TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: carica occultata
DATA: 12 dicembre 1969
STATO: Italia
LUOGO: Milano, Banca Nazionale
dell’Agricoltura
MORTI: 17
FERITI: 88
Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2026
Tempo di
lettura: 26 minuti
Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu
Sono le ore 16:15 del 12 dicembre 1969, è venerdì pomeriggio, Natale è
ormai prossimo, spuntano i primi addobbi e a Milano i negozi sono già affollati.
La sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana è ancora stracolma
di clienti. Normalmente l’orario di chiusura dell’istituto di credito sarebbe
alle ore 16:30, tuttavia oggi è il giorno del mercato e con un po’ di
elasticità la chiusura dei cancelli è stata posticipata per consentire ai
clienti il completamento le proprie incombenze. Fuori piove, un motivo in più
per consentire ai coltivatori diretti, imprenditori agricoli, allevatori,
mediatori, commercianti di mangimi e piccoli risparmiatori di campagna arrivati
da tutta la provincia, di restare all’interno della struttura. La Banca
Nazionale dell'Agricoltura è l’unica a Milano a permettere ai propri correntisti
di prolungare le mediazioni oltre l’orario di chiusura, contrattazioni
effettuate nella grande sala, “la rotonda”, dove al centro, in corrispondenza
del tetto, trova posto un massiccio tavolo ottagonale di mogano con sopra una spessa
lastra di cristallo e un ripiano sottostante in cui i clienti possono sistemare
le proprie borse. In alto, due piani di vetrate circolari dominano l’area
circostante degli uffici amministrativi che vista l’ora tarda si stanno pian
piano svuotando degli impiegati. Tutt’intorno, dietro il bancone circolare vi
stazionano ancora gli sportellisti e i funzionari della banca, in tutto sono una
settantina. L'edificio che ospita la sede si trova al civico 4, a pochi passi
dal Duomo. Occupa un intero lato della piazza, posizionandosi all'angolo con
l'attuale via Beccaria. La facciata presenta i tratti tipici dell'architettura
bancaria e istituzionale milanese della prima metà del Novecento: solida,
austera e imponente. Il piano terra è caratterizzato da ampi ingressi e grandi
vetrate protette da saracinesche, sormontate dalla vistosa insegna della banca.
La piazza antistante, progettata nel Settecento dal celebre architetto Giuseppe
Piermarini, ospita al centro la storica fontana in granito rosa e marmo di
Carrara. Il vero fulcro architettonico dell'edificio, il grande salone centrale
situato al piano terra, è concepito per accogliere un elevato flusso di pubblico
e presenta caratteristiche strutturali ben precise. Il soffitto del salone non
è chiuso da una soletta cieca, ma è sovrastato da una grande struttura a cupola
a vetrate. Questa scelta architettonica permette alla luce naturale di inondare
l'ambiente dall'alto, conferendo respiro e ampiezza all'intero piano terra.
L'area di lavoro degli impiegati è invece separata dallo spazio per il pubblico
tramite un massiccio e lungo bancone di legno e ferro dalla forma tondeggiante
in cui trovano posto, in prima linea, gli sportelli per il pubblico. L'area
centrale, circondata da questi, è volutamente molto ampia per agevolare le
contrattazioni, con al centro geometrico della stanza posizionato il grande
tavolo attorno al quale i clienti sono soliti appoggiarsi per compilare le
distinte, firmare i contratti o semplicemente discutere di affari. Ogni venerdì
pomeriggio il salone si riempie di coltivatori diretti, allevatori e piccoli
imprenditori agricoli che, dopo aver concluso il tradizionale mercato in città,
si ritrovano in banca per saldare i conti. All’esterno, alla fine di via Santa
Tecla, il tassista Cornelio Rolandi ha appena lasciato un individuo in abito
scuro a 130 metri dall’ingresso dell’edificio. È salito sul taxi in piazza
Cesare Beccaria e scendendo dall’auto ha chiesto all’autista di attenderlo
mentre si dirige camminando normalmente, senza fretta, verso la banca. Ha con sé
una grossa borsa da viaggio in vinilpelle, una Mosbach-Gruber fabbricata in
Germania. Pesante, pesantissima, è nera con fibbia di metallo e un gallo inciso
sopra. Il suo nome è Delfo Zorzi, ha 27 anni, è nativo di Mestre, laureato in
Lingue Orientali all’Istituto Universitario Orientale di Napoli è un esponente
di Ordine Nuovo. Questa falange extraparlamentare di estrema destra è appena
nata, è guidata dal politico Clemente Graziani e vi fanno parte alcuni
militanti dell’associazione politico-culturale di estrema destra Centro Studi
Ordine Nuovo fondata nel 1956 dal politico esponente del Movimento
Sociale Italiano Pino Rauti. Assieme a Carlo Maria Maggi, referente per il
Triveneto, 35enne laureato in medicina che esercita la professione presso
l'ospedale geriatrico Giustinian di Venezia e come medico di base nell'isola
della Giudecca, Zorzi guida la cellula veneziana-mestrina del neonato movimento.
