01 ottobre, 2021

Milano, Banca Nazionale dell'Agricoltura, 12 dicembre 1969

TIPOLOGIA: attentato
CAUSE: carica occultata
DATA: 12 dicembre 1969
STATO: Italia
LUOGO: Milano, Banca Nazionale dell’Agricoltura
MORTI: 17
FERITI: 88

Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2026

Tempo di lettura: 26 minuti

Analisi e ricostruzione a cura di Luigi Sistu

Sono le ore 16:15 del 12 dicembre 1969, è venerdì pomeriggio, Natale è ormai prossimo, spuntano i primi addobbi e a Milano i negozi sono già affollati. La sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana è ancora stracolma di clienti. Normalmente l’orario di chiusura dell’istituto di credito sarebbe alle ore 16:30, tuttavia oggi è il giorno del mercato e con un po’ di elasticità la chiusura dei cancelli è stata posticipata per consentire ai clienti il completamento le proprie incombenze. Fuori piove, un motivo in più per consentire ai coltivatori diretti, imprenditori agricoli, allevatori, mediatori, commercianti di mangimi e piccoli risparmiatori di campagna arrivati da tutta la provincia, di restare all’interno della struttura. La Banca Nazionale dell'Agricoltura è l’unica a Milano a permettere ai propri correntisti di prolungare le mediazioni oltre l’orario di chiusura, contrattazioni effettuate nella grande sala, “la rotonda”, dove al centro, in corrispondenza del tetto, trova posto un massiccio tavolo ottagonale di mogano con sopra una spessa lastra di cristallo e un ripiano sottostante in cui i clienti possono sistemare le proprie borse. In alto, due piani di vetrate circolari dominano l’area circostante degli uffici amministrativi che vista l’ora tarda si stanno pian piano svuotando degli impiegati. Tutt’intorno, dietro il bancone circolare vi stazionano ancora gli sportellisti e i funzionari della banca, in tutto sono una settantina. L'edificio che ospita la sede si trova al civico 4, a pochi passi dal Duomo. Occupa un intero lato della piazza, posizionandosi all'angolo con l'attuale via Beccaria. La facciata presenta i tratti tipici dell'architettura bancaria e istituzionale milanese della prima metà del Novecento: solida, austera e imponente. Il piano terra è caratterizzato da ampi ingressi e grandi vetrate protette da saracinesche, sormontate dalla vistosa insegna della banca. La piazza antistante, progettata nel Settecento dal celebre architetto Giuseppe Piermarini, ospita al centro la storica fontana in granito rosa e marmo di Carrara. Il vero fulcro architettonico dell'edificio, il grande salone centrale situato al piano terra, è concepito per accogliere un elevato flusso di pubblico e presenta caratteristiche strutturali ben precise. Il soffitto del salone non è chiuso da una soletta cieca, ma è sovrastato da una grande struttura a cupola a vetrate. Questa scelta architettonica permette alla luce naturale di inondare l'ambiente dall'alto, conferendo respiro e ampiezza all'intero piano terra. L'area di lavoro degli impiegati è invece separata dallo spazio per il pubblico tramite un massiccio e lungo bancone di legno e ferro dalla forma tondeggiante in cui trovano posto, in prima linea, gli sportelli per il pubblico. L'area centrale, circondata da questi, è volutamente molto ampia per agevolare le contrattazioni, con al centro geometrico della stanza posizionato il grande tavolo attorno al quale i clienti sono soliti appoggiarsi per compilare le distinte, firmare i contratti o semplicemente discutere di affari. Ogni venerdì pomeriggio il salone si riempie di coltivatori diretti, allevatori e piccoli imprenditori agricoli che, dopo aver concluso il tradizionale mercato in città, si ritrovano in banca per saldare i conti. All’esterno, alla fine di via Santa Tecla, il tassista Cornelio Rolandi ha appena lasciato un individuo in abito scuro a 130 metri dall’ingresso dell’edificio. È salito sul taxi in piazza Cesare Beccaria e scendendo dall’auto ha chiesto all’autista di attenderlo mentre si dirige camminando normalmente, senza fretta, verso la banca. Ha con sé una grossa borsa da viaggio in vinilpelle, una Mosbach-Gruber fabbricata in Germania. Pesante, pesantissima, è nera con fibbia di metallo e un gallo inciso sopra. Il suo nome è Delfo Zorzi, ha 