01 novembre, 2021

Nāṣiriya, Base MSU Maestrale, 12 novembre 2003


TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: camion-bomba suicida
DATA:
12 novembre 2003
STATO: Iraq
LUOGO: Nāṣiriya, Base MSU Maestrale
MORTI:
28
FERITI:
119

Ultimo aggiornamento: 18 giugno 2026

Tempo di lettura: 28 minuti

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

È il 12 novembre 2003 e nella città di Nāṣiriya sono le ore 10:00. Siamo nella provincia di Dhi-Qar che si estende su un'area di circa 13 mila chilometri quadrati con una popolazione di quasi un milione di persone. Nāṣiriya, a maggioranza sciita, ne è il capoluogo di provincia, situata a circa 375 chilometri a sud della capitale Baghdad e centro di grande rilevanza dal punto di vista militare. I militari italiani si trovano qui dal 19 luglio, da quando hanno dato il cambio ai Marines americani del 2° Battaglione del 25° Reggimento. L’”Operazione Antica Babilonia”, la missione italiana iniziata il 15 luglio e classificata come missione di “peacekeeping” autorizzata dalle Nazioni Unite conseguentemente alla guerra avviata dagli Stati Uniti d’America per deporre il dittatore Saddam Hussein, è nel pieno del suo svolgimento. Tra le attività politiche e militari svolte al “mantenimento della pace internazionale” i militari italiani hanno diversi compiti e la bonifica, la ricostruzione del "comparto sicurezza" iracheno attraverso l'assistenza per l'addestramento e l'equipaggiamento, il concorso al ripristino di infrastrutture pubbliche, alla riattivazione dei servizi essenziali e all’ordine pubblico, sono alcuni di questi. Il comando dell’operazione, l'Italian Joint Task Force, il IJTF, si trova fuori città, nella base “White Horse”, a 7 chilometri in linea d’aria dal centro abitato. In città i Carabinieri e l’Esercito occupano altre due basi distanti 350 metri l’una dall’altra, gli uomini dell’Esercito si trovavano in quella denominata “Libeccio”, dove hanno sede sia il Battaglione, il Multinational Specialized Unit, sia il Comando del Reggimento MSU/IRAQ, i Carabinieri invece si trovavano nella “Maestrale”, soprannominata “Animal House”, anch’essa base MSU e che occupa l’ormai vecchio edificio che durante il regime di Saddam Hussein era la sede della Camera di Commercio. Le due basi sorvegliano entrambi i lati di un ponte, l’Al Zaitun, che unisce le due sponde del fiume Eufrate e che deve essere difeso a tutti i costi. Per gli occidentali rappresenta uno snodo importante. Va tenuto aperto e perché assicura il collegamento con il nord e con le altre forze della coalizione a Bagdad e Mosul. Per assicurare la transitabilità del ponte ma soprattutto perché il peacekeeping abbia un maggiore impatto e i soldati abbiano un contatto diretto con la popolazione locale, i contingenti si trovano proprio nel centro abitato. Ma quello che in termini logistici può essere sicuramente un vantaggio, in termini strategici è un disastro: le basi sono scoperte e mal difese. A differenza delle altre, nel deserto, queste sono facili da colpire, soprattutto la Base Maestrale, priva di difese passive “a zig zag”, di blocchi stradali e di solide mura statiche perimetrali di protezione, questo perché la città del sud dell’Iraq, si trova in una zona dove gli scontri con la minoranza sunnita e con le forze internazionali sono molto meno gravi e frequenti che in altre zone del paese, come intorno alle città di Baghdad e Tikrit, presidiate dall’esercito americano. I primi mesi dell’operazione infatti sono passati senza incidenti, ma mentre si ha l’illusione che i rapporti con la popolazione siano buoni e di reciproca collaborazione, in città è pronto già da qualche mese un piano d’attacco proprio contro una delle basi. Il leader Aḥmad Fāḍil al-Nazāl al-Khalāʾil, noto con lo pseudonimo di Abū Musʿab al-Zarqāwī, appoggiato dagli estremisti sunniti aveva dato l’assenso a Said Mahmoud Abdelaziz Haraz per l’organizzazione un raid suicida contro la Base Maestrale, la più adatta allo scopo in quanto sita lungo un’arteria principale che non sarebbe mai potuta essere chiusa. Abū Musʿab al-Zarqāwī è uno dei comandanti operativi di al-Qaida, e grazie alla sua maggiore visibilità come leader dell'insurrezione contro i militari americani e il governo provvisorio dell'Iraq, ha un potere e un’influenza maggiore dello stesso Osāma bin Lāden, il leader del movimento fondamentalista islamista sunnita paramilitare terroristico nato nel 1988 durante la Guerra in Afghanistan e guidato dal miliardario saudita 17esimo dei 57 figli dell’immobiliarista yemenita Mohammed bin Awad bin Lāden, che avvalso della guida ideologica di al-Zawāhirī, scrittore, poeta e medico de Il Cairo appartenente ad una famiglia di dotti religiosi e di magistrati, aveva deciso di utilizzare soldi e macchinari della propria impresa di costruzioni per aiutare la resistenza dei mujaheddin durante l’invasione. La benedizione per la strage era stata data durante un incontro del "Consiglio della shura", l'organo ideologico-religioso dell'organizzazione terroristica “Al Tawhid wal Jihad'' rinominata “Tainzim qaidtu al jihad fi bilad al rafidain”, “Base del jihad nella terra dei due fiumi”, con l’annessione ad al-Qaida. Il colloquio si era tenuto dalle parti di Falluja e a cui avevano partecipato, oltre il leader di al-Qaida in Iraq, anche Abu Anas al Shami, 38 anni giordano, Capo del Consiglio, Abu Adnan, portavoce e addetto stampa, Haji Thamer, iracheno, responsabile della "sezione operazioni suicide", e i membri più influenti: Abu Salman al Shami, Abab Turki, Nidal al Arabiya, e Abu Omar Al Masri, egiziano e braccio destro ed erede di al-Zarqāwī. Said Mahmoud Abdelaziz Haraz aveva iniziato a lavorare al progetto assieme ad Haji Thamer dopo che questo era nato quasi per caso, quando Thamer si era