Maggi è molto conosciuto e stimato dai pazienti tanto da guadagnandosi la fama
di "medico degli operai" ma dietro questa facciata rispettabile si
cela un ruolo di primo piano all'interno dell'eversione nera italiana.
Inizialmente militante negli anni ’50 e i primi ’60 nel Movimento Sociale
Italiano, l’MSI, da cui è stato espulso proprio a causa dei suoi legami con le
frange più estremiste e radicali, è il massimo dirigente e la mente ideologica
e organizzativa, coordinando una fitta rete di subordinati. Questa
organizzazione, una vera e propria struttura armata articolata in cellule, da
quella di Venezia-Mestre a quella di Padova, forma una rete eversiva protetta
dagli apparati statali e utilizzata in chiave anticomunista. Ogni qualvolta che
una cellula si muove, agisce in maniera del tutto indisturbata attivando con
lei armeria e polveriera. Zorzi, in silenzio, apre la porta a vetri, entra nel
grande atrio della banca, si confonde nel via vai disordinato dei clienti, si
sbottona il cappotto, si toglie il cappello e si siede in uno dei posti
liberi attorno all’enorme tavolo ottagonale che domina il centro del salone.
Nessuno fa caso a lui, ai suoi movimenti ma soprattutto a quello che tiene tra
le mani. Con un occhio ai presenti e uno al grosso orologio appeso al muro, appoggia
la borsa per terra, in posizione un po’ riparata dagli sguardi di chi è seduto
vicino a lui. Non servirebbe nemmeno, nessuno presterà mai attenzione a quella
borsa, una delle tante in una stanza stracolma di persone, almeno un centinaio,
chi discute qua e là, chi va e viene dal bancone, chi fa la fila davanti a uno
sportello per pagare una cambiale, riscuotere un assegno, prelevare del denaro
mentre telefoni squillano e voci si rincorrono con gli accenti più diversi. L’uomo,
penna alla mano e con la testa china su un modulo, spinge con un lento
movimento dei piedi la borsa verso il centro del tavolo. Poi si chiude il
cappotto, si rimette il cappello, si alza e si allontana senza mai voltarsi
indietro, con passo deciso, diretto verso portone d’ingresso. Attraversa di
nuovo il salone e dopo essere passato davanti a quelle facce, a quegli uomini
venuti dalla periferia dove probabilmente non faranno ritorno, esce dalla banca
dove, ad attenderlo, il tassista è ancora lì, con la sua Fiat 600 Multipla col
motore acceso. Zorzi risale senza troppa fretta a bordo della vettura che riparte
proseguendo per la via Santa Tecla in direzione di via Albricci. Rolandi
controlla sempre chi sale sulla sua auto, tenuta con la cura di chi non può
permettersi un’altra macchina, cosa indossa, che bagagli porta, e ha notato che
la valigia che prima c’era ora non c’è più. Non domanda, continua a guardare la
strada e stringere il volante tra le mani. E mentre i due si allontanano dalla
sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, la valigia è lì, da sola, sotto il
pesante tavolo tra le gambe di chi ancora sta compilando i moduli per
terminare, nel poco tempo che resta prima della chiusura, le trattative
finanziarie. È un modello senza il doppio scomparto e alla signora Loretta
Galeazzo, commessa della Valigeria Al Duomo di Padova, era stato chiesto
proprio quello, grande, molto capiente, abbastanza da contenere un volume
equivalente a 7 chilogrammi di esplosivo. La bomba, ad alto potenziale, è
costituita da due unità distinte, una di esplosivo per uso civile, 4
chilogrammi, e una per uso militare, del peso di 3 chilogrammi. Il primo, in
candelotti, è il Vitezit 30, un prodotto per un uso prettamente estrattivo. Con
velocità di detonazione di 6.000 metri al secondo è fabbricato dalla Chemical
Industry Slobodan Princip-Seljo di Vitez, nella Repubblica Socialista Federale
di Jugoslavia. È sostanzialmente una Gelignite, il primo esplosivo plastico
della storia, ed è a base di Nitrocellulosa, un composto chimico con proprietà
infiammabili-esplosive scoperto dal chimico tedesco Christian Friedrich
Schönbein nel 1846, dissolta nella Nitroglicerina, l’esplosivo liquido di
velocità di detonazione pari a 7.700 metri al secondo scoperto dal chimico e
medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 sintetizzando proprio la