27 anni, è nativo di Mestre, laureato in Lingue Orientali all’Istituto Universitario Orientale di Napoli è un esponente di Ordine Nuovo. Questa falange extraparlamentare di estrema destra è appena nata, è guidata dal politico Clemente Graziani e vi fanno parte alcuni militanti dell’associazione politico-culturale di estrema destra Centro Studi Ordine Nuovo fondata nel 1956 dal politico esponente del Movimento Sociale Italiano Pino Rauti. Assieme a Carlo Maria Maggi, referente per il Triveneto, 35enne laureato in medicina che esercita la professione presso l'ospedale geriatrico Giustinian di Venezia e come medico di base nell'isola della Giudecca, Zorzi guida la cellula veneziana-mestrina del neonato movimento. Maggi è molto conosciuto e stimato dai pazienti tanto da guadagnandosi la fama di "medico degli operai" ma dietro questa facciata rispettabile si cela un ruolo di primo piano all'interno dell'eversione nera italiana. Inizialmente militante negli anni ’50 e i primi ’60 nel Movimento Sociale Italiano, l’MSI, da cui è stato espulso proprio a causa dei suoi legami con le frange più estremiste e radicali, è il massimo dirigente e la mente ideologica e organizzativa, coordinando una fitta rete di subordinati. Questa organizzazione, una vera e propria struttura armata articolata in cellule, da quella di Venezia-Mestre a quella di Padova, forma una rete eversiva protetta dagli apparati statali e utilizzata in chiave anticomunista. Ogni qualvolta che una cellula si muove, agisce in maniera del tutto indisturbata attivando con lei armeria e polveriera. Zorzi, in silenzio, apre la porta a vetri, entra nel grande atrio della banca, si confonde nel via vai disordinato dei clienti, si sbottona il cappotto, si toglie il cappello e si siede in uno dei posti liberi attorno all’enorme tavolo ottagonale che domina il centro del salone. Nessuno fa caso a lui, ai suoi movimenti ma soprattutto a quello che tiene tra le mani. Con un occhio ai presenti e uno al grosso orologio appeso al muro, appoggia la borsa per terra, in posizione un po’ riparata dagli sguardi di chi è seduto vicino a lui. Non servirebbe nemmeno, nessuno presterà mai attenzione a quella borsa, una delle tante in una stanza stracolma di persone, almeno un centinaio, chi discute qua e là, chi va e viene dal bancone, chi fa la fila davanti a uno sportello per pagare una cambiale, riscuotere un assegno, prelevare del denaro mentre telefoni squillano e voci si rincorrono con gli accenti più diversi. L’uomo, penna alla mano e con la testa china su un modulo, spinge con un lento movimento dei piedi la borsa verso il centro del tavolo. Poi si chiude il cappotto, si rimette il cappello, si alza e si allontana senza mai voltarsi indietro, con passo deciso, diretto verso portone d’ingresso. Attraversa di nuovo il salone e dopo essere passato davanti a quelle facce, a quegli uomini venuti dalla periferia dove probabilmente non faranno ritorno, esce dalla banca dove, ad attenderlo, il tassista è ancora lì, con la sua Fiat 600 Multipla col motore acceso. Zorzi risale senza troppa fretta a bordo della vettura che riparte proseguendo per la via Santa Tecla in direzione di via Albricci. Rolandi controlla sempre chi sale sulla sua auto, tenuta con la cura di chi non può permettersi un’altra macchina, cosa indossa, che bagagli porta, e ha notato che la valigia che prima c’era ora non c’è più. Non domanda, continua a guardare la strada e stringere il volante tra le mani. E mentre i due si allontanano dalla sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, la valigia è lì, da sola, sotto il pesante tavolo tra le gambe di chi ancora sta compilando i moduli per terminare, nel poco tempo che resta prima della chiusura, le trattative finanziarie. È un modello senza il doppio scomparto e alla signora Loretta Galeazzo, commessa della Valigeria Al Duomo di Padova, era stato chiesto proprio quello, grande, molto capiente, abbastanza da contenere un volume equivalente a 7 chilogrammi di esplosivo. La bomba, ad alto potenziale, è costituita da due unità distinte, una di esplosivo per uso civile, 4 chilogrammi, e una per uso militare, del peso di 3 chilogrammi. Il primo, in candelotti, è il Vitezit 