trovato di passaggio a Nāṣiriya durante un viaggio nella città di Bassora. Aveva notato la bandiera italiana sventolare su un edificio e aggredire una preda che non immaginava alcun tipo di agguato era stato un pensiero che aveva acceso l'ex ufficiale disertore dell’esercito di Saddam Hussein. Essendo in zona sciita ed essendo un quadrante scoperto dagli uomini di al-Zarqāwī, nessuno si sarebbe mai immaginato che avrebbe potuto arrivare fino a lì. Il progetto era stato quindi proposto al leader e di conseguenza passato al vaglio del consiglio. L'obiettivo sarebbe stato quello di colpire il Governo Berlusconi mandando così un messaggio chiaro all'Italia e agli altri Stati della Coalizione: il ritiro immediato dalla città. Said Mahmoud Abdelaziz Haraz, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Abū ‘Omar al-Kurdī, è un 35enne iracheno veterano dei campi di addestramento in Afghanistan e uno dei massimi specialisti di esplosivi, ai primi di ottobre, assieme a Haji Thamer si era trovato in città per il primo di tre sopralluoghi. I due erano arrivati via Baghdad su un autobus di linea partito da Ramadi, lo studio era durato poco più di due ore, con una serie di passaggi davanti all’obiettivo per studiarne le debolezze e individuare nelle vicinanze un luogo in cui parcheggiare il veicolo imbottito di esplosivo. Inizialmente avevano pensato ad un’autoambulanza dopo essere balzato ai loro occhi l’ospedale a pochi chilometri dalla base. Dopo due settimane il piano era pronto, colpire due obiettivi, per uno dei quali era stata scelta la base Maestrale. Questa è organizzata su di un comprensorio di dimensioni massime 80 metri per 70 sul terreno pianeggiante privo di asfalto ubicato in prossimità della riva sinistra del fiume Eufrate, proprio all'altezza del ponte. La palazzina sede del Comando e della parte logistica è un massiccio parallelepipedo di 15 metri per 22 e alto 10 con struttura in calcestruzzo armato, pilastri di sezione quadrata di 40 centimetri di lato e pannelli prefabbricati. Accanto c’è un container adibito a deposito munizioni in corrispondenza del lato sul fiume, il tutto è davanti ad un ampio spiazzo all’interno del perimetro allestito a parcheggio e alla movimentazione degli automezzi. L'entrata, una parte carraia e una pedonale che conduce alla palazzina, è protetta da sbarramenti con sacchi di sabbia e barriere hesco bastion, dei gabbioni metallici riempiti di ghiaia e terra utilizzati per creare un riparo provvisorio, molto efficace contro eventuali truppe a piedi ma decisamente meno contro veicoli pesanti. Inoltre, la zona è un cantiere a cielo aperto, i lavori per asfaltare la strada in piena attività avrebbe fornito una copertura per l’avvicinamento del veicolo-bomba. L’autoambulanza, confermata per essere utilizzata come mezzo d’attacco, sarebbe stata preparata assieme ad una autocisterna che avrebbe invece colpito invece un palazzo ministeriale. L’utilizzo di un mezzo così pesante e corazzato artigianalmente per lo scopo, sarebbe servito a un duplice scopo: camuffare il carico esplosivo, trattandosi di un mezzo comune in queste zone, e sfruttare l'enorme massa del veicolo. Lanciato a forte velocità, il camion avrebbe funto da ariete per sfondare le postazioni di guardia e gli eventuali blocchi di cemento all'ingresso con l'obiettivo di detonare il più vicino possibile alle fondazioni dell'edificio principale. Da quella stessa notte erano iniziati i preparativi, l’autoarticolato era stato allestito per primo mentre l’esplosivo per riempire l’ambulanza sarebbe arrivato nei giorni a seguire con una seconda spedizione. L’organizzazione terroristica ha accesso ad una quantità inimmaginabile di esplosivo. Durante vent'anni di guerriglia le cellule hanno sviluppato una catena di approvvigionamento di esplosivi economica, capillare e altamente adattabile. Per le bombe artigianali, l'arma principale della loro guerra, i materiali per fabbricarle provengono essenzialmente da tre grandi bacini: il contrabbando transfrontaliero di prodotti civili, il riciclo di vecchie guerre e il furto di scorte militari. Il 70% degli esplosivi utilizzati sono di natura artigianale e la base chimica assoluta di queste cariche è quasi sempre il Nitrato di Ammonio. È un fertilizzante utilizzato come ingrediente esplosivo dal 1867, quando era stato rilasciato un brevetto a due chimici svedesi, J. H. Norrbin and J. Ohlsson, utilizzandolo assieme ad un 20% di carbone nel loro Ammoniakkrut, venendo utilizzato dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel nella sua dinamite "extra", in cui aveva sostituito la farina di roccia silicea sedimentaria di origine organica, la segatura, la polvere assorbente e parte della Nitroglicerina sintetizzata dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847. Johann Rudolph Glauber, chimico e farmacista tedesco considerato uno dei fondatori della chimica industriale moderna e precursore dell’ingegneria chimica, lo aveva preparato e descritto nel 1659 chiamandolo “nitrum flammans” per via del colore giallo della sua fiamma. In Iraq, la reperibilità di questo materiale non avviene attraverso un singolo canale, ma tramite una strategia basata sull'approfittare di un mercato agricolo ed industriale poco regolamentato. In un Iraq che ha storicamente un'ampia base agricola che richiede grandi quantità di fertilizzanti azotati, Al-Qaida, tramite aziende di facciata o infiltrazioni in cooperative agricole esistenti, acquista fertilizzante in grandi lotti senza destare sospetti. Per evitare di attirare l'attenzione delle autorità o dei checkpoint, i gruppi frazionano gli ordini tra decine di piccoli agricoltori compiacenti o intimiditi che poi si occupano di far confluire il prodotto nei magazzini clandestini. In alternativa, dato