Nitrocellulosa, di velocità di detonazione pari a 7.300 metri al secondo, seguendo
gli esperimenti falliti nel 1845 del chimico tedesco Christian Friendrich
Schönbein. Miscelata con polpa di legno e Nitrato di Potassio o di Sodio, la
Gelignite era stata inventata nel 1875 dal chimico e ingegnere svedese Alfred
Nobel, già inventore della Dinamite, ed essendo molto più stabile della prima, poteva
essere maneggiata con maggiore sicurezza tanto da diventare il miglior prodotto
in uso per le attività estrattive, essere fabbricata in enormi quantità e,
grazie al suo potere distruttivo, il primo esplosivo preferito dell’IRA
irlandese che aveva fatto scuola ai “lealisti” di tutto il mondo. Conosciuta
anche col nome di Gelatina, creata per superare alcuni dei limiti tecnici e di
sicurezza della Dinamite tradizionale, è lo stadio intermedio tra la Dinamite a
base attiva, composta da 75% di Nitroglicerina e 25% di segatura e nitrato di
sodio, e la Dinamite a base esplosiva, composta da 92% di Nitroglicerina e 8%
di Nitrocellulosa ed è costituita da un 71% di Nitroglicerina, 4% di
Nitrocellulosa, 18% di Nitrato di sodio e 7% di polvere assorbente. A
differenza della tradizionale, non "suda" Nitroglicerina liquida nel
tempo, riducendo drasticamente il rischio di esplosioni accidentali e grazie alla
sua natura gelatinosa, è quasi completamente impermeabile. Questo la rende
ideale per lavori sotterranei o sottomarini dove la Dinamite tradizionale si
degraderebbe. Inoltre, avendo una consistenza gommosa e plastica, può essere
facilmente modellata o tagliata a fette per essere inserita perfettamente nei
fori di trivellazione senza lasciare spazi vuoti. Inoltre, è leggermente più
potente della Dinamite standard per via dell'elevata concentrazione di
materiali attivi e dell'assenza di farina fossile inerte, non esplode
facilmente per urto, attrito o persino se viene incendiata. Oltre ad essere ampiamente
utilizzata nel settore minerario, nelle cave, nella costruzione di tunnel e
ferrovie, e per la demolizione di grandi rocce, a causa della sua facilità di
modellazione è tristemente famosa come l'esplosivo preferito dagli scassinatori
di casseforti poiché viene premuta direttamente nelle fessure degli sportelli
blindati prima di innescarla. L’impianto di produzione, fondato nel 1950, uno
dei più grandi e importanti complessi in Europa per la produzione di esplosivi,
polvere da sparo, propellenti per razzi e prodotti chimici per uso sia militare
che civile, produce e commercializza sotto questo marchio diverse categorie di
esplosivi commerciali, progettati per adattarsi a diverse condizioni geologiche
e operative, dall’utilizzo per l'estrazione di minerali, carbone e metalli sia
in miniere a cielo aperto che in sotterraneo, all’abbattimento di roccia
destinata alla produzione di ghiaia, cemento o pietre ornamentali, all’impiego nella
costruzione di tunnel, dighe, sbancamenti stradali e ferroviari o per l'abbattimento
di vecchie strutture, edifici industriali o ponti. La cellula dell’organizzazione
è ben fornita di questo particolare esplosivo, ne possiede 200 candelotti, avvolti
in carta paraffina color mattone e comprati da un certo Roberto Rotelli, un simpatizzante
di destra della zona di Venezia-Lido esperto sommozzatore facente parte del Gruppo
Subacquei San Marco e titolare di una società che dispone di questo esplosivo
per le attività di recupero dalle navi affondate. Sono conservati con cura in un
bunker nei pressi del Canale Alberoni-Petroli, un canale
artificiale che collega il Mare Adriatico dalla bocca
del porto di Malamocco al porto commerciale di Marghera attraversando
la laguna di Venezia. Essendo un esplosivo delicato e molto potente ogni
cartuccia è avvolta in carta di giornale e riposta dentro sacchi di juta imbottiti
di segatura al fine di assorbire l’umidità ed evitare un possibile trasudamento
che renderebbe instabile il principio attivo moltiplicandone la sensibilità e
quindi la pericolosità del maneggio. La seconda unità della bomba invece, l’esplosivo
di tipo militare, è costituita da Trinitrotoluene puro. Con velocità di
