocità, dove è direttamente proporzionale alla brisanza e alla densità dell'esplosivo. L’esplosione era stata potente, il terreno si era sollevato creando una grossa voragine ma per sventrare una carreggiata la carica da assemblare sarebbe dovuta essere di dimensioni considerevoli e cosa più importante, posizionata in un punto dove l’esplosione avrebbe massimizzato gli effetti. Lo studio della carica era iniziato quasi da subito, da quando la Commissione aveva dato il via libera alle operazioni. La mattina del 12 marzo, alle ore 10:30, Giuseppe Agrigento si era allontanato abusivamente dal suo posto di lavoro, il mattatoio di Altofonte, e aveva portato con la sua Fiat Tipo bianca nella casa di contrada Rebuttone, dove lo aspettava Di Matteo su incarico di Brusca, quattro sacchi di cartone chiusi artigianalmente con dei lacci che contenevano ciascuno 40 chilogrammi di Nitrato d’Ammonio del tipo Prilled, in sfere porose da 1-2 millimetri di diametro. Questo esplosivo industriale basato sul Nitrato d'Ammonio poroso prodotto dagli stabilimenti della Atochem ELF Aquitanie, è a bassa densità, studiato appositamente per assorbire l'olio combustibile per la trasformazione in un altro esplosivo: l’ANFO. Viene solitamente venduto sfuso in grandi sacchi industriali alle aziende produttrici di esplosivi da mina o alle cave stesse che lo miscelano in loco per poi utilizzarlo o rivenderlo con marchi commerciali specifici come “Euranfo”. Proveniva da un suo parente, Franco Piedescalzi, che lavora alla INCO di Roccamena-Camporeale da cui la sua famiglia mafiosa si era in passato rifornita per approvvigionarsi per altri attentati. La base di questo Nitrato d’Ammonio di grado esplosivo utilizzato, oltre che alla INCO, anche nelle cave di Buttitta di Altofonte, Bagherìa, Trabìa e Modesto, è un fertilizzante. Johann Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco considerato uno dei fondatori della chimica industriale moderna e precursore dell’ingegneria chimica, lo aveva preparato e descritto nel 1659 chiamandolo “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma. Utilizzato come ingrediente esplosivo dal 1867, quando era stato rilasciato un brevetto a due chimici svedesi, J. H. Norrbin and J. Ohlsson, utilizzandolo assieme ad un 20% di carbone nel loro Ammoniakkrut, per poi venire utilizzato dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nella sua dinamite "extra" del 1870 in cui lo aveva sostituito alla farina di roccia silicea sedimentaria di origine organica, unendolo alla Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847. Immediatamente dopo erano arrivati anche altri quattro sacchi in juta sintetica, ognuno pesante 50 chilogrammi, chiuso con cucitura industriale e contenente l’EurANFO ’77. Trasportato stavolta da Gioè, per uso estrattivo e prodotto e commercializzato in Italia dalla Società Esplosivi Industriali di Ghedi, una delle aziende leader nel settore degli esplosivi civili, in provincia di Brescia, è un ANFO, col numero “77” attestante l’anno di formulazione e autorizzazione ministeriale. Nome che sta per “Ammonium Nitrate Fuel Oil”, è un esplosivo di grande sicurezza scoperto nel 1950, è uno dei preferiti dall’ETA spagnola e dagli estremisti libici e palestinesi, questo grazie alla sua bassissima sensibilità, il bassissimo costo e la sua enorme potenza. Dal punto di vista della classificazione chimica, l'ANFO non è un singolo composto, ma una miscela fisica formata da due componenti principali: un ossidante, il Nitrato di Ammonio poroso per una percentuale di 94%, che si presenta solitamente sotto forma di piccoli granuli sferici con una porosità interna microscopica studiata per assorbire i liquidi in modo perfetto, un combustibile, gasolio per il 6%, e aggiunta di additivi. Prodotto dalla Esso, come olio combustibile è utilizzato il Somentor, è un olio minerale idrocarburico specifico privo di odore forte e ottimizzato per garantire la stabilità della miscela nel tempo senza che l'olio coli sul fondo del sacco. A livello puramente concettuale, durante il processo di detonazione, il Nitrato di Ammonio decompone fornendo l'ossigeno necessario per la rapida ossidazione del combustibile. I prodotti ideali di questa reazione altamente esotermica sono gas in espansione come azoto e vapore acqueo. È la violentissima espansione di questi gas a generare l'energia e l'onda d'urto sfruttate per frantumare la roccia. È classificato come un agente esplodente secondario, questo significa che è altamente insensibile agli urti meccanici, all'attrito e alle normali fonti di calore, rendendolo molto più sicuro da trasportare e maneggiare rispetto ad altri esplosivi. Proprio a causa della sua stabilità, l'ANFO non detona facilmente. Non può essere innescato da un semplice detonatore a scintilla o a fiamma, ma richiede un'onda d'urto iniziale molto forte, generata da una carica di esplosivo più sensibile chiamata booster o moltiplicatore. Inoltre, essendo fortemente igroscopico e solubile in acqua, qualora si bagnasse l’acqua dissolverebbe l'ossidante inibendo la reazione e rendendo la miscela incapace di detonare. Negli anni '50 questo esplosivo aveva rappresentato una vera e propria rivoluzione per l'ingegneria civile e mineraria dove, fino ad allora, l'industria si era affidata alla dinamite presentando costi elevati e rischi significativi per la sicurezza durante la manipolazione. L'ANFO ha sostituito in gran parte la dinamite nei lavori su vasta scala perché offre una soluzione in grado di sprigionare un eccellente potere di sollevamento per spostare enormi volumi di terra e roccia, ma con costi operativi drasticamente inferiori e un margine di sicurezza per i lavoratori nettamente superiore. La capacità di Cosa Nostra di accumulare enormi quantità di esplosivi civili industriali basati sul Nitrato d'Ammonio poroso e l’ANFO dagli anni '80 non viene da sofisticati traffici internazionali di contrabbando, solitamente riservati ad armi da fuoco o esplosivi militari, ma dal suo controllo capillare sul territorio e sull'economia legale siciliana. L’ANFO, così come altri esplosivi civili, è dirottato verso gli arsenali sfruttando le normali filiere industriali dell'isola, principalmente attraverso due canali. Il monopolio sulle cave di pietra e il sistema degli appalti e delle grandi opere. Nel primo caso, la Sicilia, in particolare nelle province di Palermo e Trapani, è disseminata di cave per l'estrazione di pietra, marmo e inerti. In questi anni, moltissime di queste attività sono di proprietà diretta di esponenti mafiosi tramite prestanome, oppure sotto al rigido controllo delle cosche locali. Le società di estrazione possiedono licenze regolari per l'acquisto di esplosivi da mina pertanto il metodo di approvvigionamento è puramente contabile, ovvero basta ordinare quantitativi di esplosivo molto superiori al reale fabbisogno estrattivo. La parte in eccesso viene quindi stornata e nascosta nei depositi clandestini mentre sui registri aziendali risulta regolarmente "brillata" nei lavori di cava. Nel secondo caso, Cosa Nostra ha impiegato anni ad infiltrare in profondità il settore delle costruzioni pubbliche. La realizzazione di dighe, autostrade, svincoli e gallerie richiede un uso intensivo e quotidiano di esplosivi da sbancamento pertanto, le imprese edili vincitrici degli appalti, spesso colluse o pesantemente taglieggiate, vengono trasformate in canali di fornitura, con tecnici costretti a sottrarre sistematicamente una percentuale dei candelotti destinati alle opere pubbliche per consegnarli agli emissari dei mandamenti. Questo circuito di fornitura a "chilometro zero" è da anni fondamentale per la fazione dei Corleonesi. L'accesso illimitato a risorse esplosive civili sta permettendo a Cosa