30, un prodotto per un uso prettamente estrattivo. Con velocità di detonazione di 6.000 metri al secondo è fabbricato dalla Chemical Industry Slobodan Princip-Seljo di Vitez, nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. È sostanzialmente una Gelignite, il primo esplosivo plastico della storia, ed è a base di Nitrocellulosa, un composto chimico con proprietà infiammabili-esplosive scoperto dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein nel 1846, dissolta nella Nitroglicerina, l’esplosivo liquido di velocità di detonazione pari a 7.700 metri al secondo scoperto dal chimico e medico italiano Ascanio Sobrero nel 1847 sintetizzando proprio la Nitrocellulosa, di velocità di detonazione pari a 7.300 metri al secondo, seguendo gli esperimenti falliti nel 1845 del chimico tedesco Christian Friendrich Schönbein. Miscelata con polpa di legno e Nitrato di Potassio o di Sodio, la Gelignite era stata inventata nel 1875 dal chimico e ingegnere svedese Alfred Nobel, già inventore della Dinamite, ed essendo molto più stabile della prima, poteva essere maneggiata con maggiore sicurezza tanto da diventare il miglior prodotto in uso per le attività estrattive, essere fabbricata in enormi quantità e, grazie al suo potere distruttivo, il primo esplosivo preferito dell’IRA irlandese che aveva fatto scuola ai “lealisti” di tutto il mondo. Conosciuta anche col nome di Gelatina, creata per superare alcuni dei limiti tecnici e di sicurezza della Dinamite tradizionale, è lo stadio intermedio tra la Dinamite a base attiva, composta da 75% di Nitroglicerina e 25% di segatura e nitrato di sodio, e la Dinamite a base esplosiva, composta da 92% di Nitroglicerina e 8% di Nitrocellulosa ed è costituita da un 71% di Nitroglicerina, 4% di Nitrocellulosa, 18% di Nitrato di sodio e 7% di polvere assorbente. A differenza della tradizionale, non "suda" Nitroglicerina liquida nel tempo, riducendo drasticamente il rischio di esplosioni accidentali e grazie alla sua natura gelatinosa, è quasi completamente impermeabile. Questo la rende ideale per lavori sotterranei o sottomarini dove la Dinamite tradizionale si degraderebbe. Inoltre, avendo una consistenza gommosa e plastica, può essere facilmente modellata o tagliata a fette per essere inserita perfettamente nei fori di trivellazione senza lasciare spazi vuoti. Inoltre, è leggermente più potente della Dinamite standard per via dell'elevata concentrazione di materiali attivi e dell'assenza di farina fossile inerte, non esplode facilmente per urto, attrito o persino se viene incendiata. Oltre ad essere ampiamente utilizzata nel settore minerario, nelle cave, nella costruzione di tunnel e ferrovie, e per la demolizione di grandi rocce, a causa della sua facilità di modellazione è tristemente famosa come l'esplosivo preferito dagli scassinatori di casseforti poiché viene premuta direttamente nelle fessure degli sportelli blindati prima di innescarla. L’impianto di produzione, fondato nel 1950, uno dei più grandi e importanti complessi in Europa per la produzione di esplosivi, polvere da sparo, propellenti per razzi e prodotti chimici per uso sia militare che civile, produce e commercializza sotto questo marchio diverse categorie di esplosivi commerciali, progettati per adattarsi a diverse condizioni geologiche e operative, dall’utilizzo per l'estrazione di minerali, carbone e metalli sia in miniere a cielo aperto che in sotterraneo, all’abbattimento di roccia destinata alla produzione di ghiaia, cemento o pietre ornamentali, all’impiego nella costruzione di tunnel, dighe, sbancamenti stradali e ferroviari o per l'abbattimento di vecchie strutture, edifici industriali o ponti. La cellula dell’organizzazione è ben fornita di questo particolare esplosivo, ne possiede 200 candelotti, avvolti in carta paraffina color mattone e comprati da un certo Roberto Rotelli, un simpatizzante di destra della zona di Venezia-Lido esperto sommozzatore facente parte del Gruppo Subacquei San Marco e titolare di una società che dispone di questo esplosivo per le attività di recupero dalle navi affondate. Sono conservati con cura in un bunker nei pressi del Canale Alberoni-Petroli, un canale artificiale che collega il