detonazione pari a 6.900 metri al secondo, confezionato in panetti e preparato per
la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal
chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente
in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt, è arrivato dalla Cecoslovacchia
entrando in Italia dalla Svizzera transitando per la Germania occultato tra le
merci trasportate da vari autoarticolati. Ordine Nuovo lo ha recuperato
dall’unico luogo che al nord ha accesso e possiede in grandi quantità questo
tipo di materiale, uno dei depositi segreti italiani di un’organizzazione
paramilitare dormiente creata per intervenire in caso di un’ipotetica invasione
dell’Europa occidentale da parte del blocco comunista guidato dall’Unione
Sovietica: Gladio. Dipendente dalla NATO, Gladio non è l’unica struttura di
sicurezza parallela presente in Europa, fa parte di un insieme molto più ampio
di operazioni segrete, le “covert operations”, una sorta di rete di strutture
in vari paesi del blocco occidentale chiamata “Stay-Behind” con diramazioni
anche in Grecia, Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi. Con la sua nascita,
ufficialmente il 26 novembre 1956 con un accordo tra la CIA, la Central
Intelligence Agency, e il SIFAR, il Servizio Informazione Forze Armate poi
sostituito dal SID, il Servizio Informazioni Difesa, per il suo smantellamento
nel 1965 a causa della scoperta di attività illegali di dossieraggio su tutta
la classe dirigente italiana in cui raccoglievano informazioni riservate e
delicate che rendevano i politici ricattabili, Gladio era in movimento già dopo
la fine della Seconda guerra mondiale. Con le prime divergenze tra Stati Uniti
e Unione Sovietica, dove agli americani era chiaro che nei paesi all’interno
della loro sfera di influenza bisognava contenere a tutti i costi il comunismo,
la priorità e le attenzioni maggiori erano state focalizzate sull’Italia per
almeno due motivi: per la sua posizione geografica, al “confine” tra blocco
occidentale e blocco sovietico, e per il fatto di avere uno dei partiti
comunisti più forti e strutturati d’Europa, il PCI, il Partito Comunista
Italiano. La Gelignite, che costituisce la carica primaria della bomba, è armata
da un detonatore a fuoco annegato longitudinalmente in uno dei candelotti che
la compongono. Il detonatore, un cilindretto di alluminio lungo 6 centimetri e
del diametro di 45 millimetri versione moderna del tubetto di stagno progettato
da Alfred Nobel nel 1867, contiene all’estremità una piccola quantità di
esplosivo secondario, la Pentrite, uno degli esplosivi più potenti in assoluto,
con velocità di detonazione pari a 8.400 metri al secondo preparata per la
prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, innescata a sua
volta da uno primario, sensibilissimo ad urti e calore, l’Azoturo di Piombo, il
preparato della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory del 1890 con
velocità di detonazione pari a 5.300 metri al secondo. All’interno del
detonatore è crimpato sulla estremità opposta uno spezzone di pochi centimetri
di miccia del tipo a lenta combustione calibrata per un percorso della fiamma
di 1 metro ogni 120 secondi. Questa miccia è la diretta discendente della corda
di canapa catramata brevettata il 6 settembre 1836 da William Bickford,
costituita da un cordone di cotone di colore nero rivestito in catrame per
impermeabilizzarlo e del diametro di 5 millimetri, con all’interno un’anima di
Polvere Nera costituita da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e
11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e
scienziato Ruggero Bacone nel 1249 modificando quella comparsa per la prima
volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao nel 1044 che nel 1044 suggeriva il
dosaggio di un 74% in peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11%
in peso di zolfo. Alla miccia è nastrato con estrema cura un fiammifero controvento,
un fiammifero speciale progettato per resistere a raffiche di vento forti e
umidità, caratterizzato da una capocchia molto lunga rivestita da una cera
impermeabile protettiva e che copre i due terzi del bastoncino, a base di