Nostra di compiere un salto di livello criminale, passando dagli omicidi mirati con armi da fuoco alla strategia stragista e terroristica basata sulle bombe. Non potendo restare in quei sacchi poiché fortemente igroscopico, ovvero capace di assorbire le molecole d’acqua nell’ambiente circostante che ne avrebbero compromesso l’efficacia, alla presenza di Ganci, Cancemi, Bagarella, La Barbera, Biondino, Troia, Rampulla e Gioè, il Nitrato d’Ammonio era stato travasato da Brusca, Di Matteo e Agrigento in due bidoni, uno della capacità di 100 litri e uno da 50, di plastica, di colore bianco, coi manici e con tappo a vite procurati da La Barbera due giorni prima su incarico di Brusca. Dopo il travaso sia i bidoni che i sacchi erano rimasti lì per due mesi, nel magazzino della casa, dopodiché erano stati caricati da La Barbera sul suo fuoristrada Nissan Patrol assieme a Gioé e Di Matteo per essere portati provvisoriamente in una casa di proprietà di un certo Pietro Romeo, uomo d’onore della famiglia di Altofonte, dove li aspettavano Bagarella, Brusca e Rampulla. Era seguito quindi un nuovo spostamento, nel pomeriggio del 3 maggio, poco dopo le 16,00, con destinazione la casa di proprietà di Antonino Troia, a Capaci, e di cui Giuseppe Battaglia ne aveva la custodia, in via Bonomo a soli 300 metri dal punto in cui sarebbe stato colpito l’obiettivo. Battaglia, che lavora dal 15 novembre dell’anno scorso come operaio presso la ditta “Calce e Calcestruzzi” di un certo Giuseppe Sensale, sita a Capaci in Corso Monsignor Siino e dove ogni mattina, dalle ore 06.00 alle ore 07.30 e dopo le 18.00 si reca presso la proprietà di viale Quattro Vanelle per governare alcuni vitelli acquistati in società con lo stesso Troia, ha piena e assoluta disponibilità del terreno e del casolare. Il trasferimento era avvenuto mediante l’utilizzo di tre automobili, Brusca e Rampulla su una Lancia Y10, Di Matteo e La Barbera coi bidoni a bordo del Patrol e Bagarella e Gioé nella Renault Clio della sorella di quest’ultimo con la ricevente, la trasmittente e i detonatori elettrici. Avvolti in un foglio di giornale e provenienti anch’essi dalla cava INCO, sono degli artifizi esplosivi primari versione moderne di quello elettrico inventato nel 1876 da Julius Smith. All’interno dell’involucro d’alluminio contengono una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescata a sua volta da pochissimo esplosivo primario, l’Azoturo di Piombo, con velocità di detonazione pari a 5.300 metri al secondo, preparato dalla Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, e da una miscela incendiaria che lo avrebbe acceso tramite un ponticello diventato incandescente dal passaggio di una corrente elettrica generata dalla ricevente. Per questo tipo di lavoro, i detonatori elettrici sono la soluzione migliore, sia per affidabilità che per prontezza di innesco. Non sarebbe assolutamente stato possibile colpire un convoglio in movimento con i detonatori ordinari, anch’essi artifizi esplosivi primari costituiti da un cilindro di alluminio lungo 6 centimetri e del diametro di 45 contenenti la stessa sequenza detonante. Sono i diretti discendenti di quello, il primo, inventato da Alfred Nobel nel 1867 costituito da un tubetto di stagno riempito con Fulminato di Mercurio, esplosivo primario con velocità di detonazione di 5.000 metri al secondo sensibilissimo agli urti e al calore, sintetizzato già nel XVII secolo e perfezionato nel 1799 dal chimico inglese Edward Howard. A differenza di quello elettrico, attivato dalla corrente, il detonatore ordinario è attivato dalla miccia a lenta combustione che viene infilata e stretta nella parte finale del corpo metallico. La miccia non è altro che un cordone di colore nero costituito da un rivestimento in catrame per impermeabilizzarlo e del diametro di 5 millimetri, erede della corda di canapa catramata brevettata il 6 settembre del 1836 da William Bickford è costituita da un cordone di cotone impermeabile con un’anima di Polvere Nera, esplosivo costituito da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e scienziato Ruggero Bacone nel 1249 modificando quella comparsa per la prima volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao nel 1044 che nel 1044 suggeriva il dosaggio di un 74% in peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11% in peso di zolfo. consente alla fiamma un percorso di un metro ogni 120 secondi. Una volta accesa, la miccia lenta non sarebbe stata possibile fermarla se non tagliandola e inoltre, il fatto che non si potesse collimare con certezza matematica il tempo impiegato dalla fiamma per raggiungere il detonatore con il momento esatto in cui le auto fossero passate sulla sua verticale rendeva questo metodo impreciso e fallace. In quella villetta di campagna, accanto al pollaio, al recinto con un cavallo e alla stalla coi due vitelli, il 5 maggio si era compiuto l’assemblaggio finale delle varie tipologie di esplosivo così da poter comporre la carica con cui sarebbe stata riempita la mina sotto l’autostrada. Sul posto, ad aspettare i 140 chilogrammi di Nitrato d’Ammonio e i 200 chilogrammi di ANFO c’erano 100 chilogrammi di Trinitrotoluene provenienti sia dal piroscafo da carico Laura C. che dallo svuotamento delle bombe aeronautiche, in panetti i primi, in fustini cilindrici della Dixan i secondi, e in ulteriori fusti di detersivo per lavatrice altri 20 chilogrammi di Composizione B proveniente anch’esso da un residuato bellico del periodo della guerra, la carcassa semidistrutta dell’ogiva di una bomba aeronautica a caduta libera americana “per uso generico, a media capacità” da 227 chilogrammi. Anche in questo caso erano riusciti ad aprire il corpo lungo 104,2 centimetri e con un diametro di 32,8, asportare e risolidificare con lo stesso procedimento il contenuto rimasto, poco rispetto ai 100,7 chilogrammi effettivi iniziali, ma comunque in buone condizioni e ancora operativo. Conosciuta anche col nome italiano di Tritolite, creata e sviluppata agli inizi della Seconda Guerra Mondiale dai laboratori di ricerca americani, la Composizione B è composta da una percentuale di 59,5% di RDX, 39,5% di Tritolo e un 1% di cera sintetica di paraffina. L’RDX, formalmente chiamato Ciclotrimetilenetrinitramina, ha caratteristiche eccezionali ed è stato scoperto e brevettato dal chimico e farmacista tedesco Georg Friedrich Henning nel 1898. È stato codificato con questo nome prima dall’esercito inglese come Royal Demolition eXplosive e poi prodotto in larga scala dagli Stati Uniti nel 1920 come “RD” Research and Development, ricerca e sviluppo, sigla comune a tutti i nuovi prodotti per la ricerca militare, e "X", la classificazione, nata come lettera provvisoria ma rimasta definitiva. Il materiale esplodente “giunto dal mare” arrivava da un vecchio casolare di proprietà della zia di Gaspare Spatuzza, un affiliato della famiglia di Brancaccio guidata dai Graviano, proprio accanto alla proprietà della madre e solitamente usato come deposito, in cui era rimasto nascosto per settimane. Recuperato al porto dopo essere stato estratto e arrivato in banchina all’interno di fusti cilindrici delle dimensioni di un metro per 50 centimetri di diametro legati con delle funi alle paratie del peschereccio di Cosimo d’Amato, era stato trasportato, nascosto sotto delle reti da pesca nel cassone dell’Ape Piaggio di Cosimo Lo Nigro da Spatuzza, in un capannone al civico 1419/D di Corso dei Mille, a Palermo, luogo sotto l’influenza della famiglia di Roccella capeggiata da Antonino Mangano, una delle quattro famiglie componenti il mandamento di Brancaccio. Lì i bidoni erano stati in stallo mezza giornata prima di essere trasferiti da Cristofaro Cannella, detto Fifetto, uomo d’onore del trapanese, a