che il Nitrato d'Ammonio è legale in quasi tutto il mondo e il confine iracheno è un punto di ingresso critico, viene quindi importato legalmente nei paesi confinanti dove la regolamentazione è altrettanto permissiva o soggetta a corruzione, per poi essere trasportato illegalmente in Iraq attraverso rotte desertiche non monitorate o tramite il coinvolgimento di autotrasportatori corrotti che nascondono i carichi sotto merci lecite. Un altro canale è il mercato nero. Sia da prima che dopo i periodi di conflitto lo Stato iracheno stocca enormi quantità di fertilizzanti per sostenere il piano nazionale di agricoltura. I gruppi terroristici spesso e volentieri infiltrano personale all'interno dei magazzini statali dove il materiale viene fatto uscire dai depositi ufficiali dichiarandolo come "andato a male", "disperso" o "distribuito" ad agricoltori inesistenti, per poi essere rivenduto sul mercato nero interno. Oltre a questo, anche l’accesso ad esplosivo militare, quello ad alta velocità di detonazione, è praticamente illimitato. Il territorio iracheno è tra i più contaminati al mondo da mine e ordigni inesplosi risalenti alla guerra Iran-Iraq, alla Guerra del Golfo e ai conflitti successivi. I tecnici delle cellule hanno a disposizione squadre specializzate nello sminamento "al contrario", ovvero addetti al recupero dell'esplosivo dagli ordigni inesplosi sepolti nelle campagne, trasformando una minaccia ambientale in una risorsa bellica. Ma il più delle volte, la materia prima viene estratta da ordigni trafugati direttamente dagli arsenali militari iracheni. Per comprendere il tipo di materiale bellico presente in questi depositi da cui il gruppo ha estratto l'esplosivo è necessario guardare alle dotazioni standard dell'esercito iracheno post-1991, in gran parte di origine sovietica o prodotti sotto licenza. I tecnici, nonostante cerchino continuamente nei bunker in disuso munizioni di grosso calibro perché offrono il miglior rapporto peso dell'esplosivo/sforzo di smantellamento, le bombe d'aereo sono la fonte più efficiente. Non sempre di facile reperimento rappresentano la soluzione ottimale per ottenere grandi quantità di materia prima in un'unica operazione di smantellamento. Per questa occasione, l’approvvigionamento è stato possibile proprio grazie allo smontaggio di alcune di queste. Ammar az-Zubaidi, uno degli elementi della cellula addetto al procacciamento della materia prima, le aveva trafugate assieme a decine di casse di pezzi di artiglieria da vari magazzini iracheni all'inizio dell'occupazione di inizio anno da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti d’America assieme a Regno Unito, Australia e Polonia. Le bombe aeronautiche sono generalmente considerate "più facili" da gestire in ambiente di demilitarizzazione industriale perché sono progettate per essere trasportate all'esterno dei velivoli. Avendo una struttura più "pulita", una volta rimosse le spolette, che sono solitamente posizionate in punti accessibili come il muso o la coda, l'interno è spesso un unico blocco di esplosivo colato che può essere rimosso tramite il washout, il lavaggio con acqua ad alta pressione, oppure tramite fusione controllata. I proiettili di artiglieria invece sono spesso più complessi da maneggiare. A differenza delle bombe sono progettati per sopportare le enormi accelerazioni e pressioni dello sparo dal cannone. Ciò sta a significare che le loro pareti sono molto spesse e l'esplosivo all'interno, nel caso di ordigni inesplosi e recuperati sul terreno, è stato sottoposto a sollecitazioni meccaniche che possono averlo reso più compatto o, in alcuni casi, alterato. Inoltre, i proiettili di artiglieria hanno spesso sistemi di innesco a tempo o di prossimità molto piccoli e difficili da estrarre senza rischiare la detonazione. Le munizioni aeronautiche mai utilizzate quindi, essendo spesso conservate in depositi climatizzati o in hangars protetti, sono mediamente in condizioni chimiche migliori rispetto a munizioni di artiglieria che potrebbero essere rimaste per decenni in depositi campali o sotterranei, aumentando il rischio che l'esplosivo sia diventato instabile. Per l’occasione, la carica era stata assemblata all’interno del grosso camion cisterna di fabbricazione russa, un Kamaz modello 5321 del 1990 con una capienza di 6.500 litri utilizzato per distribuzioni locali, un robusto residuato bellico dell’esercito iracheno con cabina di colore verde e serbatoio bianco, dove all’interno, a 160 centimetri dal suolo, avevano costruito con cura certosina il risultato di un progetto figlio di anni di test e attentati dinamitardi contro obiettivi militari: una mostruosa carica concentrata con un rapporto fra la dimensione maggiore e quella minore non superiore a 4 e in grado di sviluppare una potenza equivalente di 3.500 chilogrammi di esplosivo convenzionale finalizzata alla totale distruzione dell’obiettivo. Questa bomba era stata progettata per essere un tutt’uno col serbatoio, esternamente anonimo e internamente diviso in scompartimenti. Il nucleo centrale, indipendente, costituito da una “scatola” metallica saldata ad hoc ricavata dall’equivalente in spazio di 1.500 litri adeguatamente isolata con silicone per evitare infiltrazioni di carburante, è formato da una carica combinata solida. Il suo involucro, il restante spazio interno della cisterna, contenente combustibile liquido, 5.000 litri di benzina, creano una bomba termobarica altamente distruttiva. Nota anche come Fuel-Air Explosive, a differenza degli esplosivi convenzionali che contengono al loro interno sia il combustibile che l'ossidante chimico necessari per esplodere, un esplosivo termobarico è composto per la maggior parte da combustibile. Per innescare la reazione sfrutta l'ossigeno