solfuro di antimonio e clorato di potassio in grado di rilasciare ossigeno
durante la combustione. Il fiammifero, studiato per bruciare in modo vigoroso,
è avvolto da un sottilissimo filo di nichelcromo, universalmente conosciuto e
utilizzato per la sua eccezionale capacità di generare calore quando viene
attraversato da corrente elettrica. Essendo ad alta resistività elettrica, questo
materiale oppone una forte resistenza al passaggio della corrente elettrica
facendo sì che l'energia elettrica si trasformi rapidamente in calore. Quando
il nichelcromo si riscalda, il cromo presente nella lega reagisce con
l'ossigeno formando un sottile strato esterno di ossido di cromo,
termodinamicamente stabile, che protegge il filo sottostante dall'ulteriore
ossidazione o dalla fusione e quindi di lavorare in maniera perfetta. Inoltre,
avendo un punto di fusione elevato, generalmente intorno ai 1.400 gradi centigradi,
gli permette di operare anche incandescente. Questo particolare elemento è
collegato ad un congegno da cucina ad orologeria meccanico-elettrico prodotto
dalla tedesca Junghans-Diehl con un arco massimo di 60 minuti del tipo Diehl
60/m/n/d a deviazione, e venduto dalla ditta Gavotti di Milano. Franco Freda di
questi ne aveva acquistati 50, li aveva fatti arrivare alla Gavotti a settembre
ordinandoli dalla Elettrocontrolli di Bologna dove Tullio Fabris, il suo
elettricista, li aveva ritirati per poi consegnarli alla segretaria del suo studio
assieme a 5 metri di filo di nichel-cromo. Fabris era estraneo al gruppo e a
qualsiasi militanza politica, era semplicemente l’elettricista a cui Freda,
dopo averlo impiegato in alcuni comuni lavori da artigiano nella fase di
rinnovo dell’arredamento del suo studio di Padova, aveva chiesto, in confidenza
e approfittando di ingenuità e buona fede, alcune delucidazioni sul funzionamento
del Diehl a deviazione con la scusa di una riparazione del timer della sua
lavapiatti. Per silenziare il suo ticchettio, avevano deciso di chiuderlo
ermeticamente in una cassetta metallica porta-valori in lamiera d’acciaio con
verniciatura martellata di marca Juwel, delle dimensioni di 30 centimetri per
24 per 9, con serratura a cilindro, maniglia e apertura a cerniera e fabbricata
a Lainate, assieme alla parte innescante dell’ordigno alimentato e completato
da due pile da 4,5 Volt. La seconda, chiusa in un involucro plastico, era stato
deciso di nastrarla perfettamente aderente alla prima, con un volume
complessivo che era andato a riempire nella sua interezza l’interno della
Mosbach-Gruber. 28enne militante neofascista “nazimaoista” per le sue teorie a
metà strada tra nazismo e maoismo, Freda, laureato in giurisprudenza
all’Università di Padova e avvocato, ha sviluppato negli anni un pensiero che
unisce il tradizionalismo radicale, ispirato a Julius Evola, con teorie
anticapitaliste. Conosciuto come “l’editore” per il suo lavoro, nonché per la
fondazione nel 1963 delle “Edizioni di Ar”, casa editrice specializzata nella
pubblicazione di testi filosofici, politici e saggistici legati alla
tradizione, al fascismo, al nazionalsocialismo e al pensiero anticonformista, ha
alle spalle 29 feriti per tre bombe esplose a Milano il 25 aprile, una alla Fiera
Campionaria e due alla Stazione Centrale, e altre 8 esplose il 9 agosto
all’interno di treni in sosta alle stazioni di Chiari, Grasignano di Zocco,
Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira. Figura ideologica e operativa
centrale dell'eversione di estrema destra in Italia, è membro della cellula
padovana di Ordine Nuovo che gestisce con Giovanni Ventura, 25enne laureando in
filosofia, proprietario della libreria “Ezzelino”, punto di riferimento per
l'estrema destra locale, ed editore con pubblicazioni come la rivista
ciclostilata “Reazione” caratterizzata da toni radicali e neonazisti alternando
testi di matrice tradizionalista a letture eterodosse, che rende conto ad un
attivista di estrema destra, Guido Giannettini, giornalista ed agente del SID,
il Servizio di Informazioni e Difesa italiano, con cui ha in comune