bordo della sua Wolkswagen Golf nera scortato da Spatuzza in un altro deposito, questa volta nella zona industriale di Brancaccio e di proprietà della VaL. TRANS., ditta di trasporti dove Spatuzza è attualmente impiegato, per essere svuotati del contenuto pronto ad essere deconfezionato per poi essere portato al casolare di Capaci da Giuseppe Graviano. La Composizione B arrivava invece da un deposito clandestino di Misilmeri gestito da un certo Pieruccio Lo Bianco, che prima di darlo a Biondino affinchè lo consegnasse al casolare lo aveva tenuto in un armadio dopo che un peschereccio trapanese, la “Stella Maris”, lo aveva trasportato via mare dal luogo di estrazione dal suo involucro originario. Il Tritolo e la Composizione B, chiusi prima in federe di cuscini e poi in sacchi neri della spazzatura, provvisoriamente nascosti in un angolo del piazzale occultato sotto del materiale inerte scarto della lavorazione delle cave, e coperti da teloni, erano stati successivamente prelevati e riportati nel rudere della zia di Spatuzza per essere lavorati e stoccati. Entrambi estremamente solidificati per l’azione di acqua e umidità, di varia pezzatura, da pochi centimetri ad alcune decine, di colore giallo chiaro il primo, leggermente più scuro il secondo, Cosimo Lo Nigro, Fifetto Cannella e Giuseppe Barranca si erano occupati della loro lavorazione scaricandoli su di un tavolo poco alla volta, asciugandoli, sbriciolandoli artigianalmente schiacciando le scaglie di uno e i grani dell’altro con un mazzuolo in un contenitore di plastica poi setacciandoli con uno scolapasta, fasi ripetute più volte fino ad ottenere una grana asciutta e finissima pronta ad essere ricompattata che era stata successivamente pressata con forza e riconfezionata in buste di plastica chiuse con nastro isolante. Per l’assemblaggio finale erano stati fatti due gruppi di lavoro: Brusca, La Barbera, Gioè e Di Matteo, diretti da Rampulla in virtù della sua peculiare esperienza, lavorando all’esterno sotto la veranda 5 metri per 4 coperta e chiusa lateralmente da un telone che Battaglia aveva messo per escludere occhi indiscreti da parte del vicinato, si erano occupati dell’ANFO e del Nitrato d’Ammonio; Troia, Battaglia, Ferrante, Biondo e Domenico Ganci, diretti da Biondino, lavorando all’interno, nel salotto-cucina, avevano pensato al Tritolo e alla Composizione B. Durante le operazioni, con l’ausilio di guanti da chirurgo e palette avevano effettuato il travaso del contenuto dai sacchi a dei bidoni preventivamente puliti in modo da non lasciare impronte, facendo attenzione a pressare con maniacale cura il materiale all’interno così da poter utilizzare lo spazio nella sua interezza. Inizialmente l’idea era quella di fabbricare artigianalmente l’Amatolo, una miscela esplosiva creata durante la Prima Guerra Mondiale dalle forze armate britanniche, costituita da Nitrato d’Ammonio e Tritolo, sviluppato e utilizzato largamente nella Seconda Guerra Mondiale come riempimento delle bombe aeronautiche. Essendo un composto variabile e con effetti diversi a seconda delle proporzioni degli ingredienti, 60/40, 50/50, 80/20, sia perché i “tecnici” non erano pratici nella miscelazione, sia perché le operazioni si sarebbero protratte troppo a lungo con la possibilità di attirare curiosi, la sua fabbricazione era stata interrotta dopo mezz’ora optando per l’utilizzo delle basi al naturale. L’attività di travaso, durata quasi due ore, dopo aver quindi visto abbandonare l’originario tentativo di miscelare i diversi tipi di esplosivo di cui avevano disponibilità al fine di ottenerne uno più potente, era proseguita col riempimento dei bidoncini ma ciascuno con un tipo di esplosivo diverso, confidando nell’innesco degli elementi più “lenti” come il Nitrato d’Ammonio disponendoli dopo quelli più “veloci” come il Tritolo. Finite le operazioni la carica era lì, completa e terribile: 480 chilogrammi di miscela detonante ad altissimo potenziale confezionata in 13 fusti in polietilene ad alta densità a bocca larga per l'industria farmaceutica, la chimica specializzata e gli ingredienti alimentari, comunemente utilizzati come serbatoio per acqua distillata nelle officine meccaniche, bianchi, con manici e tappo nero con chiusura a vite, 12 da 30 litri, di 45 centimetri di altezza, diametro totale di 38 centimetri e 30 d’apertura, e uno da 50, di 49 centimetri di altezza, diametro totale di 41 centimetri e 35 d’apertura, dove: in 2 avevano sistemato il Nitrato d’Ammonio, caratterizzato da minore attitudine alla detonazione essendo “sordo” all’innesco con semplici detonatori ma pur sempre in grado, se innescato con altri esplosivi più “nobili”, di sviluppare una velocità di detonazione dai 2.000 ai 3.000 metri al secondo; in 2 l’ANFO, con velocità di detonazione di 4.000 metri al secondo; in 2 l’Amatolo “fabbricato” nella versione 50/50 con la proporzione di 50% Nitrato d’Ammonio e 50% Tritolo, con velocità di detonazione di 5.000 metri al secondo; in 6 avevano pressato il Tritolo, con velocità di detonazione di 6.800 metri al secondo e per concludere, in quello più grande, avevano sistemato nella parte bassa il Tritolo e sopra di esso, separato da uno strato di cartone, la Composizione B, con velocità di detonazione di 7.900 metri al secondo in funzione di booster, di carica di spinta. All’interno di ognuno dei fusti era stato annegato per quasi la totalità dell’altezza uno spezzone di miccia detonante a media grammatura, il formato standard, la più utilizzata nel settore estrattivo in poiché funge da linea dorsale per collegare tra loro intere cartucce di esplosivo calate all'interno di un foro da mina e per innescare in particolare la carica principale sul fondo. Questo particolare tipo di miccia è un cordone flessibile messo a punto negli stabilimenti David Bickford nel 1914 e a media grammatura ha con anima in Pentrite del peso di 20 grammi per metro lineare. Esternamente rivestita con guaina di resina termoplastica di colore giallo resistente a trazione, ai tagli e all’abrasione, ha un diametro di 6 millimetri ed è impermeabile ad acqua, olio sia alle basse che alle alte temperature. Questa tecnica avrebbe permesso all'impulso detonante di penetrare all’interno dei bidoni garantendo un'esplosione perfettamente simultanea. Sembra logico pensare che inserire direttamente un detonatore nel fusto fosse la soluzione più rapida. Tuttavia, per i principi fisici che governano gli esplosivi, questo metodo avrebbe comportato un altissimo rischio di fallimento. Il motivo risiede in quello che in chimica ed esplosivistica viene chiamato catena esplosiva e nella diversa sensibilità dei materiali utilizzati. Gli esplosivi non sono tutti uguali. Quelli utilizzati per muovere grandi quantità di roccia in cava, o impiegati come cariche principali per questo attentati sono esplosivi secondari. La loro caratteristica principale è la stabilità: sono materiali intrinsecamente "sordi" e insensibili, molto difficili da innescare accidentalmente. Il Nitrato d'Ammonio, ad esempio, richiede un'onda d'urto di dimensioni e concentrazione enormi per iniziare la reazione chimica di detonazione. Se avessero inserito semplicemente un detonatore, che contiene pochi grammi di esplosivo in una manciata di millimetri, dentro un fusto di esplosivo sordo l'energia sprigionata avrebbe rischiato di non essere sufficiente ad innescarlo. Quello che sarebbe potuto accadere è che l'esplosione del detonatore avrebbe potuto rompere fisicamente il fusto sparpagliando l'esplosivo principale nell'ambiente senza farlo detonare, oppure avrebbe provocato una deflagrazione parziale e di bassissima potenza come una sorta di grossa fiammata. Al fine di garantire la detonazione simultanea e totale di una grande massa di esplosivo