presente nell'aria circostante. In un'arma termobarica di livello militare, il processo avviene in due fasi distinte e rapidissime: la Fase di dispersione, dove una prima, piccola carica esplosiva si aziona per disperdere il combustibile creando una vasta nube di aerosol miscelata con l'ossigeno atmosferico, e la Fase di accensione, in cui frazioni di secondo dopo, quando la nube ha raggiunto la miscelazione ottimale, una seconda carica o incendia l'aerosol. Nella costruzione di questa bomba, i tecnici del gruppo non hanno utilizzato una testata termobarica militare, ma hanno creato un ordigno improvvisato in grado di simulare lo stesso principio fisico sfruttando proprio il camion cisterna come involucro in cui le due fasi avvengono quasi simultaneamente grazie alla dinamica del vettore. Con la detonazione della carica esplosiva primaria, l'energia di questa esplosione avrebbe distrutto la cisterna e, a causa dell'enorme pressione, avrebbe nebulizzato istantaneamente migliaia di litri di liquido infiammabile proiettandoli nell'aria tutt'intorno. Il calore estremo generato dalla detonazione del Tritolo e del Nitrato d’Ammonio avrebbe successivamente incendiato questa colossale nube di combustibile aerosolizzato durante la sua espansione con una meccanica che avrebbe prodotto effetti sensibilmente diversi ma molto più distruttivi per le strutture rispetto a un esplosivo tradizionale di pari peso. Gli esplosivi convenzionali creano un'onda d'urto fortissima ma brevissima, ideale per spezzare il metallo, un'esplosione termobarica crea invece un'onda d'urto che viaggia leggermente più lenta, ma che dura molto più a lungo. Questa "spinta" continua è capace di radere al suolo o far collassare enormi edifici in calcestruzzo armato abbattendoli come un muro d'acqua. Inoltre, l'accensione della nube crea una bolla di fuoco gigantesca che dura molto più a lungo di un'esplosione normale, incenerendo tutto ciò che si trova nel suo raggio di espansione e innescando incendi secondari devastanti. Poiché l'esplosione consuma rapidamente e violentemente tutto l'ossigeno presente nell'aria circostante per bruciare, genera un'area di vuoto parziale e una successiva, massiccia ondata di bassa pressione. Questo sbalzo pressorio è letale per gli esseri viventi, poiché provoca la rottura degli organi interni, anche per chi si trova al riparo dietro a muri o all'interno di bunker non sigillati ermeticamente. Il nucleo della carica termobarica “hand made” era stato assemblato con 400 chilogrammi di Trinitrotoluene sfuso. Esplosivo preparato la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt, lo avevano ricavato estraendolo dalle pance di 5 bombe aeronautiche FAB-250 a caduta libera di fabbricazione sovietica progettate per l'impiego generico contro obiettivi terrestri, infrastrutture e postazioni fortificate. Questo tipo di bombe, dove il nome "FAB" deriva dall'acronimo russo Fugasnaya Aviatsionnaya Bomba, che si traduce letteralmente come "bomba aeronautica altamente esplosiva", costituiva l'ossatura dell'arsenale dell'aeronautica irachena. Con corpo cilindrico in acciaio, robusto, studiato per favorire la penetrazione in terreni o strutture prima della detonazione, era progettata con una forma a bassa resistenza aerodinamica ottimizzata per essere trasportata esternamente sui piloni alari di cacciabombardieri e bombardieri tattici per permettere velocità di rilascio più elevate. Il suo numero "250" indica il peso nominale dell'ordigno in chilogrammi mentre il suo carico operativo comprende 110 chilogrammi netti di esplosivo. Queste bombe, chiuse e abbandonate nei depositi, avevano accumulavano ruggine e polvere per anni col rischio che gli ingranaggi interni dei percussori delle spolette potessero aver subito delle alterazioni riducendone la sensibilità immediata al movimento. I tecnici, dopo aver ripulito la testa, avevano dovuto neutralizzare il meccanismo di innesco originale. Questo era stato fatto forzando la filettatura con chiavi inglesi modificate e strumenti artigianali. Quando non era stato possibile svitare le la spoletta direttamente dal corpo della bomba, l'involucro metallico era stato tagliato. Venivano usati strumenti meccanici molto basilari, come seghetti a mano, smerigliatrici angolari, trapani o scalpelli. L’esplosivo, una volta aperti gli involucri, era stato estratto in due modi: rompendo e scheggiando l'esplosivo indurito con punteruoli, spesso di legno o rame per evitare scintille, sebbene molti usassero strumenti in acciaio con rischi enormi, oppure tramite scioglimento. Il Tritolo ha un punto di fusione relativamente basso, circa 81 gradi centigradi, utilizzando dei pentoloni d’acqua bollente i corpi bomba venivano messi a bagnomaria in modo da scioglierne il contenuto. Questo, colato fuori sotto forma liquida era stato raccolto in vasche d'acqua fredda per solidificarsi nuovamente in scaglie o in blocchi, per venire riutilizzato. Il Tritolo puro ha una caratteristica fondamentale: è chimicamente estremamente stabile. Non esplodendo per sfregamento e se esposto al fuoco libero poiché necessita di una fortissima onda d'urto per la sua attivazione, consentiva queste operazioni, benchè potenzialmente pericolose, rendendole estremamente sicure rispetto all’applicazione con altri esplosivi più sensibili. Per aprire gli involucri d'acciaio delle bombe senza causare scintille o calore estremo avevano utilizzato un taglio manuale con acqua corrente per il raffreddamento delle seghe. Una volta tornato in forma solida, il Tritolo era stato nuovamente frantumato in piccoli grumi con mortai a mano e stoccato in taniche di plastica prima della successiva sagomatura in panetti per l’impilamento a incastro nello scompartimento del nucleo. A contatto con il Tritolo era stata