l’esplosivista e l’artificiere della cellula, Carlo Digilio. Col nome in codice
“Erodoto”, il 32enne romano, militare di carriera, Digilio si era occupato
della costruzione della bomba e dei test effettuati nel periodo tra ottobre e
novembre serviti a sperimentare il sistema di armamento. Ne erano serviti tre
per mettere a punto i contatti e le lunghezze ottimali dei segmenti affinchè le
accensioni dei vari elementi avvenissero nella maniera corretta e l’energia
delle batterie venisse trasferita al detonatore senza sbavature e la sua
attivazione avvenisse prima che i fumi del fiammifero prima e della miccia poi,
potessero essere notati dalle persone vicine alla borsa. Sono le ore 16:36 e nell’atrio
della banca i clienti stanno concludendo le contrattazioni. Qualcuno sta ancora
firmando delle cambiali, altri invece si scambiano dati e informazioni. All’interno
della borsa il ticchettio ovattato del congegno meccanico a tempo ha iniziato a
scandire l’ultimo minuto. C’è ancora qualcuno seduto al tavolo, scrive,
chiacchiera, mentre il disco-orario arriva a zero. La piccola vela di plastica
che termina il giro chiude il circuito elettrico. La corrente, dalle batterie tramite
un filo elettrico arriva al quello di nichel-cromo che in pochi secondi si
arroventa scaldando la pasta di clorato di potassio e solfuro di antimonio
della capocchia del fiammifero controvento. Questa, grazie alla miscela chimica
ricca di ossigeno e in grado di bruciare in modo molto vivo senza dipendere
unicamente dall'ossigeno esterno, con la reazione chimica che genera calore e
gas caldi intensi capaci di auto-alimentarsi, si accende a razzo sullo spezzone
di miccia con cui è a contatto. In una frazione di secondo l’anima di Polvere
Nera si infiamma con una nuvola di fumo bianco che a stento viene trattenuta
dal contenitore metallico. Pochi secondi e qualcuno seduto al tavolo inizia a
sentire l’odore acre, metallico e pungente di zolfo e catrame bruciato, segno
che la fiamma sta sciogliendo i centimetri del cordone impermeabile. I clienti
al tavolo si guardano, e mentre l’odore si fa più intenso la fiamma penetra
nell’estremità cava della capsula del detonatore. La carica primaria si
innesca, in una reazione a catena di pochi attimi l’Azoturo di Piombo accende
la Pentrite che attiva la Gelignite. Sono le ore 16:37, il Vitezit 30 della
prima carica detona innescando per simpatia la seconda. Una luce e il boato fa
tremare il tetto a cupola del grande salone. La borsa si squarcia. I 4
chilogrammi di Gelignite e i 3 di Tritolo, che producono rispettivamente 3.520
litri e 2.250 litri di gas ad altissima pressione per un totale di circa 5.770
litri, ovvero 5.77 metri cubi, volume che i gas occuperebbero se venissero
istantaneamente riportati e misurati a temperatura ambiente, nella realtà
fisica della detonazione, la violentissima reazione esotermica innalza la
temperatura dei prodotti gassosi fino a 4.000 gradi centigradi, tendendo ad
occupare un volume oltre 10 volte superiore rispetto allo zero termico. Nell'istante
esatto dell'esplosione, questa massa gassosa si espande quasi istantaneamente ad
un volume di oltre 60 metri cubi che devasta quello che incontra. Questa
differenza estrema, la grande quantità di gas confinata inizialmente nel volume
solido dei 7 chilogrammi di materiale, che si espande a velocità supersoniche,
sposta violentemente l'aria circostante generando un’onda di sovrapressione
distruttiva che provoca lesioni interne immediate senza necessità di impatto
fisico visibile, a chi si trova nel suo raggio d’azione, rompendo i timpani e
provocando emorragie interne e lesioni ai polmoni e agli organi addominali da
compressione dell'aria, con ustioni di secondo e terzo grado al volto e al
corpo causate invece dalla vampata di calore. Il tavolo sobbalza, l’involucro
metallico della cassetta porta-valori Juwel e le parti del tavolo si
polverizzano in centinaia di schegge affilate. Poiché l'ordigno era a terra
sotto il tavolo, la gran parte delle schegge metalliche investe gli arti
inferiori e il bacino delle persone vicine che perdono immediatamente le gambe prima