Mare Adriatico dalla bocca del porto di Malamocco al porto commerciale di Marghera attraversando la laguna di Venezia. Essendo un esplosivo delicato e molto potente ogni cartuccia è avvolta in carta di giornale e riposta dentro sacchi di juta imbottiti di segatura al fine di assorbire l’umidità ed evitare un possibile trasudamento che renderebbe instabile il principio attivo moltiplicandone la sensibilità e quindi la pericolosità del maneggio. La seconda unità della bomba invece, l’esplosivo di tipo militare, è costituita da Trinitrotoluene puro. Con velocità di detonazione pari a 6.900 metri al secondo, confezionato in panetti e preparato per la prima volta nel 1863 dal chimico tedesco Julius Wilbrand, perfezionato dal chimico tedesco Hermann Frantz Moritz Kopp nel 1888 e prodotto industrialmente in Germania un anno dopo col nome di Tritolo o Tnt, è arrivato dalla Cecoslovacchia entrando in Italia dalla Svizzera transitando per la Germania occultato tra le merci trasportate da vari autoarticolati. Ordine Nuovo lo ha recuperato dall’unico luogo che al nord ha accesso e possiede in grandi quantità questo tipo di materiale, uno dei depositi segreti italiani di un’organizzazione paramilitare dormiente creata per intervenire in caso di un’ipotetica invasione dell’Europa occidentale da parte del blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica: Gladio. Dipendente dalla NATO, Gladio non è l’unica struttura di sicurezza parallela presente in Europa, fa parte di un insieme molto più ampio di operazioni segrete, le “covert operations”, una sorta di rete di strutture in vari paesi del blocco occidentale chiamata “Stay-Behind” con diramazioni anche in Grecia, Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi. Con la sua nascita, ufficialmente il 26 novembre 1956 con un accordo tra la CIA, la Central Intelligence Agency, e il SIFAR, il Servizio Informazione Forze Armate poi sostituito dal SID, il Servizio Informazioni Difesa, per il suo smantellamento nel 1965 a causa della scoperta di attività illegali di dossieraggio su tutta la classe dirigente italiana in cui raccoglievano informazioni riservate e delicate che rendevano i politici ricattabili, Gladio era in movimento già dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Con le prime divergenze tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dove agli americani era chiaro che nei paesi all’interno della loro sfera di influenza bisognava contenere a tutti i costi il comunismo, la priorità e le attenzioni maggiori erano state focalizzate sull’Italia per almeno due motivi: per la sua posizione geografica, al “confine” tra blocco occidentale e blocco sovietico, e per il fatto di avere uno dei partiti comunisti più forti e strutturati d’Europa, il PCI, il Partito Comunista Italiano. La Gelignite, che costituisce la carica primaria della bomba, è armata da un detonatore a fuoco annegato longitudinalmente in uno dei candelotti che la compongono. Il detonatore, un cilindretto di alluminio lungo 6 centimetri e del diametro di 45 millimetri versione moderna del tubetto di stagno progettato da Alfred Nobel nel 1867, contiene all’estremità una piccola quantità di esplosivo secondario, la Pentrite, uno degli esplosivi più potenti in assoluto, con velocità di detonazione pari a 8.400 metri al secondo preparata per la prima volta nel 1891 dal chimico tedesco Bernhard Tollens, innescata a sua volta da uno primario, sensibilissimo ad urti e calore, l’Azoturo di Piombo, il preparato della Curtis's and Harvey Ltd Explosives Factory del 1890 con velocità di detonazione pari a 5.300 metri al secondo. All’interno del detonatore è crimpato sulla estremità opposta uno spezzone di pochi centimetri di miccia del tipo a lenta combustione calibrata per un percorso della fiamma di 1 metro ogni 120 secondi. Questa miccia è la diretta discendente della corda di canapa catramata brevettata il 6 settembre 1836 da William Bickford, costituita da un cordone di cotone di colore nero rivestito in catrame per impermeabilizzarlo e del diametro di 5 millimetri, con all’interno un’anima di Polvere Nera costituita da 74,65% di nitrato di potassio, 13,50% di carbone e 11,85% di zolfo, ricetta arrivata