secondario serve un "moltiplicatore di forza" che faccia da tramite, uno spezzone di cordone detonante sarebbe stato questo: un concentratore di energia. La miccia, una volta “partita”, si sarebbe attivata generando un'onda d'urto molto più direzionale, penetrante e potente rispetto a quella del solo detonatore, capace di "svegliare" l'esplosivo inerte che lo circonda. Ad ognuno degli spezzoni di miccia fatto uscire dai contenitori tramite un buco nel tappo, fissato e sigillato con nastro isolante, Rampulla, una volta sotto l’autostrada, avrebbe intrecciato una dorsale di miccia della stessa grammatura srotolandola poi lungo il cunicolo e alla cui coda avrebbe nastrato i detonatori elettrici cablati ad una linea di tiro, ovvero un cavo elettrico bipolare dedicato, per poi collegarlo solo nel momento finale alla centralina ricevente. Gli spezzoni di miccia detonante e il collegamento alla dorsale sarebbero serviti per garantire la detonazione simultanea di tutto l'esplosivo posizionato sotto l'autostrada, concentrando l'intera forza d'urto in un unico istante distruttivo. Queto tipo di collegamento tecnico era stato studiato nei minimi dettagli per massimizzare la potenza distruttiva. Se i tecnici avessero usato un innesco solo su un fusto, questo, a causa della diversificazione dell’esplosivo nonché il materiale degli involucri che non garantiva una perfetta reazione a catena “per simpatia” da un bidone all’altro, esplodendo avrebbe distrutto e scagliato via gli altri prima ancora che potessero detonare. La miccia detonante, invece, “bruciando” ad una velocità di oltre 7.000 metri al secondo, attraversando tutti i fustini in serie avrebbe innescato con un impulso singolo ogni contenitore in frazioni di millisecondo, facendo comportare l’intera carica chimicamente e fisicamente come un'unica, gigantesca bomba, scaricando tutta la forza d'urto verso l'alto nello stesso istante. Pietro Rampulla, che possiede le competenze specifiche tipiche del settore delle demolizioni civili o delle cave, necessarie per realizzare un circuito esplosivo così complesso e micidiale, utilizza lo stesso principio chimico e fisico nell'ingegneria civile, nello sbancamento delle cave e nelle miniere per il riempimento e l’innesco di un foro da mina in cui all’interno, il cordone detonante trasmette l'onda d'urto a velocità altissima, collegando cariche separate in un unico sistema. Dopo aver bruciato l’occorrente utilizzato nel travaso, dalle scope, ai guanti, fino al telone, Giovanni Battaglia e Antonio Troia erano stati incaricati da Salvatore Biondino di prendere in custodia i bidoni e gli accessori per qualche giorno poiché, essendo del posto, avrebbero potuto agevolmente muoversi nei paraggi e vigilare la zona. Dopo averli inizialmente riposti dietro la casa riparati nella vegetazione, erano stati successivamente interrarti e coperti con del letame all’ingresso del terreno, vicino al cancelletto d’ingresso poco distante dal pollaio. Già prima che si iniziasse la fase preparatoria dell’esplosivo, gli uomini di Cosa Nostra avevano cercato di capire, tramite delle prove di velocità su strada, la tempistica con cui gestirne la sequenza di avvio. Far saltare in aria un'auto ferma è una cosa, ma una che viaggia a 160 chilometri orari è tutta un’altra cosa. Un'automobile in movimento a quella velocità percorre nell’arco temporale di in un secondo 44 metri, pertanto andava calcolato il tempo di reazione dell'occhio-mano e il ritardo del sistema trasmittente-ricevente che sarebbe stato utilizzato, ovvero dell'impulso dato dal radiocomando per l'avvio del detonatore e successiva catena innescante. Le prime, nel pomeriggio del 7 maggio, lungo la strada che porta dall’abitazione di Di Matteo, in contrada Rebottone, alla strada provinciale, avevano costituito il tentativo, riuscito, di fissare, rispetto alla posizione del cunicolo, che doveva ospitare la carica esplosiva, dei parametri fissi, indispensabili per colpire il bersaglio in fase dinamica mentre passava sopra l’esplosivo. Rampulla aveva provveduto ad azionare il telecomando, Gioé a controllare il cubo flash collegato alla ricevente, La Barbera sistemato a monte aveva monitorato le prove, e Di Matteo e Brusca si erano alternati nel guidare l’autovettura, una Lancia Delta Integrale di colore bianco appartenente al primo. Capito il meccanismo tramite questa simulazione atta a ricreare quale sarebbe potuta essere la dinamica dell’attentato e conseguentemente ad acquisire, attraverso la pratica sperimentazione, la padronanza della situazione che si sarebbe presentata agli operatori in particolare, a chi avrebbe dovuto azionare la levetta della trasmittente per lanciare il segnale radio che avrebbe innescato la carica, il gruppo si era spostato con altre due prove la mattina dell’8 maggio direttamente in autostrada con Ferrante a bordo di una Audi 80 e Di Matteo con la sua Delta Integrale. In questo modo avevano calcolato con distanze, luoghi e condizioni reali, il tempo che avrebbero impiegato le auto blindate, una volta dato l’impulso dal radiocomando, a raggiungere il Punto Zero procedendo come da protocollo sulla corsia di sorpasso alla velocità di 140-170 chilometri orari, contatto poi confermato dall’accensione del flash. Una volta calcolato il tempo di reazione dell’operatore nel premere la leva del radiocomando, un frigorifero bianco abbandonato sul ciglio della strada da Rampulla e Biondino avrebbe dato alla vedetta sulle colline un punto di riferimento per segnalare all’operatore di fare fuoco al passaggio del convoglio, fuoco che si sarebbe sviluppato nell’esplosione esattamente all’altezza di tre segni di vernice rossa fatti sul guardrail che avrebbero invece segnato il Punto Zero, l’ipocentro dell’esplosione, 25 metri più avanti, sotto la corsia larga 10 metri divisa da quella opposta lato mare da un tratto di terreno della larghezza di un metro e racchiuso da due guardrail interni. Si tratta dell’imboccatura di uno dei cunicoli di drenaggio delle acque piovane che ne assicura il trasporto agli agrumeti, un corridoio stretto e lungo in cemento che attraversa completamente l’autostrada in senso trasversale e in posizione leggermente obliqua, della lunghezza di 20 metri di lunghezza da bocca a bocca e fisicamente perfetto sia per ottenere dalla carica esplosiva un maggiore lavoro in termini distruttivi ma con un consumo specifico ridotto, sia per l’ottima visuale da una posizione sopraelevata che consente di tenere sotto controllo un tratto della strada anche da lontano, soluzione alternativa al sottopassaggio pedonale a 300 metri dall’aeroporto proposto da Biondino che non sarebbe mai andato bene poiché l’eccessivo sfogo dalle due uscite nel momento dell’esplosione avrebbe smorzato l’onda d’urto in senso laterale con un effetto “cannone” riducendo notevolmente gli effetti devastanti e di conseguenza il calcestruzzo armato di cui è costituito avrebbe potuto reggere l’esplosione. Mentre a Palermo Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino Galliano continuavano a monitorare dalla macelleria i movimenti delle blindate che sostavano sotto casa del Giudice per capire quando il giudice fosse tornato da Roma, l’esplosivo era stato prelevato nel tardo pomeriggio del 21 maggio dalla villa di Troia fino all’Autostrada Palermo-Capaci da Biondino, Troia e Rampulla a bordo del fuoristrada di La Barbera sistemando i contenitori nel vano portabagagli, nei sedili posteriori e in quello anteriore, e scaricati a venti metri dal cunicolo accanto ad un ulivo, chiusi in sacchi neri per confondersi con la spazzatura abbandonata lì intorno. La Barbera, Brusca, Gioé, Rampulla, Biondino, Biondo e Bagarella si erano occupati di stare sul posto a gestire il caricamento e la