poi sistemata nella parte alta del nucleo la seconda porzione della carica, quella di Nitrato d’Ammonio, in sacchi e per un peso complessivo di 600 chilogrammi. La combinazione di Nitrato d’Ammonio e Tritolo è una questione di chimica esplosiva ben documentata. Quando si accosta o si miscela il Nitrato d’Ammonio, un ossidante, con il Tritolo, un esplosivo ad alto potenziale, non si ottiene un'arma in senso stretto, ma si crea un esplosivo composto con caratteristiche di potenza superiori alla somma delle singole parti. Il Nitrato d’Ammonio da solo è un esplosivo relativamente instabile e difficile da far detonare quindi il Tritolo funge da innesco e potenziatore. L'esplosione del Tritolo fornisce l'onda d'urto e il calore necessari per far reagire rapidamente il primo che agisce fornendo ossigeno extra alla reazione. Risultato, questa unione aumenta significativamente il volume di gas prodotti e la velocità di detonazione rispetto all'uso del solo Tritolo, creando un'esplosione caratterizzata da un effetto di onda d'urto massiccia e una grande produzione di calore. Il Nitrato d’Ammonio è stato accostato e non inglobato al Tritolo con uno scopo ben preciso, la produzione di calore. Se i tecnici avessero creato la miscela tra i due avrebbero ottenuto ciò che viene definito Amatolo, un potente prodotto esplosivo creato durante la Prima Guerra Mondiale dalle forze armate britanniche e costituita da una percentuale in peso di Nitrato d'Ammonio e di Trinitrotoluene variabili tra 60/40, 50/50 e 80/20, cosa in questo caso assolutamente non necessaria per due motivi. Il primo, il mero scopo di innescare il Nitrato d’Ammonio per simpatia creandone la decomposizione violenta e accendere quindi il serbatoio di carburante. Il secondo, per la sua difficoltà nella lavorazione. L’Amatolo, essendo un esplosivo formulato, per produrlo, il Tritolo viene fuso a circa 100 gradi centigradi e il Nitrato d'Ammonio viene aggiunto in polvere e miscelato accuratamente. Questo processo crea un composto omogeneo in cui il secondo è inglobato nel primo. Questa omogeneità è fondamentale affinché la reazione chimica di esplosione sia efficiente, permettendo al Nitrato di fornire l'ossigeno necessario alla combustione completa del TNT durante l'onda d'urto. Anche se l'Amatolo ha una sensibilità all'urto relativamente bassa, specialmente quando è colato a caldo, la sua preparazione artigianale è estremamente pericolosa poiché a temperature non controllate può attivarsi spontaneamente. Per di più, lavorare il Nitrato d'Ammonio per la miscelazione è un’operazione complicata per il suo forte grado di igroscopicità, ovvero la sua capacità di assorbire umidità dall'aria e, a contatto con metalli o contaminanti comuni, può destabilizzarsi. I panetti di Tritolo erano stati accatastati formando delle sezioni che ne raggruppavano un certo numero, questo per esigenze di innesco. Le varie sezioni erano state collegate tra loro da un circuito ridondante di miccia detonante, un cordone flessibile messo a punto negli stabilimenti David Bickford nel 1914 con anima in Pentrite, uno degli esplosivi più potenti, con velocità di detonazione pari a 8.400 metri al secondo e preparato per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, ed esternamente rivestita con guaina di resina termoplastica resistente a trazione, ai tagli e all’abrasione. Impermeabile ad acqua, olio, sia alle basse che alle alte temperature, ha un peso interno variabile tra i 10 e i 100 grammi/metro di Pentrite con un diametro compreso tra i 5 e i 13 millimetri e che detona con una velocità di 6.500 metri al secondo. La miccia esplosiva, di uso prettamente civile, era stata quindi affogata nei blocchi solidi, un accorgimento utilizzato anche in altri attentati, adottato per assicurare una detonazione uniforme delle sezioni in modo da distribuire l’onda di detonazione per tutto il nucleo e non avere interruzioni tra una sezione all’altra. Alla miccia detonante era stata poi nastrata una rete di detonatori elettrici, artifizi esplosivi primari, versioni moderne di quello inventato nel 1876 da Julius Smith, e costituiti da un cilindretto di alluminio riempito con una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, innescato a sua volta da pochissimo esplosivo primario, l’Azoturo di Piombo, il preparato della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory nel 1890, sensibile ad urti e calore con velocità di detonazione pari a 5.300 metri al secondo, attivato da un ponticello elettrico imbevuto in una sostanza infiammabile che funge da starter. Anche questi per uso civile, provengono assieme alla miccia detonante da una delle cave della regione. L'Iraq, essendo un paese con un'industria estrattiva e infrastrutturale attiva, importava legalmente grandi quantità di esplosivi e inneschi industriali. Dopo l'invasione di inizio anno, il collasso dell'apparato statale iracheno ha lasciato scarsamente custoditi decine di siti industriali, comprese le cave e miniere coi loro depositi. Il successo nel reperire questi materiali non è dipeso da una singola fonte di approvvigionamento, ma dalla facilità con cui i beni legali potevano essere deviati verso l'illegalità in uno stato in cui le autorità non sono più in grado di garantire il controllo sulle scorte. La combinazione di un'enorme disponibilità residua e una capillare rete di corruzione, complicità interna e contrabbando ha reso la reperibilità di esplosivi, micce e detonatori civili relativamente semplice. Dai detonatori, collegati con un circuito elettrico in serie e in numero elevato a garanzia di una ottimale attivazione della miccia detonante, gli esplosivisti avevano fatto partire un unico cavo elettrico bipolare fissato ad un trefolo d’acciaio steso in direzione della cabina