ai giorni nostri grazie al monaco e scienziato Ruggero Bacone nel 1249 modificando quella comparsa per la prima volta in un'opera di Wu Ching Toung Yao nel 1044 che nel 1044 suggeriva il dosaggio di un 74% in peso di nitrato di potassio, 15% in peso di carbone e 11% in peso di zolfo. Alla miccia è nastrato con estrema cura un fiammifero controvento, un fiammifero speciale progettato per resistere a raffiche di vento forti e umidità, caratterizzato da una capocchia molto lunga rivestita da una cera impermeabile protettiva e che copre i due terzi del bastoncino, a base di solfuro di antimonio e clorato di potassio in grado di rilasciare ossigeno durante la combustione. Il fiammifero, studiato per bruciare in modo vigoroso, è avvolto da un sottilissimo filo di nichelcromo, universalmente conosciuto e utilizzato per la sua eccezionale capacità di generare calore quando viene attraversato da corrente elettrica. Essendo ad alta resistività elettrica, questo materiale oppone una forte resistenza al passaggio della corrente elettrica facendo sì che l'energia elettrica si trasformi rapidamente in calore. Quando il nichelcromo si riscalda, il cromo presente nella lega reagisce con l'ossigeno formando un sottile strato esterno di ossido di cromo, termodinamicamente stabile, che protegge il filo sottostante dall'ulteriore ossidazione o dalla fusione e quindi di lavorare in maniera perfetta. Inoltre, avendo un punto di fusione elevato, generalmente intorno ai 1.400 gradi centigradi, gli permette di operare anche incandescente. Questo particolare elemento è collegato ad un congegno da cucina ad orologeria meccanico-elettrico prodotto dalla tedesca Junghans-Diehl con un arco massimo di 60 minuti del tipo Diehl 60/m/n/d a deviazione, e venduto dalla ditta Gavotti di Milano. Franco Freda di questi ne aveva acquistati 50, li aveva fatti arrivare alla Gavotti a settembre ordinandoli dalla Elettrocontrolli di Bologna dove Tullio Fabris, il suo elettricista, li aveva ritirati per poi consegnarli alla segretaria del suo studio assieme a 5 metri di filo di nichel-cromo. Fabris era estraneo al gruppo e a qualsiasi militanza politica, era semplicemente l’elettricista a cui Freda, dopo averlo impiegato in alcuni comuni lavori da artigiano nella fase di rinnovo dell’arredamento del suo studio di Padova, aveva chiesto, in confidenza e approfittando di ingenuità e buona fede, alcune delucidazioni sul funzionamento del Diehl a deviazione con la scusa di una riparazione del timer della sua lavapiatti. Per silenziare il suo ticchettio, avevano deciso di chiuderlo ermeticamente in una cassetta metallica porta-valori in lamiera d’acciaio con verniciatura martellata di marca Juwel, delle dimensioni di 30 centimetri per 24 per 9, con serratura a cilindro, maniglia e apertura a cerniera e fabbricata a Lainate, assieme alla parte innescante dell’ordigno alimentato e completato da due pile da 4,5 Volt. La seconda, chiusa in un involucro plastico, era stato deciso di nastrarla perfettamente aderente alla prima, con un volume complessivo che era andato a riempire nella sua interezza l’interno della Mosbach-Gruber. 28enne militante neofascista “nazimaoista” per le sue teorie a metà strada tra nazismo e maoismo, Freda, laureato in giurisprudenza all’Università di Padova e avvocato, ha sviluppato negli anni un pensiero che unisce il tradizionalismo radicale, ispirato a Julius Evola, con teorie anticapitaliste. Conosciuto come “l’editore” per il suo lavoro, nonché per la fondazione nel 1963 delle “Edizioni di Ar”, casa editrice specializzata nella pubblicazione di testi filosofici, politici e saggistici legati alla tradizione, al fascismo, al nazionalsocialismo e al pensiero anticonformista, ha alle spalle 29 feriti per tre bombe esplose a Milano il 25 aprile, una alla Fiera Campionaria e due alla Stazione Centrale, e altre 8 esplose il 9 agosto all’interno di treni in sosta alle stazioni di Chiari, Grasignano di Zocco, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira. Figura ideologica e operativa centrale dell'eversione di estrema destra in Italia, è membro della cellula padovana di Ordine Nuovo che gestisce con Giovanni Ventura, 25enne laureando in