sicurezza, Troia aveva fatto da staffetta girando a piedi per la campagna per controllare che non ci fosse l’ingresso di eventuali curiosi mentre Ferrante e Biondo avevano lo stesso compito ma in macchina, ciò al fine di gestire un perimetro più esteso dal quale nessuno potesse entrare o uscire senza essere individuato. Col caricamento iniziato al tramonto la gigantesca carica allungata, ovvero empiricamente con un rapporto tra lunghezza e diametro maggiore di 4, era stata pian piano posizionata nel cunicolo di drenaggio sotto la carreggiata. Mentre Rampulla controllava il lavoro Gioè era entrato per primo, aveva pulito il condotto dal pietrisco e dai detriti accumulati nel tempo, e strisciando in avanti sui gomiti e torcia a pile in mano, si era trascinato nello strettissimo cunicolo introducendo verticalmente il primo dei bidoni piccoli spingendolo fino in fondo all’altezza della corsia di sorpasso. Biondo era stato di vedetta, leggermente a distanza ma in continuo contatto visivo con Bagarella che armato di fucile Ak47 non aveva distolto lo sguardo neanche per un secondo dalla strada. Brusca, Gioè e La Barbera, che vestiti con tute blu da meccanico, armati di guanti di cuoio da muratore e torce, a turno avevano strisciato all’interno del canale di scolo largo 54 centimetri disponendo uno dietro all’altro tutti i contenitori, venivano poi tirati all’esterno dagli altri con una fune che tenevano stretta sotto le ascelle. Un tubo da un pollice in alluminio posto nella parte bassa del condotto, fungendo da binario consentendo agli uomini di poggiare sopra i bidoni aveva semplificato loro il lavoro. Per la carica, studiata per essere posta esattamente sotto la corsia di sorpasso dove solitamente procede il corteo delle blindate, la distanza dal lato della carreggiata era stata presa in superficie dai tecnici con una corda riportandola poi all’interno del cunicolo stendendolo dall’imboccatura da usare come guida per consentire l’individuazione del punto esatto in cui collocare l’ultimo bidone a metà dell’autostrada. L’altra corsia non sarebbe stato necessario caricarla, si sarebbe sollevata da sola per l’esplosione. I primi tre fusti erano stati posizionati con difficoltà enormi, trasportati all’interno sopra uno skateboard di legno, spingendoli con le mani e trascinandosi coi gomiti e la faccia a terra, posandoli giù dallo skateboard e collegando ogni spezzone di miccia detonante ad una dorsale che arrotolata in un rocchetto veniva man mano svolta verso l’apertura del cunicolo. Al quarto inserimento avevano deciso di cambiare metodo, sdraiarsi loro sullo skateboard e strisciare il fustino centimetro per centimetro in avanti, collegarlo alla dorsale, essere tirati fuori tramite una fune legata sotto le ascelle e ricominciare, fusto dopo fusto. Con i primi tre avevano impiegato un tempo infinito e con sforzi non indifferenti ma con gli altri, in un’oretta e mezzo avevano concluso il caricamento anche del bidone più grosso. Questo, introdotto orizzontalmente per via delle dimensioni, era stato disposto nella posizione centrale rispetto agli altri poiché avrebbe fatto, assieme ad altri sei, la funzione di carica di spinta con velocità di detonazione del composto interno superiore ai 5 mila metri al secondo. Concluso il caricamento dei fusti, Rampulla aveva collegato alla parte finale dorsale detonante, che era tenuta sollevata e fissata con del nastro isolante a un cavo d'acciaio che corre sopra i bidoni, due detonatori elettrici collegati in serie, per evitare cilecche nel caso in cui uno fosse stato difettoso. Il fascio dei detonatori era stato poi collegato alla linea di tiro lunga dieci metri che era stata fatta arrivare alle fine del cunicolo arrotolata in una matassa, pronta ad essere svolta e collegata alla ricevente del radiocomando, nascosta questa tra la vegetazione. L’imboccatura era stata poi coperta con rifiuti, sterpaglie e un materasso, il tutto sistemato in modo da essere tolto in pochi secondi per l’ultima fase del caricamento, il collegamento della centralina ricevente, operazione da fare letteralmente “all’ultimo minuto” per evitare che interferenze da telecomandi per cancelli o telefoni cellulari potessero interferire con l’antenna e attivare la carica inaspettatamente e in anticipo. I lavori di caricamento del cunicolo, sospesi per qualche minuto per la sosta 100 metri più avanti a bordo strada di un pulmino Fiat 900 dei Carabinieri della compagnia di Capaci dove uno degli agenti era sceso per un bisogno, erano andati avanti per sette ore, concludendosi alle 4 del mattino coi rami degli alberi che impedivano la visuale dell’autostrada dalla collina tagliati da Battaglia con una sega da carpentiere e col posto lasciato esattamente come trovato, fatta eccezione per una montagna di mozziconi di sigaretta, 43 di marca Merit, 7 di marca MS e 1 di marca Muratti. La stradina costeggiante i terreni sui cui erano piantati gli alberi è delimitata da un muro in calcestruzzo dell’altezza di circa 2 metri sopra il quale, pressochè all’altezza del centro dei due alberi sopra menzionati, era stata sistemata una pietra con lo scopo di curare l’allineamento dell’osservatore con il punto dove era stata collocata la carica esplosiva. Le notti a seguire l’esplosivo è rimasto lì, armato e controllato a vista fino a questo pomeriggio del 23 dove tutto è organizzato: l’esplosivo, le trasmittenti, le distanze e le staffette. Giovanni Brusca sulla collina ripassa mentalmente ogni passaggio, non può e non deve sbagliare, ha solo una possibilità. La conferma che le auto della scorta sono partite in direzione dell’aeroporto dall’abitazione del Giudice, via Notarbartolo al civico 23, dove erano parcheggiate accanto alla guardiola blindata di protezione antistante l’ingresso, a pochi metri dalla macelleria dei Ganci sita in una delle traverse, è arrivata telefonicamente alle ore 17:15 da Raffaele Ganci a Ferrante e La Barbera. Nell’attesa che i due, in stazionamento nella zona secondo piano prendessero posizione, il primo accanto all’uscita di servizio dell’aeroporto, il secondo all’imboccatura della provinciale parallela all’autostrada in modo da sorvegliare il corteo delle blindate e fornire gli opportuni ragguagli a Brusca e Biondino che nel frattempo si erano mossi in direzione della collina, Raffaele Ganci ha messo in movimento i figli Calogero e Domenico, uno in macchina e l’altro in vespone, attaccati al convoglio. Gioè e Troia, separatisi da Battaglia, prima di raggiungerlo da Brusca e Biondino nel punto d’osservazione per dare il “tutto pronto”, assieme a La Barbera che subito dopo si è mosso verso l’aeroporto, si sono recati al cunicolo per posizionare e attivare la ricevente. Il compito di La Barbera era quello di srotolare fuori dalla massa di rifiuti la linea di tiro, inforcare i fili collegandola alla centralina appena fuori dal condotto, togliere il piccolo pezzo di gomma che faceva da “custodia” al chiodo al fine di evitare contatti spiacevoli in caso di scatto involontario del meccanismo, avvitare il coperchio alla scatola e disporla col lato lungo sul terreno e l’antenna fissata in alto con l’ausilio di un bastoncino di legno e il mastice da edilizia utilizzato nella sua costruzione, per poi coprire il tutto con un sacco nero e dei rami. Il Giudice Falcone, in ritardo di un giorno sul programma per motivi legati alle attività della moglie, decollato dall’Aeroporto Internazionale di Roma-Ciampino "G. B. Pastine" alle 16:55 sta tornando a casa. L’arrivo in Sicilia del jet della CAI, la Compagnia Aerea Italiana e con piano del volo classificato I-SOBE DA21 privo del nominativo dei passeggeri e con sigla identificativa “State-Flight”, previsto dopo un viaggio di circa 50 minuti giunge all’aeroporto di Punta Raisi in perfetto orario. Ad attenderlo a terra a bordo della pista numero 25 ci sono le tre autovetture blindate: tre Fiat Croma 2.0 Turbo, l’ammiraglia della casa, una marrone, una bianca e una azzurra, corazzate, del peso di due tonnellate ciascuna, gruppo di scorta sotto il comando del Capo della Squadra mobile della Polizia di Palermo, due in attesa sulla pista dalle ore 16:30 e l’ultima, guidata dall’autista giudiziario, dalle 17:30 prelevata dal parcheggio di via Notarbartolo. Questa era stata seguita fino a lì da Calogero Ganci che a bordo di una moto Cagiva 125 targata PA 134410, rubata poco prima, per accertarsi che si dirigesse proprio a Punta Raisi e non per una uscita di servizio di manutenzione. Era necessario essere certi che si dirigesse all’aeroporto per dare la certezza dell’imminente arrivo del Giudice. Il mezzo era il mezzo più idoneo per effettuare il pedinamento poichè l’uso del casco impediva di essere riconosciuti da chiunque. Sono le ore 17:43, il jet, un Falcon 10 del Sisde è fermo, Falcone è arrivato, non è solo, con lui è arrivata anche la moglie, Francesca Laura Morvillo, anche lei magistrato. 