di guida fino ad un set di batterie e ad un doppio meccanismo di accensione. Il primo, un interruttore a pressione nastrato sulla leva del cambio; il secondo, un doppio contatto a rilascio di pressione installato sotto il sedile dell’autista che sarebbe scattato nel caso lui fosse stato abbattuto durante l’avvicinamento all’obbiettivo. La bomba era stata completata, infinitamente terribile, tecnicamente perfetta. A fine ottobre l’autocisterna e l’ambulanza avevano lasciato Ramadi subito dopo la preghiera, la prima guidata da Haji Thamer, la seconda da Abū ‘Omar al-Kurdī. Accanto a lui, i due shahid, i martiri che si sarebbero immolati: Abu Zubeir Al Saudi, di 23 anni, saudita e Abu Abdallah Orduni, 33 anni, giordano. Erano arrivati dalla fabbrica dei martiri di Falluja, due dei tanti giovani stranieri che, all'inizio della guerra, erano arrivati in Iraq per combattere con al-Zarqāwī e immolarsi contro gli invasori stranieri. Avevano vissuto in una casa messa a disposizione dall’organizzazione dove nella “stanza dei martiri” avevano scritto il proprio nome su una lista affissa sulla parete mettendosi in fila per morire. Ma mentre la prima era arrivata a Nāṣiriya per le ore 13:00, la seconda era stata fermata ad un posto di blocco della polizia di Kut, a 170 chilometri a sud-est di Baghdad, sulle rive del Tigri, in mezzo alle piantagioni di datteri che rompono le paludi. Haji Thamer era stato arrestato e il camion era finito assieme a lui nella caserma dove la “nuova polizia irachena”, sotto il controllo del contingente ucraino, aveva rilasciato l’autista ma concesso la restituzione del mezzo sotto compenso di 10 mila dollari americani. Dopo una trattativa conclusa all’alba del 12 novembre col pagamento di soli 300 dollari, alle ore 09:00 uno degli agenti aveva consegnato di persona l'autocisterna ad Haji Thamer al confine della provincia di Wasit dove aveva poi proseguito per Nāṣiriya. Gli italiani erano stati appena condannati a morte. Nel frattempo, l’ambulanza era stata impiegata in un altro mattatoio, la Croce Rossa di Baghdad il 27 ottobre e a sostituire Abu Abdallah Orduni, morto nell’esplosione, era arrivato un altro giovane, un algerino di 33 anni, Bellil Belgacem. Proveniente da Jaén in Andalusia dove faceva il bracciante, aveva vissuto per un paio di mesi a Vilanova i la Geltru, un comune situato nella comunità autonoma della Catalogna dove era stato reclutato nella moschea locale di Al Forkan. Quando uno degli imam, Mohammed Samadi, aveva fatto durante la preghiera un riferimento diretto alla jihad violenta, Bellil si era mostrato interessato, cosa che non era sfuggita all’occhio di Mohamed Mrabet Fhasi, originario di Tangeri e capo della cellula di reclutamento di terroristi per al-Zarqāwī. Scelto come candidato al martirio, accolto nell’appartamento che condivideva con suo fratello Khalid e messo a lavorare nella macelleria Boughaz del quartiere, in quell'appartamento aveva cominciato il suo indottrinamento. Era stato sottoposto ad un processo teso a dominare il suo tempo e il suo pensiero obbligandolo a dedicarsi anima e corpo al pensiero della jihad, alla morte rituale, al fine di annullare la sua volontà. Di questo se ne era occupato l’imam Mustafà Serroukh, personaggio di spicco del radicalismo islamico in Spagna, braccio destro dell’imam Hicham Temsamani, collegamento tra la cellula spagnola e le altre realtà islamiche radicali in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Algeria, Marocco, Siria, Turchia e Iraq. Una volta ripulito da ogni pensiero esterno, era stato affiancato ad Abu Zubeir Al Saudi e preparato per la missione. Sono le ore 10:34, è il 12 novembre e alla Base Maestrale una troupe cinematografica si trova all’interno del perimetro per una sosta veloce. Il regista, Stefano Rolla e il suo aiuto regista, Aureliano Amadei, sono in piedi nel piazzale antistante l’ingresso della palazzina in compagnia del cooperatore internazionale Marco Beci. Stanno discutendo del programma della giornata riguardo le riprese dello sceneggiato in lavorazione sulla ricostruzione a Nāṣiriya da parte del contingente italiano. La troupe è accompagnata durante tutti i suoi spostamenti da una squadra del 151° Reggimento Fanteria “Sassari” e tre soldati del 6º Reggimento Trasporti della Brigata Logistica di Proiezione. Si presentano, chiacchierano, non sanno che il camion-cisterna si sta avvicinando a bassa velocità al ponte sull’Eufrate, dove solo poche centinaia di metri lo separano dalla base. Al volante c’è Abu Zubeir Al Saudi, accanto a lui, Bellil Belgacem stringe tra le mani un fucile automatico Ak-47. Le strade sono attraversate da un fiume di persone ma nessuno fa caso a quel mezzo pesante, uno come tanti, che sta via via aumentando l’andatura. Haji Thamer è lì vicino che osserva con attenzione le manovre del camion, vuole assistere all’esplosione, vuole essere sicuro che il carico di distruzione che trasporta faccia il suo dovere. Sono le ore 10:38 e il camion attraversa il ponte, all’altezza della base gira a sinistra puntando il posto di guardia dell’ingresso del vecchio edificio della Camera di Commercio. Gli italiani, dall’ultimo sopralluogo hanno alzato delle protezioni ulteriori, molto più robuste, ma il camion non si ferma. Abu Zubeir Al Saudi preme sull’acceleratore, i 400 cavalli erogati dal grosso motore fanno sobbalzare il mezzo pesante mentre Bellil Belgacem ha già fuori dal finestrino la canna del fucile col colpo in canna e la modalità a raffica. Il mezzo accelera, passa accanto al chiosco di Hassan Saad, un ragazzo di 17 che sta vendendo bombole di gas da cucina che, visto il fucile scorgere dalla cabina, lascia tutto arrampicandosi su una recinzione per allontanarsi di corsa. Il ruggito del motore sovrasta le auto di passaggio, il