filosofia, proprietario della libreria “Ezzelino”, punto di riferimento per l'estrema destra locale, ed editore con pubblicazioni come la rivista ciclostilata “Reazione” caratterizzata da toni radicali e neonazisti alternando testi di matrice tradizionalista a letture eterodosse, che rende conto ad un attivista di estrema destra, Guido Giannettini, giornalista ed agente del SID, il Servizio di Informazioni e Difesa italiano, con cui ha in comune l’esplosivista e l’artificiere della cellula, Carlo Digilio. Col nome in codice “Erodoto”, il 32enne romano, militare di carriera, Digilio si era occupato della costruzione della bomba e dei test effettuati nel periodo tra ottobre e novembre serviti a sperimentare il sistema di armamento. Ne erano serviti tre per mettere a punto i contatti e le lunghezze ottimali dei segmenti affinchè le accensioni dei vari elementi avvenissero nella maniera corretta e l’energia delle batterie venisse trasferita al detonatore senza sbavature e la sua attivazione avvenisse prima che i fumi del fiammifero prima e della miccia poi, potessero essere notati dalle persone vicine alla borsa. Sono le ore 16:36 e nell’atrio della banca i clienti stanno concludendo le contrattazioni. Qualcuno sta ancora firmando delle cambiali, altri invece si scambiano dati e informazioni. All’interno della borsa il ticchettio ovattato del congegno meccanico a tempo ha iniziato a scandire l’ultimo minuto. C’è ancora qualcuno seduto al tavolo, scrive, chiacchiera, mentre il disco-orario arriva a zero. La piccola vela di plastica che termina il giro chiude il circuito elettrico. La corrente, dalle batterie tramite un filo elettrico arriva al quello di nichel-cromo che in pochi secondi si arroventa scaldando la pasta di clorato di potassio e solfuro di antimonio della capocchia del fiammifero controvento. Questa, grazie alla miscela chimica ricca di ossigeno e in grado di bruciare in modo molto vivo senza dipendere unicamente dall'ossigeno esterno, con la reazione chimica che genera calore e gas caldi intensi capaci di auto-alimentarsi, si accende a razzo sullo spezzone di miccia con cui è a contatto. In una frazione di secondo l’anima di Polvere Nera si infiamma con una nuvola di fumo bianco che a stento viene trattenuta dal contenitore metallico. Pochi secondi e qualcuno seduto al tavolo inizia a sentire l’odore acre, metallico e pungente di zolfo e catrame bruciato, segno che la fiamma sta sciogliendo i centimetri del cordone impermeabile. I clienti al tavolo si guardano, e mentre l’odore si fa più intenso la fiamma penetra nell’estremità cava della capsula del detonatore. La carica primaria si innesca, in una reazione a catena di pochi attimi l’Azoturo di Piombo accende la Pentrite che attiva la Gelignite. Sono le ore 16:37, il Vitezit 30 della prima carica detona innescando per simpatia la seconda. Una luce e il boato fa tremare il tetto a cupola del grande salone. La borsa si squarcia. I 4 chilogrammi di Gelignite e i 3 di Tritolo, che producono rispettivamente 3.520 litri e 2.250 litri di gas ad altissima pressione per un totale di circa 5.770 litri, ovvero 5.77 metri cubi, volume che i gas occuperebbero se venissero istantaneamente riportati e misurati a temperatura ambiente, nella realtà fisica della detonazione, la violentissima reazione esotermica innalza la temperatura dei prodotti gassosi fino a 4.000 gradi centigradi, tendendo ad occupare un volume oltre 10 volte superiore rispetto allo zero termico. Nell'istante esatto dell'esplosione, questa massa gassosa si espande quasi istantaneamente ad un volume di oltre 60 metri cubi che devasta quello che incontra. Questa differenza estrema, la grande quantità di gas confinata inizialmente nel volume solido dei 7 chilogrammi di materiale, che si espande a velocità supersoniche, sposta violentemente l'aria circostante generando un’onda di sovrapressione distruttiva che provoca lesioni interne immediate senza necessità di impatto fisico visibile, a chi si trova nel suo raggio d’azione, rompendo i timpani e provocando emorragie interne e lesioni ai polmoni e agli organi addominali da compressione dell'aria, con ustioni di secondo e terzo grado al volto e al corpo causate invece dalla