46 anni, Giudice del tribunale di Agrigento, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Palermo, Consigliere della Corte d’Appello di Palermo, componente della Commissione per il concorso di accesso in magistratura e docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'ateneo palermitano nonché docente di Legislativa del minore nella Scuola di Specializzazione in Pediatria, il commando non sa che Falcone in sua compagnia è solito mettersi al posto di guida per starle accanto poiché lei soffrendo il mal d’auto preferisce sedersi davanti. I due non hanno valigie, staranno in Sicilia solo un giorno. Lui tiene due borse, che ripone nel bagagliaio e con un cenno di saluto all’autista giudiziario si siede in auto dopo aver comunicato la direzione al caposcorta. Il Giudice è stanco ma è contento quando può tornare nella sua Palermo, anche se qui ormai ha più nemici che amici. Come da programma, appena sceso dall’aereo si sistema alla guida della vettura bianca, accanto a lui prende posto la moglie mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore in posizione centrale. La Giudice Morvillo, poiché soffre la macchina, è solita prendere posto davanti come consuetudine e Falcone, per stare accanto a lei, si siede sempre al posto di guida scambiandosi il posto con l'autista giudiziario. 45 anni, autista personale del giudice, in servizio mediante chiamata diretta nel ministero di Grazia e Giustizia nel novembre del 1984 con la qualifica di “conducente di automezzi speciali”, Costanza, nonostante si fosse sparsa la voce che il Giudice fosse un bersaglio della mafia, aveva accettato l’incarico chiestogli personalmente da Falcone nel suo studio-bunker in sostituzione del precedente autista Paolo Sammarco. Ha imparato direttamente sul campo, realizzando chi fosse Falcone solo dopo essere entrato in servizio, vedendo il sistema di protezione intorno a lui e, nonostante il pericolo, aveva deciso di restare. Non lo molla mai, dal 1984 è l’unico conducente personale di Falcone, sempre presente e sa benissimo che ogni uscita potrebbe essere l’ultima. Il Giudice lo ha chiamato ieri a casa, di mattina presto, dicendogli che sarebbe arrivato oggi, ma riservandosi di comunicargli l’orario di arrivo in un secondo momento. Dopo aver subito allertato il servizio scorta ha subito preso l’auto di servizio in via Lo Jacono, posteggiata come al solito dietro casa del Giudice sorvegliata da agenti della Polizia, e si è recato in tribunale in attesa dell’orario definitivo per poi muoversi verso l’aeroporto. Nella Croma marrone e in quella azzurra prendono posto gli altri agenti della scorta, tre per vettura, due avanti e uno dietro coi mitra in mano e sguardo fisso fuori dai finestrini. A convoglio in movimento la Croma marrone con alla guida Antonio Montinaro, con accanto Rocco Dicillo e Vito Schifani seduto dietro, si mette in testa al gruppo seguita dalla bianca seguita da quella azzurra di chiusura a protezione, con Gaspare Cervello, Angelo Corbo e Paolo Capuzza. Ferrante, che appostato in auto nei pressi dell'aeroporto, alla vista del convoglio delle blindate in uscita dalla sbarra della guardiola della Guardia di Finanza, sceso dall’auto per vederlo in faccia, avverte telefonicamente La Barbera che il Giudice è in movimento. Sono le ore 17:51, le auto, seguite in motorino per un tratto dal figlio di Ganci, lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo. Il commando si rende subito conto che l’andatura non è quella solita, anche lo schema è diverso. Le auto, che dovrebbero fiancheggiarsi, tallonarsi, coprire tutte le corsie procedendo all’unisono a velocità sostenuta, non lo fanno. Non vengono attivate neppure le sirene. Intanto La Barbera, chiusa la telefonata con Ferrante apre quella con Brusca. Tutti i singoli operatori sono già ai loro posti coi telefoni cellulari in mano in attesa del passaggio del corteo di vetture. Alle ore 17:49, mentre si muove sulla provinciale parallela alla A29 per seguire il convoglio, resta in contatto telefonico con la collina per informare il punto d’osservazione sulla velocità delle auto. Sono le ore 17:54, dopo una telefonata durata 325 secondi Brusca allunga l’antenna telescopica in metallo del radiocomando. È acceso, il led è illuminato di rosso, è tutto pronto. Un chilometro più in basso ecco il convoglio spuntante in fila indiana sulla corsia di sorpasso da dietro la curva ma non alla velocità che si aspettano e per cui hanno pianificato con precisione maniacale i tempi di reazione. La seconda auto, in fila con la prima leggermente distaccata è seguita dalla terza che la copre standole attaccata. La guida del Giudice è quella di un comune automobilista, sta procedendo a velocità sostenuta ma continuando a non coprire la carreggiata, non adottando la tecnica abituale di conducenti, quella cioè di tallonarsi lateralmente. La tecnica di occupare tutte le corsie dell’autostrada, compresa quella di emergenza, impedisce ad altri di intromettersi tra un’auto e l’altra. Falcone, invece, sta guidando normalmente tenendosi a distanza di sicurezza dalla prima Croma, quella marrone, mentre quella azzurra, a sua volta, si trova più lontana perché la sua guida, fondamentalmente, è imprevedibile. Il Giudice e la moglie non hanno allacciato le cinture di sicurezza, non lo fanno mai, anche per evitare ritardi in caso di fuga dall’abitacolo. Sono di buon umore, con Costanza parlano del più e del meno e del fatto che non ci sono stati segnali d’allarme in città. Lei guarda fuori, in silenzio, pensando alla gita in programma a Favignana in occasione della mattanza dei tonni, purtroppo rinviata. Sulla collina, alla vista del corteo, al chilometro 5, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, Brusca, sorpreso per un attimo di non vedere le auto in formazione parallela, dopo aver gettato a terra l’ennesima Merit masticata posa il dito sulla leva. Gioè dà il segnale, Brusca tentenna, è confuso sul momento esatto in cui fare fuoco poichè la velocità delle auto non sembra quella prevista. Ma ecco che succede una cosa inaspettata. All’interno della macchina centrale la Morvillo ha appena chiesto al marito di rientrare a casa, è stanca, vuole lasciare che il marito prosegua per il tribunale dove lo aspettano dei colleghi per un incontro riguardante la Direzione Nazionale. Per questo motivo Falcone, ordinando a Costanza di accompagnare la moglie a casa specifica che continuerà da solo, con la scorta, dandogli appuntamento direttamente sotto casa in via Notarbartolo 23 per lunedì mattina alle sette in punto facendogli la cortesia di lasciarlo libero per organizzare