ancora di essere colpite dai proiettili scagliati in tutte le direzioni. L’onda
d’urto, dopo aver polverizzato il tavolo, frantuma le vetrate interne e
scardina quelle perimetrali, raggiunge il primo piano sorprendendo l’impiegato
dello sportello numero 15, Fortunato Zinni, che sta chiudendo la vetrata con la
schiena appoggiata al vetro. L’uomo viene scagliato tre metri in avanti contro
lo schedario di metallo mentre alle sue spalle la vetrata frana nel salone. La
sovrapressione, che prosegue verso l’altro, fa saltare il grande lucernario in
vetro in cima al salone. Migliaia di frammenti di vetro si trasformano in coltelli
che precipitano verso il basso. Gli uffici vengono devastati, 17 persone vengono
smembrate. Schegge di legno, pietra e metallo hanno trafitto ogni cosa in tutte
le direzioni. In 13 muoiono sul colpo, altri 4 poco dopo. Il fragore
dell’assordante boato è sostituito da un momentaneo silenzio. Lo spettacolo è
spettrale: fumo e detriti sono ovunque, i resti umani anche sulla cupola. Alcuni
corpi stanno bruciando nella penombra del salone, tra il pulviscolo e il fumo soffocanti.
Una ragazzina sporca di sangue impastato dalla polvere ha il viso dilaniato dai
pezzi di cristallo, camminando per la sala cerca il suo braccio strappatole di
netto. Non riesce a fare che pochi metri prima di crollare a terra priva di
sensi. L’atrio è pieno di cadaveri, molti non hanno neanche più una forma.
Negli uffici, tra gli arredi rovinati a terra i telefoni non cessano di squillare.
Dall’altro capo c’è la questura, dove è scattato l’allarme. A sollevare la
cornetta è un impiegato, ancora vivo e sotto shock, arrivato al telefono
muovendosi a tastoni tra gli scaffali e le scrivanie in un buio circondato dal
fumo e dai lamenti dei feriti. É Fortunato Zinni. “Che cosa vede?”, gli domanda
il poliziotto all’altro capo del filo, in via Fatebenefratelli. “Un braccio,
vedo un braccio”. Con una mano tesa in avanti e una a sorreggersi alla parete,
l’uomo cerca di mettere timidamente un piede davanti all’altro. Vede una mano,
poi un altro braccio, ora una gamba. Giù in basso due uomini strisciano, non
hanno più le gambe, dietro di loro il sangue si mischia ai calcinacci. Chi può,
cerca di raggiungere l’esterno camminando alla cieca. L’odore acre, pungente, come
di carne bruciata misto a disinfettante rende l’aria irrespirabile. 88 persone
sono coperte di sangue, cercano soccorso, gridano, supplicano l’aiuto di una città
che minuto dopo minuto sta venendo avvolta da un silenzioso terrore rotto dalle
sirene laceranti delle ambulanze che percorrono le strade di Milano a tutta
velocità. All’interno della banca il pavimento del salone è stato squarciato,
al centro presenta una voragine di un metro e mezzo di diametro. Ha contorni
nettissimi, l’onda d’urto verso il basso ha rotto la piallatura di copertura,
la soletta di cemento e parte dell’armatura della struttura in calcestruzzo
armato tanto da rendere comunicante il piano con quello sottostante. La
resistenza opposta in basso dalla soletta di cemento del pavimento e in alto
dal pesante massello in mogano del tavolo ha fatto sfogare la potenza dell’onda
esplosiva in orizzontale, verso la parte sinistra della rotonda. È qui che ha
fatto il maggior numero di morti. Sono le ore 16:40, al Palazzo di Giustizia, a
due passi da piazza Fontana, la notizia viene comunicata per telefono. Il
Procuratore Capo Enrico De Peppo e il sostituto di turno, Ugo Paolillo, escono
dai loro uffici e raggiungono quasi di corsa il luogo della strage dove ad
attenderli trovano il questore Marcello Guida, il cardinale Giovanni Colombo e
il Direttore Generale della banca, Pietro Macchiarella. I presenti sono atterriti
da questo macabro spettacolo. Un braccio è accanto al muro, una testa, sul
pavimento è vicino ad una sedia, il sangue che colora il vetro polverizzato e porzioni
più piccole che spuntano da ogni parte hanno trasformato l’atrio della banca in
una macelleria degli orrori. Gocce di sangue scendono cadenzate sul pavimento
da pezzi di carne schiacciato contro l’intonaco dei muri e sulla cupola. Nel
grande emiciclo i cadaveri sono a terra sopra vetri, pezzi di mobili e cemento.