vampata di calore. Il tavolo sobbalza, l’involucro metallico della cassetta porta-valori Juwel e le parti del tavolo si polverizzano in centinaia di schegge affilate. Poiché l'ordigno era a terra sotto il tavolo, la gran parte delle schegge metalliche investe gli arti inferiori e il bacino delle persone vicine che perdono immediatamente le gambe prima ancora di essere colpite dai proiettili scagliati in tutte le direzioni. L’onda d’urto, dopo aver polverizzato il tavolo, frantuma le vetrate interne e scardina quelle perimetrali, raggiunge il primo piano sorprendendo l’impiegato dello sportello numero 15, Fortunato Zinni, che sta chiudendo la vetrata con la schiena appoggiata al vetro. L’uomo viene scagliato tre metri in avanti contro lo schedario di metallo mentre alle sue spalle la vetrata frana nel salone. La sovrapressione, che prosegue verso l’altro, fa saltare il grande lucernario in vetro in cima al salone. Migliaia di frammenti di vetro si trasformano in coltelli che precipitano verso il basso. Gli uffici vengono devastati, 17 persone vengono smembrate. Schegge di legno, pietra e metallo hanno trafitto ogni cosa in tutte le direzioni. In 13 muoiono sul colpo, altri 4 poco dopo. Il fragore dell’assordante boato è sostituito da un momentaneo silenzio. Lo spettacolo è spettrale: fumo e detriti sono ovunque, i resti umani anche sulla cupola. Alcuni corpi stanno bruciando nella penombra del salone, tra il pulviscolo e il fumo soffocanti. Una ragazzina sporca di sangue impastato dalla polvere ha il viso dilaniato dai pezzi di cristallo, camminando per la sala cerca il suo braccio strappatole di netto. Non riesce a fare che pochi metri prima di crollare a terra priva di sensi. L’atrio è pieno di cadaveri, molti non hanno neanche più una forma. Negli uffici, tra gli arredi rovinati a terra i telefoni non cessano di squillare. Dall’altro capo c’è la questura, dove è scattato l’allarme. A sollevare la cornetta è un impiegato, ancora vivo e sotto shock, arrivato al telefono muovendosi a tastoni tra gli scaffali e le scrivanie in un buio circondato dal fumo e dai lamenti dei feriti. É Fortunato Zinni. “Che cosa vede?”, gli domanda il poliziotto all’altro capo del filo, in via Fatebenefratelli. “Un braccio, vedo un braccio”. Con una mano tesa in avanti e una a sorreggersi alla parete, l’uomo cerca di mettere timidamente un piede davanti all’altro. Vede una mano, poi un altro braccio, ora una gamba. Giù in basso due uomini strisciano, non hanno più le gambe, dietro di loro il sangue si mischia ai calcinacci. Chi può, cerca di raggiungere l’esterno camminando alla cieca. L’odore acre, pungente, come di carne bruciata misto a disinfettante rende l’aria irrespirabile. 88 persone sono coperte di sangue, cercano soccorso, gridano, supplicano l’aiuto di una città che minuto dopo minuto sta venendo avvolta da un silenzioso terrore rotto dalle sirene laceranti delle ambulanze che percorrono le strade di Milano a tutta velocità. All’interno della banca il pavimento del salone è stato squarciato, al centro presenta una voragine di un metro e mezzo di diametro. Ha contorni nettissimi, l’onda d’urto verso il basso ha rotto la pia­llatura di copertura, la soletta di cemento e parte dell’armatura della struttura in calcestruzzo armato tanto da rendere comunicante il piano con quello sottostante. La resistenza opposta in basso dalla soletta di cemento del pavimento e in alto dal pesante massello in mogano del tavolo ha fatto sfogare la potenza dell’onda esplosiva in orizzontale, verso la parte sinistra della rotonda. È qui che ha fatto il maggior numero di morti. Sono le ore 16:40, al Palazzo di Giustizia, a due passi da piazza Fontana, la notizia viene comunicata per telefono. Il Procuratore Capo Enrico De Peppo e il sostituto di turno, Ugo Paolillo, escono dai loro uffici e raggiungono quasi di corsa il luogo della strage dove ad attenderli trovano il questore Marcello Guida, il cardinale Giovanni Colombo e il Direttore Generale della banca, Pietro Macchiarella. I presenti sono atterriti da questo macabro spettacolo. Un braccio è accanto al muro, una testa, sul pavimento è vicino ad una sedia, il sangue che colora il vetro polverizzato e porzioni