il ricevimento per la comunione del figlio Alessandro che si terrà domani. Dato che i mazzi di chiavi sono due, una copia in possesso del Giudice e una dell’autista, e che le sue con attaccate quelle della sua auto personale in quel momento sono inserite nel cruscotto, Costanza ricorda a Falcone, una volta a casa, di restituirgli il mazzo in modo da poter riprendere l’auto lunedì. Il Giudice, sovrappensiero, in un attimo sfila il mazzo di chiavi dal chiavistello del cruscotto, mette la mano nell’altra tasca della giacca, prende il suo mazzo, lo infila nel cruscotto e rimette in moto come se nulla fosse l’auto, ancora in trazione. Un gesto meccanico e pericoloso di scambio dei mazzi, ma che fa spegnere l’auto super corazzata rallentando e staccandosi di circa 40 metri dalla prima blindata. La velocità precipita sotto i 120 chilometri orari spiazzando tutti. E mentre sulla collina Gioè dà un secondo segnale con Brusca che continua ad esitare, all’interno della Croma bianca l’autista giudiziario, riprendendo il Giudice che guarda la moglie annuire stupita, non fa in tempo a finire la frase. Su in alto, mentre Gioè stringe tra le mani il tripode del cannocchiale gridando di dare il contatto o tutto è perduto, la leva dopo lunghi attimi di concitate incertezze viene spinta in avanti. 900 metri più in basso, all’imboccatura del condotto, sotto le sterpaglie e il materasso, la centralina riceve il segnale attivando il motorino al suo interno che muove il chiodo verso l’altro capo del circuito. La linea si chiude. Le batterie da 4,5 Volt scaricano la corrente sul cavo centrale schizzando fino ai detonatori elettrici. All’interno dei due bossoli in alluminio il ponticello si arroventa incendiando la sostanza infiammabile che innesca la carica di Azoturo di Piombo e di conseguenza la Pentrite. Quando la miccia detonante esplode, non si limita a bruciare, si disintegra istantaneamente generando una violentissima onda d'urto supersonica che viaggia per tutta la sua lunghezza diramandosi fino ad entrare nei fusti. L'energia si espande lateralmente. Questa forza colossale scatenata dall’esplosivo primario che detona istantaneamente colpisce la massa del secondario che subisce uno shock meccanico e termico estremo. L’energia è così concentrata e veloce da innescarlo. La carica principale si attiva. Sono le ore 17:56:48 secondi, gli esplosivi detonano nella camera di scoppio uno ad uno con una velocità impercettibile. Ci vogliono esattamente due microsecondi perché la detonazione si propaghi attraverso i fusti. Due milionesimi di secondo. Per l'occhio umano, è l'istantaneo, per la fisica, è una sequenza precisa di eventi. La gigantesca esplosione sviluppa in questa frazione di tempo una sfera di gas che raggiunge una temperatura di 2.800 gradi centigradi. La compressione generata dalla massa di terra e cemento che esercita nei confronti dei gas prodotti una fortissima resistenza comprimendone il volume nella camera di scoppio, causa un aumento esponenziale del “fattore di pressione” facendo subire una improvvisa accelerazione cinetica dell’onda esplosiva con un conseguente incremento degli effetti esaltando il potere dirompente della carica. La pressione schizza istantaneamente a centomila atmosfere. L’energia sprigionata dall’esplosivo, di livello notevolmente superiore alla stretta esigenza di determinare un’interruzione stradale, fa tremare la montagna. La pressione sviluppata dai gas che preme contro le pareti della roccia con una forza d'urto supersonica, concentrandosi verso l’alto, spinge il terreno sotto la prima blindata che non accortasi del rallentamento dell’auto di mezzo ha continuato a proseguire con velocità costante. Il terreno immediatamente a contatto con la camera di scoppio si polverizza istantaneamente a causa del calore e della pressione estremi. Subito oltre la camera, l'onda d'urto supera la resistenza meccanica del terreno frantumandolo in piccoli pezzi mentre più all'esterno, dove l'energia inizia a dissiparsi, il terreno non si frantuma ma si spacca creando una fitta rete di crepe e fratture radiali. A questo punto, la massa di gas ad altissima pressione cerca la via di minore resistenza e poiché il terreno sottostante e laterale offre una resistenza quasi infinita, l'energia si dirige verso l'alto, cioè verso la superficie. Mentre parte dei gas sfiatano attraverso il canale di scolo, il terreno sopra la camera di scoppio si gonfia, viene sollevato in blocco verso l'alto formando per un istante una gigantesca cupola di terra e detriti. Una frazione di secondo dopo, la cupola esplode verso l'esterno, i gas si espandono spingendo via la roccia che viene scagliata in aria. L'asfalto, che non si rompe immediatamente, si comporta come un liquido sopra il vuoto d’aria che solleva la carreggiata della A26 aprendola e facendo sfogare all’esterno una colonna di terra e roccia che investe l’auto lanciando le oltre due tonnellate di blindatura come fossero un foglio di carta. L’onda di sovrappressione, violentissima, la accartoccia, e strappandola dalla corsia di sorpasso le fa superare quelle del senso opposto di marcia scaraventandola in un giardino di ulivi accanto ad un mangimificio, a 62 metri di distanza all’altezza del Km. 4+795. Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, i tre agenti all’interno, muoiono sul colpo per la rottura del cranio schiacciati tra le lamiere e straziati dall’impatto col terreno. Dietro di loro, sulla strada, il muro di cemento, ferro e terra sollevato in aria per decine di metri taglia la strada alla Croma Turbo guidata dal Giudice che ci si schianta contro. Falcone e la Morvillo, che non stanno indossando le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza finendo travolti dal grosso motore da 2 mila centimetri cubi che si stacca dai sostegni schiacciando il cruscotto e piegando il piantone dello sterzo. L’autista giudiziario Giuseppe Costanza va a sbattere contro il sedile davanti mentre come un missile arriva la terza Croma, quella azzurra, con a bordo gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che sterza violentemente a sinistra appena prima di travolgerli. Mentre l’onda d’urto si propaga con una velocità di 4 chilometri al secondo percorrendone 65 in 16 secondi fino all’osservatorio dell’Istituto Nazionale di Geofisica, una parte consistente dell’energia cinetica si trasforma in onde sismiche, del tutto identiche a quelle di un piccolo terremoto, che fanno oscillare le lancette dei sismografi dell’Osservatorio agrigentino di Monte Cammarata. Nel frattempo i terreni attorno all’autostrada vengono avvolti da una nuvola rossa e gialla, bersagliati da una pioggia di terra e detriti che dura mezzo minuto. In un clima di iniziale silenzio e disorientamento automobilisti e abitanti della zona si riversano per strada cercando di raggiungere la base del fungo di fumo, camminando tra polvere e macerie e l’incessante suono degli allarmi delle case che non smettono di suonare. Chi può, prova a prestare soccorso, mentre la nuvola di fumo e polvere si dirada aprendo alla gente uno scenario lunare che difficilmente dimenticherà. Ci sono auto coperte di terra, due Croma, una Lancia Thema che seguiva il corteo, una Fiat Uno e una Opel Corsa che viaggiavano nel senso opposto. Al centro, all’altezza del al Km. 4+733 la porzione di autostrada sopra il canale di scolo non c’è più, al suo posto si è aperto un cratere a forma di semiellisse il cui lato lungo trasversale rispetto alla corsia di marcia è lungo 14,3 metri mentre quello inferiore, di posizione longitudinale rispetto alla stessa si estende per una lunghezza di 12,3 metri. Nel punto di maggiore profondità raggiunge i 4 metri, con una media di 3,5 determinando una profondità che scende di oltre un