mezzo viene individuato dal corpo di guardia che viene immediatamente bersagliato dai colpi calibro 7,62 × 39 millimetri del Kalašnikov di Belgacem. Il camion prosegue a tutta velocità nella loro direzione, arriva, sfonda la sbarra di metallo. Dentro la cabina Al Saudi ha la mano destra sul pulsante e il piede sull’acceleratore, non si ferma e prosegue dritto sotto il fuoco del carabiniere Andrea Filippa che gli sta svuotando il caricatore sul parabrezza facendolo sbandare contro gli hesco bastion travolgendoli. Il camion si arresta di colpo, a 26 metri dalla facciata. L’urto del muso contro le barriere fa sbalzare in avanti Abu Zubeir Al Saudi che fracassandosi sul volante annulla la pressione del suo peso sul sedile liberando la molla del secondo meccanismo di attivazione. I contatti si chiudono, la corrente elettrica dal pacco batterie viene scaricata sulla dorsale fino ai detonatori dove all’interno il ponticello si arroventa accendendo la miscela incendiaria che prende fuoco innescando l’Azoturo di Piombo e facendo detonare la Pentrite. La miccia detonante si arma, in una frazione di secondo il cordone esplosivo attiva le sezioni del nucleo che esplodono contemporaneamente. Il TNT genera un'onda d'urto istantanea che si propaga a una velocità di 7.000 metri al secondo innescando il Nitrato d’Ammonio che detonata assieme ad esso. Essendo immersa nella benzina, la carica principale frantuma istantaneamente la cisterna prima ancora che la benzina possa iniziare a bruciare. L'onda d'urto trasforma i 5.000 litri di combustibile in una nebbia finissima dispersa in un volume enorme. La benzina contiene molta più energia potenziale del TNT, a parità di peso, ma la sua velocità di rilascio è molto più lenta. Tuttavia, in questo scenario, l'esplosivo agisce come un innesco che costringe il carburante a reagire con una rapidità innaturale trasformando gran parte della sua energia chimica in un'esplosione distruttiva. Il Kamaz salta in aria. L’esplosione è forte, fortissima, terribile, l’aria e la terra vengono scosse con un ruggito. Una volta innescata la detonazione, non esiste alcun sistema di contenimento capace di contenere l'energia liberata da questo processo. Il compendio fortificato viene investito frontalmente da un'onda d'urto aerea colossale e da un fronte termico ad altissima pressione. A 25 metri di distanza quest’onda, che viaggia a velocità supersoniche, dopo aver scagliato in aria la ghiaia degli hesco bastion e schiacciato gli VM90 blindati del piazzale, colpisce l'edificio sotto forma di un muro d'aria solido trascinandosi dietro gli scheletri dei mezzi pesanti. A quella distanza, la sovrapressione d'urto è di 5 bar, circa 30-70 psi, ma quando l'onda impatta perpendicolarmente contro la facciata dell'edificio, si genera una pressione riflessa che quadruplica questo valore superando i 15 bar. Per dare un'idea, le normali strutture civili in mattoni o calcestruzzo armato non progettate per resistere ad esplosioni iniziano a subire danni strutturali gravi già a 0,3 bar. A 15, la forza esercitata sulle pareti è semplicemente oltre ogni limite di tolleranza standard. Poiché la forza applicata dell’esplosione supera la capacità dei pilastri e delle pareti di rimanere ancorati alle fondazioni e ai solai, la facciata non fa in tempo a piegarsi. Viene letteralmente tranciata lungo i bordi e spinta all'interno dell'edificio come un blocco unico distruggendo le solette dei pavimenti. I tamponamenti esterni vengono polverizzati e i pilastri sul lato subiscono una flessione violentissima. Il cemento si frantuma e si stacca lasciando i tondini di ferro interni piegati e scoperti che cedono assieme a parte della trave che viene strappata dal suo vincolo superiore dando il via ad un collasso progressivo localizzato. Pezzi del motore, del telaio e della carrozzeria del camion cisterna vengono scagliati in avanti come schegge di granata, perforando pareti non rinforzate e barriere. Mentre un esplosivo ad alto potenziale dà un "colpo di martello" fortissimo ma istantaneo che tende a frantumare e bucare localmente il cemento, la bolla termobarica agisce come una spinta colossale e prolungata, come un uragano estremo, che trasferisce un'enorme quantità di energia cinetica all'intera struttura continuando a flettere la struttura portante. La palla di fuoco, che dietro continua ad espandersi in direzione della facciata, sviluppa una temperatura di 4.000 gradi centigradi che consumano in pochi istanti tutto l’ossigeno locale, un battito di ciglia ma sufficiente per incenerire i vestiti del personale della base, carbonizzare istantaneamente gli strati superficiali della pelle e bruciare i capelli. Ma poiché l'onda d'urto smembra e allontana i tessuti in millisecondi, la distruzione meccanica precede e supera i danni da questo calore profondo. Per chi viene attraversato dall’onda termica non c'è alcuna percezione del dolore. Il sistema nervoso umano conduce i segnali del dolore a una velocità massima di circa 120 metri al secondo. L'onda d'urto appena passata ha viaggiato attraverso i corpi a una velocità superiore ai 6.000 metri al secondo. Questo significa che la rete neurale, il midollo spinale e il cervello stesso sono stati distrutti fisicamente decine di volte più velocemente del tempo necessario affinché il primo segnale di dolore potesse viaggiare dai recettori periferici fino alla corteccia cerebrale. Il risultato è stato una cessazione istantanea della biologia e della coscienza. Nessuno si accorge di niente. Dentro il palazzetto, lo sgretolamento dei pilastri spara sciami di detriti letali all'interno degli uffici e delle camerate prima ancora che i muri cedano. Le finestre, gli infissi in alluminio, le porte e le pareti divisorie diventano schegge lucide e