più piccole che spuntano da ogni parte hanno trasformato l’atrio della banca in una macelleria degli orrori. Gocce di sangue scendono cadenzate sul pavimento da pezzi di carne schiacciato contro l’intonaco dei muri e sulla cupola. Nel grande emiciclo i cadaveri sono a terra sopra vetri, pezzi di mobili e cemento. I loro corpi, dilaniati, frantumati, sono in mezzo a pozze di sangue e un fetido odore di morte. Il pesante silenzio è rotto solo da un pianto isolato. All’esterno, due uomini letteralmente scaraventati fuori dalle vetrate sono ancora a terra, sull’asfalto, mentre all’interno, negli uffici c’è chi, sventrato grida cercando di tenere chiusa la pancia con le mani. La palla di fuoco e la successiva onda d’urto rimbalzando sulla parete hanno provocato il crollo del rivestimento in mattoni forati che delimitava l’angolo posteriore sinistro del locale. L’onda d’urto, dilagandosi nella rotonda frantumando prima i divisori di vetro degli sportelli del bancone circolare, poi le vetrate del primo e del secondo piano, e dopo ancora quelle della cupola sovrastante trasformando i vetri in una pioggia che ha martoriato ulteriormente i corpi dei clienti inermi stesi sul pavimento, si è incanalata da una parte, nel corridoio che immette nei sotterranei facendolo collassare, e dall’altra, verso esterno, sfogando la sua energia distruttiva dalle vetrate sul piazzale antistante investendo auto e passanti sbalzandoli verso la piazza prima di essere colpiti dai frammenti di cemento staccatisi dalla facciata. È una carneficina, un evento che nessuno credeva sarebbe mai successo. Ma c’è una seconda bomba e si trova nella sede della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala, a neppure un chilometro in linea d’aria da piazza Fontana. È lì, immobile, avrebbe dovuto esplodere, a banca chiusa, ma qualcosa non ha funzionato, forse nei collegamenti, ma il meccanismo si è bloccato. Altre tre invece hanno funzionato come da progetto, stavolta a Roma, nella Capitale: la prima ha ferito 14 persone, innescandosi alle ore 16:55 nel passaggio sotterraneo che collega l'entrata della Banca Nazionale del Lavoro di via Veneto con quella di via di San Basilio; la seconda si è innescata alle ore 17:20 davanti all'Altare della Patria, sotto il pennone della bandiera; la terza ha ferito 4 persone armandosi alle ore 17:30, proprio davanti all'ingresso del Museo Centrale del Risorgimento, nella centralissima piazza Venezia. A piazza Fontana invece il dottor Paolillo cammina per il salone, guardandosi intorno, incredulo, si sforza di trovare le parole per dare le prime disposizioni, ordinare i primi accertamenti, coordinare gli interventi. Ci sono detriti ovunque, distruzione, ma il bancone, seppur parzialmente distrutto dall'esplosione, ha fatto da scudo all'onda d'urto per molti dei dipendenti seduti dietro agli sportelli, salvando loro la vita. Fuori intanto si è radunata una folla, la città è divisa tra lo stupore e lo sdegno, l’orrore e l’indignazione. Queste bombe, questi segnali, hanno appena inaugurato uno dei periodi più bui della nostra epoca, sarà l’inizio di una serie preordinata e ben congegnata di eventi atti alla destabilizzazione del paese, complici la forte ondata di lotte sociali di questi ultimi due anni e l’avanzata elettorale del Partito Comunista Italiano, questi eventi saranno volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione tali da far giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario, trasformando l’Italia in una sorta di dittatura “morbida”. Una strategia eversiva, questa, gestita da una pluralità di soggetti: la componente neofascista e rivoluzionaria, mera manovalanza, che spinta da elementi infiltrati all’interno la spingeranno a compiere azioni terroristiche, la componente dei servizi segreti del SID, che non privi di complicità e legami internazionali forniranno gli elementi infiltranti e garantiranno la copertura degli eventi attribuendone la paternità ad altri o sfruttando mediaticamente a proprio favore perfino episodi esterni alla strategia, e la componente massonica, che fungerà da direttivo. Lo stragismo degli anni Settanta è cominciato.

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