metro rispetto al piano di campagna intorno all’autostrada. Sulla linea del cratere c’è il totale disfacimento dell’asfalto che ha creato nei bordi una sopraelevazione di un metro di altezza lungo i primi 4,7 metri e di 60 centimetri per i restanti 7,4. Il tubo di scolo in cemento è sparito, il guardrail a lato monte è stato deformato per un lungo tratto in maniera circolare e spinto nell’uliveto a monte rispetto al cratere. Quello in mezzeria invece, il doppio guardrail, è stato danneggiato in un tratto molto più corto e anche questo spinto dalla parte opposta, verso il mare. Nonostante l’energia sprigionata dal condotto sia stata talmente forte da riuscire a dirigersi verso l’alto vincendo la forza contraria del terreno sovrastante, una parte dei gas prodotti è riuscita comunque ad incanalarsi nella parte di condotto lasciata libera dalla carica, quella lato mare, per effetto del mancato intasamento, determinando le stesse pressioni sulle pareti del cunicolo frantumandolo e determinando un avvallamento del terreno e lo squassamento superficiale del manto stradale per altri 13 metri di lunghezza, 1,5 di larghezza e 50 centimetri di profondità. Gli alberi di ulivo nei pressi dell’imboccatura del condotto del lato della carica sono stati investiti dalla peggiore delle tempeste, l’aranceto della porzione di terreno opposta è stato arato per 15 metri da quell’onda di sovrappressione che si è incanalata in un effetto cannone per il condotto in tutta la sua lunghezza. 900 metri più in alto, sulle colline sopra Capaci, non c’è già più nessuno, gli osservatori hanno smontato tutto lasciando la collina a bordo di due Clio quando i primi detriti cominciavano a piovere sui tetti delle case. In basso invece, tra la polvere, gli sportelli della Croma azzurra si aprono, gli agenti all’interno sono vivi. Insanguinati, storditi, a fatica scendono dall’auto impugnando a fatica le armi a protezione della Croma bianca davanti a loro e sincerarsi di eventuali superstiti. L’abitacolo dell’auto, in bilico sul cratere, è un disastro. Un principio di incendio viene spento con l’estintore della terza blindata. Le portiere sono bloccate, c’è sangue ovunque ma gli occupanti respirano, non si sa come, respirano. Mentre qualcuno li chiama cercando di farli rimanere vigili ecco che si sentono le prime sirene farsi spazio tra i curiosi che continuano ad avvicinarsi al cratere. Falcone è schiacciato dal blocco motore, si muove appena voltandosi verso le grida di chi lo chiama con uno sguardo senza risposta, la moglie è china in avanti, Costanza è riverso sul sedile. La Morvillo e Costanza vengono estratti dall’auto ma per Falcone, che si muove appena incastrato tra le lamiere, è necessario attendere l’intervento dei Vigili del Fuoco. La donna, portata a terra è cosciente, seminuda, qualcuno si toglie la maglietta per coprirla, cerca il marito che è qualche metro più in là mostrando, anche se gravissimo e col viso una maschera di sangue, di recepire con gli occhi le sollecitazioni dei soccorritori. Nonostante l’estrazione sia difficoltosa entrambi vengono tirato fuori dalla blindata e caricati in ambulanza. Mentre inizia una corsa a sirene spiegate verso gli ospedali scortati da un corteo di vetture e un elicottero dell’Arma dei Carabinieri che lo segue dall’alto, dietro di loro, ponendosi alle spalle della voragine nel senso di marcia relativo alla corsia lato monte, distante 2 metri dal margine sinistro e 8 dal destro, in posizione obliqua rispetto all’asse della corsia e con le ruote anteriori sul ciglio del cratere, la Croma blindata è lì, con la parte anteriore vicino al motore completamente distrutta, col il cofano di cui rimane ben poco, accartocciato del tutto e retto dalla sola cerniera destra. Il vetro blindato a cinque strati del parabrezza, completamente incrinato, è stato sbalzato nel cratere mentre la portiera sinistra, divelta, si trova nel terreno adiacente. All’interno, il lunotto si è riversato nell’abitacolo invaso da detriti e terra che nella parte posteriore raggiunge i 50 centimetri, la metà sinistra del cruscotto e degli elementi sottostanti è squassata ed arretrata verso la posizione dell’autista la cui spalliera è contorta e piegata in avanti, mentre sul volante, la cui parte inferiore è anch’essa contorta in avanti, è ricoperta di sangue. Appena dietro, in posizione obliqua, c’è la seconda blindata, coperta da uno strato di terriccio e pietre spesso 2 centimetri, con la parte anteriore, arretrata verso l’interno, contorta al pari del cofano divelto dalle cerniere. Il parabrezza è incrinato, il lunotto è spaccato e rientrato verso l’abitacolo di 10 centimetri mentre il volante ha la metà inferiore contorta verso il basso. A 4 metri di distanza c’è la Lancia Thema, col tetto completamente schiacciato, il parabrezza incrinato e fuoriuscito dalle guide, il lunotto e i fari rotti, cumuli di detriti e terriccio in prossimità della leva del cambio. L’Opel Corsa transitante nella corsia opposta è ribaltata sul fianco sinistro a 60 centimetri dal guardrail e con il senso di marcia contrario a quella della corsia. La parte anteriore è completamente distrutta sino al cofano motore fuori asse e accartocciato, il parabrezza e il lunotto sono a pezzi e la lamiera del tetto contorta per la prima metà. La Fiat Uno invece è ferma 2 metri prima, con la direzione di marcia coincidente con quella della corsia e la fiancata destra a 90 centimetri dal guardrail esterno. L’auto è distrutta nella parte anteriore e priva di cofano, il tetto è contorto e l'abitato è invaso da terriccio e detriti. Di “Quarto Savona Quindici”, la prima Croma, atterrata nell’uliveto e ridotta ad un’altezza di 30 centimetri, è rimasta solo la parte inferiore della scocca assieme le ruote tranne quella anteriore destra, parti del cruscotto col contachilometri e il contagiri, alterati dall’urto, il primo bloccato a 158 e il secondo a 6 mila, parte del volante, del cambio e dei sedili anteriori. Sangue, tessuti e materia cerebrale ricoprono le superfici mentre il motore, la ruota destra con la sospensione e alcune porzioni della scocca si trovano sparpagliati per un raggio di 10 metri. Gli effetti della detonazione sotto il profilo dell'estensione del raggio di gittata di detriti, pezzi di asfalto e pietre si misurano, rispetto al carattere, in 142 metri in direzione Palermo, 156 metri in direzione Trapani, 182 metri verso il mare, una pioggia che non ha risparmiato niente, né 19 persone che per loro sfortuna erano nel posto sbagliato al momento sbagliato, né i capannoni di un’azienda avicola, né una cabina elettrica e delle villette, mitragliate con fori da 60 a 180 centimetri di diametro. Intanto le corse verso gli ospedali non serviranno, neanche gli sforzi dei medici riusciranno a salvare i due Giudici. Giovanni Falcone, trasportato al Civico di Palermo, mentre l’Italia intera trattiene il fiato morirà alle ore 19:05 a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne, senza riprendere più conoscenza, fra le braccia di Paolo Borsellino. Francesca Morvillo, trasportata prima all'ospedale Cervello e poi trasferita al Civico, nel reparto di neurochirurgia, morirà sotto i ferri intorno alle 23 a causa delle gravi lesioni interne riportate. La Cupola voleva un evento eclatante e lo ha ottenuto. Portando la sua tattica intimidatoria ad un altro livello non mettendosi scrupoli neanche a colpire nel mucchio, considerando eventuali vittime innocenti come “danni collaterali” di una guerra come ce ne sono tante, mentre c’è chi porterà per il resto della vita il ricordo e i segni indelebili di questo evento traumatico, altrove qualcun altro sta brindando per aver appena mostrato al mondo tutto il suo potere.
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