taglienti che viaggiano a centinaia di metri al secondo crivellando qualsiasi cosa si trovi nell'area. Subito dopo il picco di pressione, la struttura viene investita dal vento di scoppio, un flusso d'aria che viaggia a centinaia di chilometri orari che scalza i solai e trascina via le macerie staccate dall’onda di sovrappressione e che anticipa la fase di pressione negativa. In questo vuoto parziale creato dall’ossigeno consumato l'aria viene risucchiata violentemente verso il punto dell'esplosione. I muri superstiti della facciata, destabilizzati dalla prima spinta verso l'interno, vengono tirati violentemente verso l'esterno completando il crollo della facciata portando via con sé detriti e infissi e riducendo l'ex palazzo della Camera di Commercio ad uno scheletro di macerie. Contemporaneamente, l'onda d'urto, che si è espansa a raggiera, attraversa il fiume Eufrate e dopo una corsa di 350 metri investe la vicina Base Libeccio mandando in frantumi le vetrate. Qui, scardinati i telai degli infissi e strappati dalla muratura che viene crepata su entrambi i lati, il muro d’aria dimezza la sua forza contro l’edificio della International Medical Corps, una Organizzazione Non Governativa americana attiva nella zona da sei mesi fino a terminarla 800 metri dopo sulle vetrate del tribunale che vanno in pezzi riversandosi sui presenti che assistono ad una udienza. Una densa colonna di fumo nero e polvere si alza nel cielo di Nassiriya visibile a chilometri di distanza mentre l'onda termica e l'incendio scaturito dall'esplosione hanno appena raggiunto, quasi istantaneamente il deposito munizioni della base dove sono stoccati proiettili, granate e razzi sequestrati. Inizia una spaventosa reazione a catena, le munizioni cominciano a esplodere in modo incontrollato sparando schegge infuocate in ogni direzione. Il calore è immenso, le lamiere si arroventano, i corpi si sciolgono, la terra fuma. È un inferno, ci vuole qualche minuto perché la polvere si depositi e renda visibile l’ecatombe. In 28 sono stati falciati come fili d'erba, i loro corpi sono a terra senza più una forma. L’interno del perimetro è stato ridotto in cenere e con esso 12 carabinieri, 5 soldati, il regista e il cooperatore internazionale. La sovrapressione estrema generata dal muro di pressione solida gli ha causato un barotrauma letale istantaneo. Gli organi che contengono aria o liquidi a densità diverse come i polmoni, il cuore, le orecchie e il tratto gastrointestinale, sono stati letteralmente schiacciati e lacerati dall'interno prima ancora che il corpo si muovesse di un millimetro. La forza di taglio dell’onda d’urto applicata ai tessuti ha superato la forza di coesione di muscoli, tendini e ossa con il corpo che ha subito un'amputazione e uno smembramento traumatico totale. Le membra sono state strappate dal tronco e le ossa si sono frantumate in centinaia di pezzi. I corpi, che hanno agito come “assorbitori” primari, non sono stati "vaporizzati" come in un'esplosione nucleare, ma letteralmente fatti a pezzi e scagliati radialmente rispetto al centro dell'esplosione contro muri, veicolo e lo stesso terreno, assieme alle schegge che sono penetrate nei tessuti a velocità simili a quelle dei proiettili di un fucile d'assalto contribuendo alla loro distruzione strutturale. Sul terreno, altre 19 figure spuntano tra la ghiaia e la polvere, si muovono, sono vivi. Tra loro c’è anche l’aiuto regista, che tra le urla, la confusione e un altro centinaio di iracheni feriti cerca a stento di capire cosa sia appena successo. Non si vede niente, solo polvere e distruzione. La furia della bomba ha devastato il quartiere, a terra c’è solo sangue, morte, i resti straziati di quelli che fino a pochi secondi prima stavano svolgendo le loro mansioni. Carcasse di mezzi in fiamme, brandelli di corpi, sono sparsi per decine di metri. Una gamba è sull'altra sponda dell'Eufrate, a 150 metri di distanza, poi una testa, sopra un muretto. I cani, che non tardano ad arrivare, morsi dalla fame e vinto lo spavento del boato, portano timidamente via pezzi di carne andando a sparire tra la polvere. Poi c’è un’auto, è ferma in mezzo alla strada arata dal passaggio del fronte d’onda, all’interno ci sono cinque figure, cinque donne irachene che rientravano da un college per insegnanti: sono state incenerite all’istante. Il calore e la pressione sono stati di una intensità tale da abbattersi anche sulle auto parcheggiate e sulle abitazioni dove in una delle quali una madre si trovava alla finestra con in braccio il figlio di soli 10 giorni. Entrambi sono morti. La donna è a terra, scaraventata contro il muro della camera da letto, il bambino invece è a 3 metri da lei, senza più il viso ma con ancora attaccato un braccio della madre. Sopra il quartiere la nuvola nera e densa continua a sollevarsi verso cielo mentre frammenti di pietra, calcestruzzo e metallo piovono sulla città. Il traffico nella zona è impazzito, in alcuni tratti paralizzato, mezza città si è riversata in strada in preda al panico. L’area verrà chiusa, la strada che conduce al complesso bloccata e presidiata dai carabinieri, dai militari della Brigata Sassari e dagli uomini del Genio Guastatori che attiveranno la macchina del soccorso. Ricomporre i corpi delle vittime sarà un’impresa titanica, per i feriti verrà invece allertato il vicino ospedale dove confluiranno i medici e le infermiere volontarie della Croce Rossa dell’ospedale militare italiano di Tallil. Nel Punto Zero, l’Animal House non c’è più, dove prima c’era uno dei punti nevralgici delle operazioni per il mantenimento della pace internazionale, ora c’è un rudere di cemento, scheletri di metallo e un cratere di 7,7 metri di diametro e 2,5 di profondità.

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