I loro corpi, dilaniati, frantumati, sono in mezzo a pozze di sangue e un fetido
odore di morte. Il pesante silenzio è rotto solo da un pianto isolato. All’esterno,
due uomini letteralmente scaraventati fuori dalle vetrate sono ancora a terra, sull’asfalto,
mentre all’interno, negli uffici c’è chi, sventrato grida cercando di tenere
chiusa la pancia con le mani. La palla di fuoco e la successiva onda d’urto
rimbalzando sulla parete hanno provocato il crollo del rivestimento in mattoni
forati che delimitava l’angolo posteriore sinistro del locale. L’onda d’urto, dilagandosi
nella rotonda frantumando prima i divisori di vetro degli sportelli del bancone
circolare, poi le vetrate del primo e del secondo piano, e dopo ancora quelle
della cupola sovrastante trasformando i vetri in una pioggia che ha martoriato
ulteriormente i corpi dei clienti inermi stesi sul pavimento, si è incanalata da
una parte, nel corridoio che immette nei sotterranei facendolo collassare, e dall’altra,
verso esterno, sfogando la sua energia distruttiva dalle vetrate sul piazzale
antistante investendo auto e passanti sbalzandoli verso la piazza prima di
essere colpiti dai frammenti di cemento staccatisi dalla facciata. È una carneficina,
un evento che nessuno credeva sarebbe mai successo. Ma c’è una seconda bomba e si
trova nella sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, a neppure un chilometro in linea
d’aria da piazza Fontana. È lì, immobile, avrebbe dovuto esplodere, a banca
chiusa, ma qualcosa non ha funzionato, forse nei collegamenti, ma il meccanismo
si è bloccato. Altre tre invece hanno funzionato come da progetto, stavolta a
Roma, nella Capitale: la prima ha ferito 14 persone, innescandosi alle ore 16:55
nel passaggio sotterraneo che collega l'entrata della Banca Nazionale del
Lavoro di via Veneto con quella di via di San Basilio; la seconda si è
innescata alle ore 17:20 davanti all'Altare della
Patria, sotto il pennone della bandiera; la terza ha ferito 4
persone armandosi alle ore 17:30, proprio davanti all'ingresso del Museo Centrale del Risorgimento,
nella centralissima piazza Venezia. A piazza Fontana invece il
dottor Paolillo cammina per il salone, guardandosi intorno, incredulo, si
sforza di trovare le parole per dare le prime disposizioni, ordinare i primi
accertamenti, coordinare gli interventi. Ci sono detriti ovunque, distruzione,
ma il bancone, seppur parzialmente distrutto dall'esplosione, ha fatto da scudo
all'onda d'urto per molti dei dipendenti seduti dietro agli sportelli, salvando
loro la vita. Fuori intanto si è radunata una folla, la città è divisa tra lo
stupore e lo sdegno, l’orrore e l’indignazione. Queste bombe, questi segnali,
hanno appena inaugurato uno dei periodi più bui della nostra epoca, sarà
l’inizio di una serie preordinata e ben congegnata di eventi atti alla
destabilizzazione del paese, complici la forte ondata di lotte sociali di
questi ultimi due anni e l’avanzata elettorale del Partito Comunista Italiano,
questi eventi saranno volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura
diffusa nella popolazione tali da far giustificare o addirittura auspicare
svolte di tipo autoritario, trasformando l’Italia in una sorta di dittatura
“morbida”. Una strategia eversiva, questa, gestita da una pluralità di
soggetti: la componente neofascista e rivoluzionaria, mera manovalanza, che
spinta da elementi infiltrati all’interno la spingeranno a compiere azioni
terroristiche, la componente dei servizi segreti del SID, che non privi di
complicità e legami internazionali forniranno gli elementi infiltranti e garantiranno
la copertura degli eventi attribuendone la paternità ad altri o sfruttando
mediaticamente a proprio favore perfino episodi esterni alla strategia, e la
componente massonica, che fungerà da direttivo. Lo stragismo degli anni
Settanta è cominciato.
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